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Autore: sympansheep    11/08/2017    0 recensioni
Il Colpo al Cuore non risparmiava mai un avversario, se la Misericordia non glielo impediva: come se ogni suo omicidio fosse dettato dalla sua volontà, quella sottile ma sorprendente lama manovrava la sua mente, la sua stessa vita.
O almeno, questo si diceva.
Egli non aveva paura, in realtà, stava solo fingendosi qualcun altro, invocando pietà e sbraitando l’arma apparentemente senza alcuna conoscenza riguardo il suo uso. Ma no, lui aveva mentito sin dall’inizio: era un anziano con un corpo eternamente giovane, si portava tre secoli sulle spalle e non si sarebbe fatto mettere i piedi in testa da un’omicida qualunque, non dopo aver passato la vita a doversi difendere sempre e costantemente da ogni minaccia che il fato si ostinava a porgli davanti, come una maledizione.
Genere: Angst, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Allerede Langt
Capitolo 6  “Déjà Loin” (Già lontano)


 
Passarono diversi giorni. Agata li sentì passare molto lentamente: ogni minuto che passava era come un mattone in più sulle sue spalle. Il ticchettio dell’orologio diventava insopportabile ogni volta che il suo sguardo si scostava dalla vista dell’alta finestra di una delle poche camere dell’appartamento di Règis, ma questo non sarebbe bastato a renderla pazza a causa della reclusione: in cuor suo, percepiva un’appagante sensazione di assoluta sicurezza. Stranamente era quel luogo a infonderle tranquillità: per quanto lo spazio al suo interno fosse limitato, l’insieme composto da mobili in ebano e accessori vari color avorio creava un’atmosfera accogliente. Le luci calde illuminavano le stanze, contribuendo all’abbellimento dell’abitazione al terzo piano di uno dei vecchi palazzi della via Baldersgade, nel Nørrebro – poco distante dal quartiere Østerbro.
La stanza a lei assegnata era semplice, piuttosto scarna, ma non per questo scomoda: il letto era morbidissimo, e contrariamente a ciò che all’inizio aveva pensato, le candide lenzuola profumavano, come se fossero state appena lavate. Era prossimo alla finestra, quindi mettendosi a sedere appena dopo il risveglio poteva osservare il traffico mattutino. Poco più distante dal letto, accanto alla porta, vi era una mensola robusta, su cui era posto un lettore CD. Sopra la sua superficie erano disordinatamente poste delle custodie, come se fossero state spostate di recente. La prima volta che curiosò nella camera, notò i titoli degli album, tutti composti da Yann Tiersen: Skyline, Les Retrouvailles, Le Phare, Rue des Cascades, e altri che non lesse, dopo aver distolto lo sguardo. Quel sabato aveva voluto accontentare la sua curiosità: aveva aperto lo stereo con una certa difficoltà, e tra tutte le raccolte scelse Rue des Cascades. Mentre si allontanava da esso, che aveva iniziato a riprodurre le tracce grazie ad una cassa di supporto – probabilmente quella implementata non funzionava più – girò il contenitore di plastica, lanciando una rapida occhiata ai nomi francesi senza riuscire a pronunciarli correttamente neanche nella sua mente. A gambe incrociate, sul letto, davanti alla finestra che aveva spalancato per cambiare l’aria, ascoltò le canzoni una per una, nella loro normale successione: J'y suis Jamais allè, Rue des cascades, Pas si simple, Comptine d'été n°2 e n°3, Déjà Loin. Quest’ultima le piacque particolarmente, e ne memorizzò il numero e il titolo per poterla riascoltare in futuro. Abbassò lo sguardo, girando nuovamente la custodia per vederne il fronte: era in una posa naturale un bambino sorridente, con una lunga frangetta che copriva un po’ gli occhi, in una foto rovinata, vecchia e ingiallita, forse per il tempo, o forse per uno strano filtro.
«Non credevo ti piacesse Yann Tiersen»
Irruppe una voce nella stanza: era del padrone di casa, al quale Agata avrebbe voluto nascondere l’uso del suo lettore CD. Ma era troppo tardi ormai.
«Non l’ho sentita arrivare» disse lei, ignorando con malcelato disagio l’osservazione avanzata da Règis, rimasto sulla soglia della porta, con una sottile busta bianca in mano. Gli suggerì la sua confusione con un’alzata prolungata di sopracciglia.
«Credevo arrivasse tardi come gli altri giorni»
«Oggi non avevo molto da sbrigare. Ho avuto anche il tempo per comprare la cena» e le mostrò i sacchetti di cibo orientale in scatola che aveva acquistato. «E avevamo detto di darci del tu, ricordi?»
«Sì, sì. Ricordo, è solo che...» proprio quando stava per ammettere le proprie intenzioni con lo stereo, l’uomo si era già allontanato, per recarsi in cucina. Improvvisamente, dopo un lieve tonfo, la sua voce riecheggiò nel corridoio: «Vieni a darmi una mano a cuocerli».
 
