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Autore: Aubrey98    11/08/2017    1 recensioni
Nei mari del Nord ci sono affascinanti creature chiamate Selkie.
Difficile definirle. Non si tratta d'una donna né d'un animale, piuttosto è una strana fata delle acque. Generalmente ha l'aspetto di una foca, ma quando lo desidera può prendere le sembianze della più bella e dolce delle fanciulle. Vivono al largo, in gruppi, incuranti delle acque gelide e delle tempeste che flagellano quei mari.
Nelle notti di luna piena, inoltre, non è raro che gruppi di Selkie nuotino verso la riva, si spoglino della loro pelle di foca e si godano la gioia di essere umane. Sono però attente a dove ripongono il loro manto da foca, poiché se venisse rubato da un uomo, esse rimarrebbero legate a lui per tutta la vita, senza poter fare ritorno a casa.
Genere: Avventura, Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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PROLOGO





Shoika. La madre le ha donato questo nome riferendosi ad un’antenata. Una Selkie, esattamente come loro. 
 
Per quanto triste, “Shoika era una Selkie”* è una storia che da sempre adora ascoltare, per il modo che aveva la fata di vedere, seppur malinconicamente, la vita ed il mondo. Per il modo in cui, alla fine, aveva compreso il tutto.

Shoika era una Selkie. Era molto bella, ma la sua bellezza era poca cosa in confronto alla gentilezza dell’animo: nei suoi cinquecento anni di vita, mai un capriccio, un dispetto o una parola sgarbata nei confronti delle sue compagne. Solo sorrisi e doni, piccole conchiglie colorate, sassi tondi e bianchi raccolti sulle spiagge, profumo di spuma di mare sui capelli. E le compagne ricambiavano il suo amore: quando l’acqua scura del mare del Nord si faceva minacciosa, la circondavano muovendo in sincronia le loro pinne e l’accompagnavano, agili, in qualche cala protetta di Inis Mòr, ad attendere che il mare cessasse la propria ira.
 Nonostante l’amore delle Selkie sue compagne, l’animo di Shoika era sempre adombrato da uno stato di dolore. Un dolore senza un vero motivo che, come un velo di stoffa purissima, t’impedisce di vedere chiari i contorni delle cose intorno e ti nega l’interessa del profumo della natura. Tutto era intriso di questa melanconia, come se tutto fosse bello, ma non abbastanza per giustificare il fatto di vivere.
 Molte volte, quando il crepuscolo consentiva la mutazione, se il velo si faceva più opaco ed era faticoso fingere un sorriso, Shoika, si recava sola su una spighetta sassosa. Liberatasi della liscia pelle di foca, sedeva, coperta solo dai capelli riccioluti, le gambe incrociate e guardava, non verso il mare, bensì all’opposto, verso la terra brulla, in un guardare che non era vedere, ma scorrere gli occhi lungo il paesaggio con pensieri che volavano altrove. Pensava, la Selkie, alla sua vita e si chiedeva se ne fosse felice. Il non saperlo la inquietava: l’unica vita che conosceva era quella che dall’inizio del mondo lei aveva vissuto. D’altre vite non sapeva, nient’altro conosceva, però il cuore di fata diceva che esistevano altri mondi e altre cose. Forse proprio là, dove correva lo sguardo, dove la terra brulla s’inoltrava nell’isola. Mentre la luce del sole si spegneva, iniziò il suo canto.
 I gabbiani si posarono sulla riva per ascoltarla e il mare danzava sulla melodia. Le parole, leggere, volavano nell’aria salata. La Selkie aveva chiuso gli occhi e si dondolava piano, come a cullare il dolore. Le onde andavano e venivano in una risacca che somigliava a un’antica danza, e non s’accorse la fata che un’onda più lunga aveva rapito il liscio manto di foca. Le ore della notte passarono lente e Shoika rimase come un petalo posato, infine l’angoscia le attanagliò il cuore: la pelle di foca non c’era più. Non si chiese dove potesse essere andata, né dove cercarla. Seppe, però, da subito, che nessun umano l’aveva presa, poiché il cuore le era rimasto vuoto. Sentì su di sé un destino ineluttabile: niente ormai le apparteneva più, e, ancor peggio, lei non apparteneva più a nessuno.
 
