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Autore: RebeccaZ    03/08/2017    0 recensioni
Otto anni fa Kaleth è stato marchiato da un uomo sconosciuto che, prima di morire, gli ha consegnato un enorme potere accompagnato soltanto da poche righe su come utilizzarlo e contro chi scagliarlo. Costretto ad abbandonare ogni cosa, compresa la sua identità, Kaleth inizia, assieme al suo labrador Douglas come unico compagno, una vita itinerante a caccia di demoni e licantropi finché il professor Shepherd non lo coinvolge nella sua ricerca spasmodica di una verità di cui il ragazzo ne è la chiave essenziale. Strane presenze infatti si aggirano per la città di Forest Hills, riportando a galla vecchie ferite e nemici antichi, gettando Kaleth all'interno di un vortice impossibile da fermare se non, forse, con l'aiuto di nuove alleanze e fedeli amicizie.
Genere: Dark, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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IV.

 

 

Superato il momento di riflessione iniziale, Kaleth decise di cercare Sammy per costringerla a farsi dire ogni parola che aveva sentito, con le buone o con le cattive. Sapeva bene che la ragazza aveva operato una scelta ben oculata dei contenuti che intendeva rivelargli, ma lui, oramai avvezzo alla gente che mentiva a ogni costo, aveva immediatamente sentito odore di bugia lungo un chilometro. La ragione gli rimaneva sconosciuta e d'altra parte non gli importava poi tanto: quello che importava era ciò che aveva da dire, per quanto raccapricciante o pericoloso.

Per i giorni seguenti, dunque, si aggirò attorno alla casa del professore, nella speranza d'incontrarla o tenderle un'imboscata, senza tuttavia avvistare una sola traccia di Sammy. Evidentemente, aveva deciso di evitare quella casa forse proprio per evitare anche lui. Passò quindi a setacciare ogni liceo della metropoli per quanto, viste le enormi dimensioni della città, fosse un'impresa titanica con scarse possibilità di successo. Fu proprio quando la pazienza stava cominciando a svanire e i nervi a cedere che la vide: si stava calando giù da una grondaia scricchiolante che scendeva dal terzo piano dell'edificio per arrivare dritta sulla morbida erba dove atterrò con facilità, malgrado ogni aspettativa di Kaleth. Per un attimo si trovò a sorridere: c'erano una ventina di metri di caduta libera dal punto in cui aveva preso a scendere aggrappata a quel tubo dall'aria poco affidabile ma lei aveva proseguito sistematicamente e senza battere ciglio. Non aveva un bel carattere ma certo non si poteva dire che la ragazza non avesse fegato.

Aspettò che scivolasse via dall'edificio, sparendo tra la folla, per poi cominciare a pedinarla in attesa di trovare il luogo adatto per poterla rapire senza che nessuno lo fermasse. Non che quella fosse la sua prima soluzione, dal momento che rapire la gente non solo non era nel suo stile ma anche difficile e rischioso, tuttavia visti i precedenti e sopratutto vista l'indole della ragazza, trovò questo metodo molto più sicuro per non farla scappare e costringerla a parlare. D'altra parte se si fosse accorta che la pedinava o che aveva intenzione di farle un terzo grado degno di un poliziotto della FBI, se la sarebbe data a gambe e avrebbe trovato il modo per non farsi più trovare. No, c'era una sola cartuccia da sparare e lui doveva a tutti i costi mettere il gatto nel sacco.

Quello doveva essere il suo giorno buono, perché Sammy decise di tagliare per il parco in un momento della giornata in cui non vi circolava molta gente, eccetto qualche fan dello jogging o qualche cane con proprietario al seguito. I cespugli e gli alberi, poi, gli offrivano gli strumenti perfetti per mettere a segno il suo piano.

Scivolò dietro un muro di siepe e continuò a strisciarle dietro, finché la ragazza non si fermò proprio a qualche metro di distanza davanti a lui per dar da mangiare molliche di pane a un gruppo di corvi che si radunarono in poco tempo tutt'intorno a lei. Era il momento perfetto: con uno scatto felino uscì dalla siepe per assalire la ragazza e trascinarsela nel suo rifugio qualche metro indietro senza che lei avesse il tempo di dire una sola parola ma per qualche ragione fu lui che si ritrovò inspiegabilmente di schiena sull'erba, confuso e dolorante, un rivolo bagnato che gli scendeva giù fino al mento.

Si tastò le labbra con la lingua, riconoscendo il sapore ferroso e denso del sangue, del suo sangue, che scendeva copioso dalle narici di un naso che pulsava fino a farlo lacrimare.

« Ba sei imbazzida? » urlò furioso, cercando di tamponare la fuoriuscita di sangue.