Erano uno difronte all’altra. E nessuno di loro sembrava voler rompere il ghiaccio: erano più concentrati a mangiare. Agata aveva un ritmo molto irregolare, a differenza di Règis che a giudicare dalla sua espressione rilassata stava assaporando in tutti i sensi i noodles che aveva comprato.
«Li avevi mai assaggiati prima?» chiese, quando si accorse di avere lo sguardo perplesso della donna addosso. Ella scosse la testa. «Sono di tuo gradimento?»
«Diciamo che avrei preferito le krebinetter» ammise l’interlocutrice, alzando le spalle. «O magari qualcosa di più semplice e familiare come la pizza». Ricevette un mormorio d’assenso.
«La prossima volta ti penserò» rispose infine lui, sbrigativo, dopo aver ingoiato l’ultimo boccone del primo piatto dal gusto esotico e aggressivo – c’erano spezie di ogni genere, e il problema grave per la ragazza erano proprio queste. Agata si affrettò a finire di mangiare, e avendo ingerito troppo piccante tentò di spegnere il fuoco che si stava impossessando della sua bocca con l’acqua fresca, ma questo solo quando Règis fu lontano dalla sala da pranzo per mettere i piatti da parte. Sempre a dovuta distanza, le suggerì di lasciare tutto quanto com’era, perché ci avrebbe pensato lui in pochi minuti. Si diresse verso il piccolo salottino, e si sedette su uno dei due divani. Non se la sentì di prendere il telecomando della televisione, probabilmente una delle vecchie anni 90’, per accenderla. Preferì guardarsi intorno, e tamburellare silenziosamente sul bracciolo del divano. Fuori tardava a fare buio, ma quando guardò l’orologio si accorse che era relativamente presto – da poco erano scoccate le sette di sera.
In poco tempo, Règis raggiunse Agata, sedendosi sulla poltrona posta proprio accanto a lei, dinanzi al secondo divano. Anche stavolta non sembrava aver alcuna voglia di avviare subito una conversazione: si limitò a buttar fuori un sospiro rumoroso per esternare la sua stanchezza.
«Sai, è stato trovato un cadavere nel cimitero del ghetto»
Règis aveva cambiato argomento, e la zingarella si voltò istintivamente alle parole “cadavere” e “ghetto”. Di chi era questo cadavere? Com’era stato trovato? E soprattutto, perché gli autorizzati, stretti collaboratori della polizia, si erano addentrati così tanto nel ghetto?
«Non dovrei parlare con degli esterni dei casi a cui stiamo lavorando, ma tu sei coinvolta in questo» mormorò, avvicinandosi un po’ a lei e abbassando ancora di più il tono di voce, quasi a volerle sussurrare un segreto. Il resto della conversazione continuò con questo tono impercettibile per ciò che stava intorno, eccetto per loro: come se Règis avesse paura che i mobili e le mura potessero sentirlo.
Ma Agata non reagì molto bene alla sua premessa. Come poteva sapere che avesse a che fare con l’accaduto? Nessuno sapeva di Skasìla, perché allora era coinvolta in quel caso?
Non osò battere ciglio, comunque, attendendo che si spiegasse meglio.
«Era un uomo da tempo ricercato dalla Defense» riprese. «Il mio collega della Defense Save ha voluto indagare per conto suo e ha trovato alcune conversazioni che il sicario, l’uomo in questione, ha avuto con altri criminali della zona, anche loro perseguiti».
