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Autore: krya    01/08/2017    1 recensioni
Quello che era un viaggio di ritorno in metro, si trasforma nell'inizio di un'avventura - se si può chiamare così - con un misterioso ragazzo che non ha intenzione di dare uno straccio di spiegazione su cosa stia effettivamente succedendo.
Dal testo:
Mentre il panico aumentava, sentì il cellulare vibrare. Lo guardò e vide che le era arrivato un sms da uno strano numero composto solo da cinque cifre. Lo aprì senza sapere veramente cosa avrebbe dovuto aspettarsi in quella situazione e, con sua grande sorpresa, il messaggio diceva: "Se non vuoi fare la loro fine, scendi alla prossima fermata."
4300 parole
Genere: Comico, Parodia | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Note pre-lettura: Questa è la prima storia che finisco ufficialmente. Completarla è stato davvero difficile per me dal momento che mi ha richiesto un sforzo mentale incredibile e un tempo smoderatamente lungo (circa 3 anni). Inoltre, non aspettatevi una storia ben costruita e riuscita. Sono consapevole che i personaggi seguono una logica tutta loro, che la trama non è un granchè e che ci sono molte incongruenze. Ma spero vivamente che nonostante tutto la storia possa essere gradevole da leggere. 

Buona lettura :D

Solo un errore

Alice stava tornando a casa dal lavoro in metro ed era, come al solito, persa nei suoi pensieri guardando fuori dal finestrino. Non che ci fosse molto da vedere, era sotto terra in un tunnel di cemento. Il vagone in cui era seduta non era affollato, solo una quindicina di persone oltre a lei, la maggior parte occupati a guardare il proprio cellulare. Prese anche lei il suo dalla tasca dei pantaloni per controllare l'ora. Ancora quindici minuti e sarebbe stata a casa a godersi il resto della giornata. Non vedeva l'ora.
Tutti i piani che stava facendo su come passare la serata vennero interrotti nel momento in cui, improvvisamente, cominciò a sentire un odore insolito, leggermente dolciastro, il tipo diodore che avrebbero potuto emanare delle candele. Pensò che fosse strano per essere all'interno di una metro, ma non ci dette molto peso e tornò ai suoi pensieri. Dopo un paio di minuti, un signore seduto non lontano da lei, starnutì attirandone l'attenzione della ragazza e degli altri passeggeri. Qualcuno si era addormentato seduto sul sedile e molti altri sembravano prossimi a esserlo. Qualche dubbio cominciò a farsi spazio nella mente di Alice, sostituito, poi, dalla paura, quando sentì cadere una donna a peso morto sul pavimento, anche essa addormentata. Il suono improvviso la fece alzare in piedi di riflesso guardandosi intorno, completamente persa. Era bloccata all'interno del vagone in movimento, minacciata da neanche lei era certa cosa e non sapeva come comportarsi. Aveva ancora il telefono in mano, ma non era sicura di dover chiamare qualcuno oppure no. Chi mai avrebbe potuto chiamare, poi, per questo tipo di emergenza? Ma era davvero un emergenza?
Mentre il panico aumentava, sentì il cellulare vibrare. Lo guardò e vide che le era arrivato un sms da uno strano numero composto solo da cinque cifre. Lo aprì senza sapere veramente cosa avrebbe dovuto aspettarsi in quella situazione e, con sua grande sopresa, il messaggio diceva: "Se non vuoi fare la loro fine, scendi alla prossima fermata".
Indipendentemente dal fatto che non sapeva minimamente chi avesse potuto scriverle e a che scopo, le sembrò inevitabilmente la cosa più intelligente da fare. Inoltre, la metro stava rallentando e la banchina della fermata si vedeva già dai finestrini. Appena si fermò completamente e le porte si aprirono, Alice uscì senza pensarci due volte. La stazione era completamente vuota, cosa che succedeva solo a notte inoltrata in quella grande città e che contribuiva a rendere l'atmosfera molto più inquietante di quanto avrebbe voluto, essendo solo primo pomeriggio. Andò dritta verso le scale che portavano fuori, ma quando sentì le porte automatiche della metro chiudersi dietro di lei, si voltò in tempo per vedere il mezzo muoversi di poco per poi rifermarsi di nuovo.
Al livello del terreno comparve dal nulla e senza spiegazione apparente un fumo denso e pesante. La situazione si stava facendo sempre più assurda. La ragazza sapeva che avrebbe dovuto girarsi e uscire, era già ai piedi della scala, ma la curiosità, presente anche in un momento di quel genere, la teneva ferma là, a guardare quella scena che avrebbe potuto sicuramente spaventare molte persone.
"Credimi, tra 10 minuti non vorrai essere qui" disse una voce proveniente da dietro le sue spalle.
Alice si girò di scatto. Non aveva sentito nessun passo e nessun rumore, eppure, circa venti scalini più in alto di lei, si trovava un ragazzo dall'aria tranquilla e minimamente colpita da ciò che stava succedendo in quel momento davanti a loro. Lo guardò e continuò farlo per abbastanza lungo tempo da rendere il silenzio quasi imbarazzante, senza sapere cosa rispondere. La paura, ritornata viva dopo che lo aveva sentito parlare, le bloccava le parole in gola e ogni movimento.
"Devi essere rimasta molto scioccata se non riesci neanche a parlare" aggiunse il ragazzo con un tono ironico, sorridendo. Probabilmente era divertito da quella situazione tanto quanto lei si sentiva in pericolo.
"Chi sei?" riuscì finalmente a dire con un leggero sforzo per far sembrare la propria voce sicura, non ottenendo, però, il risultato sperato. Il ragazzo cominciò a scendere gli scalini e, prima dell'ultimo, si fermò. Ora si trovavano abbastanza vicini da potersi guardare negli occhi e Alice ebbe la sensazione che, se avesse potuto, sarebbe scoppiato a riderle in faccia.
"La persona che tra poco ringrazierai per averti tirato fuori da qui." rispose lui, sarcasticamente. Alice rimase stupita da questo comportamento e decise che ignorare le apparenti provocazioni di quel ragazzo fosse la cosa giusta da fare,
"Dai, andiamo."

