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Autore: Sagas    09/08/2017    8 recensioni
«Che cosa ha fatto tua sorella?» Domandò Seimyn. «Perché la Orrigan la cerca? Che cosa vogliono da lei?»
La ragazzina scosse lentamente la testa.
«Non so quale sia il motivo. Shalia non ha voluto dirmelo per proteggermi.» Rispose. «L’unica cosa che so è che vogliono ucciderla.»

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La HECO è un'enorme nave fuorilegge, controllata dall'unica Intelligenza Artificiale Senziente che si sia mai vista nella galassia e oltre.
In un universo gestito dalle grandi corporazioni, la Orrigan, una delle più potenti in circolazione, è alla ricerca di una ragazza che sembra sparita nel nulla. Ma anche l'equipaggio della HECO è sulle tracce di questa giovane, e il destino della galassia potrebbe cambiare radicalmente a seconda di chi sarà il primo a trovarla.
Genere: Avventura, Azione, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Wizard Motor'
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NOTE
Ringraziamo Pixel, Ayreanna, Aleksis, Star_Rover, morgengabe, Old Fashioned, Sakkaku e John Spangler per le recensioni e per il supporto

Siamo felici di vedere che la storia vi sta piacendo. In questo capitolo verrà approfondito l’ultimo personaggio importante di questa storia, e dal prossimo si passerà al “serious business” ;)
Speriamo vivamente che continuerete ad apprezzarla, e come al solito, per qualsiasi dubbio o domanda non esitate a chiedere!

Vi abbracciamo :)

~Skycendre ed EpsylonEmme





CAPITOLO VII




Dax aprì gli occhi e vide il sole.
Non un sole qualsiasi; era il sole rosso-arancio di Avellren, e attorno a lui stormivano le foglie, mosse dalla brezza tiepida. Il suo letto era di giunchi e cotone, e dalla finestra entrava la luce soffusa, accarezzando lui e il resto della stanza. Si voltò, vide Rose che gli dormiva accanto e sorrise, girandosi su un fianco per accarezzarla.
La sua iinda dormiva serena. Le linee che le dipingevano il viso erano a riposo, e lui poteva vedere come scendevano sul suo collo e poi sul petto, formando circoli attorno ai capezzoli chiari.
La visione sfumò, e la camera tornò a essere la cabina della HECO in cui viveva ormai da un anno. La luce del sole di Avellren sparì, lasciando il posto a quella artificiale biancastra dell’interno della nave, e il letto divenne la cuccetta a due piazze che divideva con la compagna.
Ma Rose restò lì, non essendo parte della visione, e Dax continuò a sorridere.
Le accarezzò le labbra e lei le schiuse, voltando il capo e mormorando qualcosa nel sonno, e lui le si accostò all’orecchio per dirle che l’amava.
«Papà?»
Il Carath si voltò di scatto e vide Iurus in piedi, di fianco a letto, con le braccia allacciate dietro la schiena. Sorrise all’immagine di sua figlia, coprendo distrattamente Rose con il lenzuolo.
«Ciao, piccola.» Le disse, mettendosi seduto. La coda si abbassò e le fece una carezza sul viso, e lei sorrise di rimando. «Come stai?»
«Bene, papà. La mamma dorme.»
«Sì, dorme. Era molto stanca e ora deve riposarsi, sai.»
Il sorriso di Iurus diventò furbetto.
«La mamma è una dormigliona.»
Lui alzò una mano e le accarezzò i capelli. Erano ricci e crespi, scuri come la pelle, che era fumosa e quasi nera come quella di suo padre. Anche gli occhi erano gli stessi di Dax; la sclera e la pupilla erano color carbone, e l’unica nota diversa era la corona verde dell’iride.
Ma i suoi lineamenti erano quelli eleganti e affusolati di Rose.
Teoricamente, un ibrido tra umano e Carath prendeva da uno solo dei due genitori, in genere dalla madre, e non riportava tratti razziali dell’altro; Iurus invece era una sorta di strano misto tra i due, per quanto non avesse la coda.
A Dax faceva strano. Sapeva che l’immagine di sua figlia, con cui di tanto in tanto parlava, non era reale. Era tutto frutto di uno scherzo che gli giocava la sua mente, per cui gli pareva singolare che il suo subconscio non avesse aggiunto anche il dettaglio della coda.
In ogni caso, ormai si era abituato ai suoi dialoghi inesistenti con Iurus; erano quattro anni che se la vedeva intorno, sporadicamente, pur sapendo che la piccola era stata lasciata alle amorevoli cure della sorella di Rose, su un pianeta molto distante. In un posto dove fosse al sicuro, lontano da pirati interspaziali, pistole laser e Intelligenze Artificiali.
Era consapevole di starsela immaginando, ma era molto tempo che ci conviveva serenamente. Non sapeva quale aspetto avesse in realtà la loro figlia, dato che non l’aveva mai vista se non quando era stata piccolissima; un fagottino scuro di nemmeno un anno. La sua visione della bambina cresceva con il tempo, e se in un primo momento era stata una bimbetta di quattro anni, adesso ne dimostrava circa otto.