La ragazza lo stava ascoltando attentamente, ma dietro il bracciolo stringeva i vestiti nei pugni. Li tirava, ci giocava per alleviare la tensione che stava lentamente crescendo. Provava una sensazione indescrivibile, una fusione tra rabbia e terrore.
«Stavano organizzando un nuovo attentato, e il loro obiettivo eri proprio tu».
Agata prese aria nei polmoni, gonfiando il petto. Smorzò la freddezza, chiudendo gli occhi: in un primo momento poteva essere indice di rassegnazione, ma era in realtà un sollievo. Sospirò: quindi non la stava accusando di essere l’autrice del delitto, né sapeva di Skasìla.
Ma aveva pensato ciò troppo presto.
«Ora sei ufficialmente sotto la protezione della Defense, Agata, quindi non devi temere» le disse Règis, che aveva evidentemente notato quell’ambigua espressione sul suo volto. «Ma ancora qualcosa in tutta questa faccenda mi incuriosisce».
«Cioè?» chiese la semi-primordiale, con il tono manovrato dall’ormai evidente agitazione – ma date le circostanze, nessuno al posto di Règis (e di conseguenza lui stesso) avrebbe attribuito il panico alla paura di essere smascherata.
«Parlavano di un soggetto con uno strano nome, al quale dovevano prestare attenzione “per non fare una brutta fine”. Stando a ciò che dicevano, questo individuo ha tolto la vita a molti esecutori collegati ai delitti che vedono la tua famiglia come principale vittima, ed è molto temuto».
“Quindi sa di Skasìla, sta solo facendo dei giri intorno per arrivare al punto” rifletté Agata, assottigliando le palpebre. Anche quello era un atteggiamento indefinibile: nel contesto, poteva essere semplice confusione.
«In parole povere, è un salvatore per gli Orfeo. Anzi, una salvatrice: da quello che ho capito è una donna. Lo è soprattutto per te, visto che per ora sei l’unica Orfeo in circolazione. Se uccide i criminali deve essere per forza dalla nostra parte» continuò Règis, pensieroso. «Se solo riuscissi a fare un patto con lei...».
«Un patto?» domandò con del lieve sarcasmo Agata. Voleva precedere il boss, voleva sapere a cosa andava incontro. «Che genere di patto? Quelli che servono a far avvicinare abbastanza la preda per catturarla e metterla dietro le sbarre? Dopotutto uccide: indipendentemente dalle vittime, è in grado di mettere fine alla vita di qualcuno».
L’uomo le rivolse un’occhiata quasi minacciosa, ma stavolta non bastò a fermarla: «Non credo proprio si avvicinerà a voi. Conosco fin troppo bene la gentaglia del ghetto: potrebbe fare tutto, tranne mettersi a collaborare con la polizia».
«Chi dice che Skasìla sia del ghetto?» la interruppe l’altro. «E poi, tutti nella Corrupt hanno fatto qualcosa di spiacevole e contro la legge: furti, spacci, congiure, omicidi. Per loro il lavoro attuale è una sorta di redenzione».
«Con il denaro tutti fanno del bene, altrimenti fanno ciò che a loro piace. E non sempre è bene, anzi, quasi mai lo è» ribatté con scetticismo Agata, con una smorfia abbastanza evidente.
Dopo dei secondi di teso silenzio, Règis espirò rumorosamente, schiarendo la gola subito dopo: «Devi aver fatto una vita difficile tu, da come ne parli. Lo capisco».
Si alzò, a quel punto, facendo cadere il discorso. Stirò la schiena e attese ancora una volta, prima di proferire parola.
«Agata?» la chiamò.
Lei alzò lo sguardo, stupita.
«Ti va di terminare Rue des Cascades
 
