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Autore: Makil_    05/08/2017    9 recensioni
[Breve spin-off de "Il cavaliere e la fanciulla bionda", da poter leggere anche senza conoscere la narrazione madre.]
Ventinovesimo Anno della Guerra, Corallo Rosso, seggio della dinastia Redrock. La Guerra Grigia non è ancora esplosa. 
Renegar, patriarca della casata, vige sulla rocca con pugno fermo e una scrupolosa solerzia: il mondo, fuori, in tutta Pantagos non è mai stato tanto quieto e giocondo. Ma non c'è pace neppure nei silenzi più acuti, non c'è pace tra i compagni di vita né all'interno delle proprie dimore. E la sua famiglia lo scoprirà a tristi spese.
Cosa si nasconde dietro la quiete di un regno su cui l'intrigo, il male e il desiderio hanno posto la loro mira? Cosa si nasconde dietro a una spada rossa, insaguinata, sporca di odio e rancore? E cosa dietro alla nomea di un uomo che tutti hanno follemente considerato assassino prima che padre e marito?
Genere: Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Storie di Pantagos'
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Premessa by Makil_: 
Ciò che più preme al momento, almeno da parte mia, è un ringraziamento a chi si trova qui a leggere quest'altra mia [piccola] opera riguardante Pantagos. Volevo scusarmi per l'inatteso ritardo con cui il lavoro si sta presentando quest'oggi, ma non ho potuto far altro che farvi aspettare. L'attesa dovrebbe accrescere il piacere della lettura... o questo mi voglio augurare. Ad ogni modo, vi ringrazio per aver aspettato e per essere nuovamente qui con noi. 
  • ​Questa storia non ha nulla a che vedere con i fatti accaduti e narrati ne "Il cavaliere e la fanciulla bionda", opera cui è subordinata e che trovate nella mia home. 
  • Questa storia non è il seguito de "Il cavaliere e la fanciulla bionda", che - per chi se lo fosse chiesto - è in fase di stesura, ma a buon punto. Per cui, non ci sarà nessun Bartimore di Fondocupo, né alcun patres Steffon. 
  • Questa storia, probabilmente divisa in 4 capitoli, sarà narrata da punti di vista differenti di volta in volta e potrà essere letta senza temere spoilers. Il tempo in cui la storia avviene è da collocare prima dell'inizio della Guerra Grigia, perciò questo spin-off si occupa di approfondire il casus belli, su cui molti si sono interrogati. 
  • L'aggiornamento avverrà ogni sabato, salvo imprevisti.

E ora direi di lasciarvi al succo! ^^

 

Cap. I – Giochi nel buio
 
 
Quel corridoio era sempre stato buio, che fosse giorno o notte, e Missy Redrock era l’unica a saperlo.
Le alte pareti scabre del lungo andito si ergevano ambo i lati come due robusti cavalieri retti all’interno delle loro armature, armi alle mani e acciaio sul capo, terrorizzando tutti coloro che osavano mettere piede nella loro tetra sede. Ma Missy Redrock non temeva le ombre, né i cavalieri, né qualsiasi altra forma cui le paure avrebbero potuto sfruttare per manifestarsi all’uomo.
Qui non mi troveranno nemmeno pregando” si disse attraversando il lungo corridoio. Abbassò la testa per schivare una torcia pendente dal muro. “No che non ci riusciranno. Ho vinto io questa volta, Faccia di Capra!”
Percorrendo  la via che la separava dal piccolo androne esterno alle camere private delle sguattere, Missy s’immaginò vestita di acciaio appena sgrossato e rifinito, con sfarzosi diamanti ad ornare la sua magnifica armatura. Si divertiva a fingere di essere una donna fatta, una principessa a tutti gli effetti, una nobile rinomata e temuta: insomma, le piaceva emulare tutto ciò che non appartenesse all’aspetto della sua signora madre che, con un pizzico di stizza sulla lingua, aveva tutte le ragioni di considerare fin troppo pavida.
Strattonò la gonnellina con la mano immaginando che fosse una lunga gonna bianca terminante a strascico e tesa su ginocchiere appena lucidate, e poi si tirò su le maniche dell’abito di seta che, almeno nella sua testa, fingeva fosse ricoperto da spallacci e bracciali del più nobile cavaliere. Finse di trovarsi su una piana appena baciata dai teneri soffi di vento, il sole ad ornare il suo viso, di galoppare con tutta la sua immatura fierezza sul dorso della più bella giumenta delle stalle di suo padre.  