« Io? Eri tu quello che mi stava assalendo, idiota! Non potevi chiamarmi come tutte le persone normali? » rispose lei, ancora i pugni alzati. « Ci sono già tanti maniaci in giro senza che ti ci metti pure tu. »

« Ba guale baniaco! Bi hai roddo il naso, stronza! Dio, quanto di odio!» prese a sbraitare Kaleth lacrimando copiosamente di dolore.

Sammy abbassò allora i pugni e si avvicinò decisa verso il ragazzo per costringerlo a farle vedere la ferita che gli aveva appena procurato.

« Te l'avevo detto che avevo atterrato scimmioni più grossi di te e non mi hai voluto credere. Non è rotto, comunque, si è soltanto contuso. » asserì infine con aria esperta. « Sarebbe meglio mettere del ghiaccio però, o ti prosciugherai le vene, femminuccia. » gli ridacchiò in faccia, per trascinarlo fuori dal parco.

Fortunatamente, trovarono delle panchine vicino a un chiosco, dove generosamente donarono loro del ghiaccio che Sammy prese subito a premere con forza sul setto nasale di Kaleth, il quale gemeva come se lo stessero squarciando vivo.

« Quante storie per un pugno. » borbottava la ragazza, premendo ancora più forte. « E poi te la sei cercata tu. »

« Ti odio, giuro che ti odio. » ringhiava Kaleth tra i denti, riprendendo un po' la normale facoltà della parola.

« Sì, l'hai già detto e non saresti l'unico, comunque. Sono abituata alle minacce. » si morse infine le labbra Sammy. « Perché mi seguivi? »

« Sono giorni che ti cerco! » sibilò il ragazzo, dolorante. « Voglio che tu mi dica tutta la verità. »

« Di che cosa stai parlando? » domandò allora quella, sinceramente perplessa.

« Di quello che hai sentito l'altro giorno. »

A quelle parole Sammy si morse le labbra tanto forte che parve quasi strapparsele via mentre il colorito del suo viso svaniva di nuovo per lasciare il posto a un pallore più che spettrale.

« Senti, non ho voglia d'essere presa in giro... »

« Prendere in giro? E secondo te io ti cercherei per giorni e giorni, beccandomi anche un pugno nel naso solo per prenderti in giro? Ho altro a cui pensare che queste sciocchezze. Avanti, parla. »

« Perché credi alle mie parole? » chiese allora quella, con la voce rotta.

« Cosa vorresti dire? Che mi hai mentito? » ringhiò Kaleth sull'orlo di un eccesso di nervi.

« No! Io non ho affatto mentito! È solo che... oh, lascia perdere! » sbuffò Sammy, massaggiandosi le tempie. « Allora vuoi proprio saperlo? »

« Sono ore che te lo dico. » le rispose secco.

« Bene. » asserì la ragazza, per poi prendere un ampio respiro. «Uno dei due, il più piccolo, asseriva di volerti fare fuori in modo orribile, a suo dire, perché avevi cercato di pugnalarlo. »

« Ma che si aspettava, che gli facessi le carezze? » domandò Kaleth, gli occhi al cielo.

« L'altro invece » proseguì Sammy « Cercava di fermarlo, dicendo che il loro Signore non sarebbe stato affatto felice di sapere che avevano fatto a pezzi una Sentinella dei Portali piuttosto che consegnargliela vivo. »

« Tutto qua? » chiese Kaleth sovrappensiero.

« Non c'è altro. » rispose Sammy, seria, per poi martoriarsi le mani livide. « Che cosa sta succedendo? Cos'è una Sentinella dei Portali? » chiese allora preoccupata. « Tu devi saperlo. »

« E invece non so un bel niente. » soffiò Kaleth, nervoso e confuso. « Io non so mai un bel niente eppure mi trovo sempre nei guai fino al collo. » rispose infine massaggiandosi il naso. « A proposito di collo, fammi dare un'occhiata al tuo. »

« Perché? » chiese Sammy titubante, proteggendosi il collo con entrambe le mani.

« Sta tranquilla, non sono un vampiro, voglio solo vedere una cosa. » sbuffò d'impazienza il ragazzo.

Sammy, tuttavia, non sembrava affatto persuasa dalle sue parole, anzi, a Kaleth parve quasi che stringesse nuovamente i pugni per assestargli un altro destro ben calibrato, facendolo tremare, così prese a srotolarsi la sciarpa che teneva ben stretta e alzando i capelli sulla nuca, mostrò alla ragazza uno strano segno nero, spesso come un tatuaggio, un ghirigoro semplice ma elaborato, fatto di pochi segni decisi.

« Lo vedi questo? » le chiese indicandole il marchio. « Me l'ha fatto un uomo quando avevo solo tredici anni. È da allora che quest'inferno ha avuto inizio. A causa di questo marchio le creature mi vengono a cercare per fare fuori, non soltanto me, ma chiunque mi nasconda o io tenga vicino. È il marchio della mia condizione, con tutti i poteri e gli orrori che ne comporta. » sospirò infine rimettendosi la sciarpa. « Tu ne hai uno uguale? »

Sammy lo osservava ora tristemente e con occhi pieni di pietà, provocando in Kaleth una rabbia senza pari: odiava essere compatito, sebbene fossero state rare le volte che qualcuno gli aveva mostrato benevolenza o pietà.