***
 
Si era assopito su cumuli di ruvide e pesanti lenzuola abbandonate sul pavimento a mo’ di giaciglio, che riordinava e usava quando capitava. Per qualche motivo era più stanco delle altre volte, ma quella sera non poteva ancora permettersi di godersi un sonno ristoratore.
Si era dovuto alzare, per poi ritrovarsi davanti ad uno specchio logorato dal tempo, dal riflesso poco preciso per via del materiale consunto. Nonostante la superficie rovinata, non fu possibile celare ai suoi occhi i pezzi di carne ricuciti al suo corpo quasi per sbaglio: il collo coperto di graffi, l’intera spalla destra macinata e torturata da quella che pareva essere una dentatura sottile ma estremamente appuntita, la vita deturpata dalla concentrica macchia rossiccia che accentuava l’assenza di una costola e delineata da una protuberanza dai tratti irregolari, come se le gambe fossero state strappate via e riattaccate in un secondo momento. Quando il suo sguardo ricadeva sulle lesioni, sembrava risentire l’atroce dolore di ognuna di esse: eppure, nonostante si sforzasse, non ricordava altro che uno scenario sottomarino color cremisi. Ma non era il momento per soffermarsi sul proprio passato: non poteva arrivare in ritardo a quell’importante appuntamento nel giardino dei Traeenge.
Le sue piante lo stavano attendendo con ansia da troppo tempo.
Coprì per bene tutte le sue imperfezioni con degli abiti scuri e attillati, e diede solo un’ultima occhiata ai capelli chiari, dal taglio rovinato, per sistemarli rapidamente e senza impegno. Con la sua regolare camminata uscì fuori dalla piccola cabina della sua misera barca per guardare i dintorni. Sotto di sé, sporgendosi un po’, poteva vedere solo la superficie nera dell’acqua. Eppure, se le sue iridi color ghiaccio si spostavano un po’ verso l’alto, poteva scorgere la luce dei lampioni del Porto del Nord.
“Davvero dovrò sbarcare al porto del ghetto? Spero solo non mi diano troppe noie”. Seguì un sospiro dopo quel pensiero.
Diede una scossa al motore, e lo scafo partì. Ci vollero pochi minuti per arrivare e trovare un posto libero nel molo. Una volta attraccato, egli si affrettò a lasciare il pontile di legno e con esso anche la località in cui si trovava.
Non si aspettava che venisse riconosciuto, ovviamente: semplicemente sapeva troppo bene che cosa poteva succedere se qualche donna si fosse avvicinata a lui. Una gran tortura, così lui la definiva, a causa del suo bell’aspetto di Renenge. Dover trovare le parole adatte per scrollarsi una prostituta di dosso era sempre stato il suo più grande cruccio, anche quando era giovane.
Eccole lì, appartate in un angolo della strada, in attesa di qualche cliente. Meglio non farsi vedere: non poteva tardare un secondo di più.


 


 
Noticine – Figliuoli! (disse la più piccola) Ho terminato il capitolo, ma non sono riuscita ad anticipare niente, quindi mi metterò il 18 e il 25 agosto e il 1° settembre a pubblicare. Da settembre non so quanto potrò farlo, dal momento che ritornerò a scuola – ergo, nuovo calvario, nuovi periodi no, nuove assenze dalla piattaforma, eccetera eccetera. But worry not! Cercherò di mantenere i due capitoli al mese: dunque, un capitolo ogni due settimane. Ho in mente un'altra storia ancora, più leggera (ma non meno complessa, temo), che riprenderà lo sfondo attuale, eccetto il territorio in cui sarà ambientata. Stavolta i personaggi saranno miei e di un'altra ragazza ancora, e verrà eseguito lo stesso iter, ma come sempre sarò io a scrivere. Tuttavia, non so se questo progetto andrà mai in porto. Del resto ho già due storie da seguire, una delle due è ferma. Non conviene adesso.  
Ad ogni modo... fatemi sapere ciò che pensate di questo capitolo, comunque – vi prego fatelo! çwç Alla prossima settimana!
   
 
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