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Autore: Beauty    11/08/2017    1 recensioni
Cosa accadrebbe se Biancaneve, Rosarossa, Cenerentola, Belle, la Sirenetta, la Bella Addormentata, Raperonzolo, Cappuccetto Rosso, Elsa la figlia del mugnaio, Riccioli d'Oro e Pelle d'Asino s'incontrassero nella vita reale?
Genere: Commedia, Mistero, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, OOC, What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo III
 
Her Looks Have Got No Parallel
 
(tardo pomeriggio, sera e notte di domenica 8 settembre)
 
 
I. [Kate]
 
 
Roxy aveva deciso di seguire il consiglio di Charlie e passare da casa a cambiarsi prima del colloquio. Non teneva a quel lavoro, ma teneva allo stipendio che ne sarebbe derivato e teneva alla sua indipendenza e capacità di provvedere a se stessa da sola. E quindi per avere il posto sarebbe stata obbligata a fare una figura quantomeno decente.
Non sapeva bene che cosa ci si aspettasse da una che si presentava per un colloquio come cameriera. Non poteva neanche giocare sul fatto di conoscere all'incirca gli standard del locale, perché non era esattamente il genere di posti che frequentava.
Era stata al Be Our Guest la prima ed unica volta ben dieci anni prima. Lei aveva tredici anni, si stava leccando le ferite dopo un ceffone ben assestato da parte del patrigno e il suo fratellastro, seduto sul divanetto all'altro lato del tavolo, le aveva fatto scivolare di fronte un bicchierone di frappé al cioccolato per consolarla.
Roxy ancora adesso si lambiccava il cervello chiedendosi come avesse fatto lui a scoprire cosa le piacesse.
Era certa che il Be Our Guest fosse parecchio cambiato, in tutto quel tempo. Era fisiologico, si poteva dire. Quando il suo fratellastro ce l'aveva portata come ultima tappa prima di rientrare in quell'incubo di magione che era casa Schreave, dieci anni prima, il Be Our Guest era conosciuto per essere il posto più politically correct di tutta Everbrooke: era una tavola calda la cui clientela era composta soprattuto da impiegati in pausa pranzo e da famiglie con bambini urlanti, oppure da ragazzini e adolescenti che si fermavano lì per una cioccolata dopo la scuola o prima di andare al cinema; la maggior parte dei suoi affari più fruttuosi li faceva con le feste di compleanno o con gli eventi organizzati in occasione di Natale, Halloween o del ballo scolastico alla Everbrooke High School, non serviva alcolici neanche sottobanco – e non solo ai minorenni, se la tua intenzione era quella di berti un bicchiere di prosecco ti trovavi decisamente nel posto sbagliato – e il tutto era permeato di un'atmosfera zuccherosa, fatta di risate di bambino, gelato e buoni sentimenti.
A Roxy era rimasto impresso soprattutto un dettaglio, di quel pomeriggio all'insegna del frappé al cioccolato: il colore rosa. Le pareti, i divanetti, gli sgabelli e le sedie, perfino il bancone e le cornici dei quadri appesi al muro erano di una tonalità che spaziava dal rosa pastello al fucsia sbiadito, interrotto soltanto dal bianco delle piastrelle, dei tavolini e del soffitto. Il tutto contornato da uno stile palesemente anni Sessanta, con poster di Elvis Presley e dei Beatles, e la divisa delle cameriere – naturalmente rosa – con il grembiule di pizzo e le scarpe da tennis bianche.
Roxy si era sorpresa che non servissero ai tavoli sfrecciando su dei pattini a rotelle.
Si augurava che, in dieci anni, quell'ambiente da carie dentaria fosse cambiato. Che fosse diventato una tavola calda normale, magari meno strabordante di mocciosi e meno...rosa.
La sua delusione – dopo mezz'ora di autobus ed essersi messa addosso l'abbigliamento più neutro che era riuscita a combinare, pantaloni neri con camicetta bianca, e capelli legati in una coda di cavallo – nel vedere che il Be Our Guest era rimasto praticamente identico a quel giorno in cui il suo fratellastro l'aveva portata lì per asciugarsi il moccio fu quasi pari a quella volta in cui il suddetto fratellastro l'aveva stracciata a Monopoli – gioco in cui si era sempre vantata senza ombra di modestia di essere una campionessa.
L'edificio sembrava una roulotte, tutto su un piano rialzato separato dal marciapiede da soli due scalini, con la porta bianca e le pareti rosa confetto con delle vetrate da cui si poteva sbirciare all'interno. Una tenda a righe bianche e rosse era stata arrotolata fino a essere richiusa sul tetto, e sotto di essa quattro tavolini di ferro erano stati spinti contro il muro e coperti con delle sedie rovesciate, segno che l'estate era finita e che non era più il momento di consumare il caffè all'esterno. Roxy fu tentata di fare dietrofront e cercarsi un altro lavoro altrove, ma poi si decise ad attraversare la strada e a raggiungere il locale sul marciapiede opposto.
Passò accanto a un palo della luce a cui era stato affisso un foglio di carta stampata con la fotografia di una ragazza. Roxy lo guardò distrattamente: la persona nell'immagine era una giovanissima donna, non più che ventenne, con grandi occhi scuri, incarnato pallido e una cascata di riccioli color cioccolato intervallati da qualche riflesso biondo. Da ciò che si poteva intuire dalla foto, che ritraeva solo il busto e il volto della ragazza, aveva addosso la parte superiore di un bikini rosso e si stava divertendo, sorridendo alla macchina fotografica.
Sotto alla fotografia c'erano poche righe.
 
 
SCOMPARSA
 
Kathryn Miranda Torrance, di anni 20
Scomparsa il 5 maggio 2015
Capelli castani e ricci, occhi marroni, altezza 175 cm.
Se qualcuno avesse informazioni, è pregato di riferirle al più presto a...
 