Trova-chi-trova-la-mia-casa era il suo gioco preferito, e non c’era uomo nel castello di suo padre che non lo sapesse. Quasi ogni giorno, specie nei momenti in cui le veniva consentito di allontanarsi da matres Amadya, la sua istruttrice e tutrice personale, Missy si circondava dei ragazzini e delle ragazzine di corte per cimentarsi nell’impiego più bello del suo tempo libero: provare tutti i giochi creati dall’uomo.  Stare in compagnia del divertimento e dell’amicizia le dava più piacere dello stare con la sua tutrice, donna che, con un giudizio probabilmente infondato, riteneva petulante e pignola.
Raggirò l’angolo verso destra e si immise nella coltre di ombre che conosceva meglio di entrambi i palmi delle sue mani. Attraversò il piccolo androne con passo deciso a vincere la sua stessa ombra. Il fiatone della principessina di Corallo Rosso era bloccato in gola come un grumo di saliva, stretto a guisa di laccio alla base del collo, impedendole di riprendere fiato correttamente. Non demorse; doveva vincere… e doveva nascondersi, o Faccia di Capra, quel figlioletto demente di ser Warnick Garasbour, membro della guardia personale di suo padre, le sarebbe arrivato alle calcagna in un batter d’occhio. “Chissà dov’è finito Faccia di Capra”. L’immagine del suo volto reso rubicondo dalla sfiancante corsa la faceva sbellicare dalle risate. “Sarà crepato non appena ho iniziato ad aumentare il passo.”
Se il figlio demente di ser Warnick Garasbour la faceva ridere, però, c’era un altro giocatore in giro per il castello, uno più temibile e molto più veloce. Timmoty Hardhall era il figlio della cuoca, ma non aveva nemmeno un solo tratto in comune alla madre, per sua fortuna. La cuciniera del castello era una donna sempre paonazza sulle guance, costantemente accigliata ed aggobbita sotto ai suoi molteplici strati di grasso. Suo figlio, invece, era scheletrico e scarno, rapido come solo un felino sapeva esserlo e scaltro come la migliore delle volpi. Ogni rumore più lontano faceva trasalire la giovane Missy, che, sentendosi minacciata alle spalle e non volendo rischiare di perdere la partita, si rifugiava accanto all’ombra delle pareti del corridoio.
Continuò a correre verso la porta più vicina, un grosso infisso in robusto legno di quercia che dava su un ulteriore corridoio, molto più largo e lungo, su cui erano disposte le varie camere della servitù. La fronte della principessina di Corallo Rosso era imperlata da migliaia di goccioline di sudore. “Se mia madre mi vedesse in queste condizioni…” Sapeva bene che sorte le sarebbe capitata in questo caso, e rammentarlo in una così tetra situazione non faceva che metterle più paura, quindi più adrenalina. L’ultima volta la signora di Corallo Rosso si era arrabbiata talmente tanto da divenire completamente viola in volto, scoraggiata  enormemente dal comportamento fin troppo poco regale della figlia. Missy, quella volta, si era strappata per intero l’abito che le era stato cucito per la cena regale indetta da suo padre in onore dell’arrivo di patres Lorenol al regno. Allora, Missy si era messa a giocare a Più-in-alto-sempre-più-in-alto e, con il costante intento di prevalere sui suoi avversari, si era arrampicata sull’enorme quercia stagliata contro il cielo che cresceva nel giardino interno della Rocca Rossa: un luogo molto importante per suo padre, che tutti si apprestavano a chiamare Conca di Pietra. Quella volta, sua madre aveva veramente perso le staffe, e per una settimana intera l’aveva tenuta d’occhio come solo un segugio avrebbe saputo fare, guardandola in cagnesco e non mancando di rimproverarla ad ogni occasione. Se solo avesse saputo e potuto ringhiare, lo avrebbe fatto sicuramente e molto volentieri. Missy non era terrorizzata neppure da quello, ora, tanto la sua febbricitante eccitazione per la prossima vittoria era palpabile.