I suoi capelli ricci erano cresciuti sulle piccole spalle, gli occhi si erano fatti vispi, il viso mostrava tratti simili a quelli di sua madre. E Dax l’amava, come se davvero stesse parlando con sua figlia, il che gli faceva sentire di meno la mancanza della bambina. Soprattutto, gli faceva sentire di meno il senso di colpa per averla lasciata, per il fatto che due estranei la stessero crescendo al posto suo e di Rose.
«Papà.» Chiamò lei, e il Carath inclinò la testa.
«Dimmi, tesoro.»
«Se la mamma restasse di nuovo incinta, io avrei un fratellino. O una sorellina. Vero?»
«Sì, Iurus.» Dax tornò ad accarezzarle la guancia con la coda, come sua madre aveva fatto tanto tempo prima con lui, quando era stato un cucciolo. «Se la tua mamma avesse un altro bambino, questo bambino sarebbe tuo fratello.»
La piccola si spostò e lui la seguì con lo sguardo, finché lei non fu dall’altro lato del letto, accanto a Rose che ancora dormiva.
«Mamma.» Disse lei, continuando a tenere le braccia allacciate dietro la schiena, e assumendo un’aria molto seria. «Devi fare un altro bambino con papà. È molto importante, perché voglio un fratellino.»
Il Carath si lasciò sfuggire un sorriso.
Immaginò che quella visione in particolare dovesse significare qualcosa. Se la sua proiezione mentale di Iurus diceva a Rose di volere un fratellino, evidentemente lui sentiva il bisogno di un altro figlio. O forse, semplicemente gli pesava la lontananza con la sua piccola.
Rose fece una smorfia nel sonno, ma non si svegliò.
«La mamma è bella.» Disse Iurus, girandosi verso di lui.
«Molto bella.» Annuì Dax. «Anche tu sei bella, tesoro. Sei bella come la mamma.»
Il viso della piccola s’illuminò.
«Davvero?»
«Davvero.»
Il Carath si alzò, stiracchiando gli arti intorpiditi, e le fece cenno di avvicinarsi. Quando la bimba gli fu trotterellata vicino la prese in braccio, accarezzandole il viso.
«Anche tu sei bello.»
«Non bello come te.» Fece lui, toccandole il naso con un dito. «O come la mamma.»
Mosse la coda per farle il solletico e lei rise, e Dax se la strinse contro, impedendole di divincolarsi e cadere.
«Vorrei venire da te, tesoro mio.» Disse poi. «Vorrei vederti.»
Iururs alzò le piccole mani e gliele premette sulle guance.
«Ma mi stai vedendo adesso, papà.»
Dax sorrise.
«Intendo per davvero.»
«Intendi anche con la zia Dalya e lo zio Norran?»
«Sì.» Rispose lui, fregando il naso contro il suo. «Anche con loro. Così da ringraziarli, dato che si prendono cura di te al posto mio.»
La sua piccola arricciò le labbra.
«Anche io vorrei che venissi. Così posso incontrare il tuo amico con il cappello.»
«Iro.» Disse Dax. «Piaceresti molto a Iro. Lui adora i bambini.»
«Perché?»
«Sarà che è un po’ bambino anche lui.» Il Carath sorrise al viso perplesso di sua figlia. «Lo sai, anche Iro è un po’ come uno zio, per te. Dato che è mio fratello.»
Iurus assunse un’aria consapevole.
«È importante.»
«Cosa è importante, piccola?»
«Dax…?»
Il Carath si voltò di scatto alla voce di Rose, facendo scendere la bambina, che gli strinse una piccola mano sulla stoffa dei calzoni.
«Buongiorno, Rose.» Sorrise lui.
«Buongiorno…» La donna si voltò sul materasso, sbadigliando e tirandosi su. Il lenzuolo cadde e le scoprì il corpo, compreso il segno frastagliato a mezza luna che aveva sotto l’ombelico. «Con chi stavi parlando?»
«Con nessuno.» Dax prese Iurus per mano e si avvicinò al letto, per sedersi sulla sponda. Alzò l’altra mano e accarezzo il viso della compagna, dandole poi un bacio leggero. «Stavi sognando.»
Lei sorrise, il volto ancora gonfio di sonno.
«Non mi prendere in giro, bestiaccia.» Gli mordicchiò il labbro inferiore, alzando un braccio per accarezzargli i capelli. «Ha parlato Heco dall’interfono? Che mi sono persa?»
Il Carath ridacchiò.
«Niente, amore.» Approfondì appena il bacio, approfittando del fatto che fosse assonnata. «Mi sono appena svegliato anche io. Se Heco ha parlato, non me ne sono neanche accorto.»
«Papà?» Chiamò Iurus, ma lui finse di non aver sentito.
Rose disse qualcosa ma lui non colse, impegnandosi per escludere le visioni e concentrarsi solo sulla compagna, ma la bimba rimase in piedi, accanto alla sponda del letto.