 
...seguiva un elenco di luoghi con tanto di indirizzo e numeri telefonici. Roxy non si preoccupò di leggerli e dopo nemmeno due secondi il volto e il nome della ragazza del volantino scomparvero dalla sua mente.
Raggiunse il Be Our Guest a passo spedito ed entrò facendo tintinnare il campanello. Dentro, dovette ammetterlo, qualche cambiamento c'era stato: le sembrava ci fossero decisamente meno poster di Elvis e le pareti erano bianche. C'era poca gente: una signora anziana seduta in un angolo che sorseggiava del té con una fetta di torta al limone, un gruppetto di dodicenni che si scattava selfie di fronte ai cibi che avevano ordinato e al centro, al tavolo a cui si era seduta dieci anni prima, una mamma stava imboccando il figlio di tre o quattro anni sistemato su un ovetto troppo piccolo per lui.
Roxy si perse un attimo a guardare quella scena. Fuori dalla finestra il sole era stato offuscato dalle nuvole e alcune foglie in strada venivano sollevate dal vento, ma dieci anni prima – era un pomeriggio di fine marzo – c'era un bel sole e la tavola calda era molto più affollata. Il suo fratellastro era seduto al posto occupato dalla madre in quel momento, e aveva la sua solita aria che ostentava indifferenza, quando invece il solo essere lì con lei era chiaro segno che di quella tredicenne rompipalle che non aveva fatto altro che frignare per una settimana, beh, almeno qualcosa doveva importargliene.
- Posso esserti utile?
Roxy cadde dal pero e per poco la borsa di Valentino non le scivolò dalla spalla. Era stata in dubbio se portarsela dietro o meno – la voce del suo buonsenso le suggeriva che sarebbe stato un po' equivoco presentarsi a un colloquio per un posto da cameriera con una borsa griffata che ai tempi doveva essere costata più di lei stessa e di quello che aveva addosso, ma alla fine si era detta che quel modello era vecchio di più di dieci anni e...le aveva sempre portato fortuna.
E poi la voce del suo buonsenso somigliava un po' troppo al brontolare di Charlie, per i suoi gusti.
Roxy guardò la donna che aveva parlato: era una signora bassa e rotonda, che le arrivava a stento alla spalla, sui quarantacinque, che le sorrideva con un faccione grasso e bonario. Si schiarì la voce ed estrasse il curriculum vitae dalla borsa di Valentino.
- Sono qui per il posto da cameriera. E' ancora libero?
- Certo che sì. Vieni, sediamoci sul retro, così possiamo stare tranquille...
- Lei è la proprietaria?- chiese Roxy; non le era sfuggito il fatto che quella donna si fosse soffermata più del dovuto sulle sue unghie laccate e sulla ciocca color rosa shocking che le penzolava di fronte agli occhi, ma non aveva notato né smorfie né disapprovazione nel suo sguardo. Era un passo avanti.
- In persona. Magdalena Potts, piacere. Tu sei...?
- Roxanne Randall.
La condusse in quelle che erano le cucine, la fece sedere su una sedia e senza neanche guardare il curriculum vitae prese a farle le solite domande di rito, quanti anni avesse, se avesse già esperienza come cameriera, il suo titolo di studio. Roxy cercò di rilassarsi e le riuscì abbastanza bene, soprattutto quando comprese che la signora Potts non le avrebbe posto domande riguardanti la sua famiglia oppure le solite idiozie del tipo come ti vedi da qui a dieci anni? o che cosa sentiva di avere in più rispetto ad altri candidati.
A un certo punto, Roxy si accorse che una terza persona stava assistendo al colloquio: una ragazzetta smilza e ancora più bassa della proprietaria, con addosso una divisa da cameriera – grazie al cielo il grembiule non era più di pizzo, ma in compenso la tonalità del vestito era azzurro pastello, il che faceva a pugni con gli altri colori dell'ambiente.
L'impicciona era appoggiata allo stipite della porta con le braccia conserte e ascoltava con la stessa attenzione di un fan dei New York Knicks durante la finale di NBA. Roxy pensò che se al posto della signora Potts ci fosse stato Charlie non avrebbe esitato un attimo a cacciarla via a male parole; invece, la proprietaria del Be Our Guest non sembrò dare molta importanza alla cosa.
Il colloquio andò bene. Dopo neanche dieci minuti la signora Potts comunicò a Roxy che se voleva il posto era suo. Due mattine e un pomeriggio a settimana, domenica libera. Sei dollari e cinquanta centesimi l'ora.
Roxy accettò di volata, concentrandosi sul termosifone rotto in casa per inibire l'impulso di andarsene. La signora Potts parve entusiasta della cosa: le comunicò che avrebbe cominciato il martedì seguente, poi fece cenno all'impicciona sulla porta.
- L'aiuti tu con la divisa?- le chiese.- E' alta, ma sono sicura che nello spogliatoio qualcosa c'è. Sto io in sala, tanto c'è poca gente. Fate conoscenza, eh?- aggiunse, come se stesse parlando a due bambine di sei anni troppo timide per mettersi a giocare insieme.
La cameriera si scansò per lasciar uscire la signora Potts dalla cucina. Dovette accorgersi dell'espressione perplessa di Roxy, perché la guardò come a volersi scusare.
- E' fatta così. Ti ci abituerai. O meglio...ti ci abituerai finché non troverai qualcosa di meglio.
Roxy inarcò un sopracciglio.
- L'ultima volta che mi hanno detto così il mio lavoro è durato per cinque anni.
- Doveva essere un bel lavoro, allora.
- Dura ancora adesso, a dirla tutta.
- Sei qui per arrotondare?
- Perché t'interessa?
- Non m'interessa, è solo che ti si legge in faccia - la cameriera sospirò e lasciò la soglia della cucina.- Vieni, vediamo se c'è qualcosa qui sul retro. Le scarpe te le devi portare da casa, comunque.
Roxy la seguì di malavoglia. Nella sua mente la situazione si stava delineando con maggiore chiarezza. L'avevano assunta con troppa facilità.
- Dimmi la verità, siete a corto di personale?- buttò lì, mentre la ragazza prendeva un vestito azzurro pastello e controllava la taglia.
Glielo porse.
- Provati questo, vediamo se ti sta. Comunque sì, ora che ricominciano le scuole ci servono camerieri. A cucinare ci pensa la signora Potts, ma chi lavora qui di solito è uno studente e non può fare un full-time sette giorni su sette.
- Sei una studentessa?
- Everbrooke State University, facoltà d'Informatica. Tu, invece?
- Mi spoglio per sopravvivere - Roxy pronunciò quella frase con l'intento di sconvolgere l'altra ragazza, ma si trovò di fronte a un muro d'impassibilità. La guardò: era una ragazzetta talmente bassa e magrolina da apparire quasi anoressica, anche se il volto era pieno e carino, con dei lineamenti regolari e graziosi, il naso piccolo e dritto e gli occhi castani e allungati, i capelli scuri e lisci che in quel momento erano annodati in una coda bassa, ma che sciolti le dovevano arrivare a metà schiena. Era totalmente priva di fianchi e seno, sembrava un pezzo di legno. Roxy notò che aveva un tatuaggio: una rosa rossa rampicante all'altezza del polso destro.
- Interessante - replicò la ragazza, prendendo un grembiule da un cassetto.- Pornostar?
- Spogliarellista. Ma pensavo di dedicarmi a quella carriera, qualora la sfavillante via del servire i tavoli fallisse.
- So che a San Fernando Valley si fanno affari d'oro. Belle Gordon, comunque - si presentò con un sorriso.
- Roxy Randall - si era spogliata e aveva indossato la divisa azzurra; le andava a pennello, ma la chiusura era sulla schiena e lei con le sue unghie non riusciva ad afferrare la zip; Belle le diede una mano a tirare su la cerniera.- Grazie.
- Prego. Allora, aspirante Tori Black, io adesso dovrei spiegarti il lavoro e cercare di convincerti quanto sia bello stare qui. Lascerò perdere la seconda. Ti dico solo che è meno tragico di quel che sembra e che dopo un po' ci si fa l'abitudine. Ma tu non avrai questo problema, sono sicura che fra non molto ti arriverà una telefonata per una parte da protagonista in un film a luci rosse...
- Lavori qui da molto?- inquisì Roxy.
- Tre anni da quando ho iniziato l'università. Tre pomeriggi a settimana, il venerdì, il sabato e la domenica, dalle quattro alle otto di sera.
- A sei dollari e cinquanta l'ora? Come fai a pagarti gli studi?- Roxy inarcò le sopracciglia.
Belle le regalò un sorrisetto sghembo e sornione.
- Ho altre entrate - disse semplicemente, poi le fece l'occhiolino.- Vieni, ti faccio fare un tour rapido del locale. Il lavoro non credo necessiti di spiegazioni, si tratta di prendere le ordinazioni giuste su un blocchetto e di servire ai tavoli. La signora Potts vuole che la colazione sia servita dalle cinque alle nove del mattino, il pranzo dalle undici alle tre del pomeriggio. Per la cena vedremo tutto venerdì, saremo di turno insieme, quel giorno...
Il giro d'onore del Be Our Guest durò venti minuti scarsi: Belle mostrò a Roxy la sala centrale e una saletta interna con veranda e tettoia in cui si poteva prendere un caffè senza essere disturbati, la cucina, i bagni, lo stanzino dove si sarebbe dovuta cambiare a inizio e fine turno, la macchina per fare il gelato e quella per il cappuccino e le bevande calde. In tutto quel tempo, il locale si era svuotato e riempito per ben due volte, e adesso gli unici due clienti erano la signora anziana – alla sua terza tazza di té – e un uomo in giacca e cravatta che leggeva il giornale di fronte a un bicchiere di latte e cacao.
Quest'ultima era stata la prima ordinazione di Roxy – Belle l'aveva incoraggiata a fare una prova e a vedere come se la cavava con la macchinetta per il caffé. Mentre prendeva dimestichezza con quella per i gelati, la signora Potts aveva detto a Belle che approfittava per andare a prendere suo figlio al doposcuola.
Le lasciò sole.
- Che tipo è?- domandò Roxy.
- A volte tende a calarsi un po' troppo nel prototipo della mamma chioccia, ma è okay. Tira avanti questo posto da sola da quando il marito è andato in pensione.
- Ha un figlio...
- Chip. Credo che sia il bambino più tranquillo che io conosca. I primi tempi credevo lo imbottissero di sedativo.
Roxy sorrise impercettibilmente. Belle le aveva fatto una buona prima impressione. Non aveva cercato di convincerla che quello fosse il lavoro più bello del mondo, aveva capito che il suo era un ripiego e non l'aveva giudicata per questo, e stava cercando di metterla a suo agio.
Roxy le disse che le piaceva il suo tatuaggio. L'altra ringraziò e fece una battuta sul fatto che suo padre l'avesse quasi diseredata quando a sedici anni lei si era tatuata quella rosa di nascosto e lui l'aveva scoperto.
- Non l'aveva notato?
- Non mi sono fatta la doccia per una settimana e andavo in giro per casa con maglie a maniche lunghe. Ed era fine giugno.
Roxy trattenne il fiato, aspettandosi che il passo successivo fossero le domande di circostanza sulle rispettive famiglie. Si preparò a sfornare con quanta più noncuranza possibile la bugia che snocciolava a chiunque da cinque anni a quella parte, ma a salvarla ci pensò il campanello d'ingresso del locale.
Entrambe le ragazze si voltarono in direzione della porta, ma fu ben chiaro a entrambe che non era un potenziale cliente quello che era appena entrato. Roxy riconobbe con un certo stupore la ragazza senzatetto a cui aveva tirato un calcio all'uscita del Bearskin: aveva addosso lo stesso cappotto liso grigio lungo fino alle caviglie, i capelli coperti da un foulard marrone e una vecchia sciarpa che le copriva lo spazio fra la giugulare e il naso. Roxy vide che aveva addosso delle scarpe da ginnastica e dei jeans il cui orlo era coperto da sei dita di sporco.
Sulle spalle teneva uno zaino scolastico.
Ancora di più la stupì che Belle non avesse fatto una piega nel vederla entrare. Roxy sapeva che la maggior parte dei locali non volevano che dei clochard entrassero a chiedere le elemosina. La ragazza si avvicinò al bancone come se nulla fosse e si rivolse a Belle chiedendole se ci fossero delle bevande in attesa.
Belle rispose che non ce n'erano, ma le fece cenno di aspettare. Prese due dollari da una tasca del grembiule e domandò alla ragazza cosa volesse.
- Quello che avete.
- Abbiamo tutto.
- Caffè?
- Arriva!- Belle inserì i due dollari nella cassa e chiese a Roxy di preparare un caffé maxi con latte e almeno tre cucchiai di zucchero. Roxy eseguì la richiesta, sconcertata.
Quando il caffé fu pronto, Belle lo passò alla ragazza.
- Grazie. Posso usare il bagno, dopo?
- E' libero.
La ragazza ringraziò e le pieghe della sciarpa rivelarono l'accenno di un sorriso. Roxy rimase a osservare mentre si sedeva al tavolo più lontano rispetto alle altre persone, mentre il signore in giacca e cravatta lasciava il conto sul tavolo e si alzava in fretta e la donna anziana faceva una smorfia disgustata al passaggio della senzatetto.
Roxy guardò Belle.
- E' la terza o la quarta volta che viene qui in un mese - bisbigliò quest'ultima.- Chiede sempre se ci sono caffè in attesa, ma anche quando non c'è niente le offro qualcosa io. Non so come si chiami - aggiunse, anticipando una possibile domanda di Roxy, la quale rispose che l'aveva vista quella mattina.
- Dove?
- Vicino al posto dove lavoro. Bazzica Everbrooke?
- Penso proprio di sì, ma non so da quanto.
Intanto, la ragazza si era raggomitolata in un angolo di un divanetto, in modo da essere più lontana possibile sia rispetto agli altri clienti sia rispetto alla finestra che dava sulla strada. Abbassò il capo e incurvò le spalle, e sollevò la sciarpa quel tanto che le bastava per soffiare sul caffé bollente senza scoprire troppo il viso.
Iniziò a sorseggiare la bevanda calda con calma, ma senza smettere di lanciare occhiate verso la strada o alle persone all'interno del Be Our Guest. Per fortuna, nessuno sembrava fare caso a lei: la cameriera di cui non sapeva il nome, quella bassa e gentile che le aveva offerto il caffé, aveva ripreso il suo lavoro, mentre la signora anziana la stava deliberatamente ignorando.
L'unica che di tanto in tanto sbirciava nella sua direzione era la nuova cameriera – nuova, supponeva, perché non l'aveva mai vista prima. In genere cercava di capitare al locale il venerdì, il sabato o la domenica pomeriggio, perché aveva capito che in quei giorni c'era la piccoletta e lei era sempre gentile con lei, a differenza di altre che invece la cacciavano via.
L'altra, la stangona con i capelli multicolorati, era sicura di non averla mai vista al Be Our Guest, ma aveva un'aria familiare. La ragazza ci rifletté mentre terminava di bere, e alla fine realizzò che si trattava della tizia che le aveva tirato un calcio in piena coscia solo due o tre ore prima, all'angolo della strada fra la fermata dell'autobus e il Bearskin.
Ingoiò in fretta l'ultimo sorso di caffè, anche se era bollente e le ustionò la gola. Si alzò e raggiunse il bagno, quindi si chiuse dentro a chiave.
Lasciò cadere lo zaino sulle piastrelle umide.
Sospirò.
Il caffè le avrebbe riempito lo stomaco per un paio d'ore. Si tolse il cappotto e lo appoggiò al bordo del lavandino, poi si liberò dei jeans e del maglione dal collo alto, insieme alla sciarpa e al foulard. In biancheria intima e usando della carta igienica arrotolata intorno alle mani, iniziò a strofinare con dell'acqua calda le caviglie, i polpacci, le braccia, le zone intime, il collo, il volto, fino a che non si sentì abbastanza pulita. Togliendosi il foulard la sua massa di ricci si era liberata e ora le sfuggivano da tutte le parti come sempre, ma non erano più gonfi e vaporosi come una volta. La ragazza si arrotolò un riccio intorno all'indice: erano sporchi, pensò, avrebbe dovuto procurarsi uno shampoo al più presto se non voleva avere anche un altro problema da risolvere, quello dei pidocchi.
Decise comunque di bagnarli. Aprì il rubinetto e reclinò la testa in avanti. L'acqua era fredda, ma cercò comunque di strofinarli meglio che poteva.
L'acqua continuò a gocciolarle dai capelli lungo le spalle, la schiena e il collo mentre la ragazza utilizzava dell'altra carta igienica per togliere lo sporco dai jeans e dai vestiti. Il tarlo nell'orecchio che le era venuto mentre era seduta al tavolo non se n'era andato, anzi, aveva iniziato a scavare più forte. La nuova cameriera l'aveva guardata in modo strano. Magari era semplice diffidenza per il suo essere una senzatetto, ma non se la sentiva di rischiare.
Sarebbe stato meglio se non si fosse fatta vedere al Be Our Guest per un po' di tempo.
 
Roxy era appoggiata alla parete accanto alla macchinetta del caffè a braccia conserte. La signora anziana se n'era andata e non c'erano altri clienti, fatta eccezione per la ragazza che si era chiusa nel bagno da più di mezz'ora e ancora non ne era riemersa.
Roxy non avrebbe saputo spiegare perché, ma quella clochard la metteva a disagio. Le sembrava di conoscerla, come se fosse stata una ex compagna di classe antipatica di cui avevi rimosso le fattezze, ma che evitavi come la peste ogni volta che la incrociavi per strada.
- Ci mette sempre così tanto?- domandò a Belle.
- Raramente usa il bagno quando viene qui - rispose l'altra ragazza; anche lei era piuttosto inquieta. Era sul punto di lasciare il bancone e di andare a bussare alla porta del bagno, quando quest'ultima si aprì e ne uscì la giovane senzatetto – sempre imbacuccata nel cappotto e con il foulard in testa.
- Grazie - mormorò, un secondo prima di coprirsi bocca e naso con la sciarpa. Passò velocemente accanto a Roxy e superò la porta del locale.
Il tintinnio del campanello e la fugace vista del volto della ragazza furono come un pulsante d'accensione per la memoria di Roxy. Immagini e parole iniziarono a danzarle di fronte agli occhi e nella testa, e in capo a qualche secondo realizzò.
- E' la tizia del volantino!- esclamò.
Bella la guardò, perplessa.
- La tizia del volantino?
- Il volantino, quello fuori! Quello della ragazza scomparsa!- Roxy corse verso la porta. Le pupille di Belle si dilatarono quando comprese. Seguì Roxy di corsa fuori dal locale.
Il cielo si era annuvolato, una calotta scura di nuvole pregne d'acqua aveva oscurato il sole e sovrastava la città. Un vento gelido e temporalesco che spostava foglie e cartacce da terra fece loro scompigliare i capelli e sollevare i grembiuli.
- Dov'è andata? La vedi?- fece Roxy, guardandosi intorno e girando su se stessa per raccogliere il più spazio visivo possibile in poco tempo.
- No...- Belle sollevò un avambraccio per proteggersi gli occhi dal vento sferzante, senza smettere di cercare la ragazza con lo sguardo.- Il vento ha fatto volare via il volantino...- disse, quando non vide più la segnalazione di scomparsa affissa al palo della luce.
Roxy imprecò.
- Merda! Ma come abbiamo fatto a non averla riconosciuta?! Ce la siamo fatta scappare!
Belle estrasse il proprio telefono cellulare dalla tasca del grembiule e sbloccò la password. Lo passò a Roxy.
- Tieni, chiama la polizia e dille di venire qui subito. Chiedi dell'ispettore Gordon, vedrai che faranno più in fretta...io vedo se riesco a trovarla!
Belle attraversò la strada di corsa e si spinse fino alla fermata dell'autobus, per poi correre a perdifiato fino alla fine della strada. La direzione opposta avrebbe condotto a un vicolo cieco, di consequenza era solo da quella parte che la ragazza sarebbe potuta andare, si era detta.
Svoltò l'angolo con la ferma speranza di trovarla, ma così non fu. In strada non c'era nessuno, nessun passante a cui poter chiedere, e della clochard nessuna traccia. Belle provò a correre fino al termine di quella seconda via, ma una volta arrivata in fondo si trovò di fronte a una biforcazione a due strade.
Aveva il fiato corto. Non sarebbe riuscita a trovarla, realizzò.
Imprecò fra i denti e tirò un calcio a una lattina abbandonata sul marciapiede.
Lontano da lei – non molto, ma abbastanza da non essere trovata – Kathryn Torrance si faceva strada a fatica contro il vento che le soffiava contro, reggendo fra le mani il volantino che segnalava la sua scomparsa.
Lo stracciò in due parti, poi in quattro, e infine spezzettò la carta fino a che delle parole e della fotografia che la ritraeva sorridente non rimase solo un cumulo di pattume. Lo accartocciò e lo gettò a terra.
I pezzetti di carta si dispersero nel vento, e pochi istanti dopo le gocce di pioggia cominciarono a frantumarli.
 