Chi sarebbe venuto a rinvenirla in quel lontano corridoio del castello? Nessuno, era questa la risposta. Solo le ombre. E le ombre non avevano né la forma né l’aspetto di quei due imbecilli che le tenevano la coda.
Con tutta la forza del suo gracilissimo corpo, si gettò di peso sul portone di quercia. Quel gesto lo fece aprire con molta lentezza, ma non gli diede il tempo di cigolare per più di due meri battiti di ciglia. Missy sorrise soddisfatta, poi continuò la sua corsa. «Missy, figlia mia, un giorno o l’altro rovinerai la tua reputazione di donna. Una principessina non dovrebbe scorazzare in giro per le viottole del castello. A te, mia dolce e bella Missy, si conviene altro: un giorno dovrai sposarti, un giorno dovrai dare al mondo la discendenza del tuo nobile marito. E come lo farai? Come ci riuscirai? Sbucciarti le ginocchia e distruggere la seta dei tuoi abiti non farà di te una nobildonna, ma un’umilissima garzona!». Le parole di sua madre le risuonavano nella testa rombando come tuoni prima di un temporale.
Al diavolo le nobildonne, allora! Missy non ne poteva proprio più di tutti quei discorsi sulla sua postera condizione di donna; ora voleva vivere l’età che aveva, un’età che ancora – e ancor di più per le sue aspettative – la faceva veramente molto giovane.
Per poco non inciampò su un tappeto di curatissima provenienza tytiana che le scivolò sotto ai piedi. Si girò giusto un momento per guardarsi alle spalle: di quei due moncherini coi piedi che le davano la caccia non c’era neppure la più vaga ombra.
Fu allora che Missy riprese a correre con più velocità. L’androne dentro al quale si ritrovò era come la piazza del castello in cui convenivano tutti i corridoi che portavano alle camere della servitù. La corte difficilmente andava a far visita a quell’ala di Rocca Corallo, poiché in molti sostenevano che in quel cupo ambiente del palazzo ognuno vivesse in condizioni di estrema sottomissione e che, respirando l’olezzo presente nell’aria, chiunque fosse costretto a divenire a sua volta un servo. Non c’era un briciolo di verità neppure in quelle dicerie, notò con dispiacere Missy, dalla cui constatazione fu non poco rammaricata. Il mistero e l’avventura erano il suo pane quotidiano, e avrebbe tanto voluto trovarsi al cospetto di uno di quei profumi che si diceva inebriassero la mente dei bambini e degli anziani, giusto per poter andare in giro a vantare di essersi trovata ad un passo da tutto ciò che si narrava.
Continuò a correre a fatica, impiegando gran parte delle sue forze per compiere l’ultimo slancio verso il nascondiglio più improbabile del castello: la stanza di una di quelle serve.  Le finestre presenti nel corridoio non venivano pulite da un po’ di t empo, a dispetto del fatto che si trovassero proprio nell’ala del castello in cui albergavano le sguattere. Una di queste, però, non era macchiata da alcun tipo di copertura rossiccia o polvere, e ciò permetteva ad un po’ di luce lunare di scontrarsi sul pavimento di pietra, producendo una sfilza di striature bianche come il quarzo, quasi fossero venature lattiginose conficcate nella roccia.
Mentre attraversava il corridoio, la sua attenzione fu attirata altrove da una serie di rumori e suoni gutturali provenienti da una sala poco distante. Per quanto ne sapesse, quella doveva essere proprio la stanza adibita alla sartoria, un luogo sempre molto silenzioso e riservato. Il battente del portone che dava sulla stanza riservata ai sarti era semiaperto, e ciò consentì a Missy di gettare un’occhiata fugace al suo interno. A primo impatto, non colse assolutamente nulla.
Il lamentio femminile si fece sempre più grossolano e sgradevole, e la curiosità spinse Missy a dimenticarsi di ciò che stava facendo da una manciata di minuti: correre.
