Storie originali > Fantasy
Segui la storia  |       
Autore: Frostales    29/07/2017    0 recensioni
“Eccolo lì. Guarda. Di nuovo!” Esclamò Sarah, facendolo trasalire.
“Credi che stia guardando noi?” Beth suonava ansiosa.
Gabriel alzò gli occhi giusto in tempo per vedere la tendina della casa davanti a loro chiudersi davanti al viso del tanto chiacchierato Norman Hale, che a quanto dicevano le ragazze continuava a fissarli.
*
In un piccolo quartiere di periferia il giovane Gabriel si trova ad affrontare i problemi di tutti i ragazzi della sua età insieme ad un paio che neanche uomini adulti saprebbero come gestire.
Tra mostri che solo lui riesce a vedere e misteriosi personaggi che seguono ogni suo passo riuscirà a conciliare la sua vita con quella del mondo magico? O la scoperta dell'esistenza del regno di Ghania sconvolgerà completamente il già precario equilibrio della sua vita?
Avete solo un modo per scoprirlo!
Genere: Azione, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Capitolo Primo

 

La vecchia casa era rimasta disabitata per anni. 

Gli abitanti del piccolo quartiere di periferia, sempre impegnati a ficcanasare negli affari degli altri come se abitassero in un piccolo villaggio in mezzo al nulla, ne raccontavano spesso la storia.  

Un tempo la casa era abitata da una famiglia come tante, madre, padre e un figlio. Poi una notte qualcosa di terribile era successo. Il padre era stato trovato morto dalla moglie quando era rincasata dopo mezzanotte, il figlio invece era scomparso nel nulla. 

La madre aveva speso tutti i suoi soldi e la sua salute cercando disperatamente di ritrovare il suo unico figlio. Era persino finita in televisione in uno di quei programmi che si occupavano di persone scomparse, ma era stato tutto inutile. 

Quando era morta la casa era rimasta vuota, e per anni avvocati ed agenti immobiliari avevano bussato alle porte dei vicini facendo domande. 

La famiglia aveva dei parenti? Il ragazzo scomparso era stato ritrovato? Sapevano se nel testamento della donna la casa era stata lasciata a qualcuno? 

Per quanto gli abitanti del quartiere, circa duecento anime, fossero estremamente impiccioni, nessuno era in grado di rispondere a quelle domande. La famiglia Hale, questo il nome dei proprietari della casa, era sempre stata una famiglia tranquilla, amichevole ma riservata, quindi nessuno sapeva se ci fossero dei lontani parenti da qualche parte con il risultato che la casa rimase disabitata per molto tempo. 

Ci vollero quasi trent'anni perché una ditta di costruzioni riuscisse a procurarsi i permessi per radere al suolo la casa e ricostruirla, e un altro paio d'anni perché si decidessero a iniziare i lavori. Fu proprio quando mancavano pochi giorni alla demolizione che successe qualcosa di talmente sconvolgente da fare il giro dell'intero quartiere in meno di mezz'ora. 

Il ragazzo scomparso era tornato.  

Ovviamente non era più un ragazzo, ma un uomo di quarantadue anni con i capelli brizzolati, lo sguardo stanco e un documento che attestava la sua identità e con quella il suo diritto a riprendersi la casa. 

La notizia del suo ritorno era finita sui giornali tra lo stupore generale. Nel quartiere avevano indetto una tacita gara a chi si mostrava più accogliente e si era perso il conto delle persone che erano andate a bussare alla porta della vecchia casa per dare il bentornato a Norman Hale. 

Era tuttavia stato chiaro fin da subito che l'uomo non aveva intenzione di fare amicizia. Era schivo, usciva di rado e solo se era estremamente necessario. Il più delle volte non apriva neanche la porta quando qualcuno andava a bussare per presentarsi, e presto l'entusiasmo del quartiere era scemato lasciando invece spazio a pettegolezzi sussurrati a mezza voce. 

Dove era stato per tutto quel tempo? Perché era tornato proprio ora? Cosa gli era successo? 

Molte persone lo ricordavano da prima che sparisse e lo descrivevano come un ragazzo un po' schivo, silenzioso ma educato e gentile, ora invece il suo volersi chiudere in casa veniva visto come un'incredibile mancanza di riguardo nei confronti della generosità che gli era stata offerta. 

L'atteggiamento dell'uomo era così insolito da essere sempre al centro dell'attenzione nonostante il passare dei giorni. In particolare le signore più anziane sembravano non riuscire a smettere di parlarne. 

A Gabriel invece non poteva fregarne di meno. 

Il ragazzo aveva ben altri problemi, tutti talmente seri in quel preciso periodo della sua vita che si era a malapena accorto del ritorno del tanto chiacchierato ragazzo scomparso. 

Quali problemi, vorrete sapere. Beh, da dove cominciare? 