« No. » rispose infine la ragazza « Non ho nessun marchio sul collo, puoi anche vedere. » disse, togliendosi anche lei la sciarpa e alzando la sua fluente chioma scura sulla nuca, mostrando una pelle chiara e senza imperfezioni, ma sopratutto senza neanche un minimo segno d'alcuna marchiatura.

« Sei fortunata. » bofonchiò Kaleth, togliendosi il ghiaccio dal naso che oramai aveva smesso di sanguinare, sebbene una macchia violacea si stesse spandendo per tutto il setto nasale.

Sammy si morse il labbro.

« La fortuna è un concetto relativo. » rispose infine amaramente. « Quindi tu non sai cosa voleva dire quel “demone”, giusto? »

« Non ne ho la ben che minima idea e forse è meglio lasciar perdere. Se è fonte di guai, stai pure tranquilla che mi basterà aspettare e si presenteranno alla mia porta tutti infiocchettati e felici d'avermi scovato, come sempre. »

« Non fare l'idiota. » lo zittì Sammy. « Lo so che stai morendo dalla voglia di vederci chiaro. »

Il ragazzo scrollò le spalle con poca convinzione.

La verità era che c'erano così tanti quesiti irrisolti in merito a quel discorso che se qualcuno gli avesse chiesto di rivelargli tutti i suoi dubbi, non avrebbe saputo da dove cominciare. Non che non avesse cercato in ogni dove qualche notizia in merito alla sua condizione: semplicemente non trovò mai nulla di scritto, eccetto quelle poche note lasciategli in eredità dall'uomo che l'aveva marchiato, assieme al pugnale e a poche altre carte misere di contenuto se non per lo stretto indispensabile per cavarsela nei momenti peggiori. Tutto il resto gliel'aveva insegnato l'esperienza, fatta in gran parte di errori e passi falsi che comunque l'avevano tenuto in vita per ben sette anni e tanto bastava.

In fin dei conti, da quando aveva ricevuto il marchio, il suo unico interesse era arrivare a fine giornata tutto intero, lui assieme alle persone che per un qualche errore del destino avevano avuto la sfortuna di incrociare il suo cammino. D'altra parte, non c'era modo di sfuggire a quella condizione, che lui lo volesse o meno, per quanto comunque avesse tentato in ogni modo di condurre una vita normale.

Tuttavia, ogni qual volta tentava una strada diversa e più ordinaria, i suoi peggiori incubi si avveravano e creature d'ogni genere venivano a strapparlo dalla quiete per gettarlo in un vortice fatto d'inferno e sangue, delle ossa rotte e delle membra squarciate di tutte le persone che ora gli gravavano sul petto, finché non raggiunse il fondo.

Non seppe per quanto tempo galleggiò nel baratro per poi lentamente risalire su verso una luce oscurata tuttavia da nuvole sempre più grigie e minacciose. Da allora, decise di smettere di farsi domande per votarsi interamente alla vendetta.

« Mi stai ascoltando? »

Kaleth sembrò risvegliarsi da un momento di trans, ritornando alla realtà.

« No, non ho sentito una parola. » rispose francamente.

« Ho detto che dovremmo andare dal professor Shepherd. Lui è un capoccione e sopratutto ha un sacco di libri su cose strane. Forse lui può aiutarci. »

« No. Tu sei già abbastanza coinvolta, non voglio allungare la lista di persone da salvare. »

« Ma non capisci? Potresti salvare molte più persone di quanto pensi se tu riuscissi a capire che cosa sei e in che razza di situazione ti stai trovando a vivere. »

Kaleth non era affatto convinto delle parole della ragazza. Rimuginò parecchi minuti mentre quella continuava a elencargli il numero di ragioni per cui andare dal professore era la cosa giusta.

Di nuovo quell'uomo. Aveva fatto così tanto per sfuggirgli e ora andava a bussare dritto alla sua porta di casa, volontariamente, per chiedere aiuto. Per farsi salvare una seconda volta.

Accidenti! Sembrava quasi che il destino facesse di tutto per farli incontrare, sebbene Kaleth al destino non credesse proprio. Certo, alcuni episodi della sua vita hanno rischiato di far vacillare questa sua convinzione ma in tutti quegli anni si era rifiutato di assoggettare la propria persona al volere di una qualunque entità sopranaturale che decidesse della sua stessa vita. D'altra parte, era lui che infilzava le creature che cercavano di ucciderlo, decretando egli stesso il proprio destino e quello del suo avversario.