II. [Blanche]
 
- Sono sicuro che te la caverai alla grande...!- proruppe Hunter dopo dieci minuti passati a confabulare sottovoce con...chiunque stesse parlando al telefono. Gordon, seduto sul sedile del passeggero dell'auto della polizia – Hunter aveva insistito per guidare, e l'ispettore era sicuro che la strada con limite dei trenta all'ora presa sparata ai novanta sarebbe stata la causa scatenante dei vent'anni di psicoterapia a cui si sarebbe dovuto sottoporre – e in procinto di appisolarsi contro il finestrino, trasalì e si drizzò contro lo schienale.
Hunter rise.
- Ma io sono serissimo. Davvero, tu cerca solo di rilassarti e vedrai che filerà liscio come l'olio. Le è piaciuta la sorpresa?- attese la risposta.- Mmmm...e che ha detto?- fece ancora una pausa.- Te l'ho già detto, è solo questione di tempo, e poi tutto si sistemerà. Funziona sempre così, a quell'età. Sì...- si accarezzò la barba e poi si passò una mano fra i capelli.- Sì, anche a me dispiace, ma purtroppo non sono riuscito a liberarmi. Sarà per domani, o dopodomani...un giorno in più non farà grande differenza, no?
Gordon lo guardò scocciato e iniziò a tamburellare contro il cruscotto. Hunter finse di non essersene accorto.
- Mmmm...sì...sì, anch'io...- sfoderò un sorrisetto ebete che per Gordon fu un significativo test alla sua forza di volontà nell'impedirgli di sferrare un pugno al suo collega.- Stai tranquilla e goditi la serata, okay? Ci vediamo più tardi...ciao.
Chiuse la chiamata e si rivolse all'ispettore Gordon mentre riponeva il cellulare nel gilet.
- Grazie per la pazienza.
- E che sarà mai...un quarto d'ora di telefonata...- mugugnò l'altro poliziotto, stizzito.
- Seriamente, sei un amico!- Hunter gli batté una mano su una spalla.- Non è da tutti. Grazie davvero, era veramente importante e se non avessi chiamato mi sarei sentito ancora più in colpa...beh, direi che possiamo andare.
- Era ora...- bofonchiò l'ispettore, scendendo dall'auto.
Pioveva a dirotto, e in capo a pochi attimi entrambi si ritrovarono bagnati da capo a piedi. Avevano parcheggiato la volante della polizia sul ciglio della strada di fronte a una residenza verso la fine della strada in Rosewood Boulevard.
Rosewood Boulevard era uno dei quartieri più eleganti di Everbrooke – per non dire il più elegante, dato che la cittadina era troppo piccola per averne più di uno. Non somigliava tanto a un quartiere, bensì a una sola strada, poiché era costituito da una sola, ampia via costeggiata da case. Era una zona totalmente residenziale, non c'erano locali, supermercati o edifici pubblici, ma solo abitazioni private.
Era il quartiere più a sud di Everbrooke – oltre a quello s'imboccava la strada che conduceva alla tangenziale, e procedendo verso est si arrivava, dopo qualche ora, a New York – ed era isolato dalle altre zone abitative e dal centro. Non era difficile comprendere perché. La maggior parte delle persone che abitavano lì non aveva intenzione di mescolarsi alla classe medio-basso borghese, o ancora più sotto nella scala sociale. Tutte le abitazioni erano ville di almeno due piani, quasi nessuna era sprovvista di giardino recintato e i proprietari avevano generalmente abbastanza soldi da buttare da permettersi di viaggiare fino a NY solo per il lusso di cenare al Dorsia.
Erano tutte persone con un conto in banca molto elevato – industriali, ricchi professionisti, personaggi del mondo dello spettacolo – che avevano scelto Everbrooke per stare lontani dal caos newyorkese o per gestire meglio i propri affari.
Gordon a Everbrooke ci era nato e cresciuto, e sapeva meglio di Hunter come funzionavano determinate dinamiche. Sin da ragazzino aveva compreso che a Rosewood Boulevard esistessero gerarchie non esplicitate, che tutto non era rose e fiori come lo si voleva far passare, e che la disposizione e l'aspetto delle case la diceva lunga su chi vi abitava.
Una regola non scritta voleva che le ville in fondo alla via appartenessero a persone che o non volevano che alcuni dei loro loschi affari venissero a galla o volevano mantenere una facciata di soldi e rispettabilità a scapito di una casa che cadeva a pezzi e che tentavano di nascondere il più possibile.
Tutto sta nel capire a quale delle due categorie appartengano gli Schreave, pensò l'ispettore, stringendosi nella giacca marrone zuppa d'acqua mentre l'agente Hunter smanettava con il citofono. La pioggia battente rendeva difficoltoso alla persona dall'altro lato comprendere le parole che l'agente stava urlando a squarciagola. Alla fine la voce femminile all'interno della casa riuscì ad afferrare le parole polizia e appuntamento e signor Schreave e a metterle insieme in una frase di senso compiuto. Il cancello con apertura automatica emise un click.
Hunter aveva i capelli che gocciolavano.
- Non ci fanno entrare con l'auto, non c'è spazio!- gli disse, facendogli cenno di seguirlo.- La prossima volta che usciamo, anche se ci fosse un sole che spacca le pietre, prendiamo l'ombrello...
Gordon iniziò a percorrere a passo svelto insieme ad Hunter il viale acciottolato che conduceva attraverso il giardino verso l'ingresso principale della casa. Ancor prima della sua morte, Amos Schreave era conosciuto come una persona con tendenze neanche troppo sottili alla megalomania, tanto che aveva deciso di battezzare la propria casa come se fosse stata una quinta figlia – infatti, su una delle colonne che fiancheggiavano la cancellata, vi era infissa una targhetta dorata con incise le parole Rose Manor.
- Un tributo alla mia prima moglie - aveva spiegato l'allora vivo e vegeto magnate in un'intervista televisiva.- Serena Charlotte aveva una passione smodata per i fiori.
L'intera villa era un inno al guardate qua, gente!. Il cancello in ferro battuto era lucido e presentava motivi floreali – a Gordon sembravano rose rampicanti, ma in quel momento la volontà di evitare una polmonite fu più forte della curiosità, e non si fermò a controllare. L'abitazione era costruita interamente di mattoni rossi, così come il muro di cinta che la circondava.
Il giardino era enorme, contava diversi metri e Gordon ebbe la sensazione che fosse dieci volte più grande di casa sua. Diverse auto erano parcheggiate sull'erba, segno che il ricevimento post-funerale non doveva ancora essersi concluso. C'erano pochi alberi – un salice piangente alla destra di Hunter attirò l'attenzione dei due poliziotti: sotto le foglie flosce e bagnate c'era una panchina verniciata di un verde brillante, e poco più in là delle aiuole morte e secche giacevano patetiche sotto l'acquazzone.
Alla sinistra, il ramo di una grossa quercia sosteneva due altalene le cui corde erano lise e i cui sellini di legno erano marci, ma a quanto pareva nessuno si era preso la briga di sostituirle o rimuoverle; stesso destino lo aveva avuto una porta da calcio dalla traversa scrostata e dalla rete rotta, poco distante dalle altalene, e accanto alla quale giaceva un pallone bianco e nero sgonfio e sporco di terra.
Più in basso, vicino al cancello, una fontana di marmo che una volta doveva essere stato bianco, ma che adesso era incrostato di muffa e sporcizia, mostrava la figura patetica di un angioletto di pietra dall'aria sconsolata e dalla faccia lurida di melma, ed era priva di acqua se non quella accumulata al suo interno dalla pioggia. Un dettaglio che saltò all'occhio di Gordon fu che quasi ovunque era pieno di aiuole secche e vasi di fiori spaccati o con solo al loro interno del terriccio.
Quel giardino era l'emblema dello squallore e dell'abbandono, rifletté l'ispettore. Come se una volta ci fosse stato qualcuno che si prendeva cura di esso con dedizione, e che poi per qualche motivo quel qualcuno si fosse stancato e lo avesse lasciato all'incuria e alle intemperie.
Era un contrasto stridente con il palazzo che si stagliava di fronte ai loro occhi.
La villa di mattoni rossi era ben curata e somigliava più a un castello che a una casa. Contava tre piani, e ai lati sorgevano due costruzioni che somigliavano a delle torri medievali. Lo stile era palladiano, ricordava molto una costruzione vittoriana, ma le finestre frontali erano alte, gotiche, appuntite e con i vetri colorati come quelle delle cattedrali. Le luci erano accese, e dall'interno proveniva un forte brusio.
Hunter fu il primo a raggiungere la veranda. Salì i quattro gradini di legno bianco reggendosi alla balaustra del medesimo colore intervallata da colonne in stile dorico.
Gordon era sicuro che quella sera sua figlia lo avrebbe dovuto trascinare d'urgenza in ospedale causa broncopolmonite fulminante.
- Non sono sicuro che ci stessero aspettando...- sbuffò Hunter, al riparo sotto la veranda, scrollandosi il gilet in modo da far gocciolare via l'acqua.- Eppure il commissario aveva detto alla signora Schreave che saremmo passati...
- Forse speravano più tardi - osservò Gordon, gli occhiali appannati.- Se è vero che hanno voluto tenere nascosta la verità, non c'è da stupirsi che non vogliano che gli ospiti vedano due poliziotti...
- Beh, ormai è fatta - l'agente fece per suonare al campanello, ma la porta d'ingresso si socchiuse prima che potesse farlo. Dallo spiraglio fece capolino un volto femminile, un viso mulatto sui vent'anni incorniciato da una chioma riccioluta. Con la coda dell'occhio, Hunter vide che indossava una divisa blu con grembiule di pizzo e teneva i capelli raccolti con un nastro.
Doveva essere una dipendente.
- Salve - salutò.- Sono l'agente Hunter, lui è il mio collega, l'ispettore Gordon...- fece per tirare fuori il distintivo da una tasca del gilet, ma la ragazza lo zittì premendosi l'indice sulle labbra carnose.
- Abbassi la voce. Lo so chi siete. Stavamo aspettando qualcuno dalla polizia, ma la signora Schreave mi ha detto di non farvi passare dove sono gli ospiti.
Gordon si sentì morire. Hunter guardò prima il suo collega, poi il giardino invaso dalla pioggia e infine di nuovo la giovane cameriera.
- Significa che dobbiamo fare il giro?- la prospettiva di cercare la porta sul retro correndo sotto l'acquazzone era quasi meno preferibile alla morte.- Seriamente, non c'è un altro modo?- bisbigliò, quasi implorante.
La ragazza aggrottò le sopracciglia. Ci pensò su qualche istante, poi fece cenno di entrare.
- Ora, non parlate - sussurrò.- Camminate in punta di piedi e non fatevi notare. Seguitemi, vi porto al piano di sopra.
L'atrio in cui li aveva accolti era talmente immenso che i due poliziotti si trovarono quasi disorientati. Era illuminato in ogni angolo, non c'era spazio che fosse in penombra. Un grande tappeto persiano rosso e blu copriva quasi interamente le piastrelle lucide, mentre i lampadari facevano scintillare le suppellettili poste sui tavolini in legno di ciliegio.
Di fronte a loro c'era una scalinata che conduceva al piano superiore, mentre alla loro sinistra una porta socchiusa lasciava fuoriuscire un rumore di spadellare e un brusio di voci, insieme al profumo di qualcosa di commestibile; a destra, un altro corridoio conduceva a una porta spalancata su un salotto pieno di persone vestite a lutto ma che più che addolorate sembravano concentrate a rimpinzarsi al buffet che era stato allestito.
Hunter e Gordon seguirono la cameriera al piano superiore e poi lungo un corridoio; anche in quest'ultimo l'opulenza regnava sovrana, ma era meno impersonale: entrambi notarono che erano presenti numerose fotografie incorniciate.
Le prime in ordine di apparizione ritraevano una ragazzina sui tredici o quattordici anni, con i capelli corvini, chiaramente in posa per un book fotografico. In una foto la si vedeva con addosso un costume per bambini all'ultima moda, in un'altra indossava abiti ispirati alle favole, in una terza era in un ambiente urbano con jeans strappati, stivaletti, occhiali da sole e borsa all'ultima moda gettata sulle spalle. Procedendo, la ragazzina tredicenne diventava adolescente, fino a giungere all'età di una giovane donna, ma senza smettere di essere in posa. Le fotografie si facevano più audaci e sexy, con una ragazza più che ventenne che indossava abiti succinti e trucco pesante sulla pelle bianchissima, labbra rosse e i capelli corvini ora sciolti ora sistemati in acconciature elaborate che avrebbero voluto apparire casuali e scarmigliate. Di tanto in tanto, accanto al volto della ragazza comparivano nomi di riviste di moda famose oppure slogan pubblicitari a caratteri cubitali.
Alla fine, la cameriera li condusse in uno studio privato e li invitò a sedersi.
- Riferisco alla signora Schreave e al signorino Sebastian che siete qui - disse loro.- Gradite che vi porti qualcosa, al mio ritorno?
- No, grazie - borbottò Gordon.- Siamo a posto, la ringrazio, signorina...?
- Babette Deniel - rispose la ragazza, e stava per andarsene quando Hunter la bloccò.
- A dire il vero, se non è di troppo disturbo, io berrei volentieri un caffé. Sa, con tutta quell'acqua...
Babette rispose che avrebbe riferito in cucina, e li lasciò soli dopo essersi chiusa la porta alle spalle.
Lo studio in cui li aveva lasciati era a sua volta un'ostentazione alla ricchezza, con una scrivania lucidissima e un tappeto persiano che ricopriva quasi l'intero pavimento. Una finestra grande quanto l'intera parete si stagliava alle spalle della poltrona in pelle della scrivania, affacciandosi sul retro del giardino. Un mobiletto con impilate bottiglie di alcolici era sistemato accanto a una libreria, mentre sulla scrivania vicino a computer e stampante erano posti un astuccio con penne stilografiche da collezione e un posacenere di vetro lavorato.
Completavano l'opera alcune poltroncine e due seggiole foderate di fronte alla scrivania.
Gordon alzò lo sguardo sulle pareti: erano un tripudio di autocelebrazione. Stavolta non erano fotografie, non tutte almeno: per la maggior parte erano articoli di giornale. Sembravano essere state appese alla parete a seconda della persona che ne era protagonista. Gordon rivide alcuni scatti in posa della ragazza che tappezzavano il corridoio, mentre dalla parte opposta c'erano due o tre fotografie riguardanti un giovane: Amos Schreave avvolgeva un braccio intorno alle spalle e stringeva la mano destra a un ragazzo con una corona d'alloro sul capo, e quel medesimo ragazzo tornava in altre immagini tratte dai giornali mentre accompagnava Schreave a questo o quell'altro evento, ma erano tutti scatti pubblici. Non c'era niente che ritraesse quel ragazzo in un momento quotidiano o in famiglia.
La maggior parte dello spazio, comunque, era occupato dal volto di Amos Schreave. Anche in questo caso, si trattava per lo più di fotografie ufficiali o di scatti presi dai giornali. Una foto più gramde delle altre mostrava un ritratto abbastanza decente del magnate: Amos Schreave era stato un uomo alto di statura e robusto, con un accenno di doppiomento e baffi grigi in accordo con i capelli che portava sempre lisci sul capo con uno spruzzo di brillantina. Gordon aveva visto svariate volte qualche sua intervista in televisione – era un uomo che non si faceva desiderare, sotto quell'aspetto – e aveva avuto l'impressione che si trattasse di un uomo carismatico, che ci sapeva fare con le parole e con le persone, non propriamente un bell'uomo ma che riusciva ad apparire affascinante grazie alla sua dialettica e al suo denaro.
Riusciva sempre ad apparire ciò che gli altri avrebbero voluto vedere in lui: il datore di lavoro paziente e comprensivo, l'amico con cui scambiare due battute sul fondoschiena di una bella donna o a cui confidare le tue rogne di tutti i giorni, il padre affettuoso e orgoglioso della sua prole, il marito fedele e amorevole che non tornava mai a casa la sera senza un mazzo di fiori per la sua consorte.
In gioventù, Amos Schreave aveva avuto fama di playboy e donnaiolo, e si era sposato due volte. Sotto la sua gigantografia, due foto testimoniavano questi eventi.
Entrambe mostravano la stessa scena, ovvero quella dell'industriale che usciva dalla chiesa tenendo a braccetto una donna vestita da sposa, ma le differenze erano evidenti. Nella prima foto, veniva rappresentato un Amos Schreave decisamente giovane, accompagnato da una ragazza neanche trentenne dagli occhi chiari e i capelli color cioccolato, con addosso un abito da sposa firmato Chanel, con il velo e lo strascico, che sorrideva un po' distante al neomarito; nella seconda, Schreave era molto più vicino all'età della sua dipartita, e la donna che lo teneva sottobraccio aveva chiaramente superato i trentacinque anni: aveva i capelli neri raccolti e coperti da un cappellino a cui erano stati fermati dei fiori di plastica, e indossava un tailleur color perla. Era seria, composta, quasi stesse partecipando a un evento ufficiale più che al proprio matrimonio.
Hunter si lasciò cadere sulla sedia, distese le gambe e allargò le braccia per poi incrociarle dietro la nuca.
- Hai visto che roba?- accennò all'ambiente intorno a loro.- Ah, mia madre aveva ragione: avrei dovuto studiare economia e buttarmi nel mondo del business e della finanza, invece di fare il poliziotto...!
 