Forse il fatto di essere l'unico figlio di una coppia di persone estremamente ambiziose che non facevano altro che riversare su di lui tutte le loro aspettative, per poi infuriarsi quando li informava che il suo sogno era quello di diventare un farmacista era un buon inizio. 

Oppure il fatto che a sedici anni non aveva mai avuto una ragazza, al contrario di Sarah, la sua migliore amica, diventata inseparabile dalla sua nuova fidanzata Beth. 

Magari anche i suoi voti incostante calo, cosa di cui si era sempre preoccupato perché, stranamente, studiare non gli dispiaceva e detestava fallire. 

Aggiungiamo anche il fatto che viveva praticamente intrappolato in un quartiere in cui non era neanche libero di fare due passi senza sentirsi osservato da almeno una dozzina di occhi, a venti minuti in metro dal centro della città dove sicuramente avrebbe avuto qualcosa da fare ma dove non aveva il permesso di andare perché i suoi genitori erano sicuri che sarebbe incappato in pessime compagnie. 

Oh, e non trascuriamo il piccolo problema dei mostri deformi. 

Quelli non erano esattamente un problema, o almeno non lo erano stati fino a quel momento. 

Gabriel li vedeva da quando era piccolo. A prima vista li si poteva scambiare per dei bulldog extralarge molto brutti, ma osservandoli con attenzione altri dettagli diventavano evidenti. Molti avevano occhi, nasi, code, zampe o orecchie in più in varie parti del corpo. La loro bava luccicava verde come i liquidi radioattivi nei cartoni animati in tv e i loro occhi, completamente neri, sembravano abissi senza fondo. 

Nonostante fosse in grado di vederli da quando aveva memoria, Gabe aveva sempre seguito il suo istinto tenendosene alla larga. Quelle bestiacce erano dappertutto, non solo nel quartiere, ma anche lungo la strada che percorreva per andare a scuola e in ogni posto in cui era andato in vacanza con la sua famiglia negli anni. 

Per quanto brutti e chiaramente pericolosi, il ragazzo non li aveva mai visti fare altro che zampettare per strada e al massimo annusare qualche passante che non poteva vederli. Quando lui passava li vedeva seguirlo con gli occhi e stargli bene a distanza, come se si rendessero conto che lui era diverso e dagli altri. 

Poi di punto in bianco le cose erano cambiate. 

Di giorno le creature erano sempre meno, ne vedeva un paio costantemente al limite del suo campo visivo, una raccapricciante coppia di bodyguard che lo seguivano ovunque, ma i veri problemi cominciavano la notte, dopo il calare del sole. 

Ululati alternati a un roco abbaiare quasi costante lo tenevano sveglio la notte finché non era troppo esausto per tenere gli occhi aperti, le bestie lo seguivano fin sotto casa e scavavano buche in giardino, graffiavano gli alberi e le mura della casa sotto la finestra di camera sua e quella del bagno, come se lo seguissero anche quando si muoveva tra una stanza e l'altra. Non serviva un genio a quel punto per capire che le loro intenzioni non erano per niente amichevoli, e più suo padre si dannava per capire che razza di animale arrivasse ogni notte a devastare il giardino più Gabriel diventava pallido e nervoso. 

“Eccolo lì. Guarda. Di nuovo!” Esclamò Sarah, facendolo trasalire. 

“Credi che stia guardando noi?” Beth suonava ansiosa. 

La ragazza si era trasferita da meno di un anno nel quartiere, e tra questo e il fatto che le ragazze non facevano segreto della loro relazione il sentirsi costantemente osservate era all'ordine del giorno. 

Gabriel alzò gli occhi giusto in tempo per vedere la tendina della casa davanti a loro chiudersi davanti al viso del tanto chiacchierato Norman Hale, che a quanto dicevano le ragazze continuava a fissarli. 

“Magari si sta chiedendo cosa ci facciamo qui davanti.” Ipotizzò il ragazzo. 

I tre erano seduti sull'unica panchina all'ombra a quell'ora del pomeriggio, esattamente di fronte all'ingresso della vecchia casa. 

“Dicono che sia diventato mezzo pazzo da quando lo hanno rapito.” Mormorò Beth. 

“Vorrei vedere chi non diventerebbe pazzo dopo una delle crostate della signora Hover.” Fece Sarah a mezza voce, strappando una risata ad entrambi. 

Sarah era stata la migliore amica di Gabriel da quando si erano conosciuti all'asilo del quartiere. Gli era sempre stata vicina, e anche quando aveva cominciato ad uscire con Beth aveva sempre trovato del tempo da passare con lui. 

Bisognava anche dire che Beth era una ragazza talmente timida che la sua presenza si notava appena, ma anche quando si lasciava andare e parlava un po' di più a Gabe non dava assolutamente fastidio. 

