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Autore: mylinkinday    10/08/2017    1 recensioni
In fisica, un sistema isolato è un sistema posto così lontano dagli altri da non interagire con loro, oppure un sistema chiuso che non ha scambi con l’ambiente circostante. È un sistema perfetto, in equilibrio, costante.
Mi chiamo Mitch e non sapevo di vivere in un sistema isolato.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo 4
 
Inspiro.
Espiro.
Davanti allo specchio del mio armadio, mi abbottono la camicia con mani tremolanti.
20:30.
Fra poco sarà qui.
Non voglio andarci.
Inspiro.
Espiro.
Appoggio la fronte sullo specchio.
“È solo una stupida festa.” Cerco di convincermi, impresa ardua.
Chiudo gli occhi un secondo, richiamando tutte le forze che ho in corpo per andare avanti.
Con uno sforzo immane, chiudo l’armadio, mi avvio verso il bagno.
I passi risuonano sulle mattonelle, il rubinetto perde ancora.
Se mi concentrassi bene, riuscirei a sentire lavorare gli elettrodi delle lampade fluorescenti.
Non sopporto questo silenzio.
Apro il lettore musicale installato sul cellulare, metto le canzoni in riproduzione casuale.
‘Last Resort’, Papa Roach.
Passo avanti, vorrei qualcosa di più allegro.
‘Truce’, Twenty One Pilots.
Bella canzone, ma no.
Avanti.
‘Northern Downpour’, Panic! at the Disco.
Davvero?
Avanti.
‘In the End’, Black Veil Brides.
Grazie, ma no, grazie.
Avanti.
‘Body’, The Servant.
Ho capito: qui una mente superiore si sta prendendo gioco di me.
Avanti.
‘Borders’, Feeder.
Finalmente.
Allo specchio, cerco di sistemarmi alla bene e meglio i capelli con le mani.
Non ci riesco.
Guardo il pettine appoggiato sul lavandino, gli mancano alcuni denti, ferite di guerra di precedenti serate.
Sei un guerriero valoroso, amico mio, ma questa non è una battaglia che potresti vincere.
Sospiro, arrandendomi.
E berretto sia.
Ultima occhiata allo specchio.
Stamane mi sono rasato la ‘barba’, intendasi ovviamente quei quattro peletti in croce che sto cercando disperatamente di regolare.
Diciassette anni e non riesco ancora a far crescere una barba decente.
In questi momenti invidio Cam.
Se non si rasasse almeno una volta ogni due giorni, verrebbe scambiato per senzatetto.
Sento i passi di mia madre, si ferma alle mie spalle.
Guardo il suo riflesso nello specchio.
“Esci così?”
Annuisco.
Osserva meticolosamente la mia camicia, decorata con tanti piccoli squali neri, e i miei jeans scuri.
Mi giudica.
Il mio riflesso alza un sopracciglio.
“Che c’è che non va?”
Continua a utilizzare il suo sguardo giudicante.
“Ma ti sei vestito con le tende? Stai andando a una festa, non a buttare la spazzatura.”
Sospiro e guardo l’ora.
20:43.
“È tanto se mi sono cambiato, avevo una mezza idea di uscire in tuta. E anche volendo, non ho tempo di mettere altro, Cam sarà qui tra...”
Non ho il tempo di finire la frase, il cellulare squilla.
Parli del diavolo...
Rifiuto la chiamata.
Torno in camera a prendere il portafogli, poggiato sulla scrivania, e la giacca, lasciata ai piedi del letto.
Domani metterò in ordine, lo prometto.
Afferro le chiavi prima di chiudermi la porta di casa alle spalle e mi avvio verso la macchina, parcheggiata davanti casa.
Mi fermo a metà vialetto.
Torno indietro, apro la porta e vado verso camera mia.
Mia madre è ferma al centro, con le braccia conserte.
Le do un bacio sulla guancia.
“Non fate troppo tardi.”
La guardo, fingendo un sorriso.
“Massimo l’una, prometto.”
Non che voglia passare chissà quanto tempo alla festa.
Raggiungo finalmente la macchina di Cam.
