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Autore: Sara_grover    07/08/2017    1 recensioni
~Dal testo~
Sono un ragazzo normale. Nel senso che non sono un alieno, né un supereroe o un mago, un allevatore di draghi o qualsiasi tipo di assurdità si trovi nei fantasy e nei fumetti. Non sono nemmeno quel tipo di personaggio che si trova nei romanzi Non sono il belloccio, né il "cattivo ragazzo", quello insicuro, poetico, curioso, con drammi familiari degni di una telenovela e nemmeno il classico protagonista neutro, totalmente solo e indifferente. Non sono nulla di tutto questo. Quindi, scusate se vi deludo, ma per quanto mi riguarda potete anche chiudere qua e smettere di leggere.
Genere: Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Avevo tutte le buone intenzioni di non farmi coinvolgere in quella storia, non potevo, avevo appena trovato un piccolo equilibrio quasi accettabile nella mia vita e un qualsiasi ragazzino dai capelli rossi (per quanto estremamente intrigante) non poteva fiondarcisi dentro e scombussolare tutto, senza che io facessi nulla per impedirlo. Avevo il pieno controllo della situazione.
L'aria era frizzante quella sera, l'inverno si avvicinava e si potevano intravedere piccoli frammenti di fiocchi di neve nel vento che mi spingeva avanti. Non era un vento esigente o impegnativo, era un vento felice, che sembrava solo aver una gran voglia di correre facendo sobbalzare quei piccoli soffi bianchi, potevo quasi sentire la risata di quel vento giocoso. Continuava a insinuarsi nelle aperture dei miei vestiti, lasciandomi come piccole scottature fredde, questo mi manteneva lucido e ancorato alla realtà, come sempre, ma allo stesso tempo ero convinto di poter prendere il volo con lui, che se solo avessi aumentato il passo sarei potuto andare via, via da me stesso, dai miei pensieri, dalle mie emozioni, da tutto quel che non capivo. Per un attimo piansi, senza ragione, né sapendo se fosse per felicità o tristezza, ma le lacrime iniziarono a sgorgarmi libere, come secchiate sulle mie guance arrossate. Non avevo singhiozzi, né sussulti, né strane espressioni facciali che dimostrassero un'emozione di qualsiasi tipo, ero solo lì, con quel vento contento, che camminavo, lasciando scorrere le lacrime.
Quando arrivai a casa di Samu, gli altri c'erano già tutti ed erano seduti sul divano, il vento mi salutava dalla finestra e sperai potesse vivere altre belle avventure quella sera, prima di perdere la sua ingenuità e diventar impetuoso. C'era un contrasto cromatico tra dentro e fuori da far sobbalzare il mio stato emotivo, come quando si entra in un negozio con l'aria condizionata in una calda giornata di Luglio. Mi sedetti anche io in un angolino, liberandomi della mia felpa. Cominciammo a chiacchierare e a guardare uno stupido film alla televisione, ad un certo punto arrivarono anche delle birre e io in poco tempo ne ho finì una.
Non ho mai amato bere, posso bere una stupida birra o dei sorsi di vino dalla bottiglia che mi passano dei miei amici, ma nessun super alcolico, in quel momento inoltre l'odore di vodka mi ricordava quello di Matilda, lei ce l'aveva impregnato addosso. Comunque non mi ubriaco quasi mai e quando lo faccio sono pienamente cosciente di volerlo fare, so che il punto di non ritorno sono due bottiglie e mezzo.
C'era una strana pace, Michele mi stava raccontando qualcosa, che ora non riesco proprio a ricordare, quando il campanello suonò.
"Questo non ci voleva."
Samu si era alzato per aprire e nella stanza era entrato Elia. Non avevo idea del perché si trovasse lì, restai a guardarlo a bocca aperta, con le guance un po' arrossate. Non avevo fatto parola con nessuno di averlo conosciuto e l'avevo evitato con successo per un mese agli allenamenti, per evitare situazioni spiacevoli, era andato tutto bene, fino a quando non me lo ritrovai lì di fronte a me.
Lo salutarono tutti, mi chiedevo come facessero a conoscerlo, io rimanevo zitto, con le labbra dischiuse e il battito cardiaco accelerato a mille.
Panico.
Michi mi tirò una gomitata.
- Jack non fare il maleducato! Saluta! -
Con tanto di occhiolino.
"Ma che sta facendo?! Sono diventati tutti pazzi qui?"
"Non guardare me"
-Heilà...- Sembrava più un sussurro svogliato che un saluto vero e proprio, ma era il meglio che potessi fare.
- Siediti pure dove preferisci, noi stavamo guardando American Pie! - Gli disse il padrone di casa, come fossero migliori amici.
- Mh, non lo conosco, che genere è? -
