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Autore: Mary P_Stark    09/08/2017    2 recensioni
1827. Andrew Spencer, erede del titolo degli Harford, parte per il Grand Tour europeo assieme ai suoi migliori amici, Keath e Leonard. Il viaggio ha sì lo scopo di fare nuove scoperte e conoscenze - come effettivamente avverrà - ma serve ad Andrew come via di fuga dal suo annoso, terribile problema. Il suo cuore sanguina per una donna che pensa di non poter avere.
Violet Phillips, al tempo stesso, è alle prese con un problema non dissimile: la Stagione a Londra, mille potenziali cavalieri e nessuno che realmente colpisca il suo cuore... poiché esso è già impegnato, e dall'uomo per lei più inavvicinabile di tutti.
Potrà il Grand Tour aiutare Andrew a chiarirsi le idee, e trovare il coraggio che ora gli manca per dare voce al suo cuore?
E potrà Lucius Bradbury, cugino di Alexander Chadwick, aiutare Violet nella riscoperta di se stessa e di una forza che non crede di avere? - SEGUITO DI "UNA PENNELLATA DI FELICITA'" e "SOTTO IL VELO DELLA NOTTE"
Genere: Romantico, Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Periodo regency/Inghilterra
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Serie Legacy'
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11.
 
 
 
 
Passeggiando nervosamente in lungo e in largo, le braccia che sbattevano lungo i fianchi per scaricare la tensione, Violet si fermò quando raggiunse Randolf e, piantandosi dinanzi a lui, ringhiò: “Dillo un’altra volta, e giuro che non risponderò più di me stessa!”

“Non sei neppure più tu a parlare… mi sembra di vedere Lizzie, ecco come appari. Ti hanno fatto il lavaggio del cervello, in questi mesi?” protestò Randolf, livido in viso.

“Non ci posso credere! E dire che tu apprezzi Lizzie!” sbottò Violet per contro.

“Certo che la apprezzo, ma non mi piace che tu la imiti per mascherare il fatto che non sai cosa stai facendo!”

Anthony levò le mani per chetarli e, più pacato dei due giovani, asserì: “Ragazzi, state calmi. Sbraitare non serve a nulla. Ora, per l’ultima volta, Violet. Cos’è successo? E… Randolf, niente interruzioni, stavolta.”

La minaccia verbale fu seguita da una lunga occhiata raggelante e, suo malgrado, il giovane barone venne messo al silenzio.

Sospirando, Violet si portò alla finestra, si poggiò contro il davanzale e, con voce ormai roca per il troppo urlare, disse: “Sono già due anni che penso a Andrew come a un uomo, e non come a un amico di famiglia. Solo, ci ho messo un po’ per chiarirmi le idee. Avevo difficoltà a farlo, perché temevo fosse solo un’infatuazione passeggera. Inoltre, non avevo fiducia nei miei sentimenti e…”

Si interruppe un attimo, sbatté nuovamente le braccia e mormorò: “… e non sapevo come comportarmi, perché ho sempre avuto qualcuno accanto ad aiutarmi, anche per le piccole cose. Dovevo essere sola, per capirlo.”

“Non mi sembra che tu, qui, sia da sola” sottolineò Randolf, azzittito subito da un’occhiataccia di Violet e una, ancor più livida, di Anthony.

“Lizzie non mi ha mai detto nulla, ha solo ascoltato. E’ stato Lucius a farmi capire che valevo qualcosa, …anche da sola.”

“Ma certo che tu vali, tesoro” esalò Myriam, sgomenta.

“Ora lo so, madre, ma ho sempre vissuto per anni nella convinzione che, se anche non mi impegnavo a fondo, ciò in cui non riuscivo io, qualcun altro l’avrebbe fatto al posto mio. Mi siete sempre stati tutti vicino, e io vi ringrazio ma, a questo modo, non ho mai potuto mettermi alla prova, o sapere quali fossero i miei limiti.”

Anthony assentì con un sospiro e, con un cenno della mano, lasciò che la figlia proseguisse.