Mi squadra dalla testa ai piedi non appena mi siedo.
“Dimmi un po’, ti sei vestito con le tende?” Alzo un sopracciglio.
“Cam, sei un bravo ragazzo, ma mia madre ha una cattiva influenza su di te. Ti proibisco di passare altro tempo con lei.”
Non so se quello che emette sia una risata o un grugnito. Probabilmente tutti e due.
Accende la radio.
‘Bleed it out’, Linkin Park.
In contemporanea, ci giriamo a guardarci, sul suo viso si materializza un sorriso complice.
Alza il volume al massimo e parte.

La porta è aperta, ad accoglierci è “Cake by the ocean” dei DNCE.
Luci soffuse, corpi adolescenziali si muovono con naturalezza, evitando altre persone e oggetti nel loro percorso verso il divano, il giardino o il drink più vicino.
La solita festa del solito ragazzo popolare nella solita villetta residenziale.
I cliché si sprecano.
Mi guardo intorno, prendo il bicchiare più vicino. Lo alzo davanti agli occhi di Cam per mostrarglielo.
Non capisce.
“Hanno pure i bicchieri rossi!” Urlo, indicando l’accessorio perferito del teenager medio in tale situazione.
Ride.
Scuoto la testa e poso il bicchiere.
“Si può sapere perché tutti comprano questo tipo di bicchieri? Per caso vendono un kit base?” Cam mi dà una gomitata e mi indica la cucina.
Non è una stanza a parte, ma un’area cottura che occupa un terzo di un grande openspace, il soggiorno e la cucina sono divisi da una penisola.
Sul muro di sinistra si apre una porta-finestra che dovrebbe dare sul giardino.
Sulla penisola è seduto un ragazzo che, con apribottiglie in mano, versa alcolici e bevande frizzanti a chiunque gli passi vicino.
Si tratta di uno della cerchia di Anderson: è un ragazzo asiatico, di origini giapponesi se non ricordo male.
Quando ci vede, ci saluta con un cenno del capo e agita leggermente la bottiglia di birra che ha in mano.
Una domanda silente.
Prendiamo due bicchieri puliti.
Arrivati davanti al ragazzo, Cam e l’altro si scambiano un’intricata stretta di mano.
Li guardo sorpreso. Non credevo fossero così... vero. Scienze. Sono compagni di banco a scienze.
“Gomez, bro! Sei venuto, alla fine.” Cam alza le spalle con nonchalance.
“Non avevo niente di meglio da fare, tanto valeva.” Si gira verso di me.
“Lui è Mitch. Ancora non vi conoscete, vero?” Scuote la testa e mi tende la mano.
“Solo di vista. Kenji.” Gliela stringo. Sta per versarmi la birra, ma lo fermo. Mi guarda confuso.
Mi stringo nelle spalle.
“La birra non fa per me. Mi passi qualcosa di analcolico?” Con tutto quello che mi sta succedendo in questo periodo, l’ultima cosa che voglio fare è ingerire alcolici.
Mi lancia una lattina, che riesco ad afferrare al volo. Leggo l’etichetta.
“Dr. Perky?” Chiedo sarcasticamente.
Ride.
“È tanto se ne hanno presa. Nessuno preferisce la cola alla birra, di solito.” Verso il contenuto nel bicchiere.
Finito, gli offro la mano.
“Piacere, Nessuno.” Cam si porta una mano a coprirsi il viso, mentre Kenji quasi cade dal bancone per le risate.
A quanto pare non ha solo versato drink agli invitati.
Ricevo una gomitata nelle costole dal mio migliore amico.
Con la testa mi indica il salotto, dove i nostri compagni di scuola si dimenano in movimenti non meglio specificati, ondeggiando a destra e a sinistra, alzando le braccia, come a indicare il soffitto.
Lo chiamano ‘ballare’.
Alle sponde di questo mare di corpi sudati e ormoni galoppanti, Leslie si limita a muovere la testa a ritmo di musica.
È da sola, anche se suppongo fosse con una sua amica fino a pochi minuti fa.
Risalta all’occhio, Leslie.