La principessa di Corallo Rosso si avvicinò lemme lemme al portone striato di bronzo, posò le sue delicate manine sul battente e fece forza per spostarlo, senza curarsi di chiedere il permesso. Missy conosceva le buone maniere: sua madre Octawya aveva fatto di tutto pur di impartirle un po’ di sani principi nobili, ma lei si era sempre rifiutata di darle il piacere di poter dire che sua figlia le conoscesse. C’era nell’animo di Missy una sorta di fiamma, una scintilla di ribellione giovanile che veniva alimentata dal continuo dissentire sulle decisioni dei genitori e dal continuo infrangere le regole della buona convivenza a corte. E tutta quella trasgressione, in fin dei conti, la rendeva felice.
«Mia signora». La sarta di Rocca Corallo era completamente rossa sul volto e sulle vesti, come se avesse appena portato alla luce un bambino. Dalle sue maniche colava liquido rosso, abbastanza denso, a flussi copiosi.
«Cos’è successo?» chiese Missy inorridita dalla vista. Che avesse ucciso qualcuno? Missy fece per indietreggiare nuovamente verso l’uscita, ma, colpita da un inatteso stato di irrequietezza, batté il tallone contro la porta e ciò che ottenne fu solo la sua chiusura. Per un attimo, la sua vista di offuscò. Batté tre volte le palpebre. «Dove ti sei tagliata? Sta’ indietro o chiamerò mio padre! E tieni le mani alzate!»
«Mia signora» iniziò la sarta con voce fioca, ma pronta silenziare la principessa. La donna, rubiconda in volto e con qualche capello canuto sul capo, afferrò i lembi della sua tunica e li alzò. «Questo non è sangue, principessa. Si tratta di tintura
«Tintura?» domandò incredula Missy. Di colpo prese a ridere.
«Oh sì, mia signora. E non serve chiamare vostro padre… egli stesso mi ha dato ordine di fare questo lavoro per lui.»
«Che lavoro?»
La sarta indicò un’enorme bacile di rame posato su una base di pietra liscia. Al suo interno stava ribollendo un liquido rossastro, dello stesso colore del sangue, ma molto più denso e con molti più grumi. 
«Ho dovuto fare tutto da sola, mia signora. Non dite a vostro padre che mi sono mancate le forze e che, alla fine, ho rovesciato tutto… ve ne prego. Lui… lui…»
«Lui?»
«Lui ci teneva davvero tanto.»
Missy era confusa. Si guardò intorno per capire davvero cosa stesse succedendo, ma non notò nulla di strano nel laboratorio della sarta. Tutto era proprio come sempre lo aveva conosciuto: pile di armadi ripieni di stoffa, tre scrivanie poste a ferro di cavallo con al centro un cesto ripieno di tessuti, seta a destra e manca, numerose sedie impilate l’una sull’altra, con qualche cuscino sfilacciato ai loro piedi. C’era anche un letto semidistrutto poggiato sulla parete alle spalle di una delle scrivanie, zona su cui era stata ricavata una sorta di balconata stretta che adesso si trovava chiusa da un infisso.
«A cos’è che teneva davvero tanto?»
«Lui… lui… lui mi aveva commissionato un compito, mia signora. Ma non credo di avere l’ordine di poter dire altro». La sarta fece per allontanarsi ed afferrò il lungo mestolo ancora sporco di tintura rossa fino al punto in cui il suo bastone era stato immerso nel bacile. «Ora perdonatemi, mia signora, ma se non farò in tempo ad estra… volevo dire, se non farò in tempo a controllare il tutto, credo che combinerò un gran pasticcio. Molto più grande di quello che già ho fatto… credo.»
Missy la guardò torva ed inarcò le sopracciglia. «Che compito?»
Sapeva bene come, da lì a poco, avrebbe cavato via ogni parola dalla bocca di quell’inutile sarta, e questo perché conosceva i limiti di quella donna e sapeva bene quanto contasse per lei la parola di un superiore.
«Io… io… sono stata mandata al porto questa mattina, per ordine di vostro padre. Principessa… ve ne prego, non so se posso dirvi qualcosa del genere, per cui non fiatate in giro. Vostra signoria Renegar Redrock mi ha chiaramente detto di recapitare per lui una sorta di cassa. Ecco, sì… e con quella cassa …»
«Una cassa con cosa?»