“Vi amo sinceramente, e so che l’avete fatto per me, ma adesso non potete aiutarmi, né dovete tentare di impormi il vostro pensiero, poiché la pensate diversamente da me. Devo fare le mie scelte… e sbagliare, se è il caso” dichiarò con veemenza Violet.

“Ma in questo caso, se sbagli, renderai infelice te stessa, e anche Andrew e la sua famiglia” sottolineò gentilmente Anthony. “Dio… vorrei che tutto fosse più semplice di così. Non mi va di pensare che quel ragazzo si sia approfittato di te, ma…”

“Da uomo, e da padre, il pensiero ti accarezza” intuì la figlia, assentendo suo malgrado.

Non poteva impedire loro di pensarlo, ma poteva tentare di spiegare quali fossero i suoi sentimenti, cercando al tempo stesso di ricordare loro che uomo fosse Andrew.

Levatosi in piedi, Randolf si passò una mano tra i capelli, fissò addolorato Violet e asserì: “Mi spiace, ma non riesco a non pensare che tu stia semplicemente assecondando Andrew.”

“Posso solo dirti di dormirci sopra. Domani, la penserò alla stessa maniera, ma tu potrai aver cambiato idea” sospirò la sorella, reclinando il viso per non dover ulteriormente affrontarlo.

“E’ da questo che capisco che non sei tu a parlare. Quando mai sei stata così testarda?” le ritorse contro il fratello maggiore.

Allibita dalle sue parole, Violet non ce la fece più e, annullando la distanza che li separava, assottigliò le palpebre e sibilò: “Sai cosa ti dico, Randolf? Sono stanca di sembrarti una persona che non sono.”

Ciò detto, lo schiaffeggiò a sorpresa e aggiunse: “Questo è per il pugno che hai dato ad Andrew. Buonanotte.”

Senza dire altro, uscì dalla stanza, stando però ben attenta a non sbatterla. D’accordo che era furiosa, ma non era il caso di prendersela con la casa di Lizzie e Alexander.

Savannah fissò il marito con un ghigno sul volto, gli tastò la guancia dolorante e asserì: “Te la sei proprio cercata, Randy caro.”

“Savannah! Ti ci metti anche tu?” esalò lui, facendo tanto d’occhi.

“Sono stata zitta perché è tua sorella, e so cosa tu possa pensare di tutta questa storia. Sei un uomo orgoglioso e tenace, che vuole tenere al sicuro il proprio gregge, ma in questo caso non c’è nessun lupo, alla porta. Parliamo di Andrew!” protestò Savannah, guardando alternativamente il marito e i suoceri. “Siete troppo coinvolti per vedere la verità, e ci può stare, ma nessuno dei due ha fatto nulla di male. Neppure sono parenti!”

Randolf fece per replicare, ma Savannah lo prese per mano, salutò i suoceri e condusse fuori dalla stanza il marito.

Era davvero troppo tardi, per continuare quella discussione. Erano stanchi e provati dal viaggio, perciò avevano bisogno di riposare.

A mente fredda, avrebbero riaffrontato l’intera faccenda con occhi meno velati dall’ansia.

Myriam sfiorò il braccio del marito, che rabbrividì un istante prima di mormorare: “Non so davvero cosa dire. Non ho mai pensato… a lui.”

“Neppure io. Ma non vi sarebbe nulla di male. Savannah ha ragione. Noi lo abbiamo sempre visto come un figlio, perché le nostre due famiglie sono cresciute assieme… ma non lo è. E la parentela v’è solo tra Randolf e Andrew, ma non con Violet. Sarebbe un’unione perfettamente lecita” ammise Myriam, scortando il marito verso l’ampio letto.

Passandosi le mani sul viso, Anthony si sedette sul bordo del letto, lanciò un’occhiata alle fiamme ardenti nel camino e sospirò: “Credo che il vero problema sia un altro. E’ agghiacciante pensare a mia figlia che vuole un uomo. Soprattutto, un uomo che conosco così bene, e a cui voglio così bene.”

