Storie originali > Drammatico
Segui la storia  |       
Autore: Relie Diadamat    01/08/2017    0 recensioni
Alda si sarebbe chiesta, da quel pomeriggio in poi, se le cose sarebbero andate diversamente se avesse piovuto.
Quel dubbio si sarebbe insinuato nella sua mente ad ogni alba e a ogni tramonto; avrebbe bussato alla sua porta ogni notte, ogni mattina, che si fosse trovata per strada o tra le mura di casa.
L’avrebbe divorata viva fino al suo ultimo respiro.
Se avesse piovuto Zoe si sarebbe rinchiusa in camera.
Se avesse piovuto Zoe sarebbe rimasta in pigiama.
Se avesse piovuto Zoe non sarebbe mai corsa fuori casa. Non sarebbe mai fuggita.
Se avesse piovuto, Zoe non avrebbe mai preso quel bus.
Quella domanda sarebbe diventata il suo incubo peggiore, seguito da un pensiero ancora peggiore: sua figlia era già morta prima ancora che perdesse la vita.
[Partecipante al contest “End of the Line” indetto da Found Serendipity]
Genere: Angst, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: What if? | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Nickname EFP/FFZ: Relie Diadamat (efp) – Rita221b (forum)
Titolo storia:  Punto di fuga
Rating:  Arancione
Genere: Angst, Introspettivo, Soprannaturale
Fandom:  Originale, Drammatico
Prompt/Situazione scelti:  Prompt (Fuga – Pioggia), Situazione4 (X è appena morto e non sa cosa gli succederà)
Partecipante al contest “End of the Line” indetto da Found Serendipity 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Punto di Fuga
 
Se la storia vi sembrerà confusa e senza senso,
andrà bene lo stesso.
Se la storia vi lascerà qualcosa,
sarò la ragazza più felice del mondo.
 
 
 
I.La linea nera
 
Alla gente piacciono le giornate di sole, a me fanno paura.
Le peggiori cose si fanno a cielo sereno.
Quando fa brutto uno preferisce rimandare una cattiva azione.
Col sole tutto può succedere.
Erri De Luca
 
C’era un gioco, quando era piccola, che la divertiva molto: scendeva a piedi nudi nel cortile del palazzo e a braccia aperte, come le ali di un aeroplano, percorreva in equilibrio un tragitto invisibile. L’unica regola era evitare la lunga coda di formiche che intralciavano la strada. Così piccole e nere, accodate una dopo l’altra, parevano formare una linea di confine.
Già all’età di sette anni, Zoe sapeva bene che la linea nera non andava mai toccata. Non si sosta sulle delimitazioni, gli ostacoli non vanno calpestati ma superati. Tutto molto semplice: se si entrava in contatto con la linea nera non c’era via di scampo. Il gioco terminava.
Zoe era molto brava, non sbagliava quasi mai… ma con l’andare avanti del tempo il gioco si faceva sempre più complicato; sparite le mattonelle, sparite le code di formiche, diventava sempre più difficile camminare in equilibrio sul tragitto invisibile evitando la linea nera.
Zoe aveva diciassette anni quando la calpestò per l’ultima volta.
 
