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Autore: Niky Torrence    11/08/2017    0 recensioni
Primo libro della saga "Eesyan"
La famiglia reale di Phoenix, regno madre di Itriana nel fantastico mondo di Eesyan, verrà presto attaccata da una sconvolgente realtà. Il padre dell'attuale regnante, fu l'assassino dei reali precedenti e prese possesso del trono giocando carte false.
Tuttavia non tutti i membri della famiglia Renhet sono morti. La giovane erede era stata tratta in salvo, incinta del suo unico vero amore, seppur proibito.
Morì partorendo il frutto di questo amore, a sud in una città che verrà ricordata nella storia come la Città dei Rinnegati.
La vera erede al trono è disposta a tutto pur di vendicare la propria famiglia e riavere ciò che le spetta di diritto.
Sullo sfondo la storia dei principi Luvjen alla scoperta di se stessi.
Genere: Guerra, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: Triangolo
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PROLOGO

Il leggero bussare contro la porta distolse l'attenzione del ragazzo dal libro che nelle ultime ore era impegnato a leggere, seduto sul davanzale della finestra. Fuori aveva cominciato a far buio ma non era ancora giunta l'ora di andare a cena. Rimian corrugò la fronte, confuso e infastidito da quella interruzione, per poi fare un gesto veloce con la mano. In un attimo le porte si spalancarono e rivelarono la presenza poco felice del Comandante Supremo delle Truppe Reali di Phoenix, Ambrosios Cassius Renhet, il favorito del Re. Rimian non lo aveva mai particolarmente amato, ne aveva mai celato questo fatto. Il ragazzo dai capelli biondi, raccolti in una coda bassa e gli occhi azzurri tendenti al grigio, sbuffò tra se con impazienza e fece il gesto di rimettersi a leggere.
"Vostra Altezza, lungi da me farvi visita-" Il Guerriero più dotato di Phoenix cominciò lo stesso a parlare, entrando del tutto nella stanza ma rimanendo al centro di essa. Era palese che desiderasse trovarsi altrove. 
"Non vedi che sto leggendo? Questo significa chiaramente che sono occupato, non credi?" lo interruppe il giovane principe, senza preoccuparsi della buona educazione e del rispetto che l'uomo di fronte a lui meritava. In pochi passi Ambrosios lo raggiunse, prese il libro dalle sue mani e lo fece sparire senza muovere nemmeno le labbra. Rimian rimase perfettamente immobile di fronte a quel gesto improvviso. Dal modo in cui respirava si poteva capire che si stava innervosendo. Una ciocca di capelli si era sciolta dal nodo in cui erano legati ed era scivolata in avanti, coprendo così parte del volto al suo interlocutore. Ambrosios non vide il lampo di nero che attraversò le iridi del ragazzo.
"Gradirei che tu mi ridessi il libro che stavo leggendo" disse infine tra i denti, i pugni stretti.
"Vostro padre mi ha autorizzato...anzi, ordinato di usare anche metodi irrispettosi se serve ad ottenere un minimo della vostra attenzione" rispose l'uomo, con voce calma e comunque rispettosa. Negli occhi color ambra però vi si poteva leggere un velo di timore, che tuttavia il corpo non dimostrava.
Ambrosios aveva ormai raggiunto e superato il cinquantesimo anno di vita e, nonostante il suo viso  fosse rimasto giovane* come quando aveva compiuto venticinque anni, esso portava comunque i segni di tutte le guerre e le violenze a cui aveva partecipato e subito in tutti quegli anni. Sulla pelle abbronzata vi erano alcune cicatrici che nessuna cura, magica o meno, era stata in grado di sanare del tutto. Eppure tanti credevano che fosse quello il fascino del Comandante, oltre ovviamente alla luce nei suoi occhi che mai si era spenta, nemmeno nei momenti più terribili. Rimian si voltò a fissarlo con un'intensità glaciale, chiaramente alterato dalla risposta del più anziano.
"Ebbene, Ditemi, Lord Renhet. Cosa avete da dirmi di tanto urgente?" ribatté poi, col chiaro intento di deriderlo. Non c'era alcuna gentilezza. Ambrosios aveva però smesso da tempo di cercarla nel ragazzo. Non sapeva spiegarlo in modo razionale ma Rimian lo aveva sempre messo all'erta fin da quando era piccolo. Non centrava il fatto che il principe nutrisse uno strano odio nei suoi confronti, era qualcosa di più... istintivo. Aveva provato a parlarne col Re Supremo in persona, ma il suo migliore amico, nonché' Giustiziere del Reame e più fidato Consigliere del Re, lo aveva convinto a tacere, conoscendo la natura di Re Damjan.
"Grazie di avermelo chiesto, vostra Altezza. Vostro padre desidera parlarvi in privato, ora. Vi sta aspettando nella Sala degli Accordi." spiegò l'uomo al ragazzo, facendo poi un lieve inchino per congedarsi, desideroso di tornare nei propri alloggi. Rimian non si preoccupò nemmeno di replicare.