Myriam, a quel punto, sorrise, gli baciò le labbra e, sospingendolo verso le coltri, asserì: “Avrebbe potuto andarci peggio, no? Almeno, sappiamo che Andrew è un bravo ragazzo, e farà solo del bene, alla nostra Violet.”

“Spiegalo tu, a Randolf. Pareva desiderasse squartarlo e, in parte, lo capisco. Se li avessi visti io, a baciarsi, forse non avrei saputo reagire diversamente” sospirò Anthony.

“Oh, lo so quanto puoi essere focoso, nei tuoi atteggiamenti” mormorò Myriam, slacciandogli il plastron con lentezza esasperante.

“Che stai facendo, Myriam? Vuoi farmi pensare ad altro?”

“Kathleen mi ha detto che funziona. Vogliamo provare?” ironizzò la moglie. “Dovresti aiutarmi con l’abito, però. Non ho voglia di chiamare Lucinda.”

“Al diavolo il vestito. Ne hai finché vuoi” ghignò Anthony, ribaltando la situazione.

Myriam rise, lo baciò e disse: “Pensiamoci domani. Tanto, una notte di sonno non ha mai creato danni, e Violet ha ragione. Dobbiamo riparlarne a mente fredda, e da riposati.”
 
***

Sdraiato sul letto assieme al fratello minore, Andrew gli sorrise a mezzo, asserendo: “A volte, penso che tu avresti dovuto nascere per primo. Sei molto più saggio di me.”

Max ridacchiò, replicando: “E’ solo perché tu sei in un guaio, e io no.”

“Può darsi” assentì il fratello maggiore, intrecciando le mani dietro la nuca al pari di Max.

“Io penso non ci siano problemi. Non siete parenti, neppure lontanamente, e Violet ha dimostrato ampiamente quanto poco le interessassero gli uomini, a Londra mentre, da quel che ho visto, tu le interessi, e anche molto” mormorò Max, pensieroso. “Mai vista lottare a spada tratta come ha fatto per te. Finalmente ha potuto sfoderare i suoi artigli.”

“Già. Ci ho messo un po’, per scoprire che anche lei li aveva” ammise Andrew, sorridendo suo malgrado.

“Perché abbiamo sempre pensato che lei fosse troppo debole e delicata, ma ci sa fare. E’ una tosta, anche se non alla maniera di Lizzie” ammiccò Max, facendo ridere Andrew.

“Lizzie è unica al mondo. E meno male, sennò sai che danni potrebbe fare?” ironizzò Andrew, e Max assentì con vigore.

Tornando serio, Max aggiunse: “Sono felice che ti ami, e che tu ami lei, perché so che la tratterai bene. Ho sempre voluto per lei un uomo come te.”

“Lei è la tua Lizzie, eh?”

“Già. La mia gemella separata alla nascita” assentì divertito Max. “Perciò, abbine cura.”

“Ammesso e non concesso che Randolf mi lasci la testa sul collo, e Anthony mi dia il permesso di sposarla.”

“Quando si saranno calmati, vedranno le cose dal punto di vista giusto. Il viaggio è stato pesante per tutti, e credo che una batosta del genere non se l’aspettasse nessuno. A mente fredda, vedranno la verità per quella che è, e accetteranno il fatto che Violet avrà un marito. Tu.

“Ti userò da scudo, se non la penseranno così” ironizzò a quel punto Andrew, facendolo ridere.

“Fifone… stai per deflorare la loro bambina… che vuoi che pensino?” gli ritorse contro Max.

“Vista così, è terrificante.”

“Ma è la sola cosa che, al momento, vedono loro. Solo il brutto e il perfido ma, quando si saranno dati il tempo di pensarci a mentre fredda, vedranno la gioia di Violet, e ricorderanno che stiamo parlando di te. Allora, tutto si appianerà” gli ricordò Max, scostandosi per dargli un pacca sul braccio. “Dai loro un po’ di tempo.”