« Va bene, d'accordo. Basta che smetti di parlare potrei fare qualunque cosa. »

« Bene. » sorrise sarcastica Sammy « Allora ci vediamo davanti la sua casa tra due ore. Ricordi ancora dove si trova? »

« Si. » mugugnò Kaleth « Perché tra due ore? Non possiamo andare ora? »

« No. » rispose evasiva la ragazza « Io non posso. Ci vediamo lì tra due ore. Sii puntuale. »

Detto questo si alzò velocemente e filò via camminando a passo veloce in una direzione ben precisa.

Due ore. Che cosa poteva fare in due ore? In certi casi centoventi minuti riuscivano a fare la differenza tra la vita e la morte, preziosi fino all'ultimo secondo, e adesso invece Kaleth non sapeva come impiegarli. Il tempo, d'altra parte, non era dei migliori e minacciava pioggia con le sue nuvolacce nere e furenti.

Douglas era rimasto fedelmente a casa, nascosto sotto il letto per paura dei tuoni che lo terrorizzavano esattamente come quando era un cucciolo e stava giusto in un palmo di mano, per cui tutto quello che gli restava era davvero girarsi i pollici.

Incapace di sprecare anche un solo minuto del suo tempo, Kaleth optò per una vigilanza stretta e continua di Sammy che in ogni caso andava protetta.

Non che la ragazza gli andasse a genio, tutt'altro, ma possedeva un dono di cui non aveva molta cognizione e che non avrebbe tardato a far sviluppare, mettendola seriamente nei guai. Lo faceva solo per solidarietà tra ibridi inconsapevoli, tutto qui.

Si alzò e puntò subito nella direzione dove la ragazza era sparita alla sua vista. Non ci volle molto a trovarla, dato il passo veloce del ragazzo, ma per sicurezza questa volta rimase parecchi metri indietro, in modo da proteggere il proprio setto nasale da altri attacchi improvvisi. Quella ragazza aveva un destro preciso e micidiale, non c'era che dire, da far invidia a un tipo che incontrò anni fa in una specie di locale per ubriaconi. Si chiamava Frankie Pugno d'Acciaio. Kaleth rise al ricordo di quell'omone che sfidava chiunque fosse in quella sala a batterlo, alzando la posta in denaro a ogni avversario atterrato. A differenza di quanto successe con Sammy, tuttavia, lui accolse le provocazioni dell'omone, atterrandolo dopo parecchi colpi e non senza difficoltà. Quel giorno mise in saccoccia un bel po' di soldi data la lunga sfilza di corpi privi di sensi lasciati sullo stesso pavimento con cui ora faceva conoscenza anche Frankie. A quanto ricordava, quel tipo gli diede la caccia nei giorni seguenti ma lui era già appostato su qualche carretta che lo portava via verso la prossima città.

Sammy si fermò davanti un palazzo dai muri bianchi non tanto diverso da quelli che lo circondavano, ordinario e senza alcunché di particolare. Suonò il campanello e quando le aprirono, entrò svanendo dietro l'uscio.

Per i minuti seguenti, Kaleth fece avanti e indietro per il portone, chiedendosi cosa mai fosse andata a fare là dentro per dover posticipare il fastidiosissimo incontro con il professore. Fu quando si decise a leggere i campanelli che scoprì che quello era uno studio psichiatrico.

 

***

 

Kaleth dovette farsela di corsa per arrivare qualche minuto prima di Sammy davanti casa del professore, fingendo anche di aver atteso più del dovuto, dal momento che la ragazza era in ritardo di un'ora rispetto all'orario convenuto.

« Si, mi hanno trattenuta. » cercò di scusarsi « Ma adesso sono qua, no? Dai, sbrighiamoci che è quasi ora di cena. »

I due filarono dritti al campanello dove Sammy suonò tre colpi veloci in modo quasi meccanico e qualche minuto dopo il faccino preoccupato e occhialuto del professore fece capolino da dietro la porta.

« Sammy! Dove sei stata? Hai saltato le tue lezioni per tutta la settimana. » chiese immediatamente, preoccupatissimo.

« Mi perdoni, è stato un periodo di merda. Possiamo entrare? » chiese infine, facendo cenno dentro la casa.

Il professore spalancò l'intero uscio nel vedere con lei anche Kaleth che da parte sua cercava di rendersi invisibile. Provava sempre una certa soggezione per quella benevolenza gratuita che gli mostrava pur non conoscendolo ma sopratutto per essere scappato via senza neanche un grazie dopo che quell'uomo gli aveva salvato la vita. Anche se l'aveva fatto per proteggere sia lui che la figlioletta, non si aspettava che lui capisse, come d'altra parte tante altre persone avevano fatto prima di lui.

Tuttavia, si sorprese nel notare che non vi era alcuna traccia di rimprovero o astio nel suo sguardo, quanto piuttosto un'intensa espressione di sollievo nel vederselo davanti in piedi, sano e salvo.