«Papà, la mamma ha quel segno sulla pancia perché da lì sono uscita io.» Aggiunse la bambina. «Vero?»
Lui si sforzò di non rispondere. Gli era venuto naturale farlo, ma sapeva di non poter parlare al vento mentre era in compagnia di Rose.
«Oh, scusa papà.» Disse ancora Iurus. «Mi ero dimenticata che non devo parlare, mentre c’è qualcuno con te. Me l’avevi detto. Scusami.»
Di nuovo, Dax desiderò poterle rivolgere la parola, stavolta per rassicurarla, notando il suo tono vagamente colpevole. Ma non lo fece, e di nuovo non colse che cosa gli stava dicendo Rose.
La sua compagna sospirò e sorrise sulle sue labbra, mentre una mano scendeva e gli accarezzava l’addome con le nocche. Girò la punta di un dito attorno al suo ombelico, di nuovo mordicchiandogli il labbro inferiore.
«Ti vedo… distante, Dax.» Disse poi. «Pensi a qualche danzatrice Rai’lak mentre sei con me…?»
Il Carath rise piano, scuotendo la testa.
«Sono solo un po’ insonnolito.»
Lei lo spinse supino e gli sedette a cavalcioni, e lo sguardo del Carath saettò al lato del letto, dove la bambina era ancora in piedi a guardarli.
«Che cosa state facendo, papà?»
Dax deglutì a fatica, sentendo Rose che gli dondolava sui fianchi.
Sapeva benissimo che quella era una visione, che non c’era nessuna bambina di otto anni a spiare lui e la compagna durante una placida mattinata, se così si poteva chiamare il mattino artificiale dell’astronave madre. Ma gli sembrava comunque profondamente sbagliato.
«Sei sicuro di stare bene…?» Domandò Rose, piegandosi su di lui.
«Sì.» Si affrettò a risponderle. «Ho un… cerchio alla testa. Devo aver dormito male.»
«Hm.» Fu il commento di Rose, pronunciato in maniera un po’ dubbia. «Sei preoccupato per qualcosa?»
Dax si tirò su, abbracciandola e scuotendo la testa.
«No, amore. Va tutto bene.» La baciò piano, stringendola al petto, e lei gli cinse il collo con un braccio.
«Sei sicuro?»
«Sono sicuro.» Le accarezzò la schiena, seguendo la linea dei muscoli. «Ti amo, Rose.»
Lei sorrise appena, sfregando il naso contro il suo.
«Anche io ti amo, Dax.»
«Ti amo.» Ripeté lui, cogliendo Iurus che sorrideva a nemmeno due metri di distanza.
«Sembra una cosa bella.» Disse la bambina.
«È una cosa bella.» Confermò lui a mezza voce.
«Che cosa, Dax?» Domandò Rose, con un’ombra di preoccupazione nella voce.
«Il fatto che ti amo.» Rispose lui, sorridendo vagamente.
La sua compagna sospirò.
«Lo sai che quando fai così mi fai preoccupare.» Fece piano. «Lo sai, vero?»
«Scusami.»
La baciò di nuovo, di nuovo con dolcezza, di nuovo accarezzandola come qualcosa di profondamente delicato.
«Andiamo a fare una doccia, vuoi?» Domandò poi Rose, e lui annuì.
Mentre si alzavano, Dax colse la piccola Iurus che salutava con la mano, sorridendo. Le ricambiò il saluto e le mandò un bacio, mentre Rose non guardava.

Erano appena usciti dal bagno, ridendo come due ragazzini e cercando di strapparsi di dosso gli accappatoi, quando il ricevitore di Rose fischiò una comunicazione.
«Luce dei miei occhi.» Fece la voce di Iro, dall’altro capo. «Dimmi che almeno tu mi senti. Sto cercando di contattare Dax, ma ha spento il comunicatore e non sembra intenzionato a riconoscere che esisto.»
Lei scrollò la testa, allungandosi al tavolo per premere il bottone di risposta, mentre Dax le mordicchiava il collo.
«Io e il mio Carath domestico siamo impegnati, capitano.» Rispose, e il Carath domestico le soffiò all’orecchio, dandole un pizzico su un capezzolo.
Lei rise, e la voce dall’altro lato sospirò.
«Dì a quella bestiaccia nera che gli devo parlare. Appena me lo lasci per due minuti, ovvio.»
Rose si voltò, lasciandosi prendere in braccio perché Dax la facesse sedere sul tavolo. Sospirò anche lei, in modo diverso, mentre la mano del compagno le accarezzava il sesso.
«Se vuoi ti tengo in linea, Iro.» Mormorò, mentre il Carath ridacchiava e lei gli faceva cadere l’accappatoio dalle spalle. «Anche se non so quanto potrebbe farti piacere.»
«Siete due pervertiti.» Pausa. «Ma se volete mi unisco anche io.»
Dax si protese in avanti verso il ricevitore, sostituendo la propria lunghezza bollente alla mano che sfregava.