“Spero davvero tu abbia ragione. Non vorrei essere costretto a rapirla per andare a Gretna Green e sposarmi contro la loro volontà.”

“Non dirlo nemmeno, fratello” brontolò Max, levandosi in piedi per andarsene nella sua stanza. “Dormici sopra anche tu. Ti farà bene.”

Andrew assentì e, quando vide il fratello raggiungere la porta, mormorò: “Ehi, Max.”

“Dimmi…”

“Grazie. Di tutto.”

“Siamo fratelli, no?” ironizzò il ragazzo, uscendo fischiettando.

Andrew non avrebbe potuto desiderare fratello migliore.
 
***

L’orologio a pendolo nell’atrio del palazzo segnò le cinque del mattino, e lei ancora non aveva preso sonno.

Era stata una nottata orribile, e il giorno che stava sorgendo non sarebbe di certo andato meglio.

Randolf non riusciva a capire le sue ragioni; era come parlare con un muro, tanto era testardo.

E poi, diamine, se neppure suo padre era così restio a comprenderla, perché doveva essere suo fratello a metterle i bastoni tra le ruote?

Sì, forse lui vedeva Andrew solo come un cugino – un parente stretto, troppo stretto, per i suoi gusti – e perciò considerava la situazione alla stregua di un tradimento tra fratelli, o quasi.

Ma non lo era affatto!

“Beh, se non ascolta me, lo farà con i suoi amici” sbottò a quel punto Violet, afferrando il suo mantello con decisione.

Andrew le aveva detto che i suoi amici si trovavano ospiti alla villa di Shemain, la sorella di Eli, il suo nuovo amico.

Questa, distava solo poche miglia da lì. Sarebbe stato facile raggiungerla col favore della notte, visto che c’era già stata un paio di volte.

Con questa convinzione, uscì di soppiatto dalla sua stanza, facendo ben attenzione a non passare nelle vicinanze dei corridoi della servitù.

Loro, infatti, erano quasi sicuramente già svegli, e avrebbero potuto vederla, smascherandola.

Scivolando silenziosa lungo la scalinata centrale dell’atrio, Violet represse a stento un grido di puro panico quando udì i passi leggeri di qualcuno.

In fretta, si nascose dietro uno dei pilastri della scala e, tappandosi la bocca con le mani per non farsi sentire, osservò nella semioscurità il passaggio lesto di uno dei garzoni.

Quando fu certa che fosse abbastanza lontano da lei, Violet curiosò fuori dal suo nascondiglio e, con il cuore in gola, si avviò verso la porta d’ingresso.

Lì, ringraziò tutti i santi del paradiso per i battenti perfettamente oliati e, lentamente, aprì la porta per sgattaiolare fuori.

Il freddo la investì in pieno non appena mise piede all’esterno della villa, facendola rattrappire nel suo mantello.

Tutto era cupo e oscuro, attorno a lei, e l’alba era ancora lontana dall’essere alle porte.

Deglutendo a fatica, Violet si chiese se sarebbe realmente riuscita a fare quanto ripromessosi e, con passi esitanti, cominciò a discendere le scale per raggiungere le stalle.

Oltrepassato l’angolo a est della villa, la luce della luna piena le diede un po’ di conforto, ma non fu sufficiente per farle passare il tremore che la squassava da capo a piedi.

“Non so come abbia fatto Lizzie, a suo tempo” mormorò terrorizzata Violet, stringendosi le mani al petto, nascoste dal mantello in lana pesante.

Andava anche detto che Elizabeth, ai tempi, era uscita di casa grazie all’appoggio di Alexander, ma la faccenda rimaneva: se anche fosse uscita da sola, Lizzie non avrebbe tremato tanto.

Ugualmente, Violet non si diede per vinta – c’era in gioco il suo rapporto con Andrew – e, dopo aver controllato che non vi fossero stallieri in giro, entrò.

Alcuni dei cavalli erano già desti, e la fissarono curiosi da oltre il bordo dei loro box.