Quando uscì dalla metro, Alice in qualche modo non si stupì di quel che vide. In fondo aveva già un presentimento di come la sua giornata si stesse per concludere e non era un presentimento positivo, ad essere precisi. Volanti della polizia e ambulanze occupavano una buona parte del tratto di strada su cui si affacciava l'uscita della metro. Gli agenti di polizia circondavano l'uscita a una debita distanza, mentre i paramedici, che si trovavano un po' più indietro, sembravano pronti a porre soccorsi appena ce ne fosse stato bisogno.
«Vieni. Stammi vicino.» disse il ragazzo notando che Alice, nonostante non fosse rimasta sorpresa, fosse comunque un po' restia ad avvicinarsi alla piccola follache si era creata sulla strada. Appena si allontanarono dalla scala d'entrata, un gruppo d'agenti scese subito dietro di loro. Si inoltrarono tra le auto della polizia per raggiungere la zona in cui si trovavano le ambulanze. Lui davanti che camminava con passo sicuro in mezzo al caos di agenti e auto, lei dietro che lo seguiva, cercando di non domandarsi per l'ennesima volta in che situazione si fosse ritrovata.
"Dia un'occhiata a questa ragazza." Un paramedico si avvicinò ad Alice.
"Sto bene" provò a difendersi lei. Non era totalmentevero, ma non voleva farsi visitare.
"Hai un taglio sulla fronte che sta sanguinando. Fatti mettere a posto e non ribattere." rispose il ragazzo con un tono che non ammetteva repliche. Alice si portò d'istinto alla fronte. Ammutolì nel constatare che il taglio c'era davvero e non si ricordava neanche come avesse potuto procurarselo.
Mentre la ferita le veniva disinfettata, il ragazzo si allontanò per parlare al cellulare. Lo osservava con attenzione, curiosa dei suoi comportamenti leggermente fuori luogo per il contesto in cui si trovavano. Probabilmente aveva a che fare con episodi come questi tutti i giorni, pensò. Sapeva benissimo di essere finita in una situazione particolare e potenzialmente pericolosa. La parte razionale di lei le suggeriva di tornarsene a casa il prima possibile e di dimenticare tutto ciò che era successo, ma la controparte più avventurosa riusciva a mettere a tacere l'altra senza difficoltà. Era attratta da quella situazione senza senso e non era sicura di voler lasciar stare prima di aver scoperto qualcosa di interessante. La giornata, ormai, era rovinata per lei, tanto valeva renderla veramente interessante a questo punto.
Continuò ad osservare il ragazzo. Era ancora al cellulare e non sembrava molto contento della persona con cui stava parlando. Stava praticmente urlando, arrabbiato, e Alice avrebbe potuto anche sentire ciò che stava dicendo nonostante la distanza che li separava , se non ci fosse stato così tanto rumore da parte degli agenti di polizia che stavano facendo usicre i passeggeri della metro ancora leggermente confusi dalle circostanze e se il paramedico non stesse continuando a farle domande per accertarsi delle sue condizioni.