Qualcuno bussò un paio di volte alla porta della stanza. L'interno, vuoto, riportò solo l'eco dei colpi contro il legno.
Dal corridoio provenne un sospiro esasperato.
- Blanche, guarda che non te lo ripeto più!- altri colpi sul legno, più secchi e nervosi.
Dall'interno della camera non si ebbe alcuna risposta.
Sebastian Schreave, in piedi in mezzo al corridoio deserto del terzo piano, chiuse gli occhi e si sfregò la fronte e le tempie con il pollice e l'indice. Aveva mal di testa da più di tre giorni, e quella mattina si era svegliato con la sensazione che qualcuno stesse suonando dei tamburi djembe nel suo cervello – sensazione che era andata peggiorando durante il corso della giornata.
Aveva sperato che dopo il funerale e il ricevimento sarebbe potuto andare in camera sua e dormire fino al giorno dopo, ma proprio mentre stava salutando una delle ultime coppie di ospiti Babette gli si era avvicinata e gli aveva detto che due poliziotti lo stavano aspettando nello studio di suo padre.
Era stato costretto a inventarsi una scusa per fare in modo che le ultime persone se ne andassero il più rapidamente possibile, ovviamente dovendo sorbirsi la sfilata di strette di mano e condoglianze.
E poi, come se non bastasse, ci si era messa anche sua sorella.
A dire il vero, Babette aveva riferito la cosa solo a lui e a Grimilde, il che implicava che la presenza di Blanche non fosse necessaria, ma conoscendo la piccola testa di rapa con ogni probabilità si sarebbe offesa per non essere stata convocata a sua volta e lo avrebbe tartassato per tutta la durata della cena con domande e recriminazioni...per poi magari fare i capricci e lamentarsi quando l'avrebbero convocata in centrale per altre domande di routine.
Meglio tagliare subito la testa al toro, si era detto.
E invece Blanche aveva dovuto rendere il tutto difficile anche quella volta. Babette era tornata da lui mezz'ora dopo che le aveva chiesto di trovare sua sorella, dicendo che la signorina Blanche non è reperibile da nessuna parte. Sebastian aveva compreso sin dal primo giorno in cui la nuova cameriera – una studentessa di Scienze Motorie che doveva pagarsi gli studi – aveva iniziato a lavorare da loro che lei e sua sorella non si sarebbero mai prese neanche in caso di un frontale in auto, quindi aveva pochi dubbi sul fatto che Babette non si fosse sforzata poi granché nel cercare sua sorella.
E Blanche stava di nuovo facendo le sue solite scenate.
Così ci era andato di persona. Per trascorrere i cinque minuti seguenti a implorare di fronte a una porta chiusa.
Si schiarì la voce.
- Blanche!- chiamò, facendo appello a tutto il suo autocontrollo per mantenere un tono di voce calmo e fermo.- Blanche, hai tempo tre secondi per uscire da lì, o vengo a prenderti!- minacciò. Suonò patetico anche a se stesso. Non era il tipo che faceva certe cose, anzi, di solito preferiva usare la diplomazia per venire a capo di un problema, ma quella era la tecnica che suo padre e suo fratello utilizzavano sempre per gestire i capricci di Blanche.
Sebastian ricordava bene che, quand'erano ragazzini, a suo fratello bastava urlare quella frase perché sua sorella scattasse in piedi e ubbidisse. E così pure tutti loro. Lui ci aveva provato qualche volta, con lo stesso tono e lo stesso cipiglio, ma era evidente che non avesse lo stesso carisma e la stessa autorità del padre o di suo fratello maggiore.
E infatti, ciò che ottenne come risposta fu il nulla cosmico.
Sebastian prese in considerazione l'idea di lasciarla perdere, e al diavolo!, che si arrangiasse una buona volta, ma poi dal niente lo assalì un pensiero tremendo. La morte di Amos era stata un colpo durissimo per tutti, ma in particolare per Blanche – che, Sebastian aveva sempre sospettato, non aveva mai incassato del tutto nemmeno la scomparsa della mamma e del fratello.
L'idea che sua sorella non gli rispondesse non per il suo solito fare le bizze, ma perché avesse compiuto qualche idiozia, gli impedì di ragionare lucidamente, e senza rifletterci afferrò il pomello della porta ed entrò.
Gli venne subito in mente che Blanche come minimo gli avrebbe tirato una scarpa – sua sorella odiava quando qualcuno violava la sua privacy, ed entrare senza bussare ed essere invitato rientrava nella lista delle violazioni –, ma non accadde nulla. La camera era vuota.
Il letto a baldacchino era rifatto e in ordine, la toilette con spazzole e trucchi non era stata toccata e la portafinestra che dava sul terrazzo personale di Blanche era socchiusa e le foto tratte dalle riviste di moda per cui sua sorella aveva posato lo guardavano da ogni angolo della stanza. Sul comodino bianco accanto al letto c'era un vaso con dei ciclamini che stavano appassendo, e alcuni petali erano caduti nel posacenere insieme ad alcuni mozziconi di sigaretta.
Di sua sorella nessuna traccia.
Sebastian si chiese dove potesse essere altrimenti. Fece per andarsene, ma poi notò che l'anta scorrevole della cabina armadio era chiusa male. Gli mancò il respiro al pensiero di trovare sua sorella appesa a una sbarra per una corda e un cappio, e spalancò l'anta.
Sua sorella non era appesa per il collo, ma seduta per terra in un angolo. Si era tolta le scarpe che giacevano accanto alle sue caviglie foderate con calze a rete lunghe fino alle cosce, la gonna del vestito sollevata e i capelli corvini legati in una crocchia cascante. Era più pallida del solito.
Tutto lo spavento di Sebastian scomparve così com'era arrivato, e si tramutò in un enorme fastidio.
Sua sorella non lo guardò nemmeno e si accese una sigaretta. Il fumo riempì la stanza e Sebastian scacciò via con una mano quello che gli saliva fino al volto. Lui detestava il fumo, soprattutto negli spazi chiusi, proprio come suo padre, ma in quella casa l'unica a fargli il sacrosanto favore di andare a fumare sul terrazzo o in veranda era Grimilde. Blanche non ci sentiva su quella questione, così come su molte altre.
- Blanche, quante volte te lo devo dire che se vuoi fumare devi farlo fuori?
- Che ci fai qui? Non ti ho dato il permesso di entrare!- ringhiò sua sorella, tirando una boccata.
- Ci sono dei poliziotti nello studio di papà.
- E allora?- Blanche alzò le spalle.
Sebastian si sentì prudere le mani; da una parte si sentiva in colpa, ripetendosi che quello era il modo di sua sorella per affrontare il lutto, ma dall'altra aveva solo una gran voglia di darle uno schiaffo.
- Allora, per favore, alza il fondoschiena e vieni con me. Credo che vogliano farci delle domande.
- Ce le hanno già fatte!- Blanche gli si rivoltò contro come una vipera, e finalmente lo guardò negli occhi.- Abbiamo riconosciuto il corpo in tre, abbiamo già risposto alle loro domande, che altro vogliono?! Di certo non troveranno qui quello che ha ammazzato papà! Riesci a dirglielo o sei troppo smidollato anche per questo?
Sebastian contò fino a dieci prima di risponderle.
- Erano domande di routine. E' probabile che abbiano delle novità e che vogliano approfondire alcune cose. Possiamo essere utili.
- Va bene, allora. Vai.
- Anche tu puoi essere utile, Blanche.
- Io non ho niente da dire.
- Blanche, guarda che sto perdendo la pazienza...
Sua sorella lo guardò, seria, e per un attimo Sebastian pensò di aver finalmente colpito il segno; ma poi Blanche spense la sigaretta contro la parete della cabina armadio e gettò il mozzicone a terra, e guardò suo fratello con un ghigno a metà fra il canzonatorio e il compassionevole.
- Risparmiati la scena, Seb. Fai pena quando cerchi di imitare Adam.
Sebastian l'afferrò per un braccio e la tirò in piedi a forza mentre lei gli strillava che avrebbe fatto ancora più schifo quando sarebbe passato a dover imitare Amos nella gestione degli affari. Lui cercò di non darle ascolto e la trascinò fuori dalla cabina armadio.
- L'azienda è tua solo perché Adam è morto! Ma con te finiremo in malora nel giro di sei mesi!
- Alzati, ho detto!- Sebastian alzò il braccio libero per difendersi quando sua sorella iniziò a dargli schiaffi e gomitate sul petto e sulle spalle. Gli urlò di lasciarla stare e insistette talmente tanto e con così tanta forza che alla fine il ragazzo fu costretto a mollarle il braccio.
- Va bene, hai vinto, stronzo!- gli sputò contro.- Scendo, ma col cazzo che mi presento così!
Sebastian si allontanò; Blanche si rimise le scarpe e si abbassò la gonna del vestito – che comunque le arrivava abbondantemente sopra al ginocchio – e si diresse verso la toilette. Suo fratello la guardò mentre si sistemava l'eyeliner nero intorno agli occhi e si rifaceva il rossetto, in attesa che finisse, ma dopo un attimo Blanche gli urlò di andarsene fuori.
Sebastian l'accontentò, ma sbatté la porta così forte da far cadere alcuni rossetti sul pavimento.
 