Lei sperò ardentemente che non si mettessero a nitrire, scatenando così la curiosità dei domestici, ma nulla avvenne, a parte qualche sbuffo incuriosito.

Fu con autentico sollievo che, quando raggiunse il box della sua giumenta, la trovò già desta, pur se accucciata sulla paglia fresca.

Nel vederla, Wind si levò sulle possenti zampe bianche e si avvicinò al bordo del box, facendo sporgere il muso per accogliere una sua carezza.

Violet si sentì subito meglio, nel saperla al suo fianco. Voleva bene a quella cavalla docile e mansueta, e sapeva che lei l’avrebbe servita bene.

“Dobbiamo fare una cosa in gran segreto, Wind…” mormorò la ragazza, liberandola dal box con mosse tranquille, prima di prendere la sua sella da amazzone. “… perciò, per favore, non nitrire.”

Wind reclinò il muso verso di lei, le colpì appena la spalla e rimase ferma durante tutta la preparazione per il viaggio.

Che avesse compreso le sue parole, o avvertito la sua ansia repressa, Violet non seppe dirlo ma, di sicuro, fu grata alla sua cavalla per quel trattamento di favore.

Di solito, il morso non le piaceva, e gli stallieri faticavano a metterglielo ma, con lei, fu docile come un cagnolino.

Afferrato uno sgabello, si issò per salire sulla sella – doveva essere creata da un uomo molto crudele, altrimenti non se ne comprendeva la scomodità – e, dopo aver sistemato la gonna-pantalone, sussurrò all’orecchio di Wind: “Andiamo al passo, per ora.”

Gli altri cavalli li guardarono con curiosità e, quando Violet aprì il portone per uscire, sperò ardentemente di non trovarsi davanti nessuno stalliere.

Non voleva obbligare alcuno a coprire le sue manovre, perché sarebbe stato oltremodo ingiusto mettere nei guai qualcuno a causa dei suoi piani.

Nessun trovando, però, si concesse il lusso di tirare un sospiro di sollievo e, nell’uscire lentamente dalla proprietà dei Chadwick, si chiese se non sarebbe morta di paura prima di raggiungere la casa di Shemain.

Le possibilità c’erano tutte.
 
***

Perché? Perché diamine non era stata più attenta, quando si erano recate in carrozza a casa di Shemain?

Ora, non avrebbe dovuto girare a vuoto di fronte al bivio che le si poneva innanzi, con la paura folle di essere raggiunta da qualche losco figuro o, peggio, da un assassino matricolato.

“Quanto sono stata stupida!” mugolò tra sé, mentre Wind rigirava su se stessa, messa in agitazione dall’ansia della padrona.

Un nitrito dubbioso le sorse dalla bocca e Violet, nel rendersi conto di ciò che stava facendo, diede una pacca sul collo alla sua giumenta e, tirando le redini, la bloccò sul posto.

Era inutile far venire un esaurimento nervoso a cavallo, e solo perché lei era stata così sciocca da non studiarsi meglio il piano di fuga.

Chiuse perciò gli occhi, fece mente locale del viaggio che avevano fatto lei, Lizzie e Alexander e, finalmente, raccolse idee necessarie per capire dove fosse.

Doveva proseguire diritto e, solo al secondo svincolo, avrebbe dovuto girare, tenendo in direzione di Kingwells.

Con quella rinnovata sicurezza, spronò quindi Wind al galoppo – era meglio non procrastinare oltre – e, con la sola luce fornita dalla luna, avanzò verso la sua destinazione.

Sicuramente, avrebbe scatenato il putiferio, sia a casa di Lizzie che a casa di Shemain, ma era necessario che gli amici di Andrew parlassero in sua difesa, visto che la sua famiglia non credeva alle sue parole.

Dovevano capire che Andrew era l’uomo di valore che avevano sempre creduto, e che era l’unica persona che lei voleva come marito.