«Ti appendo per i pollici al reattore, Hivelin.» Ringhiò nel microfono, con il sorriso stampato nella voce.
«Ma come sei drastico…» Iro rise dall’altro capo. «Tanto lo sai che la signora Taaran mi apprezza.»
«Non ti montare la testa.» Commentò Rose, trattenendo un gemito mentre il compagno entrava lentamente dentro di lei. «E adesso stacca, oppure preparati a sentirti molto solo.»
Di nuovo la voce di Iro rise, ma stavolta la comunicazione cadde.
«Lo sai che è davvero capace di ascoltare in diretta.» Le soffiò Dax all’orecchio, avvolgendole la coda lungo una coscia.
«Lo so.» Rose gli cinse la vita con le gambe, spingendosi contro di lui. «Per me può accomodarsi, comunque.»
Gemette a una spinta improvvisa, reclinando la testa all’indietro, e sorridendo alla finta occhiataccia del compagno.
«Sei geloso di Iro…?» Gli disse poi, mordicchiandosi il labbro inferiore. «Quando aveva sedici anni era molto impacciato a letto.»
«Rose…»
«Dico davvero.» Lei strinse i muscoli, contraendoli sulla lunghezza del compagno. «Credo di essere stata la sua prima donna. Lo sai che la prima non si scorda mai.»
Dax la prese per le cosce e la sollevò dal tavolo, spingendole la schiena contro il muro. Aveva il viso un po’ contratto ma sorrideva, il suo Carath, e lei non poté fare a meno di ridere. Avvicinò il viso e lo baciò, facendo forza con le gambe per muoversi.
«Lo sai che ti amo, Dax?» Gli disse poi all’orecchio, allacciandogli le braccia attorno al collo.
«Lo so. Ma sei una megera comunque.»
Rose ridacchiò di nuovo, annuendo.
«È che è più divertente fare l’amore con te, quando t’innervosisci.»
Lui scrollò la testa, cominciando finalmente a muoversi. La sua compagna ricambiò facendo sciogliere la voce, e chiamandolo per nome quando la spinse nuovamente sul letto, rientrando nel suo corpo con più impeto.
Lei gli si aggrappò alla coda che le aveva avvolto attorno al collo, sentendosi riempire dal suo sesso che si faceva sempre più bollente. Dax ringhiò, in quel modo ferino che usava sempre negli amplessi e che le faceva frizzare la pelle di brividi, e lei contrasse di nuovo i muscoli per farlo andare più a fondo.
La tenne ferma sul materasso, in un modo per cui Rose non avrebbe potuto divincolarsi. I Carath erano più forti degli esseri umani e Dax era forte, più degli altri, e lei si lasciò andare alla sensazione di appartenergli, prima mentre lui la prendeva e poi mentre lo sentiva svuotarsi nel suo corpo; il suo compagno ansimò piano, accarezzandole il ventre e spingendo un’ultima volta, prima di uscire.
Rose si tirò su, tirandolo poi per farlo sedere accanto a lei, e gli accarezzò il viso.
Ma poi si rese conto che l’espressione di Dax era improvvisamente tornata lontana, come qualche ora prima, e la donna stava cominciando seriamente a chiedersi quale fosse il problema.
«Se c’è qualcosa che non va, puoi parlarmene.» Disse piano, strofinando la guancia sulla coda che le stava accarezzando il viso. «Lo sai, Dax. Qualsiasi cosa.»
Lui sorrise vagamente e scosse la testa.
«Va tutto bene, amore.» Rispose in un soffio, poggiando la fronte sulla sua. «Va tutto bene.»
Restarono così per qualche minuto, e lei alla fine sospirò, dicendosi di non pensarci.
Era abituata al fatto che, di tanto in tanto, il Carath si comportasse in maniera strana. Era abituata al modo in cui si perdeva nei suoi pensieri, e che sapesse delle cose che nessuno gli aveva mai detto.
Dax era uno psi inconsapevole. O meglio, era ben consapevole di possedere doti psioniche, ma nessuno aveva il diritto di farglielo notare, dato che se succedeva lui si agitava e si chiudeva nel mutismo. Per cui Rose lasciò perdere, e alla fine si alzò in piedi per recuperare i propri abiti dalla cabina armadio.
«Andiamo a vedere che cosa vuole quel disgraziato?» Propose poi, voltandosi verso il compagno, e Dax annuì.

~

«Partiamo dal presupposto che la nostra amatissima Signora, al momento, ha la testolina da un’altra parte.» Disse Iro, poggiando il mento sulle dita intrecciate di entrambe le mani. «Per cui ha lasciato a me il compito di direzionare la missione. Lo so, non mi guardate così, non se l’aspettava nessuno.»
Dax sorrise, facendo scattare la lunga coda. Nivel alzò gli occhi al cielo e Newt aveva la sua solita aria molto presa, che sul suo viso di sedicenne appariva, come al solito, assolutamente adorabile.