- Un genere che fa schifo, è davvero tremendo, tanto alla fine Paul Finch si fa sempre la mamma di Stifler. - Gio era contrariato, a lui piacevano solo i film romantici e struggenti, quelli che necessitano di un'intera scatola di fazzoletti a portata di mano e un'iniezione di zucchero direttamente nelle vene, una specie di patologia, insomma.
- Sei un genio Gio, già che ci sei raccontargli anche le battute che fanno! -
- Sono troppo volgari perché io possa ripeterle. -
Elia intanto si stava sedendo su una vecchia poltrona nella stanza, quando Michele lo bloccò.
- Hei, amico, quella poltrona è mia, ti cedo il posto qui! - Si alzò da di fianco a me e facendo lo slalom tra le bottiglie vuote e piene sprofondò nella poltrona, non senza lasciarmi un breve ghigno che non seppi come interpretare. Così, senza che io potessi fare nulla, mi ritrovai Mr Seloguardoimpazzisco letteralmente attaccato a me, dato che quel maledetto divano era troppo piccolo per le persone che conteneva in quel momento. Uno strano calore mi pervadeva il corpo, dopo averlo toccato. Mi sorrise e mi chiese come stessi, risposi con un'alzata di spalle più o meno eloquente, le luci si spenderò, io iniziai la seconda birra.
I suoi occhi brillavano della luce riflessa dalla televisione, avrei potuto guardare il film su di loro. Ciuffi sparsi di capelli gli ricadevano sulla fronte e rimbalzavano sulle sue orecchie.
"Forse direi che è il caso di smetterla di fissarlo in quel modo, psicopatico!"
"Eh?!"
- Tutto bene? -
- Sì, sì.. - un altro sorso di birra - non sapevo conoscessi Samu. -
Il mio tono risultò più duro di quanto avessi voluto, tanto che mi dispiacque per lui, sembrava quasi doversi scusare.
- Sì, non è molto che ci conosciamo, abbiamo sempre fatto atletica nello stesso centro, ma di ragazzi ce ne sono tanti lì e non avevamo mai avuto la possibilità di conoscerci prima che ci mettessero assieme per una staffetta, così abbiamo iniziato a stringere amicizia. -
Non riuscivo a calmarmi, era una sensazione molto strana, provavo una strana euforia a parlare con lui, ma un senso di nausea mi opprimeva la gola, impedendomi di parlare, anche la seconda bottiglia ricadde a terra vuota.
- Capito. -
" È l'unica cosa che riesci a dire?! Ma cosa sei un mollusco? Cerca di farti venire in mente qualcosa per sbloccare questa situazione o giuro che mi trovo un altro lavoro!"
"Non ci riesco, è impossibile, è tutto così surreale, mi manca il respiro. "
Buttai giù un'altra buona quantità di liquido giallognolo, tutto di colpo, senza pensare e tornai a guardare il film.
"Ecco, mi viene da piangere, non ci credo."
"Non è questo il momento, cerca di controllarti, devi trovare un modo per rilassarti"
"Sappiamo entrambi che ce n'è solo uno."
Anche la terza birra finì vuota sul pavimento.
Reclinai la testa indietro tenendo gli occhi chiusi e provai calmarmi.
Inspirai col naso.
"Uno, due, tre"
Espirai con la bocca.
"Quattro, cinque, sei"
Aprii gli occhi, il mio stato di coscienza era leggermente alterato ora, cominciai a sentire il sangue più leggero.
"Sette, otto"
Mi girai verso di lui, il mio cuore sembrava essersi ingrandito e pulsava forte, la voglia di piangere non era passata, ma provavo tante altre cose confuse nel frattempo. Lo guardai molto a lungo.
"Nove, dieci"
- Hai una ciglia, te la posso prendere? -
Inizialmente mi guardò stranito, poi mi disse di fare come credevo.
Passarono alcuni secondi prima il mio pensiero si trasmettesse ai miei muscoli, allungai una mano su quelle guance pallide, erano fredde, e strinsi tra pollice ed indice la piccola ciglia chiara.
Poi lo guardai dritto negli occhi ed il tempo si fermò. Non esisteva più nessun altro. Non avevamo più bisogno di respirare.
"Uno, due"
- Esprimi un desiderio -
La mia voce proveniva da un altro pianeta, magari da una stella, era lontana e irreale, flebile e chiara.
"Tre, quattro"
Lui annuì soltanto, sembrava rapito, era come se fossimo su due sponde diverse di un fiume, distanti e irraggiungibili, ma allo stesso tempo eravamo parte intrinseca di quell'acqua che ci divideva, danzavamo sfiorandoci e poi volando via, ma quei tocchi distanti avevano la potenza di una tempesta. Stavo di nuovo piangendo.
"Cinque, sei"
- Sopra o sotto? - Non avevo la voce rotta, era placida, come sempre era solo acqua incontrollabile quella che mi lavava il viso.
- Sopra. - Parlava come ad una nuvola, con una semplicità disarmante.
"Sette, otto"
Dischiusi le dita e quel suo piccolo frammento rimase attaccato al mio indice.
"Nove, dieci"