Gordon e Hunter non dovettero attendere molto prima che i due membri restanti della famiglia Schreave raggiungessero loro due e il terzo nello studio di Amos. Poco dopo che la cameriera se n'era andata, quella che si presentò come la signora Schreave aveva fatto capolino nel salotto e si era accomodata su una poltroncina accanto alla scrivania, in modo da guardarli negli occhi.
Si erano scambiati i soliti convenevoli e i due poliziotti le avevano fatto le loro condoglianze, che la donna aveva ricevuto con cortese distacco. Aveva detto loro che prima di cominciare con le domande desiderava attendere il figliastro, perché si sarebbe sentita più a suo agio.
Prima di mettersi in auto per raggiungere Rose Manor, Gordon aveva datto una lettura veloce al fascicolo su Amos Schreave. Non era riuscito a leggerlo tutto, ma una parte che gli era saltata all'occhio era stata quella riguardante i suoi due matrimoni. L'industriale si era sposato la prima volta nel 1987 con la sua prima moglie, Serena Charlotte Bloomsberg, e pochi anni prima, con Grimilde Sforza Randall Schreave.
- Lei di dov'è, se non sono indiscreto?- domandò Hunter a un certo punto.- Non è americana, vero? Il suo accento non lo dimostra...
- Nessuna indiscrezione, s'immagini. Sono italiana. Sono nata nella provincia di Verona, ma i miei genitori erano di Milano.
- “Sforza” come quegli Sforza?
- Non credo. Forse un ramo minore della famiglia.
- E il suo secondo cognome, Randall?
La signora Schreave lo guardò come se le avesse chiesto di che colore fosse la sua biancheria intima. Gordon pensò che evidentemente o non comprendeva il senso di quelle domande o non le riteneva opportune. Hunter, comunque, non sembrava imbarazzato; anzi, pareva quasi che ci godesse.
- L'ho preso dal mio primo marito. Ci tengo a conservare tutti i miei cognomi.
- Spero che nessuno debba mai chiamarla con il suo nome completo, o come minimo dopo avrà bisogno di riprendere fiato - Hunter rise, e Gordon si vergognò al posto suo. La signora Schreave parve quasi scandalizzata dalla battuta, se poi ci si aggiungeva anche il fatto che fosse stata pronunciata in un periodo di recente lutto, beh, c'erano tutti i presupposti per girare la faccia del suo collega con una cinquina.
Fu comunque educata al punto da non rispondere per le rime, ma grazie alla sua buona stella Gordon non dovette attendere di subire altre umiliazioni, perché nello studio fecero il loro ingresso i due figli superstiti di Amos.
Erano i due ragazzi che avevano visto nelle fotografie: la ragazza, sui ventuno o ventidue anni, era la modella di tutte le copertine incorniciate, ed era bella come in fotografia, alta e magrissima ai limiti dell'anoressia, ma con il viso pieno a sufficienza da dimostrarne la salute; i capelli corvini erano mossi e sciolti, le arrivavano fino a metà schiena, ed era pallidissima e con le labbra rosse come il sangue – complice anche un abbondante uso del rossetto; indossava un vestito nero con le spalline sottili e la gonna corta, a cui aveva aggiunto uno scialle traspartente intorno alle braccia e alle spalle; le gambe lunghe erano fasciate da delle calze a rete scure e ai piedi portava un paio di scarpe di vernice a tacco quindici.
Gli occhi chiari erano circondati da un pesante ombretto nero ed eyeliner scuro. Il suo abbigliamento contrastava molto con il sobrio tailleur nero della signora Schreave, la quale, a differenza della ragazza – che aveva un rolex intorno al polso e un bracciale d'oro intorno all'altro – non indossava gioielli ed era truccata solo con un filo di mascara, mentre i capelli – anch'essi neri e lunghi – erano lasciati ricadere sulle spalle in una permanente fermata sulla tempia destra da una spilla argentata.
La ragazza non si degnò di salutare nessuno e andò a sedersi sul bordo della scrivania il più lontano possibile dall'altra donna. Accavallò le gambe così che la gonna si sollevasse ancora di più e le scoprisse le cosce, e iniziò a fumare una sigaretta senza guardare nessuno.
Il ragazzo – quello che appariva con la corona d'alloro nelle fotografia – sembrò infastidito dal suo comportamento, ma fece finta di nulla e salutò i due poliziotti. Si sedette alla scrivania, e a Gordon non sfuggì il sorriso rassicurante che si scambiò con la signora Schreave.
- Chiedo scusa se vi abbiamo fatto attendere...- mormorò; aveva l'aria incredibilmente stanca, come se non dormisse da giorni.- L'ispettore Gordon e l'agente Hunter, presumo..- in quel momento, Babette entrò con un carrello su cui erano sistemate alcune tazze e delle teiere.
Servì del caffé ad Hunter, al ragazzo e alla signora Schreave, la quale domandò un po' di cognac per correggerlo. La ragazza chiese piuttosto sgarbatamente del té caldo all'aroma di menta con tre cucchiaini di zucchero, e Gordon per non fare la figura del maleducato prese a sua volta del caffé nero.
- I signori sono qui per farci alcune domande su papà, suppongo...- mormorò Grimilde, sorseggiando il suo caffé corretto; Gordon doveva ammettere che fosse veramente una bella donna, nonostante fosse chiaro che avesse quasi l'età di Karen Larabee: era alta e snella, ancora piacente, e con meno rughe di quante ne avessero le quarantacinquenni di sua conoscenza; sembrava anche molto sofisticata e raffinata.
- Sì, è così...- disse l'ispettore, posando la tazzina sul carrello.- Condoglianze, signor Schreave. Condoglianze, signorina...
La ragazza lo guardò come se fosse stato uno scarafaggio il cui unico scopo nella vita fosse quello di farsi schiacciare.
- Grazie...- rispose Sebastian.- Sa, mi fa strano essere chiamato con l'appellativo con cui ci si rivolgeva a mio padre...- Gordon gli sorrise come a dire che lo capiva.- Avete novità? Resta sempre la richiesta di tenere i reali motivi della morte privati, naturalmente...
- Ci conti, signor Schreave. Per quanto riguarda le novità...al momento nessuna, ma stiamo avanzando delle ipotesi che potrebbero portarci su una determinata pista...
- Quali ipotesi?
Gordon spiegò sommariamente la questione del Lupo e il perché pensassero che Amos Schreave fosse un'altra delle vittime del serial killer, senza scendere nei dettagli riguardanti gli altri casi.
Alla fine, la signora Schreave e Sebastian erano abbastanza perplessi.
- Ma...il Lupo...intendete quel pazzo che ha ucciso quelle ragazze? Al telegiornale lo chiamano così...- mormorò Grimilde.
- Sinceramente, io questo collegamento non lo vedo - s'intromise bruscamente Blanche.- Quello spostato ha ucciso delle ragazzine a coltellate, no? Che c'entra mio padre? Gli hanno sparato alla nuca, a me sembra più un'esecuzione...
- In effetti le modalità dell'omicidio lasciano pensare a un'impronta di stampo mafioso - ghignò Hunter.- Lei confermerebbe un'ipotesi del genere, signorina Schreave?
Blanche avvampò, mentre Grimilde si portò le mani alla bocca in un'espressione sconvolta. Sebastian diede un pizzicotto all'avambraccio di sua sorella.
- Non abbiamo niente da nascondere, agente - si difese.- Dico sul serio. Lavoro con mio padre da quando mi sono laureato. Mi occupo della parte amministrativa e finanziaria dell'azienda. Se avessi notato qualcosa di pulito, sarei stato il primo a farvelo presente quando ci siamo incontrati la prima volta. Comunque, se volete posso farvi avere tutti i documenti necessari in questo momento...- Sebastian fece per alzarsi, ma Gordon lo bloccò.
- Non ce n'è bisogno. Non per il momento, poiché non abbiamo un mandato. Ma le chiederei in ogni caso di rendersi disponibile qualora avessimo necessità di visionare alcune transazioni di denaro...
- Certo. Ci conti.
Sebastian si rimise seduto, ma non smise di lanciare occhiate in cagnesco a sua sorella. Blanche prese a fumare nervosamente.
- Comunque, non siamo qui per accusare nessuno - intervenne Hunter.- Vorremmo solo cercare di ricostruire con voi le ultime ore di vita e possibilmente i giorni precedenti all'omicidio del signor Schreave. Ricordate cosa è accaduto quella sera?
Grimilde rifletté, poi parlò a bassa voce:- Beh, non...nulla di particolarmente diverso dal solito. Amos è tornato dall'ufficio verso le sei insieme a Sebastian, poi io e mio marito ci siamo seduti in salotto e abbiamo preso l'aperitivo...lo facevamo tutte le sere prima di cena...
- Ma quella sera suo marito ha cenato fuori...- incalzò Gordon.
- Sì. Aveva appuntamento con Stephen e Leah. I coniugi Thorn - precisò.- Lo avevano invitato a cena al Bramblesses Roses, lo conosce?
- Solo lui?- buttò lì Hunter; la signora Schreave arrossì violentemente, e Gordon era sicuro che il figliastro stesse per rifilare un cazzotto al suo collega.
- Quello che l'agente intendere chiedere, è se era un'abitudine - si affrettò a dire.- Il signor Schreave era abituato a uscire fuori a cena da solo?
- Di solito cenavamo tutti insieme, sia fuori che dentro casa - Sebastian rispose al posto della donna.- Ma l'altra sera ha detto di voler andare da solo perché Stephen gli era parso strano al telefono.
- “Strano”, in che senso?
- Giù di morale, ha detto mio padre. Ha detto anche che secondo lui Stephen e la moglie avevano bisogno di un po' di compagnia...sa, dopo quel che è successo alla figlia...
- Eravate intimi con i Thorn?
- Stephen e mio padre erano amici sin dai tempi del college. La moglie la frequentavamo per riflesso.
- Pensa che potessero esserci degli attriti fra suo padre e i Thorn?
- Non credo. Papà non ci ha mai detto niente. Perché? Che genere di attriti avrebbero dovuto avere?
- Non possiamo escludere nessuna ipotesi. Che mi dice di Rosebud, la figlia dei Thorn?- chiese Hunter.- La conoscevate?
Sebastian e Grimilde si guardarono in silenzio per qualche istante, ma fu Blanche a parlare.
- Un paio di volte era venuta qui a cena con i genitori. Questo prima che partisse per Princeton...
- E prima?
- Lei e Blanche erano molto amiche, da ragazzine - disse Grimilde, guadagnadosi un'occhiata di traverso da parte della ragazza.- Veniva qui quasi tutti i pomeriggi dopo la scuola per giocare e fare merenda, vero, cara?
- Ci siamo perse di vista con gli anni - l'interruppe Blanche.- Già a sedici o a diciassette frequentavamo giri diversi. Poi lei è andata al college e io sono rimasta a lavorare con papà...
- Di che si occupa la vostra azienda?- domandò Hunter.
- Produzione di cosmetici, principalmente; ma da qualche anno realizziamo anche servizi fotografici per pubblicizzare i nostri prodotti - rispose Sebastian.
- La signorina fa la modella?
- Come fa a saperlo?- chiese Blanche.
- Mi è caduto l'occhio su alcune delle sue ristrette e scarne fotografie...
- Perché lei e Rosebud Thorn vi siete allontanate?- Gordon cercò di riportare la conversazione sui binari del quieto vivere.- Avete litigato?
Blanche parve sorpresa dalla domanda. Fece spallucce.
- No. Gliel'ho detto, frequentavamo giri diversi. Lei voleva diventare giornalista, io avevo già una carriera avviata...si cambia parecchio, da quando si ha tredici anni.
- Naturalmente. Un'altra domanda, quando è stata l'ultima volta che avete visto o sentito il signor Schreave?
- Prima che uscisse di casa - disse Sebastian; Blanche e Grimilde confermarono.
- E nei giorni precedenti alla sua morte? Vi è parso che fosse strano, o che qualcosa non fosse nella norma?
- No, era tutto regolare. Come le ho detto, lavoro con mio padre, quindi mi sarei accorto di qualche suo atteggiamento preoccupato o di qualche movimento fuori dalla routine...
- Com'era l'atmosfera in famiglia? C'erano stati litigi?
- Assolutamente no - rispose Grimilde, secca.
- Qualcuno che avrebbe potuto avercela con lui per qualche motivo?- insistette Hunter.- Non saprei, un dipendente, un socio in affari...qualche altro membro della famiglia...
I tre componenti della famiglia Schreave si scambiarono occhiate di sottecchi. Sebastian scosse la testa, ma Gordon ebbe l'impressione che stesse avendo una discussione con se stesso, e quel gesto non fosse un segno di diniego rivolto a loro.
- Beh, potrebbe essere...- iniziò Grimilde.
- No - Sebastian la bloccò.- Non è stata lei.
- Però penso che dovremmo comunque dirglielo - mormorò la donna.- Potrebbero ascoltare anche lei...
Hunter inarcò le sopracciglia.
- Lo sa, signora, che a questo punto è praticamente obbligata a dircelo?
- Mia madre sta pensando alla mia sorellastra - rispose Sebastian, di malavoglia.- Ma non credo che lei c'entri qualcosa. Non ne avrebbe motivo, e poi sono anni che non si fa né vedere né sentire.
- Può darci qualche informazione in più su sua sorella?- domandò Gordon.
- E' la loro sorellastra, ispettore - fece Grimilde.- Mia figlia. Dal mio primo matrimonio. Quando Amos mi ha chiesto di sposarlo l'ho portata a vivere qui con me...sa, suo padre non c'è più da tanti anni...
- Quanti anni ha la ragazza?
- Ventitré, sì? Dovrebbe averne compiuti ventitré il mese scorso, vero Sebastian?
- Nome?- Hunter estrasse un taccuino da una tasca del gilet e allungò la mano per prendere una delle stilografiche sulla scrivania.
- Roxanne Randall.
- E dove si trova ora?
- Non lo sappiamo - rispose Blanche, acida.- Ha levato le tende il giorno dopo il diploma. Sono cinque anni che non ne sappiamo niente. Può anche darsi che non abiti più a Everbrooke.
- Ha mai provato a contattarla?- Gordon si rivolse a Grimilde.- Che so...avrà lasciato un recapito telefonico, o un indirizzo. Ha detto dove sarebbe andata?
- L'abbiamo cercata, ma non ci è mai riuscito di sapere che fine avesse fatto.
- Avete sporto denuncia per la sua scomparsa?
La signora Schreave lo guardò esterrefatta.
- No! Insomma, non mi sembrava opportuno. Roxanne se n'è andata di sua spontanea volontà, abbiamo assistito tutti...lei stessa prima di andarsene ha detto che non ci voleva più vedere...
- Conosce il motivo per cui ha voluto andarsene in questo modo?
- Mia figlia è sempre stata una ragazza un po' strana, ispettore.
- Si spieghi meglio, per favore.
- Sa, la classica adolescente ribelle. Svogliata in casa, andava male a scuola, le piaceva uscire la sera e divertirsi, non ubbidiva mai. Ogni tanto le chiedevo perché non potesse essere come Blanche o Sebastian. Era...viziata. In parte la colpa è stata certamente mia. Dopo la morte del mio primo marito ho cercato di darle tutto, e spesso evitavo di rimproverarla o sculacciarla anche quando, francamente, se lo sarebbe meritato.
- Ci sta dando un ritratto di sua figlia ben poco lusinghiero...
- Non era una ragazza cattiva, solo come le ho detto un po' viziata ed egoista. Credo soffrisse di carenze affettive. Mi ha fatto una scenata da melodramma quando le ho detto che mi sarei risposata.
- Non le piaceva il patrigno?
- A Roxanne non piaceva nessuno. Credo temesse di perdere l'affetto della sua mamma.
- In che rapporti era con suo marito?
- Pessimi. Non mi fraintenda, non sto parlando di violenza o litigi continui o cose di questo genere. Amos ha cercato d'impartirle l'educazione che ha fornito ai suoi figli, ha tentato di guadagnarsi il suo affetto in ogni modo e di farla sentire parte integrante della famiglia, ma Roxanne lo ha sempre rifiutato. Penso che lo vedesse come un usurpatore di suo padre.
- Non le perdonava il fatto di essersi risposata, signora Schreave?
- Roxanne non era mai soddisfatta di nulla che io facessi. Mi dava contro in tutto.
- Solo a lei o anche a suo marito?
- Mia figlia non andava d'accordo con nessuno. A parte forse...- Grimilde s'interruppe; pareva molto turbata dalla conversazione, e si voltò più volte in direzione del figliastro per chiedere aiuto.
Sebastian raccolse la richiesta.
- L'unica persona con cui Roxanne sia mai andata d'accordo è mio fratello Adam.
- E dove si trova suo fratello in questo momento?
- E' morto nel 2004.
Calò un silenzio pregno di tensione e imbarazzo. Blanche si morse l'interno di una guancia. Hunter guardò il suo collega come a dire hai fatto una bella gaffe, amico!, poi si rivolse a Sebastian.
- E...come è successo?
- Vede, agente, lui...
- Siamo qui per parlare di mio fratello, adesso?!- sibilò Blanche.- Non è per lui che siamo qui, è per trovare l'assassino di mio padre!
- Lo so, signorina Schreave, ma ogni informazione può essere importante per...
- Non capisco cosa c'entri Adam in tutto questo!- Blanche saltò giù dalla scrivania e gli si piazzò di fronte.- “Come è successo”?! Che domande idiote fa? Lo sapete benissimo come è successo, voi della polizia! Queste cose ce le avete già chieste all'epoca...
- Signorina, io sono a Everbrooke da poco...
- E allora s'informi, prima di parlare!- Blanche gli regalò un insulto e marciò in direzione della porta. Suo fratello si alzò dalla scrivania e la raggiunse; la trattenne per un braccio cercando di farla ragionare, ma lei si divincolò e regalò un insulto anche a lui.
- E lasciami in pace!- concluse, uscendo a grandi passi e sbattendo la porta.
Percorse il corridoio quasi correndo, poi salì al piano di sopra e si chiuse in camera sua. Girò due volte la chiave nella serratura e poi si gettò sul letto in posizione supina. Sentiva gli occhi e il naso pizzicare, aveva voglia di mettersi a piangere, ma non ci riuscì.
Trattenersi dallo spiattellare tutta la verità sbugiardando Grimilde era stata durissima. E suo fratello, quello smidollato, non si era accorto di niente.
Quante cazzate!, pensò. Quante cazzate!
Rimase distesa a occhi chiusi per tantissimo tempo, forse più di un'ora. A un certo punto, quando si fu un po' calmata, le venne anche il dubbio di essersi appisolata per qualche minuto. Sentiva il capo pesante e le tempie che pulsavano. Si girò sulle coperte, e raggiunse il comodino.
Girò la chiave dell'unico cassetto e lo aprì.
Cercò di non guardare la fotografia che teneva nascosta là dentro, ed estrasse invece un pacchetto avvolto in una carta da spedizione. Era piccolo e rettangolare, più o meno della grandezza di un astuccio dove Blanche teneva le collane.
Le era stato recapitato tre mesi prima, ma era ancora intatto. Non aveva avuto il coraggio di scartarlo. Fra il nastro che teneva unita la carta c'era una busta con un biglietto: quello Blanche lo aveva letto, ed era stato il motivo per cui si era rifiutata di aprirlo.
Aprì la busta ed estrasse il rettangolino di carta scritto con inchiostro nero e una calligrafia elegante ed elaborata, che Blanche aveva riconosciuto sin dal primo istante perché di essa erano piene pagine del suo diario segreto delle medie e i bigliettini d'auguri che conservava ancora in una scatola delle scarpe posta dietro a tutte le altre nella cabina armadio.
Sul biglietto erano state scritte poche righe:
 