« Certo, entrate pure. » sorrise alla ragazza, per poi farli accomodare dentro. « Sono contento che tu l'abbia trovato, Sammy. Sono stato davvero in pensiero. Le sue ferite non erano uno scherzo. » esordì, prendendo i loro cappotti.

Kaleth diventò rosso di vergogna e cercò di guardare quanto più possibile in basso, quasi come un adolescente allampanato che ha la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

« Diciamo che è stato lui a trovare me, professore. » sibilò la ragazza con sarcasmo.

« Cos'hai fatto al naso? » domandò infine a Kaleth, indicando la macchia violacea tra i suoi occhi.

« Diciamo che il suo pugno ha trovato il mio naso, professore. » dichiarò con il tono di chi non vuol perdersi in chiacchiere.

Il professore rise di gusto, mentre Sammy lo fulminava con lo sguardo.

« Se tu non avessi tentato di aggredirmi, io non ti avrei spaccato il naso! »

« Hai tentato di aggredirla? » chiese improvvisamente l'uomo, spegnendo il suo sorriso.

« In verità volevo rapirla. » bofonchiò il ragazzo « Non è il tipo di persona con cui puoi sederti a fare due chiacchiere e io avevo bisogno di parlarle. » proseguì irritato. « Mi è sembrata la soluzione migliore. »

« Sarà meglio metterci qualcosa su quel naso. » disse allora il professore, cercando di sviare il discorso « Dovrei avere una pomata anti-traumi da qualche parte... »

« Senta » lo interruppe Kaleth sull'orlo di una crisi di nervi per tutto il disagio accumulato. « Se mi serviva una pomata andavo in farmacia. Siamo venuti qui perché abbiamo delle domande da farle. »

L'uomo lo fissava ora con aria interrogativa, passando il suo sguardo da lui a Sammy e viceversa, come se cercasse di comprendere le ragioni di quella strana alleanza che gli stava in piedi proprio lì davanti.

« Va bene. » disse infine « Venite in salotto. »

Li fece accomodare in un delizioso e ordinato divano circondato da bambole e giocattoli di ogni genere che l'uomo fece per raccogliere stancamente e mettere in una cesta.

« Scusate il disordine ma ancora non sono riuscito a inculcare a Pearl il concetto di rimettere a posto le cose dopo averle usate. »

« Provi a farlo fare a sua moglie, di solito le madri riescono ad essere più brave in queste cose. » disse Kaleth con franchezza, beccandosi con quella frase una gomitata in mezzo alle costole da parte di Sammy che gli fece mozzare il fiato per un paio di minuti buoni.

L'uomo rimase di ghiaccio per qualche minuto, prima di riprendere il contatto con la realtà e raccogliere il resto dei giochi sparsi per il pavimento.

« Sono certo che lo sarebbe stata, se ne avesse avuto l'occasione. Purtroppo è morta quando Pearl aveva solo un anno. » disse infine prendendo stancamente posto sulla poltrona davanti a loro.

Kaleth si sentì sprofondare un peso nello stomaco. Sapeva cosa stava provando quell'uomo perché conosceva fin troppo bene il dolore che si prova nel perdere una persona tanto importante per la tua vita. Per un attimo si sentì molto vicino a quell'individuo che malgrado sembrasse avere una trentina d'anni scarsi, portava sulle spalle il peso di un uomo con il doppio della sua età. Provava la stessa sensazione anche lui da sette anni a quella parte.

« Professor Shepherd. » esordì Sammy, spezzando quel silenzio così pieno d'imbarazzo.

« Dimmi tutto. »

« Professore, una settimana e mezzo fa ho incontrato... » si interruppe presa da un dubbio « Come hai detto che ti chiami? »

« Non l'ho detto. » rispose francamente il ragazzo, mentre lei lo incoraggiava con lo sguardo a dire il suo nome « Chiamami come vuoi, non ha importanza. »

« Fai un po' come credi, uomo del mistero. » rispose gelida Sammy « Insomma, ho incontrato il bel tipo qui presente a un supermarket dove mi ero fermata per prendere un paio di cosette. » cominciò a raccontare, interrotta qua e là dalle risatine sotto i baffi di Kaleth che tuttavia lei ignorava sistematicamente.

Raccontò di come l'avesse notato mentre cercava di non farsi vedere, di come aveva cominciato a battibeccare con lui, di come avessero evitato per un pelo il pugnale che si andò a conficcare qualche metro più avanti di loro. Spiegò tutto nei minimi particolari, tralasciando il fatto che lei fosse in grado di comprendere il linguaggio dei demoni, rimaneggiando il resoconto qui e là. Per un po' Kaleth rimase in silenzio senza correggerla, cercando di capire dove volesse andare a parare mentre quella raccontava di come l'avesse inseguito e di come poi lui la salvò grazie a un fascio di luce che aveva fatto svanire i due demoni come fumo nell'aria.

