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Autore: Dark_sky114    07/08/2017    0 recensioni
(Dal primo capitolo)
-Perché mi hai fatta venire fin qui?- "..." -Sappiamo quanto ci tenga a fare una fine dignitosa e quanto io ci tenga a tenerti il più lontana possibile da questo posto. Ti propongo un patto-
-Che patto?-
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Berlino 1940 degli scienziati crearono una macchina per riportare in vita le persone morte in gioventù o per cause non naturali. Pochi anni dopo la macchina fu sequestrata e nascosta sottoterra assieme alle persone che aveva riportato in vita.
New York 2017, un giovane malavitoso newyorchese, dopo aver scoperto l'esistenza della macchina e del Mondo Sotterraneo da un soldato, riportato in vita, inizia a cercare l'ingresso per il Mondo Sotterraneo. Però, dovrà vedersela con Joanna Meson, giovane sicario, finita in prigione dopo un "lavoro" andato male.
Genere: Angst, Science-fiction, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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New York, ore 5: 00

Il cielo era terso e il sole brillava sui bassipiani Olandesi punteggiati da una marea di tulipani di ogni colore possibile ed immaginabile e da dei mulini a vento che si ergevano come piccole fortezze. Una leggera brezza estiva faceva piegare le fragili corolle dei fiori e portava con sé la risata di una bambina che spingeva il padre tra i campi, seguita  da un bambino vestito di nero, che si sforzava di correre velocemente come la sorella e il padre: - Forza, Adam, vieni!- gridò Amanda, continuando a correre tra campi di tulipani rossi come il fuoco e arancioni come gli ultimi raggi del sole morente: - Dai, corri!- gridò di nuovo la bambina: - Arrivo!- rispose, arrancando  verso suo padre e sua sorella. 
La piccola Amanda aveva sempre voluto andare in Olanda. Era un desiderio molto strano per una bambina di soli dieci anni, però, bisognava ammetterlo, quel posto era veramente bello con i suoi mulini a vento  di mattoni chiari e di legno scuro, i suoi sconfinati campi di tulipani e i suoi bassipiani ricoperti di erba verde smeraldo: - Possiamo costruirne uno pure a casa?- chiese la bimba, tirando il padre per la giacca ed indicando la struttura di legno davanti a sé. 
Il mulino si ergeva a tre metri di distanza da loro con le sue immense pale di legno, mosse da una leggera brezza estiva dall'odore di fiori, e la sua struttura circolare di mattoni candidi: - Perché vuoi un mulino a casa, piccola mia?- domandò l'uomo, prendendo in braccio la piccola: - Così possiamo farci la farina.- 
Amanda aveva iniziato ad avere quell'ossessione per i mulini a vento sei mesi prima, quando la maestra, di ritorno da un viaggio in Olanda, aveva iniziato a descrivere ai propri alunni ciò che aveva visto, tra cui i famosissimi muli a vento e gli ancora più famosi tulipani. Da quel giorno in poi, la piccola aveva continuato a chiedere ai genitori di andare in Olanda: - Adam, svegliati!- gli urlò la sorella. Si voltò verso di lei: - Che hai detto?- le chiese, spaventato da quella voce priva di ogni  tipo d'emozione. La piccola gli sorrise, tornando la solita bambina solare dai grandi occhioni azzurri che era sempre stata: - Papà ha detto che comprerà uno di questi mulini solo per me.- 
Gli sembrava un'idea stupida comprare un mulino, tuttavia, non poteva fare a meno di pensare che fosse veramente divertente dire in giro di avere un mulino a vento tutto suo: - Sveglia!- cantilenò di nuovo Amanda. Sentì una scossa di dolore percorrergli  la schiena: - Che mi succede?- gridò, cadendo a terra. 
L'azzurro del cielo  e il verde dei prati sparirono, sostituiti da  un'oscurità così densa da sembrare petrolio: - Sveglia!- mormorò una voce alla sua destra: - No.- urlò, sentendo di nuovo una scossa di dolore percorrergli tutto il corpo.
L'oscurità iniziò a prendere un colore, ma  non fu quello dolce e vivo dei tulipani, bensì, quello triste e spento di una moquette vecchia e sporca: - Lasciami andare!- mormorò, con la voce incrinata dal dolore. 