«Una cassa contenente dei molluschi rossi da cui avrei dovuto tirar fuori il colore. Ecco, la nave mi ha portato davvero questa cassa di legno… il comandante ha detto di averne presi a bizzeffe sulle coste di Corallo Rosso, come mai ne aveva presi in vita sua. Una premiata abbondanza, così l’ha definita. Però io temo di essere negata per questo lavoraccio… e… e… e non riesco proprio a far venir su il colore.»
Missy si mise in punta di piedi per scorgere il bollore del contenuto nel bacile. Il liquido denso e rosso come lava vulcanica stava scoppiettando nel suo contenitore di rame e numerose bolle d’aria si erano formate tutte sulla sua superficie.  «E perché mio padre vorrebbe questo?»
«Ah, su quest’argomento non ho proprio risposte da darvi, mia signora… credetemi nella parola; la parola di una donna come voi.»
“Donna come me” pensò disgustata Missy. “Questa sì che è un’offesa”.  Le credeva? In realtà non ebbe il tempo di pensarci due volte su, poiché la sua attenzione fu presto attirata da altro: un rumore, poi un’ombra e dopo ancora una sagoma nella penombra della sala, proiettata proprio su una delle pareti. Un fruscio sibilante squarciò l’aria come fosse stata tagliata dal gelido filo di una daga immersa nelle acqua ghiacciate di un laghetto. Missy si guardò intorno  e scorse rapidamente una figura fuori dalla vetrata chiusa che dava sulla balconata. Il bagliore dello sguardo dell’intruso si piantò nei suoi occhi e la fece tremare; un brivido le percorse la schiena nel sentirsi addosso lo sguardo di quello sprovveduto; un’occhiata famelica, viscidamente scrutatrice, che parve indispettirla e molestarla come se si stesse facendo strada nei cunicoli interni della sua testa, tra i pertugi della sua innocenza. Fu come un lampo nel bel mezzo di un temporale, e con la stessa rapidità con cui la avvistò, la sagoma dagli occhi tenebrosi scomparve. La principessa di Corallo Rosso si sfregò gli occhi con le nocche delle dita, credendo di essere precipitata, all’improvviso, nel sonno… ma così non fu.

Stava per aggiungere qualcosa in risposta, forse un grido di stupore e paura, ma la porta alle sue spalle si aprì con un rumore assordante. Un lungo e profondo sospiro portò con sé l’ingresso per niente teatrale di sua madre, Octawya Datterwack, che penetrò nella sala a rotta di collo. La sua signora madre era una donna avvenente, o almeno così dicevano i molti in giro per il castello, e il modo in cui conciava i propri capelli la faceva apparire molto più giovane di quanto non fosse. A dispetto di ciò, in quel momento, sembrava che su di lei fosse calata la furia di una burrasca infervorata.
«Missy!» vociò come inalberata. «Che tu sia dannata, figlia mia! Ti abbiamo cercato per tutto il castello sperando che tu non fossi stata rapita da qualcuno. Ti avrò detto mille volte di smetterla di darti da fare con queste inutilità che tu chiami giochi! Cos’è che dobbiamo fare per tenerti ferma una volta tanto? Ti farò cucire quegli abiti in modo talmente stretto che non avrai neppure più modo di alzare il braccio per grattarti. E voi sarta… voi…». Octawya Datterwack lanciò uno sguardo in cagnesco alla donna addetta alla cucitura, la quale si rannicchiò fino a sprofondare nella sua veste per la vergogna.
L’ira aveva devastato completamente i connotati di sua madre, ma non aveva intaccato la bellezza del suo portamento nobile. La signora di Corallo Rosso era molto regale quella sera: il suo abito porpora dalle maniche ad altezza di gomito e dal lungo strascico terminava  con un collo dall’importante curvatura che si apriva dietro la sua testa come la coda di un pavone. Sulle braccia erano tesi un paio di lunghi guanti di un bianco talmente lucido da scintillare alla vista della luce, appuntiti in prossimità delle sottilissime dita della donna. Le forme di sua madre erano messe in risalto dalla rigidità del vestito sulla vita e dalla strettezza della seta sul petto che le ingigantiva il seno, sopra al quale erano tese due fila di collane d’oro al cui centro splendevano due ametiste tonde, sfavillanti come astri tumefatti in un cielo plumbeo.