Il solo pensiero la scaldò tutta, facendole scorrere rinnovato coraggio nelle vene.

Sì, ce la poteva fare. Per Andrew, per loro due, per un futuro insieme.

Quelle sei miglia le parvero durare un’eternità ma, quando infine giunse a casa di Shemain, l’alba non era ancora sorta e il palazzo era immerso nel sonno.

Il solo fatto di trovarsi lì le tolse un enorme peso dal cuore ma, quando discese da cavallo, quasi crollò a terra, tanto le gambe le tremavano.

No, non aveva il coraggio di Lizzie, e non avrebbe mai più fatto una cosa del genere, neppure sotto tortura ma, questa volta, le esigenze lo imponevano.

Tenendosi alla sella di Wind, si avviò verso la porta di servizio e lì, preso un gran respiro, bussò un paio di volte, sperando di trovare qualcuno all’altro capo.

Non occorse più di un minuto prima che la porta venisse aperta con una certa diffidenza.

Diffidenza che presto si trasformò in completo sconcerto quando, dinanzi agli occhi della cuoca, fece capolino la figura ammantellata di Violet.

“Oh, povera piccina… ma cosa ci fate, fuori al freddo, poco prima dell’alba? Da dove venite?” esalò la donna, non avendola riconosciuta.

“Sono Violet Phillips, figlia di lord Thornton di York, e sono un’amica di lady Shemain Donington e di lady Elizabeth Chadwick. Mi scuso immensamente per l’ora antelucana, ma un motivo pressante mi ha spinta ha raggiungere questa casa e i suoi abitanti” asserì in fretta Violet, stringendo con forza le redini del cavallo.

La domestica fece tanto d’occhi, a quei nomi – pur non avendola vista, sapeva che era stata ospite in quel palazzo – e, allungando una mano verso di lei, la attirò all’interno ed esalò: “Oh, cielo, miss Phillips! Avrebbe potuto capitarvi di tutto, lì fuori! Cos’è mai successo per costringervi a un tale viaggio nel cuore della notte?”

Poi, impallidendo visibilmente, aggiunse: “Non sarà per caso successo qualcosa a lord Chadwick e alla sua cara moglie? O ai bambini, Dio non voglia?”

“No, niente di tutto questo ma… avrei davvero urgente bisogno di parlare con lady Donington e con i suoi ospiti, a dire la verità” la rassicurò subito Violet, prima di lanciare la bomba che lasciò interdetta la cuoca.

“Il signorino Eli e i suoi amici? Li conoscete, mia cara?”

“Alcuni di loro, sì, e necessito del loro immediato aiuto” assentì con vigore la ragazza.

La cuoca soppesò con attenzione le sue parole, la spinse ad accomodarsi accanto al focolare già acceso perché si riscaldasse e, dopo averle offerto latte e biscotti, uscì borbottando dalla cucina.

Violet non poté esimersi dal sorridere, pensando alle mille e più macchinazioni che la povera donna stava elucubrando in quel momento.

Quante altre volte poteva esserle capitato di ricevere, prima ancora dell’alba, la figlia di un lord con simili richieste?

Mai, credeva.

Passarono circa venti minuti, dal suo proditorio arrivo a palazzo ma, quando Violet vide giungere praticamente di corsa Keath e Leonard, oltre a un giovane che non conosceva, non poté che lasciarsi andare a un pianto di gratitudine.

La cuoca giunse a sua volta e, mentre dava pacche consolatorie alla giovane, mormorò: “Ho pensato che, prima di svegliare la mia signora, avreste preferito parlare con questi giovanotti. Naturalmente, starò qui per preservare la vostra nomea, miss Phillips… e spero ardentemente di non dover sentire nulla di disdicevole.”

Scoppiando a ridere nonostante tutto, Violet si asciugò calde lacrime di ilarità e Keath, nel sedersi su una panca di legno dinanzi alla giovane, si rivolse alla cuoca e disse: “Se c’è una cosa che so, di Violet, è il suo candore, Mrs Cook. Non potrebbe mai aver fatto qualcosa di disdicevole, anche se vederla qui potrebbe far pensare al contrario.”