Per Blanche Schreave:
 
Per favore, non far vedere il contenuto di questo pacchetto a nessuno; e per favore, non gettarlo via. E' veramente molto importante. Non sei obbligata ad aprirlo subito o a farlo da sola. Basta che lo conservi fino a che non ti contatterò io. Presto capirai tutto, dico davvero.
Scusa se ti affibbio questa zavorra. So che io e te non siamo più amiche da tanto tempo, e ancora una volta ci tengo a dirti che mi dispiace veramente moltissimo per quello che ho fatto. Ma davvero, non sapevo di chi altri fidarmi.
Spero mi perdonerai. Intanto, grazie di tutto. So che non mi tradirai.
 
Ti voglio bene. Ci vediamo presto,
 
Rosebud
 
Blanche fu tentata di aprirlo come ogni volta. Ma poi si ricordò di tutto quanto, e lo ripose nel cassetto chiuso a chiave.
 
III. [Jess]
 
La “cena in famiglia” in sé era stata una pena, ma Jess doveva riconoscere che lo zio Erik non fosse niente male.
Se si escludeva che si era presentato mezzo trafelato e con una maglietta troppo stretta per lui.
E se si trascurava anche che la prima cosa che aveva detto era che gli avevano smarrito le valigie in aeroporto.
La nonna era stata felice di rivederlo; Claire un po' meno. Lei e suo fratello si erano scambiati solo un rigido abbraccio che aveva visto soltanto lo sfiorarsi delle braccia e del collo. Jess aveva compreso subito che, checché ne dicesse sua madre, Erik Woods era tornato a Everbrooke quando aveva saputo del ritorno di sua nipote. La freddezza che aveva mostrato nei confronti di sua sorella maggiore era un esempio emblematico di come non si fidasse di lei. Non più, almeno.
Jess si trovò a chiedersi se quei due fossero mai andati d'accordo.
Non che con lei fosse stato più spigliato. Non l'aveva neanche abbracciata – ma a Jess andava bene così, si sarebbe sentita ancora più a disagio –, si era limitato a stringerle la mano e a ritirare la propria alla velocità della luce.
Per i primi cinque minuti della cena Jess si era quasi convinta fosse l'ennesimo cretino, ma poi si era dovuta ricredere. L'avevano fatto sedere fra lei e la nonna, ed era stato trattato quasi come l'ospite d'onore insieme a Jess stessa.
Era stata la badante della nonna a cucinare e a servire quasi tutta la cena. Ella Radescu aveva preparato non solo la torta di mele ma anche la pasta al sugo, la bistecca con le patate arrosto e il gelato.
Claire aveva iniziato ad aiutarla nel servire i pasti, ma poi il telefono di casa era squillato e lei si era eclissata per più di quindici minuti nel salotto a parlare a bassa voce. Nessuno aveva detto nulla in proposito.
Quando era tornata aveva un sorriso forzato e un po' triste. Era stato in quel momento che Jess si era accorta che la tavola era stata preparata per sei persone.
- Ma...aspettiamo qualcun altro?- aveva chiesto Erik mentre Claire toglieva il piatto, il bicchiere e le posate in eccesso e li riponeva nella credenza.
- No - la madre di Jess aveva risposto evasiva.- Ho solo fatto male i conti e ho messo un piatto in più. Sai, ero così emozionata...non mi sembrava vero che la mia bambina stesse per tornare a casa!
Jess era stata sul punto di correre in bagno a rigettare.
Erik aveva tenuto la conversazione per la maggior parte del tempo. Era quello che aveva più cose da raccontare. Jess ebbe modo di scoprire quasi tutto sul suo lavoro e la sua vita.
- E quando cominci?- gli aveva chiesto a un certo punto.
- Domani mattina. Preferisco iniziare il prima possibile, non mi piace stare senza far niente. E tu, Claire?- Erik aveva alzato lo sguardo dal piatto.- Che lavoro fai adesso?
Jess era stata parecchio curiosa su questo punto. Aveva solo dei vaghi ricordi di come sua madre mantenesse se stessa e lei nei loro vagabondaggi per gli Stati Uniti, e la maggior parte erano lavoretti saltuari, come babysitter, colf, o aiutante in traslochi, e duravano tutti non più di due settimane, per una ragione o per un'altra.
Jess ricordava vagamente che, nel periodo in cui avevano vissuto a Scottsdale – lei aveva qualcosa come sei o sette anni –, Claire aveva lavorato per qualche mese in una birreria, e che per non lasciare sua figlia da sola a casa la notte la portava al lavoro con sé e la faceva dormire su una brandina nel retro del locale, fra le cassette di birra. Poi, si era fatta cacciare anche da lì perché una mattina il proprietario aveva trovato il locale aperto e mezzo saccheggiato, e Claire ubriaca marcia addormentata sui gradini.
E una bambina di sei anni che dormiva beata nel retro della birreria senza che lui ne sapesse nulla.
Jess aveva pregustato gli attimi precedenti alla risposta di sua madre. Era stata certa che Claire avrebbe detto che al momento aiutava la nonna ma che si stava dando da fare per cercare un impiego, come aveva sempre fatto.
- Faccio la cassiera - aveva invece detto.- Da un anno e mezzo, ormai.
- Al Walmart? Esiste ancora?
- Esiste ancora, ma non è lì che lavoro. Hai presente...forse te n'eri già andato quando l'hanno aperto...- Claire aveva esitato, e la nonna era intervenuta in suo aiuto.
- Era già a Darwin, non lo conosce. Comunque, Claire lavora al Bramblesses Roses.
- Che cos'è?- aveva chiesto Jess.
- Un ristorante. E' all'incrocio fra Rosewood Boulevard e Cressmoon Road.
- E fai la cassiera lì?- Jess non aveva neanche voluto celare il proprio scetticismo.
- Sto seduta dietro il bancone e calcolo il conto della cena degli avventori. Sai, battere scontrini e roba simile...- Claire aveva alzato le spalle come se nulla fosse, ma sorrideva; si vedeva che era soddisfatta, e Jess non riusciva a capire di cosa; forse di essere riuscita a mantenere uno straccio di lavoro per così tanto tempo.
Tanto si ritroverà a casa prima della fine dell'anno, aveva concluso.
- E tu che mi dici, Jessica?- aveva chiesto Erik quando ormai lei era a metà della fetta di torta, lui e Claire al caffé e la nonna stava fumando spaparanzata sulla sua sedia a rotelle; prima che suo figlio arrivasse era riuscita a mandare Ella – che in quel momento stava lavando i piatti – a comprarle un pacchetto di sigari. L'odore del fumo era nauseabondo, e Claire aveva dovuto spalancare la finestra per permettere a tutti loro di respirare. La nonna li aveva definiti pelle delicata.- Andrai a scuola qui, immagino...
- Sì - Claire aveva risposto al posto suo.- Comincia domani.
- Prima andavo alla scuola locale con le altre ragazze della Casa Famiglia...- Jess aveva mormorato solo per educazione.
- E come vai a scuola? Ti piace?
Jess aveva alzato le spalle e non l'aveva guardato. Aveva preso a giocherellare con la fetta di torta senza più neanche mangiarla.
- Quali sono le tue materie preferite?- aveva insistito Erik.
- Me la cavo bene in inglese.
- Hai già in mente che cosa vorresti fare da grande?
Jess stava per rispondere di no, anche se aveva bene in mente la sua strada. Era solo convinta che, per qualche motivo, né lo zio né sua madre avrebbero gradito la risposta voglio fare l'attrice. La nonna era intervenuta al suo posto:
- Ma lasciala stare, povera creatura! A quattordici anni il massimo dell'aspirazione è mangiarsi un hamburger con gli amici e pomiciare con il suo ragazzo.
Jess era arrossita lievemente, ma aveva riso.
- Nonna, dai...!- si era schernita.
- E che ho detto di male?- la nonna aveva tirato una boccata.- Mica possono essere tutti come tuo zio e i suoi amici. Ne ho conosciuti solo tre della razza di tuo zio. Ragazzi che già a undici anni avevano chiaro il loro percorso nella vita. Lui, quel Will Rainer, e il ragazzo più grande degli Schreave...Stavano sempre insieme, tuo zio e loro due. Tre mezzi geni. Poi quel povero ragazzo è morto, tuo zio è andato a studiare all'estero e si sono persi di vista...
- A proposito, che fine ha fatto Will?- aveva chiesto Erik.- Ne sai niente?
- Non esco di casa da un po', ma da quel che so ha aperto uno studio qui da queste parti. Sarebbe stato sprecato a gestire quel postaccio...com'è che si chiama? Oh, beh, non importa. Tornando a noi, Jess, ce l'hai il ragazzo?
- E' troppo giovane, mamma - era intervenuta Claire.
Da che pulpito, era stato il primo pensiero di Jess, ma non lo aveva esternato.
- E dove sta scritto? Le ragazze di questi tempi sanno già tutto a quest'età. Sono sicura che Ella ce l'ha il ragazzo. Ce l'hai, vero, Ella?
La badante si era voltata appena senza smettere di lavare i piatti, aveva sorriso e non aveva risposto. Jess si era domandata per l'ennesima volta durante quella cena se Ella capisse ciò che le veniva detto o no. Non aveva praticamente spiccicato parola se non con nonna Lily e solo per chiederle se stesse bene, male, se avesse freddo, se gradisse dell'altro caffé o no.
All'ennesima domanda inutile, Lily Woods le aveva detto di chiudere il becco, e si era zittita. La nonna, comunque, era scoppiata a ridere.
- Ma va', sto scherzando! Questa ragazza ha un solo difetto: si inibisce per niente!
Naturalmente Ella non aveva dato segno di aver colto la battuta. Jess stava cominciando a pensare che fosse un po' stupida.
 