Era da più di tre ore che continuava quel supplizio. Ogni volta che lui perdeva i sensi,  Joanna si sedeva davanti a lui, aspettava qualche minuto prima di farlo svegliare di nuovo e poi continuava quell'interrogatorio: - Sai troppe cose di me.- rispose lei, giocherellando con la lama di un coltello da cucina dalla lama grande quanto il palmo di un uomo adulto: - Tu non sei neppure di questo mondo. A chi importa del tuo nome?!- esclamò, scuotendo la testa ancora dolorante a causa del  colpo, che aveva ricevuto otto ore prima, ma quel dolore era nulla in confronto a quello delle bruciature che gli punteggiavano le braccia e le gambe: - Molta gente conosce il Mondo Sotterraneo e molte persone, che vivono sulla superficie, provengono dal mio mondo.-
Il coltello brillò alla luce della lampada: - Quello che dici non ha senso. Come abbiamo fatto a non accorgercene? In pratica, gli abitanti del tuo mondo sono morti oppure non esistono se non nel sottosuolo.- ragionò, cercando di non guardare quella spaventosa lama: - Il vostro governo sa tutto sul Mondo Sotterraneo. Hanno un archivio segreto con i nostri certificati di nascita e di morte. Chi credi abbia nascosto la macchina?- 
Tentò di liberarsi da quelle corde per l'ennesima volta: - Dai, Coleman, dimmi dove si trova quella ragazzina!- esclamò lei, posando la lama del coltello sulla guancia del suo prigioniero: - Tanto a cosa serve? Io morirò comunque, almeno avrò la soddisfazione di sapere che pure te morirai. - la sfidò.
Joanna lo guardò negli occhi stringendo con forza l'impugnatura del coltello. 
Una piccola goccia vermiglia si depositò sull'acciaio e poi colò giù lungo la sua guancia, il mento e il collo, andando a macchiare il colletto candido della camicia: - Dimmelo!- strillò la ragazza, posando la lama sulla sua gola: - Fallo! Uccidimi! Tanto è  l'unica cosa che sai fare.- le urlò contro, osservando i muscoli del braccio della giovane tendere la pelle candida.
Sul volto di Joanna si dipinse un sorriso spaventoso, quasi come se fosse tentata di far scorrere la lama sul collo della sua povera vittima: - Sai che la tua adorata sorellina dorme proprio davanti a questo palazzo? Io non ho nulla contro di lei, ma potrei andare ad ucciderla e tu non vuoi questo. Giusto?- lo minacciò, balzando in piedi, con la propria arma sempre stretta nella mano: - Lei non sa nulla.-
Non poteva permettere che quel mostro facesse del male ad Amanda. Aveva giurato a suo padre di proteggerla: - Poi è tornata a vedere il suo mulino? Ah, che ossessione stupida! I mulini a vento! Ma a chi piacciono? Sono solamente delle costruzioni di pietra e poi fanno un rumore! Tua sorella deve essere più pazza di me per essere ossessionata dai mulini a vento.- rise lei, allontanandosi dal proprio prigioniero: - Tu prova solo a torcerle un capello e...-
Joanna si girò verso di lui e rise: - E cosa mi farai? Mi ucciderai? Ma come farai? Sei legato ad una sedia.-
      - Cosa vuoi? Ti darò qualsiasi cosa, ma non farle del male.- propose, cercando di mettersi in piedi: - Voglio sapere dove si trova quella ragazza!- strillò, lanciando il coltello verso parete alle proprie spalle: - Sono stufa di sentirti implorare. La smetto di torturarti se mi dici dove si trova. Non mi sembra una cosa difficile da capire!- aggiunse, prendendolo per il bavero: - Te l'ho già detto: io non lo so.- rispose in un ringhio molto simile a quello di una bestia feroce: - Allora vedrai la tua dolce sorellina morta!- gli promise, lasciandolo andare. Prese il coltello dalla parete, tranciando parte della carta da parati a fiori: - No, ti prego! Te lo dirò, ma lasciala vivere. Ti prego.- urlò, quando lei aprì la porta. 
Joanna si voltò e gli sorrise un'altra volta, ma questa volta il suo sorriso non era né minaccioso e neppure crudele, era soddisfatto. Stranamente, gli venne naturale pensare che fosse ancora più bella con le labbra incurvate verso l'alto e gli occhi brillanti come due smeraldi: - Allora, dimmi! Dove tenete la ragazza?- chiese lei con calma. Fece un bel respiro e pensò alle alternative: poteva dirle la verità e morire in pace, sapendo che sua sorella stava bene e non rischiava la vita per mano di quella pazza, oppure dire una bugia, liberarsi e salvare sua sorella, però, quella scelta era uno sparo nel buio. "Non voglio che lei muoia, però, non posso farmi battere così facilmente." si disse, pensando all'indirizzo della propria casa: - Brooklyn, Pacific Street, il palazzo più alto è l'unico fatto di vetro. Vai al settimo piano. La tiene lì.-mentì, immaginando la sua faccia non appena fosse arrivata sul luogo sbagliato: - Spera che sia lì, se no tua sorella è morta.- lo minacciò, uscendo dalla casa.