Come già detto, i problemi per lui erano altri, e in quel momento stavano seduti ai piedi dell'albero che faceva ombra alla panchina fissandolo con i neri occhi vuoti. 

Inutile dire che Sarah se ne accorse. 

“Tutto bene Gab?” Chiese, cercando di intercettare gli occhi segnati dalla stanchezza. 

Lui evitò il suo sguardo come aveva preso l'abitudine di fare e annuì. 

“Non riesco a dormire bene ultimamente.” Spiegò, sperando che questo bastasse a placare la ragazza. 

Non bastò, ma non ebbe tempo di insistere. 

“Ancora?” Fece Beth, in un soffio. 

Questa volta in tre si trovarono a fissare l'uomo che li osservava spostando la tendina della finestra, fino a che non la lasciò ricadere interrompendo il contatto visivo. 

“Bene, ce ne andiamo.” Sentenziò Sarah alzandosi e prendendo la mano di Beth. 

Gabriel a sua volta si incamminò al loro fianco, prendendo parte alla conversazione come meglio poteva e cercando di ignorare le due bestie che lo seguivano pazienti. 

Ogni mercoledì la loro giornata seguiva la stessa routine: finita scuola i tre tornavano a casa insieme, si fermavano a studiare a casa di Beth, quindi passeggiavano per il quartiere fino a che non si faceva ora della sua lezione di piano dove la accompagnavano per poi andare a casa di Sarah, poco distante, e passare insieme le ore prima di cena. 

Anche quel giorno non successe nulla di diverso. Una volta salutata Beth fuori dalla casa della sua insegnante di pianoforte, Sarah lo trascinò fin nel suo scantinato dove aveva allestito un mini cinema con proiettore, poltrone e divani. 

Esausto com'era dopo l'ennesima notte insonne, Gabriel si addormentò dopo i primi cinque minuti del loro film preferito, cullato dalle battute familiari invece che dall'ululato dei cagnacci deformi. 

Quando si svegliò di soprassalto i titoli di coda stavano scorrendo sulla parete, e una strana sensazione di ansia lo attanagliava sebbene non sapesse spiegarsi il perché. 

Sarah si affrettò a rassicurarlo che aveva chiamato lei sua madre per dirle dov'era e che poteva fermarsi per cena, ma quando neanche il pensiero delle ire placate di sua madre servì a scacciare l'angoscia che lo attanagliava il ragazzo cominciò a rendersi conto di cosa non andava. 

Si era fatto tardi. Il sole era tramontato e un silenzio irreale permeava l'aria fuori dalla casa. 

Con una scusa poco credibile Gabriel si affrettò a recuperare le scarpe e la giacca e a lanciarsi fuori dalla casa dell'amica e giù lungo la strada. 

Camminava veloce, guardandosi le spalle in continuazione. Non si era mai trovato fuori di casa di notte da quando le bestiacce avevano cominciato a comportarsi in modo strano, e il fatto che in quel momento fossero completamente sparite non lo rassicurava per nulla. 

Cercava di non mettersi a correre nonostante fosse l'unica cosa che desiderava fare, si sforzava di pensare a quale sarebbe stata la strada più veloce per arrivare a casa. Arrivò persino a chiedersi se fosse il caso di scavalcare qualche recinto per accorciare ancora di più il percorso, ma continuando a non vedere traccia dei suoi fedeli bodyguard alla fine riuscì a tenere a bada la paranoia. 

Se ne pentì quando girò l'angolo e un coro di ululati lo fece sobbalzare. 

Lentamente, sentendosi in un film dell'orrore di quarta categoria, Gabriel si girò e guardò in fondo alla strada dietro di lui. 

Erano lì. Tutti. Una dozzina di deformi bulldog extralarge che colavano bava verdognola sull'asfalto e lo fissavano immobili. 

Poi il più grosso e brutto del gruppo abbaiò, e contemporaneamente, quasi avesse capito anche lui il loro linguaggio, i cani cominciarono a correre e il ragazzo a scappare.


Note:
Eccoci alla fine del primo capitolo della mia nuova storia!
Ho deciso di tornare al mio tanto amato fantasy dopo un po', e le avventure di Gabriel ne sono il frutto!
Al momento non ho appunti particolari, vorrei solo portare la vostra attenzione su un dettaglio: Per questa storia ho deciso di non descrivere fisicamente nessuno dei personaggi! Essendo ininfluente ai fini della storia stessa vorrei lasciare a voi lettori la libertà di immaginare i personaggi come preferite! (Se poi vorrete farmi sapere come vi immaginate i vari personaggi sono solo che curiosa :3)
Grazie per aver letto fin qui, spero che continuerete a seguire la storia e magari vi andrà anche di lasciare un commento!
Se volete potete seguirmi su Facebook: Nyx Frostales
Al prossimo capitolo!

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Fantasy / Vai alla pagina dell'autore: Frostales