« Il fatto è, professore, che i due demoni si sono rivolti a lui chiamandolo Sentinella dei Portali ma lui afferma di non sapere cosa significhi. Ha anche un marchio sulla nuca di cui non sa nulla. Per questo siamo venuti da lei: speravamo potesse darci qualche delucidazione. »

Per tutto il tempo il professore rimase in silenzio ad ascoltare con attenzione ogni singola parola pronunciata da Sammy, respirando ora a intervalli regolari, ora più velocemente, a seconda di quanto la ragazza andava raccontando.

« Perché non sei venuto da me? » chiese rivolgendosi a Kaleth. « Perché hai tentato di rapire Sammy? »

Il ragazzo fece per rispondere ma venne preceduto dalla ragazza che parlò per lui.

« Era preoccupato per me. Pensava che la ferita potesse essere avvelenata. » rispose prontamente, facendo inarcare le sopracciglia incredule del suo vicino.

Il professore le sorrise tristemente, per poi togliersi gli occhiali e stropicciarsi gli occhi stanchi.

« E quindi volete sapere se io so qualcosa in merito a queste Sentinelle dei Portali. »

« Si, professore. Lei colleziona libri rari e antichi. Magari ha letto qualcosa al riguardo. » propose speranzosa Sammy mentre il professore alzava lo sguardo spossato e rimetteva su gli occhiali.

« Ovviamente, sì. » rispose infine. « È per questa ragione che cercavo disperatamente di tenerti in casa mia. » disse rivolgendosi a Kaleth.

Una strana adrenalina si fece strada lungo le vene del giovane e il disagio divenne repentinamente diffidenza spessa e venefica mentre ogni suo muscolo si contraeva pronto a scappare se la situazione lo avesse richiesto.

Il suo sguardo non puntava più il terreno adesso: i suoi occhi pugnalavano gelidi quelli del suo interlocutore, in attesa che questi finisse di scoprire le sue carte.

« Sta tranquillo. » gli rispose quello, notando il cambiamento nel ragazzo « Non ti farò alcun male. Vedi, sono anni che faccio ricerche su queste Sentinelle e quando tu mi hai salvato la vita da quell'aracnide, non riuscivo quasi a credere di averne uno davanti. Tutto quello che ho letto fino a ora sono solo leggende e folklore, fiabe per bambini, tanto che pensavo non avessero a che fare con nulla di reale. » l'uomo sorrise. « In effetti, non ero sicuro che tu fossi uno di loro fino a stasera. Posso vedere il marchio? » chiese infine, trepidante.

Kaleth rimase immobile ma una gomitata di Sammy lo incitò a mostrargli la nuca.

Il ragazzo, riluttante all'idea di dare le spalle a un potenziale nemico, si voltò lentamente e scoprì i capelli, lasciando che l'uomo esaminasse il suo marchio.

« Incredibile. » esclamò l'uomo, col fiato mozzo.

« Si, tutto questo è meraviglioso. » disse allora il ragazzo, sottraendosi all'analisi del professore «Ma lei non ci ha ancora detto nulla. »

« Tutto quello che so l'ho raccolto negli anni. Sono poche nozioni sparse qua e là. » esordì tornando a sedere nella sua poltrona. « Le Sentinelle sono creature di confine, o meglio, sono delle sentinelle poste ai confini tra questo mondo e un altro. »

« Quale mondo? » chiese Kaleth, sebbene dentro di sé sapesse già la risposta.

« Tra il nostro mondo e la dimensione dei demoni. » rispose flemmaticamente il professore «A protezione tra i due mondi esistono dodici Portali sparsi per il globo, ognuno dei quali sorvegliato da una di queste Sentinelle. Essi sono esseri umani, scelti all'alba dei tempi per vegliare sui loro fratelli. Vennero marchiati con un segno dal quale derivano tutti i loro poteri: è il marchio che trasferisce la capacità di generare una luce potentissima e pura, l'unica arma in grado di uccidere un demone e rispedirlo nell'oblio. »

« Ma i demoni passano ugualmente i confini. » lo interruppe Kaleth. « Ne ho abbattuti un paio giusto una settimana fa. »

« Sì, questo è vero ma vedi,loro possono oltrepassare i confini solo con la loro forma incorporea, abitando i corpi di altri esseri viventi, come dei parassiti. La loro forza è meno che dimezzata, sebbene restino pericolosi. » proseguì il professore, spiegando attentamente « Il Portale serve a impedire loro di giungere nel nostro mondo nel pieno delle forze, scatenando orrori inimmaginabili. È il caos quello che vogliono, mentre le Sentinelle preservano l'equilibrio. Non possono impedire del tutto ai demoni di giungere nel nostro mondo nelle loro forme incorporee ma possono controllarne il flusso abbattendo quanti più demoni incontrano nel loro cammino. »

« Quindi ci sono altri come me. » asserì Kaleth con una punta di speranza. « Sono dodici, giusto? »

« Contando anche te, sì. »

« Ma io non ho mai incontrato nessuno come me. »

« Ne sei sicuro? » chiese il professore. « Magari uno dei tuoi genitori, che ti ha trasferito questo marchio? »

« No, certo che no. Il marchio me l'ha tracciato uno sconosciuto. »

Il professore rimase un po' interdetto davanti a quell'affermazione, come se un qualcosa avesse mosso dentro l'animo un'inquietudine repressa.