"Muoviamoci" Il ragazzo si era avvicinato con un espressione per niente contenta sul viso e il tono di voce che aveva usato era stato duro. Se questo tizio sarebbe stato il suo compagno di avventure per il prossimo futuro, Alice doveva farlo cedere in qualche modo altrimenti sapeva non sarebbe riuscita a sapere niente di quello che stava succedendo.
"Per andare...?" Forse, iniziare con delle domande insistenti ed inutili sarebbe potuta risultare una buona idea.
"Per allontanarci"
"Perchè dobbiamo allontanarci?"
"Per essere più al sicuro"
"Più al sicuro da cosa?"
"Te lo hanno mai detto che fai troppe domande?"
"Certo! Allora, dove andiamo?"
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo e sospirò sommessamente per cercare di mantenere la calma. Alice aveva trovato un punto debole.
"Lo vedrai quando ci arriveremo"
"Non vedo l'ora!"

"Che posto è questo?" Dopo dieci minuti di viaggio in auto erano arrivati in un appartamento al quinto piano di uno squallido palazzo di periferia. Nonostante non fosse un'ora troppo tarda, la strada sembrava disabitata e gli altri appartamenti vuoti. Alice intuì che, molto probabilmente, quello era il posto perfetto per nascondersi per un breve periodo; la domanda più importante era: quanto breve sarebbe stato questo periodo?
"Un piccolo appartamento" rispose lo sconosciuto sarcasticamente.
"Grazie, Mr. Perspicacia, questo lo avevo notato anch'io"
Il ragazzo sembrava non voler dare corda alle provocazioni di Alice continuando imperterrito ad aprire le serrande delle finestre che chissà per quanto tempo erano rimaste chiuse. La ragazza decise di cambiare linea d'azione.
"Cosa ci facciamo qui?"
"Ci nascondiamo." Alice sapeva che chiedergli da cosa si nascondevano sarrebbe stato uno sforzo inutile.
"Per quanto tempo?" domandò, invece.
"Ancora non lo so." Le risposte approssimative che l'altro continuava a darle erano davvero esasperanti a volte.
"Qundo lo saprai?"
"Quando lo sarò, te lo dirò." Il tipo cominciava a divertirsi a rispondere in quel modo. Alice decise di lasciar perdere per il momento.
"Ottimo! Dov'è il bagno?"