**
Aprì gli occhi senza alcuna voglia di farlo sul serio, infastidita dal rumore costante del citofono. Non voleva alzarsi dal letto e mettersi in verticale, così come era seccata dall’idea di dover rispondere a chiunque fosse a quell’ora del pomeriggio. Zoe non voleva vedere nessuno, né parlare, né fare finta che le importasse. Desiderava solamente continuare a restare nel suo comodo pigiama, stesa tra le lenzuola, fissando la tv spenta.
Quale fuga migliore al mondo se non restare immobile?
Zoe ignorò chiunque stesse premendo quel maledetto bottone giù al palazzo, calando le palpebre, tentando di ritornare nel più conveniente mondo dei sogni. Poi udì qualcosa.
Zoe spalancò gli occhi, sussultando come un coniglio riscosso da un rumore sospetto.
Non era sola in casa, sua madre era lì. Sua madre che non aveva alcun motivo di fuggire, sua madre che non avrebbe ignorato nessun viso conosciuto, sua madre che non l’aveva mai capita.
Zoe scattò in piedi nell’arco di pochi secondi, percorrendo a piedi scalzi la distanza dalla sua camera al citofono, anticipando Alda con un: «Vado io!»
Una volta arrivata a destinazione, però, Zoe si limitò a fissare l’apparecchio senza muovere un muscolo, le luci della telecamera che si adagiavano sul suo viso sciupato. Zoe sembrava molto più grande dei suoi diciassette anni, molto più spenta rispetto alle ragazze della sua età.
«Zoe, allora?!»
Sua madre non l’avrebbe mai capita.
«È Maya» la mise al corrente, le braccia lungo i fianchi.
La ragazza aspettava impaziente che qualcuno le rispondesse, passandosi le dita snelle tra i lisci capelli di grano. Zoe notò che indossava la sua camicetta preferita, quella color corallo. Peccato che le immagini della telecamera fossero di una tonalità pallidissima di cobalto e guscio d’uovo.
«Zoe!» la richiamò sua madre, tanto ansiosa che rispondesse a quel maledetto citofono.
«Ho detto che ci penso io!» ringhiò come un cane messo al muro e minacciato con un bastone. Bastò quell’espressione accigliata a far boccheggiare Alda che, nell’esasperazione di avere una figlia tanto complicata, girò sui tacchi e tornò in cucina.
Zoe continuò a fissare la telecamera, impalata, finché guardandosi intorno Maya decise di allontanarsi. Arretrò di due passi, il freddo del pavimento contro la pelle nuda dei piedi.
Silenzio.
Le venne quasi da sospirare, ma non lo fece.
Com’era arrivata a quel punto non saprebbe dirselo. Zoe era stanca, vuota.
Non aveva alcuna intenzione di sentir parlare Maya del compito imminente di latino, di sorbirsi una paternale sulle ultime assenze o il discorsetto del giorno sul suo pessimismo immotivato.
Immotivato.
Una vocina, dentro di sé, sbuffò una risata.
Zoe non aveva voglia di parlarle perché, in realtà, era Maya a non volerla ascoltare. Che senso avrebbe avuto spiegarle come si sentiva?
Zoe non era malata, non aveva ancora amato nessuno alla follia e aveva un tetto sulla testa. E questo per Maya  - per chiunque – era sufficiente.
Per questo motivo, quando la compagna di classe aveva incrociato le braccia al petto, guardando con rimprovero i tagli rossi sugli avambracci, chiedendole perché lo avesse fatto, Zoe aveva alzato le spalle, rispondendo: «Non lo so».
Raggiunse la sua stanza senza fretta, richiudendosi la porta alle spalle. Nascose il cellulare in un cassetto prima che cominciasse a squillare.  Lo ignorò, lo ignorò con tutto il cuore.
Ciò che realmente desiderava era solo chiudere gli occhi.
 
**
Alda si sarebbe chiesta, da quel pomeriggio in poi, se le cose sarebbero andate diversamente se avesse piovuto.
Quel dubbio si sarebbe insinuato nella sua mente ad ogni alba e a ogni tramonto; avrebbe bussato alla sua porta ogni notte, ogni mattina, che si fosse trovata per strada o tra le mura di casa.
L’avrebbe divorata viva fino al suo ultimo respiro.
Se avesse piovuto Zoe si sarebbe rinchiusa in camera.
Se avesse piovuto Zoe sarebbe rimasta in pigiama.
Se avesse piovuto Zoe non sarebbe mai corsa fuori casa. Non sarebbe mai fuggita.
Se avesse piovuto, Zoe non avrebbe mai preso quel bus.
Quella domanda sarebbe diventata il suo incubo peggiore, seguito da un pensiero ancora peggiore: sua figlia era già morta prima ancora che perdesse la vita.
E in parte, una larga parte, era anche colpa sua.
Se Alda avesse avuto tra le mani una sfera di cristallo, se avesse avuto il dono della chiaroveggenza, non avrebbe mai pronunciato quelle parole, non l’avrebbe lasciata andare via.
L’avrebbe abbracciata forte, le avrebbe ripetuto più volte quanto l’amava, scostandole i capelli dal viso. Sì, è questo che avrebbe fatto… ma le cose erano andate diversamente.
 
