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Autore: elsa_the_snow_queen_    01/08/2017    0 recensioni
La razza umana vede ciò che non può controllare sotto una cattiva luce e farebbe di tutto per affermare la propria supremazia.
Così, quando una comunità di persone con attitudini sovrannaturali viene scoperta, il governo ne ordina lo sterminio totale.
La guerra dura anni e, dopo un fragile armistizio, un drappello di soldati instaura una Base per monitorare i sopravvissuti.
Presto qualunque uso della magia viene considerato un crimine e le file dei ribelli diminuiscono grazie al pugno di ferro della generalessa Mia, la quale intende addestrare i fuorilegge migliori per mandarli a combattere contro i loro consanguinei.
La sorellastra Rae, promettente scienziata, disapprova quest'idea e passa le giornate nel Volgo, l'area dove il popolo magico è recluso, cercando una soluzione alternativa.
Ma la cattura di Ares, irriverente tanto quanto esperto, rimescola le carte in tavola...
Peccato che nessuno sia a conoscenza dell'identità del glitch, un ologramma incaricato di documentare le mosse di vittime e carnefici.
E forse l'unico in grado di porre fine a tutto.
Genere: Avventura, Azione, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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L’uomo aveva davanti a sé un caleidoscopio di sangue, devastazione e morte.
Baluginii scarlatti guizzavano ai lati del suo campo visivo, avvertendolo della fine imminente di qualcuno. Se fosse un amico o un nemico era impossibile dirlo con certezza, perché i suoi sensi erano totalmente concentrati su un unico obiettivo: restare vivo.
Gli occhi lacrimavano a causa della polvere che si sollevava da terra, infida e incessante, e il naso veniva solleticato, distratto, anche se nessun odore poteva coprire quello della polvere da sparo, che sapeva di bruciato. Le orecchie percepivano i passi strascicati dei morenti e quelli concitati di chi ancora combatteva, gli ordini gridati dai comandanti sovrapposti a urla di agonia, lo scatto simultaneo di centinaia di grilletti, il soffio rabbioso del vento che ora lo facilitava nella corsa, ora gli si contrapponeva, e poi un altro suono, diverso, innaturale, mai udito prima.
Era abbastanza sicuro di poterlo definire come un acutissimo sibilo che dopo aver raggiunto l’apice sfumava gradualmente in un crepitio sommesso, come una fiamma sul punto di estinguersi. Ogni volta che lo udiva, vividi sprazzi di luce si aprivano la strada nell’opprimente grigiore del cielo con la stessa facilità di una lama nel burro, ma l’uomo non si lasciava affascinare: quelle erano le armi nemiche, e gli ricordavano contro chi e perché stava lottando.
Così continuò a correre. Non aveva una meta, si fidava dell’istinto che aveva maturato dopo tanti anni di addestramento e del destino che avrebbe condotto i suoi passi. Di tanto in tanto mirava, sparava, centrava. Evitò di fermarsi per chicchessia, fingendosi sordo alle imprecazioni e alle implorazioni di aiuto, ignorando i sensi di colpa, lasciando che tutto gli fluisse addosso grazie alla fredda lucidità che lo pervadeva in ogni scontro e che, lo sapeva, sarebbe scomparsa non appena avesse posato il suo fucile, cedendo il posto alla morsa ferrea del rimpianto. Ma quello non era il momento di pensarci. “Vai per la tua strada”, si ripeteva, e continuò a esserne convinto finché la vide.
Non poteva avere più di cinque anni, eppure sedeva su un cumolo di macerie in perfetto silenzio, i grandi occhi color marrone caldo spalancati senza traccia di lacrima alcuna, le manine levate al cielo, i palmi aperti. Solo i lunghi capelli scompigliati, neri come inchiostro ma resi opachi dalla polvere, e le lievi ferite che le solcavano il viso e le braccia, alcune già in via di cicatrizzazione, indicavano che era stata coinvolta nella baraonda della guerra. Era circondata da qualcosa di magico simile a uno scudo, l’uomo se ne accorse immediatamente: i proiettili vaganti vi rimbalzavano senza scalfirlo, facendolo vibrare.
Altrettanto in fretta realizzò qualcos’altro: era totalmente sola.
 Ciò significava che aveva perso i suoi genitori. Magari li aveva visti spirare con i propri occhi. Magari qualcuno, qualcuno dei suoi, aveva già cercato di ucciderla. Doveva impedire che accadesse, anche se era diversa, anche se crescendo sarebbe diventata un pericolo per le persone comuni.
Le parole uscirono dalla sua bocca senza che lui le avesse realmente pensate, suonando sconnesse e colpevoli:
«Piccola, vieni qui! Io posso aiutarti!»
Lei si voltò nella sua direzione e lo fissò a lungo. L’uomo si sentì analizzato, soppesato come merce sui piatti di una bilancia.
«Tu indossi il bianco» rilevò la bambina.
“Ha capito che non appartengo al suo mondo. Che sto con quelli che hanno ucciso la sua famiglia”. Al solo pensiero fu sul punto di vomitare.
Tutto era diventato troppo, la guerra per conquistare quel posto e quella gente, la scienza, la magia e quella piccoletta che da sola sperava di difendersi contro un intero esercito…
Fece un respiro profondo e avanzò verso di lei. Arrivato a pochi centimetri di distanza pose l’arma a terra, la scavalcò, s’inginocchiò.
 «La mia uniforme era bianca, sì. Ma adesso è macchiata del verde dell’erba, del grigio della polvere… ».
 Avrebbe voluto evitarlo, ma l’occhiata che la bambina lanciò alla chiazza sul taschino fu inequivocabile. Faticò a ritrovare le parole.
«…Dal rosso del sangue. Ne ho avuto abbastanza di colori, però, e me ne andrò. Lontano da loro e da tutto questo rumore. Al sicuro. Voglio portarti con me perché sei stata coraggiosa, molto coraggiosa, e –»
Non ebbe bisogno di dire altro, per fortuna. La bambina volò tra le sue braccia, stringendogli la camicia con tutta la forza che aveva. Nel cingerle le spalle notò che stava tremando.
E poi un fischio penetrante, letale, che l’uomo conosceva fin troppo bene.
Freneticamente si frugò nelle tasche, trovò la spilla che cercava, gliel’appuntò sul vestitino lercio, la spinse via.
«Corri, mi hai sentito!? Corri e non voltarti indietro!»
Furono le sue ultime parole. 
   
 
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