"Dormi, domani sarà una giornata lunga e stancante" Non c'erano letti in quella casa e avevano deicso, dopo una discussione moderatamente accesa, che Alice avrebbe dormito sul divano mentre al suo temporaneo conquilino sarebbero bastati una coperta stesa sul pavimento e un cuscino. Avevano trovato delle vecchie riviste dentro a un armadio e Alice aveva deciso di leggerne una prima di andare a dormire. Forse per rilassarsi, forse per far finta che fosse tutto normale. Il ragazzo non sembrava dispiacersi che lei lo avesse ignorato per grande parte della giornata, almeno fino a quando non aveva deciso che fosse troppo tardi ed che fossero troppo impegnati per continuare a leggere per tutta la notte.
"Sto leggendo." Non alzò neanche gli occhi dalla rivista per rispondergli.
"Lo vedo che stai leggendo, ma voglio dormire" Alice lo guardò e decise che gli aveva già dato abbastanza fastidio per quel poco tempo che avevano passato insieme. Chiuse la rivista e si sdraiò sul divano meglio che potè per restare comoda. Si girò su un fianco in modo da dare le spalle al ragazzo, ma comunque attenta ai suoi movimenti. La luce nella stanza si spense e lo sentì sdraiarsi sulla coperta per terra sistemandosi alla meno peggio.
"Buonanotte." le disse controvoglia, ma cercando apparentemente di essere gentile.
"'Notte."
Per qualche minuto la stanza restò nel silenzio assoluto, interrotto solo dai loro respiri e da alcuni rumori provenienti dalla strada.
Alice dedicò qualche minuto a riflettere sulla sua situazione
Stava dormendo nella stessa stanza con un tizio conosciuto quello stesso pomeriggio, che, molto probabilmente, le aveva anche salvato la vita in quella metro e di cui non aveva la minima idea di quale fosse il nome. Quella situazione assurda l'avrebbe condotta in posti in cui non voleva andare, ne era sicura. Metaforicamente parlando e non. Però, se doveva davvero passare del tempo con quel ragazzo (e il fatto che stessero dormendo nella stessa stanza le faceva supporre che ne avrebbero passato abbastanza), almeno voleva sapere come si chiamava. Le sembrava il minimo in effetti. Si ricordò che aveva anche cucinato lui la cena. Forse avrebbe dovuto almeno provare ad essere un pochino più comprensiva nei suoi confronti.
Si girò sotto la coperta in modo da poter osservare il suo compagno di stanza. Il suo respiro era regolare e sembrava si fosse già addormentato nonostante non fossero passati più di dieci minuti da quando aveva spento le luci.
"Ehi, sei ancora sveglio?" Il ragazzo sospirò infastidito.
"Sì. Cosa c'è?"
"Stavo pensando... che sarebbe gentile da parte tua almeno dirmi come ti chiami, no?" Lo sentì passarsi una mano sul viso, come se stesse facendo uno sforzo enorme per mantenere la calma.
"J" rispose, dopo un attimo di riflessione.
"Dimmi che non è davvero il tuo nome."
"Ovvio che non è il mio nome. Chi chiamerebbe il proprio filgio J?" La conversazione sembrava stesse iniziando a scaldarsi.
"Perchè non vuoi dirmi neanche il tuo nome?" chiese Alice, arrabbiata. Ormai era diventata un questione di principio. Aveva la sensazione che lui non si fidasse di lei.
"Meno sai, meglio è. Credimi." annunciò lui con un tono che non ammetteva repliche.
Alice si rigirò sul divano in modo da dargli le spalle, stizzita dal comportamento dell'altro. Tutte le sue buone intenzioni per cercare di comportarsi gentilmente erano andate in fumo dall'approccio poco amichevole che il ragazzo le aveva dimostrato. Si confortò pensando che almeno ci aveva provato.
"Comunque, io mi chiamo-" iniziò a dire.
"Alice, lo so." finì la frase J.
"Chiederti come lo sai sarebbe inutile, giusto? Anche come tu abbia fatto ad avere il mio numero di telefono... Perchè sono abbastanza sicura che sia stato tu oggi a mandarmi quel messaggio mentre ero in metro, non è così?" Il ragazzo non rispose. Aveva ben capito cosa tormentasse i pensieri di Alice, ma decise che non era il momento adatto e restò in silenzio. La mattina dopo la rabbia le sarebbe già passata, ne era sicuro.
"Dormi." disse soltanto e Alice non gli rispose.

"Non è possibile! Un errore? Come avete potuto fare un errore così grave?"
Alice alzò la testa dal cuscino. Era stata svegliata da J che urlava dall'altra stanza. Realizzò che stava parlando al telefono.
"Va bene, va bene. Lo farò." La voce del ragazzo era ritornata calma, solo un po' sconsolata. Probabilmente c'era stato qualche problema con i suoi capi e a quanto pare non gli piacevano i contrattempi.
Doveva trovare assolutamente un modo per scucirgli qualche informazione. Deicse di alzarsi dal divano su cui si era addormentata per trovare qualcosa da mangiare. O meglio, per cercare l'occasione di parlare con J.
Entrando in quella che una volta avrebbe potuto essere la cucina, ma che ora era poco più che una stanza spoglia con un tavolo, qualche sedia e un fornetto, Alice vide il ragazzo seduto al suddetto tavolo con i gomiti appogiati sopra e le mani a sostenersi la fronte. Il ritratto dell'afflizione.
"Buongiorno" mormorò Alice mentre gli si sedeva di fronte.
"Buongiorno" ripetè J. Appena aveva sentito la ragazza parlare si era subito ricomposto nel suo solito atteggiamento sicuro, come se qualsiasi debolezza che avesse avuto fino a un attimo prima fosse improvvisamente scomparsa."Ho preparato la colazione."