**
Non sentiva più niente, era solo stanca.
Zoe lo aveva capito quando, col cappuccio calato sul viso, i raggi insistenti del sole non le avevano procurato alcun fastidio. Zoe non pativa il caldo, non camminava per strada con le braccia scoperte.
Non le importava che le sopracciglia scure fossero da ritoccare, né che si fosse dimenticata le cuffie sul comò del soggiorno.
Non sentiva più niente e Zoe lo capì quando l’eco affilata delle parole di sua madre le rimbombò nella testa.
“Mia figlia ha perso la testa”,  le aveva sentito dire al telefono.
Le lacrime le avevano rigato le guance scarne senza che se ne accorgesse, appiccicandosi alla pelle.
Era come se il resto del mondo si fosse eclissato, come se la Terra avesse smesso di girare. Zoe non aveva prestato la minima attenzione ai passanti che le camminavano accanto, né alla persona che distrattamente aveva urtato con una spalla. Zoe non aveva notato neanche la faccia familiare che le era passata vicino riconoscendola. Era semplicemente salita sul primo autobus e aveva preso posto accanto al finestrino. Sola.
Guardò il mondo scorrere dinanzi ai suoi occhi, come una galleria in movimento.
Maya una volta le aveva spiegato che il punto in cui convergono tutte le linee, in un disegno in prospettiva, veniva chiamato “punto di fuga”. Zoe ne aveva sorriso affascinata.
Per una qualche ragione, non riusciva a togliersi quell’espressione tecnica dalla testa.
Maya credeva con certezza che un disegno non fosse altro che un modo diverso per parlare di sé, di mostrare agli altri il proprio mondo.
Zoe non avrebbe mai saputo disegnare bene come la sua amica, ma di una cosa – adesso come allora – ne era sicura: esisteva un solo punto di fuga nel quadro in prospettiva della propria esistenza.
Voglio morire.
Si abbandonò col capo contro il vetro del finestrino, abbassando le palpebre.
 