“Confermo e sottoscrivo” assentì Leonard, sistemandosi meglio la vestaglia prima di rivolgersi a Violet. “Cos’è successo per costringervi a uscire in piena notte, Violet? Elizabeth e i bambini stanno bene, vero?”

Violet assentì, lagnandosi con se stessa al pensiero di averli messi tutti in ansia.

Ma avrebbe fatto ammenda più tardi. Ora, era il momento di agire.
“Innanzitutto, mi scuso per la levataccia e…” iniziò col dire la ragazza, sorridendo poi al ragazzo sconosciuto. “… spero mi vorrete perdonare il modo così barbaro in cui ci siamo conosciuti. Io sono Violet Phillips. Immagino che voi siate il fratello di Shemain. Eli.”

Interpellato, il giovane si esibì in un inchino formale prima di sorriderle e, sedendosi al fianco di Keath, replicò: “Amo le sorprese, miss Phillips, e questa le batte tutte di sicuro. In cosa possiamo esservi utili? Mrs Cook sembrava piuttosto in ansia, quando è venuta a bussare alla porta.”

“Ho bisogno che voi parliate in favore di Andrew” mormorò con veemenza la giovane, sorprendendo tutti i presenti.

“Oh… ne deduco che il ragazzo si sia dichiarato, e la cosa sia più che corrisposta. Almeno da voi” asserì Keath, sorridendo a mezzo.

“Ebbene sì, e mi rende felice sapere che voi siete a conoscenza di tutto, perché questo mi semplificherà le cose” sospirò di sollievo Violet, poggiandosi una mano sul cuore in tumulto. “Come immaginerete, vista la mia presenza qui, qualcosa è andato storto.”

“Immagino che in famiglia si sia scatenato il putiferio. Sappiamo che Andrew temeva soprattutto questo… oltre al fatto di non sapere cosa ne pensavate voi, riguardo a lui” intervenne Leonard, sorridendole comprensivo.

Violet scrollò una mano come se il problema circa i suoi sentimenti non esistesse. “Eravamo troppo ligi alle regole, per accorgerci di quanto ci stavamo ingannando ma… beh, questo dilemma non esiste più, soppiantato dall’ira di mio fratello Randolf. Ha picchiato Andrew, e temo lo rifarà, se torneremo in argomento.”

Sorpreso, Eli guardò i suoi amici e infine domandò: “Spero di aver compreso bene… è vostro fratello, a essersi infuriato? Non vostro padre?”

“Mio fratello maggiore è figlio di mia madre, e del fratello della madre di Andrew. Sono cugini di primo grado. In seguito, suo padre morì in guerra, e mia madre si risposò con mio padre, lord Thornton. Immagino che Randolf veda Andrew come un fratello, e che quindi consideri questa situazione come un tradimento, o qualcosa di simile. Le nostre famiglie sono cresciute assieme, e i legami che ci legano sono molto potenti.”

“Quindi, Randolf è dato di matto con Andrew” sintetizzò Keath, fischiando per la sorpresa. “Beh, sapevo che Randolf aveva un certo caratterino, ma non pensavo arrivasse a malmenare il cugino.”

“Ci ha visti mentre… ci baciavamo in giardino. Dopo un viaggio ininterrotto di quasi tre giorni. Forse, non la condizione ideale, per scoprirlo” sospirò Violet, reclinando colpevole il capo.

“Oh” esalarono in coro i tre giovani, mentre la cuoca offriva anche a loro latte e biscotti.

“E i vostri genitori che dicono, Violet?” le domandò a quel punto Leonard.

“Per la verità, sembravano piuttosto confusi, ma non realmente irritati. Il più irritato era Randolf. Temo che la sua rabbia nasca tutta dal loro rapporto così stretto e profondo” ammise Violet, scrollando impotente le spalle.