«In che senso, capitano?» Domandò Rose, aspirando un tiro di tabacco Foln dolceamaro. «In che senso ha la “testolina da un’altra parte”? Non è da Heco tenersi fuori dalle operazioni.»
Il capitano Hivelin annuì con aria grave, facendole un gesto con due dita che, come entrambi sapevano, significava “dammi una sigaretta”.
«Hai presente quel tizio, quel Radanas, che tu e il sorcio insettoide avete recuperato da quel pianeta?» Domandò poi, e Rose ridacchiò a sentir chiamare Richa Dawnar a quel modo.
«Ho presente.» Rispose. «Ho anche sentito dire che resterà in riabilitazione per i prossimi dieci giorni, circa.»
Iro annuì.
«Così pare. Ha il sangue intossicato da qualche schifezza, per cui lo tengono intubato. Ma ha aperto gli occhi, e Heco ci tiene proprio tanto a fargli compagnia, e a stare al suo capezzale.»
«Chi l’avrebbe detto.» Pigolò Nivel, che non poteva fare a meno di pigolare dato che aveva il timbro vocale di un canarino audioleso. «Non immaginavo che quella specie di senziente artificiale col corpo da Carath avesse un cuore, da qualche parte.»
Dax ridacchiò e Hivelin sorrise, stringendosi nelle spalle.
«L’universo è pieno di sorprese, Niv.» Osservò. «In ogni caso, Radanas è completamente fuori. Per quello che ho capito vede i mostri, letteralmente, e non ha riconosciuto il corpo di Vistya… già perché lui conosceva Vistya, prima che il suo cervello si fondesse a quello dell’Artificiale He.Co.»
«Radanas vedeva i mostri anche quando io e Richa siamo andate a riprenderlo.» Confermò Rose. «Te l’ho raccontato… credeva che fossimo demoni, o qualcosa del genere, venuti a strappargli l’anima. Per quello che ho capito. Insomma, ha opposto una strenua resistenza al recupero.»
«Immagino che l’esoscheletro Unqar di Dawnar non abbia aiutato più di tanto.» Commentò Dax e tutti risero, tutti tranne Newt che invece sgranò gli occhi e si toccò nervosamente i capelli rossicci.
«Ma insomma, capitano… che cosa gli è successo?» Domandò poi con voce cauta, e Iro gli batté una pacca sulla spalla.
«Ce lo racconterà lui stesso quando starà meglio, e quando avrà smesso di vedere i mostri.» Gli rispose, cambiando l’inflessione su una tonalità più rassicurante. «Non ti preoccupare, Newt. Adesso concentriamoci sulla missione.»
Il capitano Hivelin spiegò che le conoscenze di archivio di Heco, anche se combinate a quelle del loro nuovo acquisto Cytech, non erano state sufficienti per localizzare Shaliara Prael. E che quindi era necessario andare di persona sul campo, per cercarla in maniera più “convenzionale”.
«Ci divideremo in due gruppi.» Disse infine. «Qualcuno si occuperà di andare a fare visita alla famiglia Prael, che a quanto pare è stata facile da rintracciare. Qualcun altro si metterà sulle tracce della Corporazione Planetaria GanthaBel, che l’ha assunta per qualche mese dopo il licenziamento della Orrigan.»
«Si tratterà solo di fare domande?» Domandò Newt, e Iro annuì.
«Tu verrai con me, dato che il nostro compito sarà quello di avere a che fare con la gente della compagnia.» Aggiunse. «Mentre il gruppo di Dax andrà a indagare presso la famiglia di Prael. Ci terremo aggiornati.»
Gli altri annuirono ma Nivel assunse un’aria accigliata.
«Che c’entro io, capitano?» Disse poi, inclinando la testa. «Sono solo un meccanico.»
Già, si disse Iro. Quella era la parte difficile da spiegare.
«Tu verrai come supporto.» Rispose, alzando appena le spalle.
«Come supporto a che cosa, Hivelin?»
Il capitano si premette le dita tra gli occhi, non riuscendo a impedirsi una smorfia.
«Come supporto perché non possiamo portarci Tres, dato che la piccola ha qualche disagio e potrebbe facilmente far saltare la copertura. Lei è più brava di te nelle tecnologie a metalli complessi, ma sono sicuro che tu te la caverai benissimo.»
Dopo quelle parole, Iro sentì che gli occhi di tutti i presenti al tavolo erano puntati su di lui. Aspettò che le teste dei suoi uomini facessero il loro lavoro di deduzione, chiedendo un’altra sigaretta a Rose.
«Iro…»
Era la voce di Dax.
Lui annuì, accendendo la stecca e aspirando il primo tiro, stupendosi nuovamente del fatto che Rose gradisse quella schifezza di Foln.
«Non dirmi che quel pezzo di sterco con la faccia da automa viene con voi.» Aggiunse il Carath con un ringhio, e uno schiocco della coda che era saettata di prepotenza contro il pavimento metallico.
«Cosa?!» Fu il pigolio di Nivel, che aveva sgranato gli occhi chiari e piantato le mani sulla superficie del tavolo. «Io dovrei fare da supporto meccanico… a un Cytech?»