Nello scorgere la vergogna sul volto della serva addetta alla cucitura, i lineamenti appuntiti del volto di sua madre si fecero rigidi quasi quanto quelli della sarta, che, però,  stava tremando di paura, come fosse stata appena colta da un improvviso attacco di panico. La donna chinò il capo e abbassò lo sguardo, limitandosi a riposare il mestolo di legno all’interno del bacile gorgogliante.
Octawya Datterwack tirò un sospiro profondo, lo stesso che aveva preannunciato il suo arrivo. «Andiamo Missy!». L’afferrò per il braccio sinistro e la scosse con rabbia, inducendola a ridurre la forza con cui si era piantata al terreno. «Matres Amadya ti sta aspettando nei tuoi alloggi privati, come ogni sera… e tu sei costantemente in ritardo! Un giorno o l’altro anche lei ti tirerà le orecchie, figlia mia. E se non sarà lei a farlo, allora pagherò un uomo che lo faccia!»
Missy si lasciò rimproverare senza neppure ribattere e senza dare quasi ascolto a quella parole pungenti. La principessina era ancora terrorizzata dalla vista della sagoma fuori dal balcone del laboratorio della sarta, quell’ombra indistinta che l’aveva smembrata soltanto guardandola. Era stata l’unica a vederla? Si era trattato di un frutto di quella testa che sua madre definiva piccola, chiusa e assente, o forse c’era davvero qualcuno lì fuori, con la sua aria fastidiosamente puntata sulla principessa di Corallo Rosso?
L’avidità e la cupidigia avvistate in quell’occhiataccia le avevano infuso un timore mai provato prima, e ora Missy si sentiva come se avesse percepito qualcosa che nessun altro aveva avuto mai il potere di sentire.
Mentre sua madre la trascinava verso l’ala illuminata ed abitata del castello, passando, però, attraverso corridoi più accesi dell’andito attraversato da sua figlia, Missy non poté che far finta di non aver mai visto nulla… ed abbandonarsi completamente nelle braccia della furia di sua madre. Rivide i ragazzini sfiancati da cui stava scappando nel giocare a trova-chi-trova-la-mia-casa. Incrociò il suo sguardo con quello di Timmoty Hardhall, le mani poggiate allo spesso pilastro di un androne della rocca, orrendamente ripiegato su sé stesso dalla fatica della corsa, il volto pallido e lattiginoso appena puntellato da uno spruzzo di lentiggini color ruggine.
Rivolse uno sguardo a sua madre. “Alla fine sono stata trovata… e ho perso. Due mostri… quell’ombra e ora lei… lei…”. Missy si ritrasse dalla sua presa, ma ella strinse di più i suoi artigli nella seta del suo abito. Alzò appena gli occhi verso i ciondoli che le scendevano dal collo. “Lei deve spaventarmi di più.”
 


Note d'autore:
Ritornano i brevi spazi in cui vi pongo delle domande... devo ammettere che mi sono mancati abbastanza. 
In questo primo capitolo, veniamo a conoscenza di un personaggio abbastanza immaturo: si tratta di Missy Redrock, la figlioletta di Renegar Redrock, principessina di Corallo Rosso. Cosa pensate di questo personaggio, alla luce dei fatti appena letti?
La sua passione per il gioco e la sua continua volontà di irritare la madre la conducono in un luogo sbagliato e in un momento altrettanto scomodo. Ma si può temere qualcosa o qualcuno all'interno della propria casa? 
Tra una sarta confusionaria e una confusione generale, qualcosa desta la vista della nostra Missy. Di cosa pensate di si possa trattare?
E, infine, alla luce delle parole della stessa principessina, degli atteggiamenti della sarta e della medesima signora, cosa pensate di sua madre Octawya Datterwack?
Sono molto curioso di sapere cosa ve ne pare!
Vi saluto con un caloroso abbraccio, dandovi appuntamento al prossimo aggiornamento [sabato 12 c.m]: chi pensate che possa essere il successivo PoV?
Makil_

P.S. Ovviamente avevamo già sentito parlare di Renegar Redrock nella trama principale, dato che da lui è scaturito tutto il conflitto armato che poi ha avuto serie ripercussioni sulla vita di ogni abitante del continente. Vi rimando al capitolo in cui il tema "Redrock" è trattato: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3630529


 
   
 
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