È una ragazza dal viso grazioso, che ricorda molto la descrizione dell’eroina di Maupassant.
È una taglia a due cifre, che mostra con fierezza nel suo crop top nero e nella gonna a vita alta, che le cinge i fianchi mettendone in risalto le curve.
Attraverso un intricato dialogo di sguardi, io e Cam decidiamo di avvicinarci.
Quando riusciamo ad attirare l’attenzione della ragazza, le sue labbra si aprono in un sorriso.
Cam le si posiziona di fronte, io mi fermo a qualche passo da loro, sulla sinistra di Leslie, non troppo lontano da essere escluso dalla conversazione, non troppo vicino da sentirmi il terzo incomodo.
Leslie, sorridendo, ci saluta con la mano.
“Ma guarda chi si vede. Cameron Gomez e Mitchell Davis. Questa festa dev’essere proprio speciale per convincervi a venire.”
Cam arrossisce, grattandosi la testa. Non riesce a parlare.
Prendo in mano la situazione. Porto una mano al petto e assumo un tono solenne.
“Solo feste di un certo calibro sono degne della nostra presenza.” Leslie si volta verso di me.
Una luce viola le ondeggia sulla parte sinistra del viso. Le illumina l’occhio che, già chiaro di suo, diventa quasi trasparente, assumendo le sembianze di uno specchio d’acqua.
Il confronto fra i due lati dà un effetto di falsa-eterocromia.
Ride. Una risata cristallina, che si riesce a percepire nonostante il fracasso che ci circonda, creato dalla musica e dalle voci.
Lancio uno sguardo a Cam.
È come se si fosse immerso in una trance contemplativa. Quasi non si accorge che la sua bella ha ripreso a parlare.
“Qualcuno ha voglia di ballare?” L’innamorato torna sulla terra. Alterna lo sguardo tra me e Leslie.
Alza una mano per attirare la sua attenzione.
“Mi offro volontario!” Conclude con un sorriso, prendendole la mano e conducendola al centro della sala.
Rimango da solo, a lato dell’azione.
Di sicuro non se l’è fatto ripetere due volte.

Sono appoggiato al muro da quasi due ore.
Alla mia destra, una coppia sta amoreggiando rumorosamente.
Alla mia sinistra, penso che un ragazzo stia cercando d’inglobare la bocca di una ragazza, a giudicare dai suoni che provengono.
Almeno quelli alla mia destra hanno un certo stile.
Al centro, irritato per la situazione, il sottoscritto sorseggia un altro bicchiere di Dr. Perky.
I miei denti diserteranno un giorno, me lo sento.
Nonostante abbia speso esattamente tre minuti e 47 secondi a ballare, nonostante le interessanti conversazioni con persone ancora non intente ad aggrovigliarsi, non riesco a divertirmi.
Sarà perché il mio migliore amico, l’unico in questa casa con cui abbia un genuino piacere di passare il mio tempo, non mi ha degnato di una parola da quando ha accettato l’invito di Leslie.
Non che mi dia fastidio il fatto che finalmente stia interagendo in modo adeguato con la ragazza dei suoi sogni, al contrario.
È solo che sarebbe carino avere qualcuno con cui scambiare una o due chiacchiere, senza ricevere suoni non meglio articolati in risposta.
L’unica nota positiva della serata è l’assenza di eventi paranormali, a dispetto di tutti i segni ricevuti nell’ultimo periodo. È una serata abbastanza normale.
Una spallata proveniente da sinistra colpisce il mio bicchiere, facendo versare il contenuto sulla mia camicia.
“Va bene, ho capito, me ne vado.” In due falcate riesco a raggiungere la cucina.
Una brezza piacevole entra dalla porta-finestra.
Il giardino non sembra un’alternativa così malvagia, dopotutto.
Trovo ad accogliermi un silenzio rigenerante.
Riesco di nuovo a respirare liberamente.
Il giardino è quasi deserto, fatta eccezione per un’ombra seduta al centro, con la testa tra le mani.
Riconosco Kenji, sarà uscito per riprendersi.
Quando ricomincio a camminare, sente i miei passi.