Il suo telefono era ancora nella tasca interna della giacca. Era sicuro che Joanna non avesse controllato i suoi vestiti prima di legarlo. "Devo liberarmi." 
Si guardò attorno alla ricerca di qualcosa con cui tagliare la corda. "Un coltello!" si disse non appena vide un piccolo coltellino svizzero abbandonato sul piano cottura. "Sì, ma come ci arrivo?" si chiese.
"Sembra che si diverta a farmi questi stupidi scherzi! Poco male, posso provare ad alzarmi anche se sono legato." rifletté, piegandosi in avanti, però, la sedia si sbilanciò e lui cadde a terra. "Benissimo, dalla padella alla brace!" 
Tentò di avvicinarsi al piano cottura senza riuscirci. Fu in quel momento che vide il telefono a qualche decina di centimetri dalla propria mano. " Ce la devo fare." pensò, allungando una mano verso il proprio cellulare. "Ancora un piccolo sforzo!" le dita incontrarono il bordo squadrato dello Smartphone e si strinsero attorno ad esso. "Ora devo solo accenderlo e chiamare Gregor o mio zio." 
Accese il telefono, aspettando con impazienza: - Dai forza accenditi!- esclamò preso dallo sconforto. 
Quando il cellulare fu acceso, fece il numero di suo cugino  e mise in vivavoce: - Adam?- mormorò una voce dal telefono: - Si, sono io.-
     - Sai che ore sono?- urlò Gregor: - Sinceramente no.- 
     - Cosa ti ha fatto quella donna? Ti ha mandato in panne il cervello?-
     - Mi ha rapito! Gregor, senti! Sono nell'edificio davanti all'albergo in cui sta Amanda. Vieni a liberarmi prima che quella pazza torni ed uccida sia me che mia sorella!- gli ordinò, tremando per la rabbia. Il tempo stava per scadere. Aveva meno di mezz'ora: - Adam, non sono a New York.-
       - Dove diavolo sei?-
       - In New Jersey.-
       - Non sei così lontano.-
       - Adam, non posso venire: ho un problema. - rispose quello, riattaccando. "Merda!" pensò. Doveva chiamare qualcun'altro, ma chi? "Amanda!"
Compose il numero della sorella ed aspettò che quella rispondesse. "Dai, sorellina,  questa mattina mi volevi aiutare. Ora puoi se rispondi a questo dannato telefono" 
        - Sono le cinque e venti. Sai che a quest'ora di solito la gente dorme?- gli disse una voce femminile: - Lo so, ma devi farmi un favore.- 
       - Che genere di  favore?- chiese la giovane, tornando seria. Era la prima volta che suo fratello le chiedeva di aiutarlo, di solito, era lei quella che chiedeva l'aiuto di Adam e non il contrario: - Amanda, ti volevo...- iniziò, ma ciò che vide fuori dalla finestra lo costrinse a troncare a metà la frase. "Mi ha fregato!" 
Fuori dalla finestra si riusciva a scorgere un palazzo con la scritta "Coleman&Co.", sapeva benissimo qual  era l'unico grattacielo di tutta New York a portare quella scritta e non era nella zona dove aveva detto Joanna. "Sono proprio uno stupido. Mi sono fatto prendere in giro."
       - Adam? Tutto bene?-
       - Certo, Amanda... volevo solo chiederti scusa per ieri. -mentì, riattaccando. L'unico che poteva aiutarlo era suo zio, ma sapeva fin troppo bene com'era suo zio e non voleva coinvolgerlo. Quella ragazza era la sua ultima possibilità per trovare l'ingresso del Mondo Sotterraneo, non voleva che suo zio ordinasse ai propri scagnozzi di spararle a vista. 
Posò il telefono a terra e cercò di avvicinarsi il più possibile al coltello. "Ci sono quasi." 
Tentò di rimettersi in piedi, senza riuscirci. Riprovò in tutti i modi possibili, ma l'unico risultato fu di peggiorare la proprie condizioni già penose. " Sarà pazza, ma è furba. Di sicuro non si chiama neppure Joanna." 
Dopo una decina di tentativi a vuoto, riuscì a girarsi e a mettersi in piedi. "Devo sbrigarmi, non ho un'eternità."
Strinse l'impugnatura tra le dita e tagliò la corda, che gli legava i polsi ai braccioli della sedia.
Finalmente libero, girò per l'appartamento in cerca della propria pistola. Cercò da ogni parte, ma trovò solamente l'arsenale di Joanna. Era spaventoso vedere tutte quelle armi in un solo appartamento. C'erano fucili di precisione, pistole, coltelli, cerbottane, bombe a mano, vere e proprie bombe al tritolo, una katana e un'altra dozzina di armi dalle origini e forme più disparate. "Ma questa è veramente pazza."