“D’accordo… quindi, noi a cosa vi serviremmo, Violet?” le chiese Keath, poggiando i gomiti sul tavolo per poi portarsi un biscotto alla bocca.

“Dovreste dire – o meglio, ricordare – a tutti quanto Andrew sia una brava persona. A quanto pare, se lo dico io, tutto viene preso come una bugia, perché sembra non sia in grado di ragionare” brontolò Violet, alterandosi leggermente. “Sono troppo ingenua per non capire la differenza tra affetto e amore e, soprattutto, troppo docile per dire di no a una persona a cui tengo.”

“Oh… qualcuno ci è andato pesante, con gli insulti” borbottò Eli.

“Già” sibilò irritata la ragazza.

“Beh, direi che il problema non si pone nemmeno. Certo che vi aiuteremo, Violet, ma non sbandiereremo i meriti di Andrew” sentenziò Keath, sorprendendola.

“Ma come? Io pensavo che…”

Sollevando una mano per azzittirla gentilmente, il giovane aggiunse: “In questo momento, anche le nostre parole potrebbero apparire come forzature, visto che siamo suoi amici. Ma possiamo parlare per voi, dire ciò che stiamo vedendo ora, e cioè una donna volitiva, non una fanciulla inerme, che lotta per il suo amore, e lo fa in spregio del pericolo personale. Niente affatto le azioni di una ragazzina senza nerbo, o che non sa dire di no, vi pare?”

Violet si aprì in un sorriso pieno di gratitudine e, sollevandosi dalla panca, guardò un istante la cuoca e mormorò: “Posso?”

La donna si asciugò una lacrima di commozione e, assentendo, esclamò: “Oh, ma certo che potete, miss Violet!”

Grata, la ragazza oltrepassò il tavolo e abbracciò tutti i ragazzi per un attimo, mormorando subito dopo: “Ve ne sarò grata per sempre. Davvero.”

“Nessun debito, davvero, Violet. Vogliamo bene ad Andrew e, dopo questo gesto, adoreremo per sempre voi” le sorrise Leonard.

“Oh, eccome. E così capisco anche perché Andrew vi stimi tanto. Ne ha tutte le ragioni” aggiunse Eli, facendola arrossire.

“Bene, signori, ora di nuovo a nanna. Fatemi accompagnare questa signorina in una camera perché riposi un poco. A quanto pare, con il levar del sole, avrete una missione molto importante da compiere, e avrete bisogno di tutte le forze” intervenne a quel punto la cuoca, battendo le mani per richiamarli all’ordine.

I tre ragazzi si misero sull’attenti e, nel salutare le due donne, fuggirono ai piani superiori.

Violet, in compenso, abbracciò anche la cuoca, che le batté sonore pacche sulla schiena, e disse: “Grazie anche a voi, Mrs Cook. Di tutto.”

“Tesorino, dopo quello che ho sentito, potrei venire io stessa, per perorare la causa. Ma ora andiamo, avete bisogno di riposare un po’. Sembrate davvero stremata.”

“Grazie…e, la mia giumenta?”

“Ci penseremo noi” la rincuorò la donna, consegnandola nelle mani di un paio di ragazze, che la accompagnarono in una camera libera perché potesse riposare.

Violet non perse neppure tempo a spogliarsi. Non appena vide il letto, crollò su di esso e, finalmente, prese sonno.

Ce l’aveva fatta, e non era morta di paura. Una bella prima volta, per lei.

E, sperò con tutto il cuore, anche l’ultima.







Note: Direi che, tutto sommato, poteva anche andare peggio, se non si tiene conto del fatto che, tra poco, Violet e Randolf si affronteranno a duello... ;-)
Comunque, la ragazza non ci sta a essere vista ancora come il fragile fiorellino di un tempo e, in barba al terrore che prova, tenta il tutto e per tutto per risolvere quell'impasse.
Voi che ne pensate? Tornerà in tempo per non farsi scoprire, o a casa daranno di matto, quando scopriranno che è sparita senza neppure lasciare un messaggio?
  
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