Decise di chiederlo alla nonna quando la cena fu terminata. Erik ancora non aveva avuto il tempo di trovarsi un posto dove stare per conto suo, così venne stabilito che avrebbe dormito sul divano del salotto in casa di sua madre finché non avesse provveduto.
- Grazie, mamma. Ma la camera dove dormivamo io e Claire da ragazzi? L'hai smantellata?
- No. Claire ha vissuto con me fino a che non ha preso casa da sola. Ma adesso ci dorme Ella in quella stanza, ti pare che la mando a dormire sul divano al posto tuo?!
Sempre a proposito di Ella, Claire la ringraziò per averla aiutata a preparare la cena e la nonna per essersi fermata anche di domenica. Le disse che se avesse voluto la sera seguente sarebbe potuta tornare a casa e avrebbe avuto il venerdì successivo libero, in modo da godersi il week-end lungo.
Jess colse l'occasione in cui Ella andò a recuperare la propria giacca per avvicinarsi alla nonna, che attendeva la badante sulla soglia di casa.
- Ma...capisce quando le parli?- bisbigliò, chinandosi sulla sedia a rotelle.
- Certo che capisce. Ogni tanto casca su qualche parola, ma parla l'inglese quasi meglio di noi quattro messi insieme.
- E' che mi sembra...non so, a volte pare che non ci stia molto con il cervello...
- Ma che dici! E' solo timida, mica è scema! Non giudicare il libro dalla copertina e vattene a letto - la nonna le diede un bacio su una guancia accompagnato da uno schiaffetto su una coscia.- Domani ti accompagno a scuola insieme alla mamma, okay?
- Okay...- Jess avrebbe voluto dire alla nonna che le voleva bene, ma in quel momento arrivò Ella e fu costretta a rimangiarselo. Quando ebbero salutato lei ed Erik, alla ragazzina prese un groppo alla gola.
Si sentì improvvisamente a disagio, da sola con sua madre. Avrebbe di gran lunga preferito che il tribunale la collocasse a casa della nonna – era lei l'unica che a conti fatti si era interessata minimamente della sua salute, in quei sei anni – e per un attimo l'afferrò l'idea di correre dietro a Lily e chiederle se poteva fermarsi a dormire da lei, quella notte.
Non lo fece, e l'atmosfera in casa si fece pesante e silenziosa.
Ella aveva sparecchiato e rimesso tutto in ordine, quindi non c'era niente che Jess potesse fare per tenersi occupata e per parlare il meno possibile con sua madre. Claire le propose di vedersi un film insieme in salotto, e la ragazza colse la palla al balzo per dire che si sentiva stanca e che preferiva andare a letto presto perché voleva essere in forma per il primo giorno di scuola.
- Ah! D'accordo. Sì, in effetti fai bene, sono già le dieci passate...beh, sarà per la prossima volta, eh?- Claire le regalò l'ennesimo sorriso tirato che Jess non ricambiò.
Si lavò i denti e si mise il pigiama per poi chiudersi in camera sua senza neanche augurare la buona notte a sua madre. Provò ad ascoltare della musica con le cuffie, ma non servì a calmarla. Il pensiero di essere di nuovo a casa con sua madre, unito a quello del primo giorno di scuola in un altro istituto, le causò una crisi di pianto.
Jess puntò la sveglia per le sette del mattino e spense la luce della lampada per potersi raggomitolare nelle coperte e piangere in pace.
 
Era certa di essersi addormentata, a un certo punto. Si risvegliò che era ancora buio, e l'orologio luminoso della sveglia segnava l'una e tre minuti di notte. Jess sospirò. Sentiva le palpebre pesanti a causa del pianto, ma il sonno le era passato.
Rimase a crogiolarsi per qualche minuto sotto le coperte, chiedendosi se potesse permettersi di zampettare fino in salotto e controllare se sua madre avesse Netflix o meno, quando sentì la porta della sua camera aprirsi.
Era certa di averla chiusa, ma non si spaventò. Anzi, si sentì infastidita: era sicura che sua madre fosse venuta a controllare che non si fosse tagliata le vene nella notte, oppure l'aveva sentita piangere. O peggio, voleva farle le coccole mentre dormiva.
Si risolse a fingere di dormire, e serrò gli occhi nella speranza che i passi che avevano iniziato a farsi strada sul pavimento di camera sua tornassero da dove erano venuti.
- Scusa se stasera non sono potuto venire...
La voce la gelò. Jess s'impose di non trasalire e di continuare a fingere di dormire. A parlare era stata una voce maschile, bassa, come se stesse sussurrando.
- Dormi?
Jess si accorse di essersi bagnata di sudore dalla testa ai piedi. Cercò di mantenere la calma e il proprio respiro regolare. Quello in camera sua era un uomo, nessun dubbio. Non poteva essere zio Erik, era andato a casa con la nonna e non avrebbe avuto motivo di tornare indietro e infilarsi in camera sua. E poi, non le pareva la voce del fratello di sua madre.
Era qualcuno che non conosceva.
Sentì dei rumori sommessi, e comprese che quell'uomo si era tolto i vestiti. Gli occhi chiusi le si allagarono di lacrime di paura e fu sul punto di gridare.
L'uomo sollevò le coperte del suo letto e si distese al suo fianco. Jess stava per alzarsi e mettersi a strillare, ma quello che accadde la sorprese. Lo sconosciuto grugnì e le sfiorò una spalla con una mano, prima di girarsi dall'altro lato e darle le spalle.
- Beh, buona notte, piccola. Ci vediamo domani mattina...- tirò un sonoro sbadiglio, si raggomitolò sotto le lenzuola e non si mosse né disse più nulla.
Jess rimase paralizzata nel letto a occhi chiusi.
La paura era in qualche modo diminuita, quel poco che bastava da permetterle di non fare idiozie e di regolarizzare il respiro e il battito cardiaco, ma restava.
Chi diavolo era, quello? Un maniaco? Uno che s'infilava nel letto delle sconosciute facendo finta che fossero la sua mogliettina? Non ci teneva a scoprirlo. E non teneva neanche a scoprire cosa sarebbe successo la mattina seguente, ammesso che ci sarebbe arrivata.
Attese diversi minuti, forse più di mezz'ora, fino a che non fu sicura che si fosse addormentato. A quel punto, sollevò le gambe con cautela e le mise giù dal materasso. Il suo piano era di sgattaiolare fuori dalla stanza, chiudere la porta a chiave e poi svegliare Claire – sperando che non fosse già ubriaca marcia – perché chiamasse la polizia.
Era quasi riuscita a rimettersi seduta, quando lo sconosciuto allungò un braccio verso di lei e le cinse la vita.
- Ah, sei sveglia...!
Jess strillò, e l'uomo ritirò la mano. Lei non rifletté ulteriormente: prese la lampada dal comodino e colpì lo sconosciuto nel buio. Jess non vedeva niente, ma fu sicura di averlo beccato sulla testa.
L'uomo emise un uggiolio di dolore e iniziò a contorcersi sul materasso. Jess lo prese a pugni alla cieca, colpendo dove le capitava per rallentarlo, poi scattò in piedi mentre lui mugolava ed emetteva gemiti e rantoli.
Corse verso la porta della camera e accese la luce del corridoio. Prese a correre in direzione della cucina, ma la porta della stanza di sua madre si spalancò e lei si trovò fra le braccia di Claire.
La donna barcollò per il colpo.
- Jess!- esclamò, più sorpresa che altro.- Jess, che è successo! Ho sentito dei rumori...
- In camera!- strillò la ragazzina, con un timbro isterico.- C'è uno in camera mia!
- Come? Chi?
- Chiama la polizia! C'è un uomo in camera!
Claire si voltò verso il buio oltre la porta spalancata. Da esso continuavano a provenire rantoli di dolore. La sua espressione divenne di pietra.
- Oh, no!- gemette; Jess si vide mollare completamente a se stessa e guardò esterrefatta sua madre che correva verso camera sua e accendeva la luce.
Seduto sul bordo del suo letto c'era un uomo con i capelli color sabbia e la barba di una settimana, sui trentacinque anni, in boxer e canottiera, che si reggeva il capo. A terra sul pavimento c'erano le sue scarpe, i jeanse, una camicia e un gilet.
La lampada che Jess gli aveva dato sulla testa giaceva sul materasso.
Claire gli corse incontro e s'inginocchiò di fronte a lui, prendendogli le spalle.
- Alex!- chiamò.- Alex, che è successo?
Jess era sicura che la propria mandibola fosse caduta a terra.
L'uomo sollevò gli occhi verdi accecati dalla luce improvvisa.
- Che ci fai in camera di Jess?!
- Scusa...non volevo svegliare nessuno, e sono ancora poco pratico di questa casa...
Claire guardò prima la lampada e poi lui, e si portò le mani alle guance.
- Oh, mio Dio! Fammi vedere le pupille...- gli prese il volto fra le mani.- No, sembra tutto regolare...vuoi andare in ospedale?
- No, no. Sto bene. Mi spiace tanto, piccola, ti giuro che non volevo...
Jess era impietrita sulla porta. L'uomo – Alex – sollevò lo sguardo su di lei e assunse un'aria di scuse.
- Non volevo spaventarti, scusami...ho sbagliato camera...
- Lei chi è?!- sputò fuori la ragazzina.
L'uomo non rispose, continuando a massaggiarsi la testa. Claire gli passò una mano sul volto in un accenno di carezza. Si umettò le labbra.
- Jess, lui...lui è Alex.
- Alex?
- Il mio fidanzato.
Jess si sentì crollare ancora di più il mondo addosso. Non aveva preso in considerazione l'ipotesi che sua madre potesse avere un compagno. Non ci aveva neanche pensato.
Claire ne aveva avuti, in passato, ma non erano mai durati molto e comunque raramente li portava in casa. Erano tutti disperati tossici e alcolizzati come lei, naturalmente. Solo l'ultimo che aveva avuto sembrava decente.
Jess aveva quattro anni ma se lo ricordava bene. Si chiamava Robbie e faceva il camionista. Era la relazione più duratura che sua madre avesse avuto, tanto che lui se l'era anche portata in casa. Per sei mesi avevano vissuto con lui nel suo appartamento al sesto piano di una palazzina che si affacciava sulla New York Harbor e le cui scale puzzavano di pesce ed erano piene di cartacce, lattine e mozziconi di sigaretta. Claire divideva la stanza con Robbie, mentre Jess dormiva sul divano in cucina.
Robbie sembrava anche una brava persona – non aveva grande considerazione per la figlia della sua compagna, si limitava a ignorarla anche quando lei gli rivolgeva la parola –, peccato che puzzasse di sudore e ketchup e avesse il brutto vizio – peraltro condiviso con sua madre – di alzare il gomito.
Poi, un giorno, Jess aveva fatto cadere una bottiglia di grappa sul pavimento, mandandola in mille pezzi, e Robbie le aveva tirato uno schiaffo che l'aveva sbattuta contro il muro e fatto spuntare un livido violaceo sulla guancia e lo zigomo.
Claire gli era saltata addosso e lo aveva picchiato, e lui le aveva sbattute fuori di casa tutt'e due.
Dopo, per quel che Jess ne sapeva, sua madre non aveva più avuto altri fidanzati.
Ora restava da vedere che razza di testa di cazzo si fosse tirata in casa questa volta.
Il tizio le tese la mano destra.
- Alexander Hunter. Sono un poliziotto, lavoro qui alla centrale di Everbrooke - ritrasse la mano quando vide che la ragazzina continuava a tenere le braccia conserte.- Tu devi essere Jessica, giusto? Tua madre mi ha parlato tantissimo di te...complimenti, Jessica, sei molto forte e hai anche un'ottima mira al buio...
- Te ne volevo parlare - provò a giustificarsi Claire.- Alex sarebbe dovuto venire a cena stasera...
- Ho avuto un contrattempo al lavoro. Mi spiace davvero tanto, Jessica, non volevo spaventarti. Ti avevo scambiata per tua madre.
- Ti serve del ghiaccio - mormorò Claire.- Jess, andresti a prenderlo in cucina, per favore?
Jess stava per risponderle di no, ma poi comprese che sarebbe stata una buona occasione per non assistere a quella scena e schiarirsi le idee. Quando si fu allontanata abbastanza perché non lo potesse sentire, Hunter guardò la sua fidanzata.
- Non era proprio la prima impressione positiva che speravo di farle...
 