Prese  una pistola ed uscì dall'appartamento, cercando di mantenersi lucido. 
Non appena fu in strada, fermò un taxi: - Pacific Street, se ci arriva in meno di dieci minuti le do cento dollari.- disse all'autista, che partì a tutta velocità per la strada deserta: - Signore, si sente bene?- domandò l'uomo, senza smettere di guidare: - Benissimo! Ho solo fretta.- mentì, guardandosi allo specchietto. Era messo veramente male. Il naso non era rotto per miracolo, però, il sangue si era raggrumato sul labbro superiore, invece, il labbro inferiore era gonfio e livido, il taglio sulla guancia era una crosta scura spessa quanto un dito e un occhio era gonfio e nerastro. "Ma quanto è forte quella donna?" si chiese, togliendosi il sangue da sotto il naso: - Scusi se glielo chiedo, ma non preferisce andare all'ospedale o alla polizia per denunciare chi l'ha conciata a quel modo?-
     - No.- rispose con rabbia. Non aveva tempo da perdere in chiacchiere.

                                ******************************

Brooklyn, New York, ore 5: 30

Luke Jackson, quella mattina, si era svegliato più presto del solito, per andare a fotografare il solito ponte in via di ristrutturazione. Gli mancava il suo vecchio lavoro per una famosa rivista di moda locale. Avrebbe tanto voluto tornare a fotografare bellissime modelle avvolte in vestiti firmati e nate per la fotocamera, altro che quel dannato pilastro di cemento. 
Certo, la ragione di quella ristrutturazione restava sempre un mistero: il ponte era sempre stato solido, in secoli non aveva mai dato problemi, eppure, il sindaco, di comune accordo con un senatore, mandato apposta dal presidente, aveva deciso di aggiungere un altro pilastro per essere più sicuri. 
A Luke era sembrata una scelta strana, soprattutto, per la ditta che stava facendo quella modifica. Il primo giorno si era aspettato di vedere il logo dei Coleman, invece, si era ritrovato davanti uno strano logo e la scritta "Nuovo Mondo", cucita  sopra la giacca di uno dei dipendenti, che aveva intervistato. Durante l'intervista, tutti gli operai gli avevano detto che doveva essere felice di non trovasi davanti un impiegato dei Coleman, eppure, anche se la famiglia d'impresari più ricca di New York era legata alla malavita locale ed internazionale, avrebbe tanto preferito vedere Albert Coleman in persona piuttosto che quegli strani uomini dalla pelle bianca, come quella di un cadavere, e i capelli biancastri. 
L'altro motivo era per la strana struttura del pilastro, non era come gli altri due,  aveva la stessa forma di una clessidra che s'innalzava dal fondo del fiume, fino alla parte inferiore del ponte.
Comunque, in quel momento, Luke non era ancora davanti al famoso Ponte di Brooklyn. Si era fermato in una piccola strada della zona, per prendere un po d'aria, prima d'iniziare il proprio lavoro, e quella scelta gli cambiò la vita per sempre.
Era davanti all'ultima diavoleria dei Coleman, nella quale, oltretutto, viveva il più giovane della famiglia. Un taxi frenò davanti al palazzo e da esso scese una giovane donna armata di tutto punto.
La prima cosa che fece Luke fu prendere la macchina fotografica ed immortalare quella figura longilinea entrare nel palazzo. Poi le andò dietro. 
Sentiva già il suo capo complimentarsi per l'ottimo lavoro svolto. Come gli sarebbe piaciuto leggere uno dei propri articoli direttamente dalla prima pagina del Times. Vedeva già il titolo davanti ai propri occhi: "Giornalista sventa una rapina."
La seguì sulle scale cercando di non farsi vedere.
Arrivato al settimo piano, vide la donna andare dritta verso l'ultima porta del corridoio e buttarla giù  con un calcio. " Neppure nei film buttano giù una porta così facilmente!" pensò, stupito: - Perché mi segui?- gli chiese Joanna, puntandogli contro la pistola: - Non dirò niente a nessuno!- esclamò, alzando le mani verso il cielo. 
Come aveva fatto ad accorgersi della sua presenza? Era stato attento a non farsi sentire, eppure, quella donna si era accorta lo stesso di lui: - Uomini! Tutti uguali! Quando vi deciderete a smetterla di mettervi nei guai?- chiese lei, voltandosi verso di lui: - Sei una di loro!- esclamò non appena vide il simbolo, che tutti gli operai della Nuovo Mondo avevano tatuato sul collo, impresso  sulla clavicola destra della giovane: - Loro chi?- chiese lei, avvicinandosi a lui di qualche passo: - Quelli della ditta Nuovo Mondo. Sei una di loro!-
   
 
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