«Capitano, non ho piacere a sapere che quell’individuo si unisce alla spedizione.» Commentò Newt con la sua classica aria molto seria. «Non voglio essere irrispettoso, per cui dirò semplicemente che non ho alcuna simpatia per lui.»
«Iro, che cazzo significa.» Stavolta aveva parlato Rose, e lo suo sguardo le si era fatto gelido sul viso tatuato, facendola sembrare una sorta di strano serpente. «Heco non può mandarti in missione con… con quello.»
Il capitano prese un lungo, lungo tiro, aspettando qualche momento perché i presenti dessero voce al loro sconcerto. Dopodiché fece spallucce.
«Non so che dirvi.» Ammise poi. «Quel figlio di puttana ha una capienza dati pari a quella di Heco. E dobbiamo raccoglierne il più possibile dagli archivi della GanthaBel, quindi la Signora l’ha ficcato nella squadra.»
Di nuovo gli altri obiettarono variamente, e lui li informò che, logicamente, Richa Dawnar e il suo mirabolante esoscheletro Unqar sarebbero stati a loro volta presenti. Ma la cosa non sembrò calmare particolarmente gli animi.
«Come può Heco fidarsi di lui, al punto da assegnargli una missione del genere?!» Ringhiò Dax, dopo che il violento schiocco della sua coda ebbe avuto l’effetto di far scendere di nuovo il silenzio. «Una missione in cui ci sei anche tu, soprattutto!»
Il capitano sospirò.
«Immagino che sia anche un modo, per Heco, per stabilire definitivamente se può fidarsi di lui.» Osservò poi. «E inoltre, la nostra amatissima Signora mi ha spiegato che il pezzo di sterco in questione ha un’ottima ragione per restare qui, a lavorare per lei, e in generale per non creare disagi in questa nave. Ovviamente non mi ha detto quale fosse questa ragione, e io non ho indagato.»
Il Carath gli lanciò uno sguardo molto eloquente e Iro trattenne un sogghigno.
Aveva logicamente indagato, ed era probabile che Dax lo avesse capito benissimo, conoscendolo, ma Iro non voleva parlarne davanti a tutti. Meglio a quattrocchi, faccia a faccia con il suo migliore amico.
«Bene, signori.» Il capitano si alzò. «Ci aggiorniamo. Fate le valige perché tra tre giorni partiamo, e nel frattempo vi faccio avere le specifiche su come saranno composte le squadre, e su come dovremo muoverci.»

Prima di uscire dalla sala, il Carath nero si fermò sull’uscio e si voltò verso di lui, scoccandogli un’occhiata mentre la coda compiva un arco ampio alle sue spalle.
«Non adesso, Dax.» Disse Iro, spegnendo l’ultima sigaretta che aveva rubato a Rose. «Ne parliamo in un altro momento. Sono un attimo impegnato.»
«Non volevo parlarti di quello.» Rispose l’altro in tono neutro. «Cioè, non esattamente.»
Il capitano gli rivolse le iridi azzurre, calcandosi il cappello sulla testa.
«Quindi…?»
«Volevo sapere come sta Seimyn.» Il Carath avanzò, accostandolo per appoggiarsi al bordo del tavolo. «Sono giorni che lo vedo schivo. Mangia evidentemente poco e dorme ancora meno, e a quanto ho capito lavora tutto il giorno finché non casca dal sonno.»
Iro serrò la mascella, cercando di dissimulare l’espressione contratta. Si voltò verso un pannello, scaricando i codici necessari sulla sua porta-dati, e dando le spalle a Dax.
«Iro, non mi stai rispondendo.»
«Non so come risponderti.» Sbottò lui, senza girarsi. «Dax… lo sai come funziona con queste cose. Bisogna lasciargli un po’ di tempo, e soprattutto non bisogna lasciarlo da solo.»
«Sono d’accordo.» Il Carath lo affiancò di nuovo, evidentemente ignorando la sua richiesta silenziosa di distanza. «E tu stai per partire per una missione. Una missione che potrebbe durare anche settimane, dato che c’è di mezzo la Orrigan.»
Il capitano lasciò andare un sospiro, inserendo il congegno nel pannello.
«Non serve che me lo fai notare. Ho pensato a portarlo con me, ma ovviamente non posso… data la presenza del pezzo di sterco.» Tamburellò con le dita sulla superficie metallica, aspettando che la porta-dati si caricasse. «Vedrò di lasciarlo con Tres, che ha il magico potere di far tranquillizzare tutti quelli che le sono attorno. Insomma, fa addolcire anche quella sciroccata di Dawnar.»
Il suo migliore amico rimase silenzioso per qualche minuto; in particolare, per i minuti necessari che servirono ai dati per caricarsi completamente.
«Secondo me dovresti portarlo comunque.» Disse infine, mentre Iro staccava il congegno.
«Dax, sei caduto dal letto…?» Il capitano si voltò di scatto, il volto scuro. «Non posso portarlo con me. Vado in missione con Silfur, hai presente?»