Si volta e mi guarda in viso.
È illuminato dalla luce di un faretto non molto lontano, lo vedo sforzarsi nel cercare di mettermi a fuoco.
“Sei l’amico di Cam, vero? Mitch?”
Confermo. Sospira di sollievo.
“Avvicinati pure, mi casa es su casa.”
Mi siedo al suo fianco.
Emette un lamento, si preme le mani sugli occhi e si distende.
“Sono io o il terreno si muove? Dimmi che il terreno si muove.” Un sorrisino incredulo mi spunta all’angolo destro della bocca.
“Mi dispiace per te, ma no. È fermo come una roccia, letteralmente.” Si abbandona a una risata sguaiata.
“Bro, ho bevuto peggio di un... troppo.” Con il massimo sforzo si rimette a sedere.
Si massaggia le tempie.
“Domani avrò il peggior dopo-sbronza di tutta la storia, me lo sento.” Appoggio la guancia sulla mia spalla e l’osservo.
“Giuro che è l’ultima volta che bevo. Non lo farò mai più, mai più! Che Dio mi sia testimone.” Indica il cielo mentre dice ciò, per rafforzare la promessa.
Cerca di acquistare un minimo di stabilità portando le mani dietro la schiena, bilanciando il peso.
“Posso chiederti perché bevi?” Lo chiedo senza pensare. È una domanda indiscreta, lo riconosco, ma non riesco a fermarmi.
L’ho preso di sprovvista.
Mi guarda un momento, come se non credesse che gli abbia posto una domanda del genere.
Fa spalline.
“Perché mi piace l’alcol.” Scuoto la testa.
“No, intendo: perché bevi fino a sentirti male?” Cerca una risposta, facendo vagare lo sguardo davanti a sé.
“Io... non lo so. Non ci ho mai pensato.” Distolgo anche io lo sguardo.
“Non ci hai mai pensato o non ci vuoi pensare? Non potrai mai smettere di bere se non sai perché lo fai.
Hai promesso che questa sarà l’ultima volta, ma non ne sei molto convinto.
È normale, sai. Ovviamente non sei né il primo, né l’ultimo a fare cose del genere.
E come te, tutti ne siamo colpevoli, me incluso. Non intendo il bere nello specifico, ma ignorare il problema di fondo sperando che sparisca da solo.
Pregriamo qualcuno o qualcosa di alleggerirci delle nostre sofferenze, ma siamo i primi a nascondere la causa quando si presenta.
Nessuno può salvarci se prima non affrontiamo il problema noi stessi.
Possiamo ricevere aiuto, sì, e possono farcelo notare, ma siamo noi a dover fare il primo passo verso la soluzione.
Capisci dove voglio andare a parare?”
Il silenzio mi risponde.
Davvero Mitch? Ti pare il momento di fare un discorso del genere?
Ultimamente non riesco a frenare la lingua, dico tutto ciò che penso.
“Bro, sei strano.” Ribatte alla fine.
Alzo gli occhi al cielo.
“Ma strano in senso buono, intendo. È profondo. Ripetimelo quando non sarò così ubriaco.”
Rido e mi volto a guardarlo.
Urlo di sorpresa.
Il sangue mi si gela nelle vene.
So che quello accanto a me è Kenji, ha i suoi vestiti.
Allora perché non è lui a ricambiare il mio sguardo?
Perché quegli occhi neri mi fissano?
Sono gli occhi che mi perseguitano da quella mattina a scuola.
È il viso che mi perseguita da quella mattina a scuola.
“Mitch! Dov’eri finito?” Mi giro di scatto verso la porta. Cam, in piedi davanti al portico, mi sta chiamando.
Voltandomi di nuovo, mi ritrovo davanti Kenji.
È normale.
Nessun segno di quella persona.
Sto impazzendo.
Mi alzo in fretta e furia e raggiungo Cam.
Penso che chiuderò qui la serata, sono pronto ad andare via.
Quando gli sono accanto, mi prende per le spalle.
“Mitch, sto sognando, ne sono sicuro.” Cerco di sorridere per la sua felicità. La verità è che vorrei scappare.