IV. [Belle]
 
Erano le due del mattino, tutto andava bene e lei stava mettendo a dura prova il suo udito ascoltando Monster di Skillet con le cuffie a tutto volume. Era stravaccata a pancia in giù sul letto, computer portatile acceso a ore due e di fronte un volume dell'università aperto a destra e il dossier su Rosebud Thorn a sinistra. Sopra al suo letto era appeso, come se fosse un poster, uno dei volantini che segnalavano la scomparsa di Kathryn Miranda Torrance.
Anche lo schermo del computer mostrava la pagina di un quotidiano online che parlava della ragazza. Belle era tornata dal lavoro alle nove di sera, aveva preparato la cena e aveva fatto il bucato, e dopo aver seguito il telegiornale sul divano con suo padre – peraltro senza che trasmettessero nulla d'interessante – era salita in camera sua con il serio intento di mettersi a studiare, ma aveva prestato più attenzione ai casi di Rosebud Thorn e di Kathryn Torrance che alla lezione di database.
Belle si sentiva in colpa. Sapeva che avrebbe dovuto studiare. Sapeva che era inutile sognare di vincere quella borsa di studio per la Cornell University se poi non faceva nulla per ottenerla. Anche solo non volerla dare vinta a Gaston avrebbe dovuto rappresentare un incentivo, per una come lei che era competitiva anche con Lum quando si trattava di stabilire che avrebbe dovuto mangiarsi l'ultimo biscotto al cioccolato.
Suo padre le aveva sempre ripetuto che se voleva qualcosa, allora doveva tirarsi su le maniche per guadagnarsela.
Eppure era da qualche mese che era la stessa musica. Studiava poco, e passava gli esami solo grazie alle conoscenze informatiche che già possedeva. Inizialmente aveva dato la colpa al fatto che studiasse cose che aveva già imparato con l'esperienza, poi si era anche posta delle domande sul reale interesse che nutriva verso quella strada, se non avesse completamente sbagliato facoltà.
Se quel dottorato alla Cornell le interessasse per davvero.
Alla fine, aveva compreso qual era il suo problema. Non era svogliatezza, e nemmeno mancanza d'interesse. Era paura.
Belle si sentiva stupida, codarda e immatura ogni volta che ci pensava. Sin da piccola aveva sognato di lasciare quella cittadina, di andarsene via, magari in Europa o in Asia. Camera sua era tappezzata di poster di città come Parigi, Londra, Tokyo, ma Belle sapeva che se le avessero offerto di partire l'indomani mattina stesso, si sarebbe tirata indietro.
Quando si era diplomata, aveva rinunciato a fare domanda per università dell'Ivy League pur sapendo di avere le carte in regola per essere considerata una possibile candidata per l'ammissione. Si era accontentata di restare alla Everbrooke University, conscia che quella scelta le avrebbe chiuso parecchie porte, per poter stare vicino a suo padre. All'epoca aveva diciotto anni e temeva che John ci sarebbe stato male a essere lasciato da solo, anche in virtù del fatto che non aveva più una moglie né nessun altro.
Belle non era nemmeno sicura che suo padre se la sarebbe cavata da solo. A pensarci bene, ancora adesso era lei che faceva tutto in casa: John lavorava quasi ininterrottamente, ed era lei che preparava i pasti, faceva la lavatrice, e teneva in ordine – non era una massaia perfetta, tutt'altro, ma ci provava. Partire alla volta di qualche università prestigiosa sarebbe stato ai suoi occhi come abbandonare suo padre, dopo che erano sempre stati solo lui e lei da soli, sempre insieme.
Adesso, si rendeva conto che a diciotto anni era lei, quella a non essere pronta. E non era pronta neanche adesso, che di anni ne aveva ventidue, le mancavano sette esami alla laurea e aveva l'occasione di un dottorato alla Cornell University. L'idea di partire sulle prime la metteva in eccitazione, ma poi si lasciava assalire dall'ansia: ansia di lasciare casa sua, ansia di lasciare suo padre, ansia di abbandonare tutto ciò che aveva sempre conosciuto e ansia di non farcela e non riuscire a combinare niente nella vita.
A tutto ciò si aggiungeva la consapevolezza di non avere un futuro, lì a Everbrooke. Non solo si sarebbe persa la possibilità di esplorare il mondo e di farsi una vita migliore, ma avrebbe con ogni probabilità buttato via la sua laurea. Everbrooke non era il tipo di città in cui c'era spazio per una ragazza laureata in Informatica e amante nei computer. Probabilmente sarebbe rimasta a lavorare part-time al Be Our Guest per tutta la vita, oppure avrebbe trovato un posto come commessa o in un call-center.
Non voleva nemmeno questo.
Per fortuna, a distrarla dai suoi pensieri catastrofisti, ci pensò il cellulare. Belle lo aveva lasciato in modalità silenziosa per non svegliare suo padre che dormiva in fondo al corridoio – era stanco morto quando era tornato dalla centrale, e se c'era una cosa che lo mandava fuori dalla grazia divina era la musica dopo le nove di sera –, ma vide lo schermo che s'illuminava e il nome di Lum sul display.
Si tolse le cuffie.
- Qui Belle Gordon dal Pianeta Terra.
- Ancora sveglia?
- Potrei dire la stessa cosa di te.
- Ti chiederei cosa stai facendo, ma credo di saperlo. Seriamente, non posso credere che tu abbia incrociato per davvero una persona scomparsa. Credevo che certe cose succedessero solo nei film.
- Io invece non riesco a credere di non essermi mai accorta che fosse lei e di essermela lasciata scappare...- Belle guardò il volantino appeso al muro; quando Roxy aveva telefonato alla centrale della polizia le avevano detto l'ispettore Gordon non c'era, ma avevano comunque mandato una pattuglia presso il locale.
Belle non aveva detto nulla né a Roxy né alla signora Potts, ma le era sembrato strano che a capo della pattuglia ci fosse il commissario Torrance. Da quel che le aveva raccontato suo padre, il commissario raramente scendeva in campo, di solito si limitava a dirigere l'azione dalla centrale.
Invece aveva visto scendere dall'auto niente meno che il commissario Torrance in persona.
Forse sono parenti, le aveva suggerito il Capitan Ovvio che viveva in lei. Sarebbe stato logico, il cognome era lo stesso. Quanti “Torrance” c'erano a Everbrooke?
- Sei già in modalità Mr. Robot?
- No. Cosa te lo fa pensare?- Belle spostò il libro dell'università accantonando anche i suoi sensi di colpa, e tirò il PC verso di sé.
- Mmmm...vediamo...la tua sbruffonaggine?
- Lum, sto cercando di smetterla, okay? Questo è l'ultimo anno. Devo pensare alla tesi, e poi c'è quella borsa di studio...
- Saggia decisione. Ma in tutta sincerità, ci credo poco che lascerai perdere.
- D'accordo, lo ammetto: sto leggendo un articolo online su Kathryn Torrance - sbuffò.- Ma l'ho trovato su Google. E lo sto leggendo solo per curiosità.
- Che cosa dice?
- Poca roba. Con i motori di ricerca normali, e sai cosa intendo, non si trova granché. Kathryn Miranda Torrance, detta Kate, vent'anni, scomparsa il cinque maggio di quest'anno - Belle lesse ad alta voce.- Dicevo...scomparsa il cinque maggio di quest'anno, è uscita di casa dicendo che andava a comprare alcune cose e non è più tornata. Da camera sua mancano pochi vestiti e tutti i soldi che possedeva, non è stato chiesto alcun riscatto. Si pensa a un allontanamento volontario, e oggi ne ho avuto la conferma.
- Sei certa che fosse lei?
- Siamo in due ad averla vista. E ti assicuro che non aveva l'aria di una che è tenuta prigioniera.
- Altro?
- Nada.
- Non si dice se studiava, se lavorava, qualcosa sulla sua famiglia...?
- Qui c'è un accenno al padre. Vediamo...Kathryn, che da qualche mese viveva con il padre, il commissario di polizia Rumford Torrance, lo sapevo!- strillò, balzando in ginocchio sul letto.
Dall'altra parte della cornetta non giunse alcun suono.
- Lum?- chiamò Belle dopo un po'.- Sei ancora vivo?
- Il tuo tentativo di farmi venire un infarto non è andato a buon fine. Ma con l'assordarmi ci sei quasi riuscita.
- Scusa. Comunque, è come pensavo: Torrance è suo padre.
- Torrance?
- Sì, come quello del libro di Stephen King. Il commissario, il capo di mio padre.
- E' sua figlia?
- Pronto? La NASA vuole mettersi in collegamento con Lumer Lightcandler. Certo che è sua figlia.
- A proposito, tuo padre che ha detto?
- Della storia di Kathryn? Niente di che. A quanto pare alla centrale hanno fatto un casino a spiegargli come erano andate le cose e lui ha capito che mi ero fatta male o roba simile. E' arrivato al Be Our Guest come una furia credendo di trovarmi morta stecchita o che so io. Il suo collega non la finiva più di ridere.
- Ti ha fatto domande?
- Ha assistito a quelle di routine da parte dei suoi colleghi. A casa si è sincerato che io non avessi fatto altre cazzate informatiche, come le chiama lui.
- E le avevi fatte?
- Non stavolta - Belle rispose sinceramente.- Te ne volevo parlare in settimana, ma...forse è il caso che ne discutiamo adesso...
- Vuoi mollare?
- Non del tutto. Però...pensavo più di limitarci alle cose non illegali. Tipo, basta violazione di sistemi di sicurezza, basta hackeraggio di dati privati...
- Ti è presa la strizza?
- Voglio solo evitare di farmi beccare. Ho capito che a quella borsa di studio ci tengo. E tu ci tieni a sposarti il prima possibile con la tua bella pallavolista, e non potrai farlo tanto presto, se ci mettono in galera.
- Quindi, vuoi chiudere bottega?
- Teniamo magari solo i casi più innocui. Tipo le sorprese nei computer dell'innamorata, o i compiti in classe rubati dalla mail dei professori. L'università non si paga da sola, d'altronde.
- E con il caso di Rosebud Thorn? Sembravi decisa a portarlo a termine, oggi pomeriggio quando mi hai chiamato.
- Lo ero. Ma lo facevo per mio padre. Stasera mi ha detto che Torrance lo ha sollevato dal caso. Ora si occupa di un'altra cosa, ma non ha voluto dirmelo.
Chiacchierarono del più e del meno per un'altra mezz'ora, poi Lum le disse che era stanco e che doveva essere al lavoro alle nove, il giorno dopo. Belle si ripromise di seguire la retta via, presentarsi alle lezioni l'indomani e cominciare a studiare in modo più regolare.
Salutò Lum e chiuse la chiamata, e decise di ascoltare le ultime due o tre canzoni prima di andare a letto. Mentre i Three Days Grace cantavano Animal I Have Become nelle cuffie, Belle cercò per sfizio altri articoli sulla scomparsa di Kate Torrance.
Pur tenendosi su Google, ne trovò uno più dettagliato degli altri. In uno di essi, si diceva che la ragazza aveva perso la madre da poco a causa di un'incidente d'auto, e che aveva abbandonato gli studi alla Princeton University. Questi due avvenimenti erano ritenuti dagli inquirenti possibili cause di un crollo emotivo che aveva indotto Kate ad allontanarsi da casa.
Belle si bloccò. Rilesse le parole Princeton University. Il dubbio l'assalì, e recuperò il dossier di Rosebud Thorn per controllare ciò che aveva letto quella mattina.
Ricordava bene: Rosebud Thorn studiava giornalismo alla Princeton University. Lo stesso college frequentato da Kathryn Torrance.
Con un paio di calcoli mentali, Belle realizzò che Kate era scomparsa da casa nello stesso periodo in cui Rosebud era stata vittima dell'aggressione del Lupo. Un'ulteriore occhiata al dossier le rivelò che la rampolla Thorn era stata ferita ed era finita in coma il 3 maggio, e Kate era sparita il 5.
Belle serrò gli occhi e lasciò cadere la testa in avanti, la fronte cozzò contro il materasso.
Le parve quasi di udire gli echi dei suoi buoni propositi andare a quel paese.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Angolo Autrice: Spero che questo capitolo vi sia piaciuto :).
Ringrazio Azalea69 per aver inserito questa storia nelle preferite e nelle seguite, Sylphs per averla inserita fra le ricordate e Aching heart per aver recensito.
Il prossimo capitolo coprirà gli eventi di lunedì 9 settembre.
A presto. Un bacio,
 
Beauty
  
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