L’altro fece spallucce.
«Quello è il punto. Credo che Seimyn si tranquillizzerebbe, se ci ha a che fare normalmente.»
«Sì, mi sa che sei caduto dal letto.»
Spense il pannello e si avviò fuori a passo spedito, lasciando perdere qualsiasi altra cosa volesse dire il Carath. Fortunatamente, Dax ebbe il buonsenso di non andargli dietro.

Lo trovò intento a inserire codici in un’apparecchiatura di carico e scarico di uno degli hangar maggiori, apparentemente molto preso dall’occupazione, al punto che non diede segno di essersi accorto della sua presenza.
Iro si appoggiò alla parete di fianco, osservando come il viso del giovane tecnico era aggrottato e piegato in una smorfia concentrata, che probabilmente non aveva nulla a che vedere con la difficoltà dell’operazione. Soprattutto perché non sembrava un’operazione difficile; era una sciocchezza di routine di cui avrebbe potuto occuparsi anche lui stesso, sebbene non fosse chissà quanto capace con i congegni.
Quando Seimyn terminò lasciò andare l’aria dai polmoni, e il capitano si rese conto che aveva finito in un tempo record. Invece di fare una sosta, il ragazzo agguantò un cacciavite e cominciò a smontare il pannello, tirando fuori i cavi quasi con rabbia, e Iro sospirò.
Sono veramente un coglione, si disse mentalmente, incupendosi mentre distoglieva lo sguardo da quello che faceva il più giovane.
Non avrebbe dovuto cedere alla sua richiesta.
Seimyn era un ragazzino, non si rendeva conto… era normale che avesse insistito per avere un contatto fisico più profondo. Stava a lui lasciargli il tempo di elaborare, e invece si era fatto prendere dalla situazione e non era riuscito a dirgli di no. E il risultato era che da quando era successo, due giorni prima, il diciannovenne l’aveva sostanzialmente evitato quando lo incrociava nei corridoi, e si era tenuto talmente impegnato che Iro non aveva trovato nemmeno un attimo in cui fosse libero, per parlargli.
Si passò una mano sul viso, chiedendosi che cosa aveva creduto di fare.
Seimyn aveva diciannove anni e nessuno al mondo. Non aveva mai parlato veramente di sé, di quello che faceva prima di trovarsi come impiegato nello spazioporto, che era poi diventato l’astronave madre HECO. A Iro era però bastato fare un paio di ricerche su Lifeneya, il suo pianeta natale, per sapere che lì c’era un forte problema di sovrappopolamento.
Quello che doveva essere successo a Seimyn era la stessa cosa che era successa a tutti i Lifen che si trovavano in giro per la galassia, o quasi. Da bambino era stato ficcato in un enorme cargo, volente o nolente, strappato alla sua casa e alla sua famiglia poiché non era figlio unico e non era il primogenito, e spedito chissà dove in una nave stipata di profughi.
Complice il suo carattere schivo, il giovane tecnico non sembrava essere mai stato bravo a fare amicizia. Da quando lo conosceva, Iro aveva registrato che nessuno aveva mai cercato di mettersi in contatto con lui; né un familiare né un conoscente. Nessuno.
Era normale che si fosse legato a lui. Hivelin doveva essere stato la prima persona in anni e anni che gli mostrava interesse, il che era bastato perché il ragazzo gli si affezionasse al punto da sacrificarsi per salvargli la vita, a quanto pareva.
Sono veramente un coglione. Si disse di nuovo, storcendo la bocca.
Continuò a sentirsi un coglione anche mentre realizzava che Seimyn lo stava guardando, con un fascio di cavi in mano e un sopracciglio alzato.
«Stai facendo il gioco del silenzio…?» Domandò il giovane tecnico, e Iro sorrise.
«Non ti volevo disturbare.»
«E allora perché sei qui?»
Il capitano Hivelin sospirò, e provò l’impulso di accostarglisi e magari accarezzargli i capelli, dargli un buffetto, qualsiasi cosa come faceva di solito. Ma stavolta preferì evitare.
«Mi andava di vederti.» Rispose. «E basta. Non inventerò scuse, stavolta. Nessun finto guasto o roba così.»
Seimyn accennò un sorriso, ricordando probabilmente un episodio risalente a un anno prima, in cui Iro, con la scusa di un problema a una console, gli aveva fatto percorrere a piedi tutta l’enorme nave fino alla plancia di comando.
«Ho sentito che c’è una missione in programma.» Disse il ragazzo, ricominciando a trafficare con i cavi. «Dove ci mandano, stavolta…?»
Dove “ci” mandano, si ripeté Iro mentalmente. Quindi Seimyn dava per scontato che l’avessero incluso nell’operazione.
«A cercare informazioni su Shaliara Prael, che sembra essersi dissolta in una nuvola di vapore dato che non abbiamo idea di come rintracciarla.» Rispose il capitano. «Dax parlerà con la sua famiglia, invece noialtri con la compagnia che l’ha assunta, dopo la Orrigan.»