Per un po' rimasero in silenzio, finché Sammy non prese di nuovo la parola.

« C'è altro, professore? »

« Sì. » rispose l'uomo riscuotendosi dal suo torpore « Tutte queste cose le ho sapute grazie a una serie di racconti appartenenti a diverse culture che raccontavano tutte la stessa, identica storia. È una leggenda universale di cui tuttavia ho trovato solo alcuni stralci per iscritto e di cui si è persa la memoria orale. Badate di prendere tutto con le pinze perché si tratta di un collage di vari pezzi che ho scovato in giro. » li avvertì prima di proseguire « La leggenda narra di un demone antico, il cui nome è impronunciabile per quanto è immondo, che all'alba dei tempi riuscì a distruggere un portale, rendendo libero l'accesso fra le due dimensioni. Assieme al suo esercito e all'aiuto di alcune creature oscure come vampiri, licantropi, aracnidi, Maghi Oscuri e ogni genere di orrore, invasero la Terra per metterla a ferro e a fuoco. A combatterli vi erano le Sentinelle e il Piccolo Popolo, affiancati da Stregoni Bianchi e da tutte le creature che volessero tendere loro la mano. Fu grazie a uno dei Dodici che, quando ogni speranza era perduta, il demone cadde, ferito a morte. Prima di spirare, tuttavia, lanciò una maledizione e insieme una profezia: un giorno sarebbe tornato, rigenerato dal sangue di una Sentinella uccisa da un suo Fratello per salvare la vita a un innocente. Tuttavia, la pace tornò, il portale venne ricostruito e di quel demone e della sua profezia si perse la memoria. » concluse infine, deglutendo per la gola secca « Non c'è altro. »

Kaleth rimase sconvolto da quanto aveva appena sentito, sebbene fosse più di quanto sperato. C'erano altri come lui, in giro per il mondo, altri marchiati per la vita da un destino tanto crudele per loro quanto importante per l'umanità, un onore e un onere che non avevano scelto di portare ma che gli era stato tramandato da sconosciuti incontrati per caso nella vita. Che fosse un tiro mancino del destino?

« Ragazzo. » lo scosse Sammy, sottraendolo ai suoi pensieri. « Ricordi quando quei demoni dissero di non ucciderti perché eri una Sentinella e che quindi dovevano portarti dal loro Signore? » domandò, piena di tensione per poi rivolgersi al professore « E se si trattasse di quel demone antico? Se stesse per tornare? »

« Sammy, è solo una leggenda. » scosse la testa il professore. « Non va presa in senso letterale. Inoltre sono solo frammenti che ho cercato di mettere insieme, potrei aver fatto un assemblaggio sbagliato. »

« Ma con lui non ha sbagliato! Tutto combacia! » esclamò la ragazza con una nota di paura nella voce.

Il professore rimase per un po' meditabondo.

« Non, lo so Sammy. » rispose sinceramente, per poi rivolgersi a Kaleth.« Tu cosa ne pensi? »

« Non ne ho idea. » rispose il ragazzo con altrettanta sincerità. « Fino a questa mattina non sapevo nemmeno di essere una di queste Sentinelle e ora scopro che ce ne sono almeno altre undici in giro per il mondo. È più di quanto mi basti. » concluse tirando un sospiro di sollievo. «Non sono da solo, potrebbero essercene a centinaia. »

« No, sono solo dodici. » confermò il professore mordendosi il labbro. « Il marchio si passa da una Sentinella unicamente al suo successore ma non è scritto da nessuna parte come ciò avvenga. »

« A me è stato tracciato. » rispose Kaleth. « Non so cosa fece di preciso quell'uomo, so solo che dopo averlo fatto è morto abbandonandomi al mio destino. »

Un gelo spesso e denso cadde nella stanza senza che nessuno osasse romperlo pronunciando anche una singola parola.

La sconcertante rivelazione del professore arricchita dai particolari raccapriccianti di Kaleth avevano reso l'aria irrespirabile mentre una tensione nebulosa si tagliava con il coltello.

« Va bene, siamo tutti tesi. Vado a fare del tè. Vi va qualcosa da mangiare? »

Sammy fece cenno di no col capo, ma Kaleth annuì.