"Dove stiamo andando?" Erano di nuovo in auto e, ovviamente, J non aveva la minima intenzione di dirle niente al riguardo.
Il ragazzo sembrava totalmente concentrato sulla guida tanto da non averle risposto, ma Alice era convinta stesse solo facendo finta di non averla sentita. Nonostante stesse facendo quasi di tutto per cercare di farle sapere il minimo numero di informazioni possibili, lei, d'altro canto, non aveva la minima intenzione di continuare a rimanere all'oscuro da tutto quello che stava accadendo.
"Dato che non sembri intenzionato a rivolgermi la parola più dello stretto necessario, sarò costretta a parlare io." Alice aveva iniziato il discorso senza sapere bene dove volesse andare a parare, ma troppe cose erano in ballo e a questo punto c'era bisogno di dare inizio alle danze. "E' da ieri alla stazione della metro che continui a trattarmi come se quello che è accaduto, e che sta succedendo ancora, non mi riguardasse affatto. Ma allora perchè continui a portarmi da una parte all'altra della città se tanto io non c'entro niente con tutto questo?! E il fatto che tu ormai non mi parli più neanche per dirmi di stare zitta mi fa veramente andare in bestia!"
Si fermò un attimo per riflettere su cosa dire dopo e colse l'occasione per osservare J che non aveva dato nessun segno di averla ascoltata continuando, invece, a guidare con tranquillità. La goccia che fece definitivamente traboccare il vaso.
"Voglio sapere cosa sta succedendo e, soprattutto, voglio sapere dove stiamo andando." Alice continuò a fissarlo sperando veramente che almeno questa volta si degnasse di rispondere, anche perchè a questo punto non sapeva più che altro tentare per ottenere delle risposte. Più lo guardava più si rendeva conto che non avrebbe dovuto dargli retta fin dall'inizio. J si era continuato a comportare come se qualcosa di imprevisto potesse capitare da un momento all'altro. Non era neanche sicura che lui avesse effettivamente dormito quella notte. Appariva tutto così strano e confuso e lei voleva solo sapere perchè stessero continuando ad andare avanti e indietro per tutta la città. Probabilmente per nascondersi ancora, pensava, ma allora perchè-
"A casa tua" La ragazza lo stava ancora guardando nonostante i pensieri che le avevano attanagliato la mente. Sicuramente si era distratta perchè non capiva cosa J intendesse.
"Come scusa?" chiese.
"A casa tua" ripetè J con calma, ancora intenzionato a non togliere lo sguardo dalla strada. "Me lo hai chiesto tu dove stiamo andando. A casa tua."
Alice rimase per un attimo accigliata da quella risposta che, sicuramente, non si aspettava di ricevere. Le alternative erano due: J la stava prendendo in giro o era maledettamente serio. Per quel poco che lo conosceva, molto poco in realtà, non lo credeva il tipo da fare uno scherzo del genere in quella situazione, quindi optò per la seconda alternativa.
Si rimise in una posizione comoda sul sedile dell'auto e cominciò anche lei a guardare la strada. Una delle risposte che tanto desiderava l'aveva messa più in crisi di quanto già non fosse prima di averla ricevuta. Ora era sicura di continuare a volere le altre?
"Perchè stiamo andando a casa mia?" chiese pacatamente. Doveva assolutamente mettere in ordine logico i suoi pensieri e gli avvenimenti.
"La nostra avventura insieme è finita. Ti riporto a casa" Avventura? Da quando tutto quello era definibile avventura?
"Ah. Quindi ora tutto è finito, qualsiasi cosa stesse succedendo. E hai intenzione di riportarmi a casa, adesso. Fammi indovinare, dovrei riprendere la mia vita di sempre facendo finta che tutto questo non sia mai accaduto?" Alice aveva provato a stare calma, ma non era riuscita a trattenere il tono irritato che le era venuto naturale nel pronunciare queste ultima parole.