Il giovane tecnico annuì, sembrando soprapensiero.
«Non so quanto potrò esservi utile.» Disse poi. «Insomma, io sono solo un tecnico. Probabilmente tu basti e avanzi, per una cosa del genere.»
Eccolo che si svaluta. Fu il commento mentale di Iro, accompagnato da una smorfia che però il ragazzo non poteva vedere, impegnato con il pannello.
«Sarai solo un tecnico, ma hai un bel faccino fanciullesco che ispira fiducia.» Il capitano sorrise all’occhiataccia che l’altro gli rivolse, distogliendo l’attenzione dai cavi. «Insomma, pensavo che potessi andare con Dax e Rose a parlare con la famiglia di questa Prael. Sei un piccoletto, hai la faccia da persona rispettabile e hai gli occhiali… mentre Dax è una bestiaccia di Carath nero e Rose… beh…»
Seimyn sorrise.
«Già, immagino che il viso ricoperto di tatuaggi non aiuti.»
L’altro ridacchiò, scuotendo la testa.
«No, per niente. Potrebbe facilmente cancellarli e poi ridisegnarli, ma la conosci… non credo che avrà voglia di farlo.» Alzò appena le spalle. «Quindi, secondo me è bene che vai con loro due più che venire con me.»
Il più giovane annuì.
«Sensato.» Commentò poi. «Quando si parte…?»
«Tre giorni.»
«Come si chiama il pianeta?»
«Ah non me lo chiedere. È uno di quelli con le sigle impronunciabili.»
Il ragazzo tornò a sorridere.
«Secondo me sei tu che hai una memoria di merda.»
«Vedo che abbiamo voglia di fare gli spiritosi, oggi.»
Iro ghignò, accostandosi con l’intenzione di inginocchiarsi di fronte a lui. Ma dopo solo due passi vide le sue pupille farsi più piccole nelle iridi verdi, e il suo corpo irrigidirsi impercettibilmente. Per cui si fermò, trattenendo un sospiro.
Seimyn arricciò appena le labbra e si voltò di nuovo verso il pannello, riprendendo ad armeggiare con i cavi, e Iro si diede per l’ennesima volta del coglione.
Tornò ad appoggiarsi alla parete di metallo e si mordicchiò l’interno della guancia, rispolverando le proprie esperienze personali per ricordarsi come avesse fatto lui, in effetti, a superare un trauma di tipo simile. Non lo sapeva, in qualche modo era successo e basta; complici delle persone a cui voleva un gran bene, tra cui ovviamente Dax, ne era uscito da solo. Più o meno. Ma ci erano voluti anni, sicuramente non bastava un mese.
E no, rifletté poi, non ne era affatto uscito da solo. Credeva di esserne uscito, poi lo shock risaliva a galla quando meno se l’aspettava; era stato aiutato eccome, da qualcuno che aveva vinto la sua resistenza e l’aveva avvicinato senza chiedere niente in cambio, e a cui Iro aveva avuto il coraggio di confessare i propri traumi.
Ma immaginò di dover comunque dare tempo a Seimyn, come in effetti aveva immaginato anche in principio. Aveva pensato di chiedergli di staccare per dieci minuti e prendersi una birra, magari chiacchierare, magari qualcosa che non fosse ammazzarsi di lavoro. Però lasciò perdere, sospirando silenziosamente in modo che Seimyn non se ne accorgesse, e si disse di lasciarlo in pace; se Seimyn desiderava ammazzarsi di lavoro, probabilmente gli serviva per distrarsi.
Magari la missione con Dax gli avrebbe fatto bene, aiutandolo appunto a staccare. Sicuramente Iro non poteva portarlo con lui, data la presenza di Silfur nella squadra, ma perché non farlo partecipare alla missione comunque, inserendolo nell’altro gruppo.
Non ne aveva ancora parlato con Dax, ma il Carath era molto affezionato al ragazzo. Era improbabile che gli avrebbe detto di no.
E a pensarci bene, Dax doveva avergli fatto quella proposta, poco prima, proprio per fargli venire in mente una soluzione del genere. Conoscendolo, il Carath non l’aveva detto direttamente per far sì che Iro ci arrivasse da solo.
Il capitano sorrise tra sé, quasi scrollando la testa.
«Preparati una scenetta, per quando sarai lì.» Disse alla fine, sollevando il cappello per passarsi una mano fra le ciocche scure. «Insomma, dovrai fingerti un ex collega di Shaliara Prael, o qualcosa del genere.»
Seimyn tornò a voltarsi, stavolta accigliato.
«C’è la forte probabilità che non risulterò credibile.» Osservò. «Non so nemmeno com’è fatta.»
«Scommetto che ti inventerai qualcosa.» Iro sorrise sotto la falda del cappello, rivolgendogli un cenno di saluto. «Ci vediamo più tardi.»
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo e si rimise a lavorare, e il capitano Hivelin lo lasciò definitivamente in pace, dirigendosi alla plancia di comando.

   
 
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