Il vento aveva smesso di soffiare, ma la neve cadeva ancora leggera, spolverandomi i capelli e le labbra, eravamo sotto casa mia, solo io e lui, non ricordo come ci fossimo arrivati. Non ricordo cosa ci fossimo detti o se fossimo rimasti in silenzio. So solo che ad un certo punto le sue mani si trovarono ad incorniciare il mio viso, il suo pollice ad accarezzare il mio orecchio, il suo naso a sfiorare la mia guancia, le sue labbra a dischiudersi nelle mie.
Mai prima di allora avevo provato l'esistenza della magia, perché altro non poteva essere quella sensazione che saliva dalla terra fredda per avvolgerci in un piccolo bocciolo, come di un giglio alle prime luci dell'alba, quando sta per aprirsi, ma nel suo torpore resta anche un po' a sognare dischiuso tra le stelle e l'aurora.
Appoggiai le mani sul suo corpo, potevo sentire tutte la sua energia, anche attraverso i pesanti vestiti, potevo vedere un fuoco accecante brillare di calore, incessantemente e per un attimo sciolse l'elaborata scultura di neve e ghiaccio che dava forma alla mia anima.
Prima che fosse troppo tardi, prima di perdere definitivamente me stesso, prima di ritrovarmi in una pozza d'acqua mi allontanai e lo guardai, poi sorrisi triste e corsi in casa.
Mi girava la testa e tutto era distorto, vedevo la realtà per la prima volta, era tutto così vero, ogni suono acutissimo, ogni profumo quasi sì solidificava davanti a me. Mi infilai nell'ascensore appoggiandomi alla parete per riprendere fiato, la neve iniziava a sciogliersi sulle mie spalle, mi girai verso lo specchio.
"E questo sorrisino cosa sarebbe?"
Schiacciai il pulsante per il mio piano, prendendo un grosso respiro, senza riuscire a smettere di sorridere.
Una mano si infilò nella porte dell'ascensore prima che potessero chiudersi, davanti a me c'era un uomo. La folta barba gli nascondeva metà del viso, una massa di capelli scuri facevano saettare quei due occhi chiari come la luce. Il viso era bello, ma deturpato dalla fatica, rughe di preoccupazione erano diventate fisse sul suo volto.
- Ciao papà -

 

Rieccomi, so che ci metto sempre molto ad aggiornare, ma in realtà io non ho idea di come continuerà questa storia, o meglio: lo scopro di volta in volta, man mano che scrivo, quello che verrà poi; un po’ come il signor Nakata di Kafka sulla spiaggia, non so dove sto andando. Inoltre ci tenevo a dire che sto mettendo sempre un po’ più di me stessa in questa storia, stile ritrattista di Dorian Gray, sono sempre più a nudo di fronte a voi, spero vi piacerà questo capitolo e di poter pubblicare presto il prossimo,
A presto

Sally

   
 
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