"Direi di sì, più o meno" J accostò l'auto al marciapiede sotto il condominio in cui la ragazza abitava e spense il motore. Alice non lo riconobbe neanche immediatamente tanto era sovrapensiero. J si voltò verso di lei per cercare un contatto visivo che aveva fino ad allora accuratamente evitato, ma la ragazza non sembrava avere intenzione di considerarlo, non dopo la risposta che aveva ricevuto.
"Senti, lo so che tutta questa situazione può sembrarti assurda... e irritante, ma non è colpa mia. Ho seguito solo gli ordini." Alice non sembrava volerlo considerare. J sospirò esasperato dal comportamento dell'altra. Prima sembrava agognare così intensamente qualche risposta, ma ora che aveva iniziato a darne qualcuna si era ritirata in se stessa quasi come se non volesse riceverne altre.
"In casa tua c'è il mio capo che ci sta aspettando. Vuole farti le sue personali scuse per averti tirato dentro questo casino" si fermò un attimo per raccogliere le idee e cercare la cosa più adatta da dire alla ragazza sedutagli affianco, impresa non facile. "Per te è difficile, lo so, ma c'è una ragione molto seria per averti fatto venire con me ieri e-"
"Quale ragione?" Alice lo aveva interrotto di colpo voltandosi per affrontarlo faccia a faccia. Sembrava che finalmente sarebbe venuto a galla il cuore della questione. Doveva mettere da parte il risentimento, anche se era difficile.
J irrigidì la mascella ben consapevole di aver detto una parola di troppo, ma sapeva anche che quando Alice iniziava con le domande era molto difficile dissuaderla. Così si vide costretto a dover rivelare almeno in parte ciò di cui era al corrente. Insomma, non voleva passare tutta la giornata in quell'auto.
"Proteggerti" Alice alzò un sopracciglio in maniera più che eloquente e il ragazzo si affrettò a precisare. "Qualcuno ti voleva, viva o morta, e noi volevamo te perchè ci saresti servita viva. Quindi, noi abbiamo, o meglio, hanno deciso di venirti a prendere prima che qualcun'altro potesse farlo."
Dalla faccia che Alice gli stava rivolgendo capiva che probabilmente non si era spiegato nel migliore dei modi. Si passò una mano tra i capelli in un chiaro segno di frustrazione. C'era un motivo se solitamente lui non trattava con le persone, quello non era semplicemente un lavoro per lui.
"In realtà non volevano proprio te, ma solo quello che avresti potuto sapere su tuo padre, lo scienziato che-"
"Mio padre?" Interruppe Alice scioccata. "E' morto un sacco di tempo di fa."
"Lo sappiamo tutti, ma recentemente sono venute a galla delle voci su del materiale di ricerca su cui tuo padre stava lavorando. Roba da scienziati, non ci ho capito molto quando me l'hanno spiegato. Ma, a quanto pare, tuo padre aveva lasciato scritto che solo sua figlia avrebbe saputo dove e come ritrovare quei documenti o qualcosa del genere. Ripeto, non ci ho capito molto. E poi-"
"Sua figlia? Ma io non so neanche di cosa stai parlando!" Alice era infuriata. Praticamente l'avevano rapita solo perchè serviva a ritrovare qualche informazione che molto probabilmente avrebbe fruttato un sacco di soldi a qualche multinazionale e lei non aveva la minima idea a cosa J si stava riferendo. Davvero snervante.
"Lo so, infatti c'è stato un errore. Un equivoco." J stava cercando di rimanere calmo, ma se quella ragazza continava ad avere quel comportamento...
"Un errore? Quale errore?"
"Abbiamo preso la figlia sbagliata." Detto questo, J scese dall'auto, chiaro gesto che non avrebbe detto un'altra parola sull'argomento indipendentemente da quante domande Alice avrebbe fatto.

