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Autore: sunshower    06/08/2017    2 recensioni
Le ultime ore prima della conquista di Costantinopoli.
"Il cielo taceva da ore, dalla notte prima.
Quel cielo cupo – quello stesso cielo che stava negando a Costantinopoli il conforto persino delle fulgide stelle: quello come tutto il resto pareva condannato.
E la città era livida, salma ancor prima di morire, interamente ricoperta dallo strato sottile di polvere che i cannoni e un vento arido avevano portato con sé in quegli ultimi giorni.
"
[questa storia partecipa al contest “Award for best one-shot - II Edizione” indetto da Nirvana_04 sul forum di efp]
Genere: Introspettivo, Malinconico, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Epoca moderna (1492/1789)
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L'ultima notte

 


                                                             Il nostro amore è come Bisanzio
                             
                               deve essere stata
                           
                                  l’ultima sera. Deve esserci stato
                           
                                 immagino
                         
                                   un riflesso sui visi
                           
                                  di quelli che affollavano le vie(...).
                           
                                 Immagino(...)
                             
                                che abbiano tentato di parlare
                         
                                    e si siano arrestati
                       
                                     senza aver detto ciò che desideravano
                         
                                    e abbiano tentato ancora
                           
                                  e rinunziato ancora
                           
                                  e si siano guardati
                           
                                  e chinato lo sguardo.
                                 
                                      ("Il nostro amore è come Bisanzio", H. Nordbrandt)

 

 

 

 

Ventotto maggio millequattrocentonovantadue.

Il cielo taceva da ore, dalla notte prima.
Quel cielo cupo – quello stesso cielo che stava negando a Costantinopoli il conforto persino delle fulgide stelle: quello come tutto il resto pareva condannato.
E la città era livida, salma ancor prima di morire, interamente ricoperta dallo strato sottile di polvere che i cannoni e un vento arido avevano portato con sé in quegli ultimi giorni.
Vagando con lo sguardo sulla parte interna delle mura, le parole che il suo sovrano aveva rivolto al popolo gli inondarono la mente come se le stesse riascoltando in quello stesso istante. E d'un tratto era di nuovo sotto la cupola di Santa Sofia, e di nuovo udiva delle gesta dei suoi avi, del passato del suo popolo e della sua città. Per loro, per questo, adesso, avrebbe dovuto combattere. Un palpito di orgoglio e uno di dolore gli scossero il petto, ancora ed ancora, allo stesso ritmo delle preghiere che erano riecheggiate all'interno della chiesa.

« Κύριε ἐλέησον.
Κύριε ἐλέησον.
Κύριε ἐλέησον. »

Κύριε ἐλέησοv, continuava ora a ripetersi in silenzio, una litania infinita e costante che andava avanti da un tempo che gli pareva non aver origine né conclusione – un momento al di fuori del crono. Continuava la sua ronda sul perimetro delle mura, il suo corpo che si muoveva grazie ad una forza che non sentiva sua, sotto la tenue luce della sera che avanzava. Presumibilmente quello sarebbe stato l'ultimo tramonto che gli avrebbe riservato il destino, eppure non riusciva nemmeno a guardarlo.
Si osservava le mani, indifferente al resto, e non riusciva a sentirsi rassegnato, come nemmeno poteva illudersi. Non sapeva come essere, o cosa essere. Cercava di riflettervi, provava le parole da dire a se stesso; ma nulla poteva esprimere ciò che percepiva davvero in quell’istante.
Era indefinibile: ogni volta che pareva aver preso possesso di ciò che pensava, quello stesso pensiero si sottraeva alla punta delle sue dita, sfuggente. Ancora tentava, ancora e sempre più si allontanava dalla meta delle sue considerazioni, aliena a sé stesso per primo.
Forse il suo inconscio sorvolava le vette della paura dei giorni passati, della notte in cui la Vergine stessa era caduta in ginocchio a baciare la terra, stanca quanto coloro che la portavano in braccio per la città; e anche la luce di Dio li aveva abbandonati, lasciando le antiche mura e le speranze a crollare nelle tenebre della notte e della tempesta. O ancora andava rileggendo in cuor suo quelle profetiche righe per cui la città era sempre stata immortale, che la rovina sarebbe giunta quando le navi avessero navigato sulla terra: e quelle nemiche avevano infine solcato onde di legno sino al lembo occidentale del Corno d'Oro.
Ma ormai l'angoscia s'era consumata assieme alle forze dei bizantini, e non restavano che abulica malinconia e brama di andare incontro alla volontà del Creatore.
Per l'ultima volta, prima di scendere i gradini delle mura ed immergersi nelle labirintiche strade, sfiorò con le iridi l'intero orizzonte della Città degli Imperatori1. In quei palazzi, in quei vicoli riconobbe il timore e la rabbia, la follia e la fede del suo popolo, dei veneziani e dei genovesi, e per la prima volta non fu in grado di distinguere nessuno di loro, parti identiche della medesima disfatta.
Mentre le prime perle di pioggia iniziavano a ferirgli la pelle e la corazza leggera, posò il piede sul pavimento sconnesso dell'antica Regina2, sulla terra che per tutta la sua vita gli aveva sostenuto le palme nude e la cui polvere adesso si insinuava calda nei suoi sandali, e ne percepì il morbido fremito di vita pulsante.
In quel battito risiedeva ogni cosa, l'insondabile legame per cui in Costantinopoli sentiva sé e lui era Costantinopoli; e la fine dell'una era la sua fine, inscindibili ineluttabilmente.
Quella sera anche il cielo pianse fugace il suo addio.

 

 

 

 

 

 

Note
Dunque! Eccoci qui: chiariamo qualche punto.
Ho deciso di narrare le impressioni di un generico soldato di Costantinopoli durante l’ultima sera prima della disfatta: qui e lì ho inserito rimandi a fatti realmente avvenuti.  Il cielo coperto dalle nuvole; la messa, la litania, il discorso dell’imperatore; la presenza di genovesi e veneziani venuti in soccorso; la processione in cui la statua della Madonna è caduta; l’eclissi di sole; la profezia sulla caduta di Costantinopoli e lo stratagemma del sultano (“fu costruita una passerella di legno unta con grasso, lunga due chilometri, sopra la quale gli schiavi spinsero in salita a forza di braccia le navi per raggiungere le acque dall'altra parte” del Corno d’Oro).
Spero di aver diradato i dubbi e aver reso la trama un po’ più limpida: mi rendo conto di aver utilizzato un tono abbastanza “misterioso” >_<  Per eventuali riscontri rinvio a questi due link :))
( https://it.wikipedia.org/wiki/Cronologia_della_caduta_di_Costantinopoli, https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Costantinopoli_(1453) )
Detto questo, mi eclisso, nella speranza che la storia sia piaciuta <3

 

1Epiteto di Costantinopoli.

2Epiteto di Costantinopoli.

   
 
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