**
Cominciava ad essere preoccupata.
Erano passate più di due ore da quando Zoe era corsa via da casa e, se all’inizio Alda si era convinta che fosse un modo per sbollire la rabbia, una crisi passeggera, adesso sentiva uno strano prurito alle dita, una brutta sensazione che le si era attaccata alla pelle.
Il cellulare di Zoe squillava a vuoto – mai una volta che rispondesse! – e si avvicinava l’ora di cena. Zoe non aveva soldi con sé e dopo aver chiamato Maya – la persona più vicina ad un’amica che sua figlia avesse – aveva appurato che non era neanche con lei.
Dove si era cacciata, allora?
In preda ad una disperazione crescente, compose l’unico numero che l’era balzato alla mente. Anche se non spesso, Zoe era solita fare un salto dalla zia Letizia; non abitava in città, ma bastavano due fermate col treno per arrivare a casa sua.
Ma non era neanche lì.
«Qualcosa non va, Alda?» le chiese la cognata, intuendo la sua apprensione.
Alda allora, col cuore in gola, decise di raccontarle tutto. Le raccontò dei pasti saltati, dei giorni trascorsi rinchiusa in camera, della perenne linea retta sulle labbra della figlia. «Sono in pena, Letizia. Ho paura che le sia successo qualcosa».
«Stai tranquilla, vedrai che tornerà a casa presto. È un’adolescente, chissà cosa le passa per la testa. Dammi retta, fatti una bella camomilla e sdraiati per cinque minuti sul divano».
Alda non ne era per niente convinta, ma le parole di Letizia erano confortanti.
Sapeva di aver sbagliato, sapeva che sua figlia era fuggita di casa per colpa sua, ma Letizia aveva addolcito la pillola amara. Aveva zittito quella parte di se stessa che continuava a puntarsi il dito contro e a rimproverarsi per ogni singola azione della figlia.
Alda era solo una donna di quarantanove anni e come tutti gli esseri umani commetteva degli errori. La perfezione non esiste e lei non sarebbe mai potuta essere una madre perfetta.
Confortata da tale convinzione, decise di seguire il consiglio della cognata. Si preparò una tazza di camomilla bollente, accomodandosi sul divano.
Restò ad osservare il vuoto per molto tempo, pensando a cosa avrebbe dovuto dire a Zoe una volta tornata a casa.
Sì Zoe, ma quando torni?
Allungò una mano per prendere il cellulare che aveva abbandonato tra i cuscini. Ricompose il numero di Zoe, ma la figlia non rispose.
Un mal di testa nauseante venne a farle compagnia  e Alda cercò di attenuarlo con massaggi circolari alle tempie.
La camomilla era ancora intatta – e ormai fredda -  quando Roberto, suo marito, tornò a casa. Alda sussultò appena nel sentire le chiavi girare nella toppa e la porta richiudersi qualche secondo dopo.
Magari è tornata, pensò. No, Zoe dimentica sempre le chiavi.
La figura alta e robusta di Roberto sembrò corroborare i suoi pensieri e, a malincuore, Alda ingoiò un boccone amaro.
«Le strade erano intasate», cominciò a dire il marito, come se qualcuno glielo avesse chiesto. «C’è stato un incidente».
Solo in quel momento, gettando uno sguardo all’orologio appeso al muro, Alda si accorse che Roberto era rincasato mezz’ora più tardi del solito. «Che tipo di incidente?»
«A quanto pare un’ambulanza ha preso in pieno un autobus. C’è stata una strage.» Roberto scomparve in cucina, versandosi dell’acqua fresca in un bicchiere, finendola in pochi sorsi. «Zoe è in camera?»
Alda schiuse la bocca in cerca delle parole più adatte, come se esse si trovassero in aria e lei avrebbe potuto inalarle dalle narici. Si sentì improvvisamente stanca, ma non sarebbe mai riuscita a chiudere occhio. Non quella sera. «È uscita».
«Miracolo!» esclamò, le braccia allargate e protese verso l’alto, sul volto l’accenno di un sorriso sincero. Grato.
Roberto amava Zoe più di chiunque altro al mondo, più di qualsiasi cosa – possibilmente, anche più di se stesso. Vederla sempre giù di morale, con quell’aria spenta, gli spezzava il cuore.
Roberto e Zoe avevano un modo tutto loro di comunicare – cosa che aveva sempre suscitato l’invidia di Alda per il marito -, eppure nemmeno lui sembrava saper scalfire quei muri insormontabili che Zoe aveva eretto attorno a sé da più di tre mesi.
Saperla fuori casa e non rinchiusa in quattro mura, era una vittoria per Roberto. Era positivo. Ma suo marito non era presente quando Zoe l’aveva trafitta con lo sguardo, amareggiata e delusa, sbattendo la porta d’ingresso.
«Roberto, devo dirti una cosa…» La voce di Alda fuoriuscì dalle labbra piene come un soffio. Non c’era niente di positivo nella fuga di Zoe, nel suo silenzio prolungato e in quell’attesa snervante.
E se non fosse più tornata?
Alda provava di tutto, in quel momento: rabbia, autocommiserazione, ansia… ma fu il terrore a contorcerle lo stomaco quando il cellulare di Roberto cominciò a squillare.
«Pronto? Sì, sono io».
Seguirono lunghi e interminabili secondi di silenzio. I più lunghi della sua vita. Alda non avrebbe mai dimenticato il velo di panico che si posò sugli occhi verdi di suo marito, la mascella rigida e i muscoli tesi. Sembrava che l’inverno si fosse adagiato sul suo corpo.
«Arrivo subito».
Alda capì tutto ancor prima che suo marito si volgesse a guardarla.
Le strade erano intasate. C’è stato un incidente.
A quanto pare un’ambulanza ha preso in pieno un autobus. C’è stata una strage.
Mia figlia era su quel bus.





Angolo di Relie: 
Bene, anche queste note saranno molto frettolose e da rifare. Spero solo che questo primo capitolo vi sia piaciuto e che, davvero, possa avervi trasmesso qualcosa. E niente, grazie anche solo per aver letto. 
Alla prossima!

 
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Drammatico / Vai alla pagina dell'autore: Relie Diadamat