« Muoio di fame. »

Il professore sorrise, per poi sparire dietro la porta.

Non appena Kaleth sentì l'uomo armeggiare con gli attrezzi da cucina, si guardò intorno e si diresse verso la porta d'ingresso.

« Dove vai? » chiese Sammy, interrogativa.

« A casa, a riordinare le idee. »

« Aspetta che torni il professore almeno! »

« Assolutamente no. » asserì Kaleth con decisione « Per lui sono soltanto una creatura mitologica da vivisezionare per saziare il suo intelletto. Non gli permetterò di chiudermi in gabbia mettendo in pericolo tutti voi. Digli di dimenticare tutto quanto e vedi di farlo anche tu. È meglio che non ci vediamo mai più, per la vostra sicurezza. » disse, mentre metteva su il cappotto « Ah, e guai a te se riveli al professore dove abito oppure io racconterò al nostro amichetto i particolari che tu hai tanto accuratamente omesso. »

Sammy si fece pallida, prendendo a respirare velocemente.

« Ti prego, non dirgli nulla. » lo supplicò con una vulnerabilità che lasciò Kaleth per un po' di stucco davanti alla porta. « Non voglio che anche lui mi creda pazza. »

« Non sei pazza. » asserì Kaleth.

Sammy rise amaramente.

« Una persona che vede e sente cose che nessuno vede non è proprio qualcosa che accade alla gente normale. »

« È per questa ragione che vai in uno studio psichiatrico? »

A quelle parole Sammy divenne paonazza, boccheggiando nervosa.

« Tu... tu mi hai seguita! » riuscì a dire in un soffio.

Kaleth annuì, per nulla preoccupato.

« Allora? » la incoraggiò a rispondere.

La ragazza tirò un grosso sospiro prima di rispondere con voce rotta.

« Mi è stata diagnosticata una rara forma di schizofrenia. Sai, quando sei una bambina e dici di parlare con amici immaginari, sono tutti comprensivi, ma quando certe cose proseguono con la crescita, allora viene considerata patologia. » si interruppe, cercando di frenare le lacrime. « I medici stanno studiando il mio caso, perché a parte le allucinazioni auditive e visive non avevo altri sintomi da ricollegare a una qualche patologia psichiatrica. » rise improvvisamente. « Da qualche tempo però hanno aggiunto anche l'aggressività e l'isolamento come sintomi manifesti della malattia. Sono tutte balle: io non ero aggressiva, né volevo isolarmi, ma quando si sparge la voce che tu sei pazza... bèh... puoi immaginarlo, no? »

Certo che poteva immaginarlo.

In fin dei conti, anche lui era stato costretto all'isolamento e all'aggressività a causa di qualcosa che non aveva mai voluto, di un dono ricevuto senza che nessuno gli avesse chiesto un parere o meno. Forse anche Sammy aveva pagato il suo prezzo, diventando vittima non di demoni ma di creature più ordinarie e apparentemente più innocue: in fondo si sa che i bambini e gli adolescenti non sono particolarmente clementi con chi è diverso e le cose non cambiano certo con l'età adulta. È una vita fatta di difesa continua da attacchi spesso non solo verbali, che si traducono ben presto in atti fisici violenti. Ecco perché aveva imparato a tirare pugni e l'aveva fatto anche così bene.

« Bene, Sammy, un patto è un patto. Tu mantieni il mio segreto e io mantengo il tuo. » concluse secco Kaleth aprendo la porta.

« Aspetta. » lo fermò lei, trattenendolo per un braccio « Ti prego, tu sai che non sono pazza. Devi aiutarmi a capire chi sono. Forse sono una Sentinella come te. »

Il ragazzo rise.

« No, non sei niente di tutto questo. Non hai il marchio, ho controllato. »

« Lasciami venire con te. »

« Ascolta: tu ce l'hai una famiglia? »

Sammy rimase un attimo in silenzio prima di rispondere.

« Per quello che vale, sì, ma io oramai sono soltanto un peso. Fanno come se non esistessi. »

« Una famiglia è sempre meglio che non averla affatto. » rispose Kaleth severo. « Non ti condannerò a una vita d'inferno come la mia. Non farò come chi mi ha marchiato. »

« Ma... io devo capire! » lo supplicò la ragazza.

« Anch'io Sammy, ma questa è la mia battaglia. Tu hai la tua da combattere per tuo conto. Se è la consapevolezza quella che vuoi, comincia con l'accettare che la vita per quelli come noi è fatta di solitudine e sacrifici, per salvaguardare chi ci circonda. Le nostre strade si dividono qua, salvo l'incontrarci di nuovo in futuro. In bocca al lupo per tutto. »

Detto questo, fuggì via sbattendosi la porta dietro di sé, senza dare conto alle urla di Sammy che lo imploravano tra le lacrime di aspettarla.

 

   
 
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