Salirono fino all'appartamento della ragazza in quasi completo silenzio. I mormorii della ragazza a malapena udibile sotto il rumore dell'ascensore. Dentro l'appartamento c'era davvero il capo di J che si premurò di porgerle le scuse per l'incoveniente a nome di tutto il dipartimento segreto del governo dal nome complicato e di spiegarle la situazione. Alice ascoltò senza fare domande. Ascoltò delle ricerche di suo padre e di come fossero state affidate a una sua presunta sorella maggiore che era andata ad abitare da una zia prima che lei nascesse. Avvenimenti di cui lei non sapeva niente, cresciuta all'oscuro di tutto. Per proteggerla, a quanto pare.
Finito il racconto se ne andarono entrambi, J non salutò prima di uscire dalla casa. Non era intervenuto durante il racconto del suo superiore. Probabilmente non vedeva l'ora di andarsene.
Sola nel suo appartamento, Alice non sapeva davvero cosa avrebbe dovuto fare. Davvero si aspettavano che sarebbe tornata alla sua normale routine dopo aver dovuto affreontare questa avventura, così come l'ha chiamata J? Non le restava altro che provarci, almeno. In fondo, non aveva altra scelta.

Il campanello suonò. Le sembrò molto strano, non aspettava nessuno e a breve sarebbe dovuta uscire per andare al lavoro e normalmente non riceveva molte visite. Era indecisa se andare a rispondere o meno, non aveva molta voglia di interagire con altre persone in questo ultimo periodo.
"Alice, apri. Lo so che sei in casa." Con un tono leggermente infastidito, J la stava esortando ad aprire la porta. Tra tutte le persone, propria quella che l'aveva messa in quel casino.
"Che cosa ci fai qui?" Alice era arrabbiata, se con J o con se stessa non riusciva chiaramente a capirlo neanche lei, ma era decisa a far passare al ragazzo un brutto quarto d'ora.
"Sono passato a vedere come te la stai passando." Sorridente, come se tutto questo non fosse una situazione più che anormale. Alice incrociò le braccia e alzò un sopracciglio in chiaro segno di incredulità. J sembrò capire l'umore della ragazza e portò il suo atteggiamento da scherzoso a serio e professionale in un battito di ciglia. Incredibile come possa cambiare in così poco tempo, deformazione professionale probabilmente, pensò Alice.
"Sono venuto per proporti un contratto per lavorare da noi" L'incredulità della ragazza stava aumentando gradualmente di livello, ogni cosa le sembrava sempre più assurda e senza senso. Lavorare per quel dipartimento segreto, lei? Seriamente?
"Non scherzare, J. Non sono in vena. Dimmi cosa vuoi e vattene."
"Sono serio. Questo è il contratto." Le porse dei fogli e Alice potè leggere la conferma alle parole del ragazzo. Era davvero un contratto di lavoro. "Ci serve un'archivista. Quella precedente è andata in maternità e sai come funziona, con una famiglia sulle spalle è difficile continuare a lavorare con noi."
"Sì, ma perchè me?"
"Sinceramente perchè è molto difficile trovare persone adatte a lavorare con noi. E tu non hai famiglia, vivi da sola e sei stata dentro fino al collo nei nostri affari. Dato che non ti possiamo cancellare la memoria, ci è sembrato una mossa intelligente farti passare dalla nostra parte."
Alice osservò il documento che aveva ancora in mano. Quel noi, ripetuto tre volte, ricco di sottintesi non le piaceva molto ma l'offerta era molto allettante: buona paga e l'occasione di cambiare un po' l'andamento della sua vita. Guardò dritto in faccia J, che non aspettava altro che una sua risposta. Sospirò, sapevano entrambi molto bene quale fosse inequivocabilmente la scelta migliore.
"Non vedo molte alternative." J le sorrise, cosa che non aveva fatto da quando erano insieme nella stazione della metropolitana.


Bonus:

"Ti rendi conto che non ho ancora idea di quale sia il tuo nome?
"Credimi, è meglio così."
"Non hai intenzione di dirmelo neanche ora che siamo colleghi?"
"Non siamo colleghi. Il tuo ufficio è molto lontano dal mio. Non ci vedremo praticamente mai."
"Sei incredibilmente noioso. Lo sai?"
"E tu lo sai che sei incredibilmente fastidiosa?"
"Cos-? Non è vero!"
"Oh, e invece sì!"
Probabilmente prima o poi Alice sarebbe venuta a sapere da sola quale fosse il suo nome e non avrebbe più finito di prenderlo in giro. Ne era certo.


Un ringraziemento speciale a un certo Tonno. La storia l'ho finita solo perchè ti avevo promesso di fartela leggere. Spero ti sia piaciuta. :D

   
 
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