Così, s’incamminò verso l’interno, allontanandosi via via dalla spiaggia e dal mare. Camminò, camminò e camminò. Si fasciò i piedi di stracci regalati da compassionevoli contadine e coprì il corpo d’un logoro abito donatole da una vecchia cui era morta da poco l’unica figlia. Non aveva mai indossato alcunché, ma lo stupore che - s’avvide - causava la sua nudità, le fece ritenere giusto coprirsi.
 Camminò, camminò e camminò. Non avvertiva freddo, né caldo, né fame, né sete e il dormire le era sconosciuto. Soltanto il vuoto la riempiva, un vuoto di pensieri, affetti e ricordi che, a volte, sembrava rombare dentro la mente. Per quello strano fenomeno che avvolge anche la mente degli umani, sentì che tutto quanto aveva riguardato la propria essenza di Selkie era buono e quanto riguardava la propria vita di mezza umana era privo di gioia.
 Rivide dunque il passato sotto un velo di colori allegri: il verde dei prati lontani, l’azzurro cupo del mare, le grida delle sorelle, i canti del crepuscolo. E l’oggi le apparve privo di qualsiasi prospettiva. Ma la Selkie dal cuore vuoto non cercò mai la pelle lucida di foca.
 Passarono centinaia di anni, nuovi guerrieri cavalcarono a fianco di re e nuove battaglie sconvolsero la terra, e lei rimase a guardare la terra e il mare, chiedendosi se mai avrebbe potuto sopire quella malinconia dolorosa.
 Nei villaggi ancora si parlava d’una ragazza vestita poveramente che vagava, la testa dritta, sempre guardando l’orizzonte: non chiedeva né farina, né patate, né un bicchiere di latte di capra. I bambini non ne avevano paura e le correvano intorno, eppure mai posò lo sguardo su di loro.
 
Un giorno freddissimo d’inverno, quando il popolo degli umani iniziava i festeggiamenti dello Yule*, uscendo da un villaggio e superando le ultime case dai tetti spioventi di paglia, vide in lontananza una piccola baia che s’apriva sul mare. Pareva un’ostrica aperta fra le altre rocce grigie. Un ricordo, un pensiero, forse l’odore forte del salmastro, e il richiamo le invase la mente come una cascata d’acqua che riempie una brocca. S’incamminò, con gli occhi che scrutavano il mare sempre più vicino. Arrivata, come se fosse gesto di ieri, si tolse gli abiti, sciolse i capelli e sedette proprio sulla riva, con l’acqua fredda che lambiva i piedi.
 Improvvisamente si rese conto della situazione e fu presa da tristezza: niente, per tutti i lunghi secoli non era stata niente. Non era Selkie e non era nemmeno umana, aveva perso sé stessa e il proprio destino, e se è doloroso perdersi per amore, è mortale perdersi senza motivo, Non c’erano stati baci, abbracci per lei nelle notti fredde, in cambio del suo nuotare libera. Non c’erano state risa e pianti di bambini in cambio delle onde sul viso e delle sorelle che tanto l’amavano. C’erano stati solo vuoto e passi che erano diventati i soli pensieri.
 Fu allora che decise ciò che mai nessuna fata aveva mai deciso: si sdraiò sui piccoli sassi rotondi e chiuse gli occhi. Desiderò che la vita scorresse via dal corpo e la lasciasse libera. Un sospiro leggero come il volo di una farfalla uscì dalle labbra semiaperte. Un’onda silenziosa s’allungò vicino a lei, lasciando una spuma bianca sui sassi e, tra la spuma, si depose una pelle argentata e lucida che brillò alla luce della luna, Il mare riportò la pelle a Shoika, gentile la depose ai suoi piedi. 
 Ma la Selkie non la vide: la vita, volata via, danzò un attimo nell’aria e poi si perse nel nulla.






* "Shoika era una Selkie": tratto da "Storie di Fate, di Dee e di Eroi" di Susanna Berti Franceschi e Gian Ugo Berti.
*Yule: nella tradizione germanica e celtica precristiana, Yule era la festa del Solstizio d'Inverno.

   
 
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