“Non stai sognando. Hai ballato tutta la serata - e quando dico tutta la serta, intendo tutta - con Leslie.” Si mette una mano fra i capelli.
Gli viene difficile credere alla mie parole, nonostante le abbia vissute.
Aggrotto le sopracciglia e sorrido lievemente.
“Cam, che ne dici di andare?” Torna serio.
“A proposito di andarsene... Leslie mi ha detto che conosce un posto in cui fanno degli hamburger spettacolari. Mi ha chiesto di farci un salto..." Il sorriso mi muore sulle labbra.
Assume un’aria quasi disperata.
“Mitch, mi dispiace andarmene così, ma conosci la situazione. Lo sai da quanto aspetto una cosa del genere!” Serro la mascella.
Veramente?
Non mi hai parlato per una serata e ora mi vuoi anche abbandonare?
Con tutto quello che mi sta succedendo?
“Mitch-” Lo interrompo.
Non m’interessa, contento lui, contenti tutti. Non voglio rimanere qui un altro minuto.
“Fa quello che vuoi. Io me ne vado.” Detto ciò, lo sorpasso e raggiungo la strada.
Alle mie spalle, sento urlare il mio nome.
Accelero il passo, mi metto quasi a correre, finché non sento più i rumori della festa.
Mi devo calmare.
Lo so che una proposta del genere è il suo sogno, lo so che aspetta questo momento da una vita, e giuro che una volta calmato potrei anche essere felice per lui.
Ma ora come ora gli darei un pugno.
E so che non può sapere cosa mi sta succedendo, perché non gliel’ho detto, eppure non posso fare a meno di rimanerci male.
Sono irrazionale, ne sono consapevole.
Niente ma, sono arrabbiato e irrazionale. Punto.
Il cellulare inizia a squillare.
È lui.
Rifiuto la chiamata.
Squilla di nuovo.
Rifiuto nuovamente la chiamata.
Alla quinta volta, decido di rispondere.
“Mitch, per favore...” Non sento rumori dall’altro lato del telefono, dev’essersi allontanato.
“Ma per favore, cosa? Non mi calcoli per tutta la festa, stai per lasciarmi là da solo e vuoi pure che io non mi arrabbi? Tu non stai bene!” Parlo senza pensare, le parole scorrono come un fiume in piena.
Litighiamo.
Mai litigare per telefono, si peggiorano solo le cose.
A volte mi do dei consigli fantastici, peccato che non li ascolti quasi mai.
Continuo a camminare, non presto attenzione a dove vada, sono troppo concentrato sul litigio per pensare ad altro.
Sembra che passino ore, ma guardando l’ora sono passati solo dieci minuti.
23:24.
Senza accorgermene, ho raggiunto l’incrocio che precede il mio quartiere, sono quasi a casa.
Non vedo l’ora di andarmene a letto, voglio che questa giornata finisca.
“Sei geloso perché Leslie si è accorta finalmente di me e ora hai paura che non passerò più tempo con te.” Continuo a camminare.
“Davvero sei così idiota da non capire che sono arrabbiato con te perché non mi hai parlato tutta la sera?
Sei stato tu a chiedermi di venire alla festa, festa a cui neanche volevo andare, fra parentesi, e poi mi lasci da solo! Capisco un ballo, ma due ore sono eccessive, non credi?”
Attraverso la strada senza guardare.
“E comunque Kenji è stato una compagnia migliore del mio migliore amico, ed era ubriaco-“
Vengo interrotto da uno stridio di ruote.
La strada è illuminata dalla luce di due fanali.
Il tempo rallenta.
Cam smette di parlare.
Dietro la luce, due occhi neri mi osservano terrorizzati.
Il tempo velocizza.
Sono steso a terra, lo sguardo verso il cielo.
Non ci sono stelle.
Qualcuno in lontananza urla il mio nome.
Gli occhi neri mi sovrastano.
Non ci sono stelle.
Il tempo si ferma.
Il mondo si silenzia.
Chiudo gli occhi.

Mi risveglio di soprassalto, ansimante, nel mio letto.
 
  
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