Attese che il Comandante fosse uscito del tutto prima di balzare giù dal davanzale con un movimento aggraziato e avanzare verso il proprio letto, dove aveva lasciato il proprio mantello prima.
Bianco. Era rigorosamente bianco con ornamenti in argento. I colori reali erano bianco e oro ma lui era solo un Principe per Titolo, essendo appena sedicenne e non avendo svolto ancora la Cerimonia di Successione, tipica dei Principi regnanti a Phoenix. La cerimonia avveniva sempre dopo 18 anni dalla nascita ma nel suo caso non era nemmeno garantito che fosse lui il predestinato. Era il primogenito, tuttavia non era solo: aveva un gemello, Nicholas, che da qualche settimana era partito dalla città e non aveva più fatto ritorno. Non era la prima volta che succedeva: suo fratello, al contrario di lui, aveva un innata passione per le avventure e tutto ciò che era considerato fuori dalle regole.
Quando avevano entrambi imparato a camminare sulle proprie gambe, Nicholas aveva cominciato a sparire per le strade cittadine, provocando così tanti infarti alla madre e chi di lei ne faceva le veci.
Raggiunta l'adolescenza era stato sempre più difficile tenerlo a bada, così il re, loro padre, aveva stretto un accordo con Nicholas che lo autorizzava a vagare anche fuori dalla città ma sempre entro il confine e che una Guardia lo avrebbe seguito a distanza per assicurarsi di ciò. Oltre a questo suo fratello era tenuto ad avvisare delle sue scorribande. Ed era proprio questo il punto chiave. Nicholas queste tre regole le aveva sempre rispettate, in cambio di poter fare tutto quello che più gli era gradito. Stavolta non avvisò, sparì nel cuore della notte, senza che nessuno se ne rendesse conto, con la sua amata Giumenta Yeory. Rimian si riscosse dai propri pensieri ed una volta indossato il mantello e sistemato il proprio aspetto, uscì dalle proprie stanze e si immerse in uno dei tanti corridoi di quel palazzo dal cristallo scuro. Percorse tutto il corridoio, a testa alta e sguardo fisso davanti a se, desideroso di arrivare al cospetto di suo padre a mente svuotata e lucida, pronto a sostenere qualsiasi dibattito egli intendeva proporgli. Amava suo padre, nonostante tra loro, da qualche anno, non scorresse più buon sangue. Non aveva mai capito il motivo, ne mai aveva osato chiederglielo, ma suo padre smise di svolgere con lui le solite attività che rendeva un poco speciale il loro rapporto, come Nicholas lo aveva invece con entrambi i genitori. Aveva iniziato a trattarlo con sempre più freddezza e Rimian spesso aveva la sensazione che suo padre tentasse SEMPRE di provocarlo, aspettandosi qualcosa,ed ogni volta pareva deluso dall'esito delle loro conversazioni. Raggiunse la fine del corridoio e prese le scale a destra. Scese due rampe e, una volta arrivato al primo piano, bussò alla prima porta, sempre alla sua destra. Le guardie ai lati delle porte gli rivolsero un saluto rispettoso a cui lui rispose con un lieve cenno del capo, serio e posato. Il legno della porta era rigorosamente in nero, con le maniglie in oro. Rimian si era sempre chiesto a cosa servissero. Aveva preso dal genitore il vizio di aprire le porte con la magia, creando molteplici volte scompiglio per i domestici, che non vantavano dello stesso privilegio e spesso si ritrovavano porte in faccia senza aver fatto nulla di male. Fece per bussare un altra volta, notando di non aver ottenuto nemmeno un responso, ma proprio in quel momento le porte si aprirono di scatto e il Primo Consigliere del Re, quale Giddeon, uscì furioso dalla stanza.
"Inaudito!"sbottò l'uomo fra se, senza nemmeno notare il principe. Si allontanò di buona carica e

Rimian poté giurare di averlo sentito tirare un pugno al muro. Seppur perplesso, mantenne la propria inespressività sul viso e si mosse in avanti per entrare.
"Vostra Grazia.." salutò, una volta varcata la soglia. La stanza era circolare e l'arazzo di famiglia era appeso sui tre muri portanti. Esso rappresentava due spade incrociate sopra lo sfondo di un lupo.  Alla  quarta parete vi era una finestra che dava sul balcone. La luce era prodotta da un cerchio di magia, che il Re aveva sicuramente creato prima, ed essa illuminava perfettamente il tavolo al centro della stanza, rotondo anch'esso. Sulla sedia più grande, esattamente davanti a lui, sedeva suo padre, impegnato a scrivere un documento. Rimian si morse il labbro inferiore e finse di sistemarsi i capelli, in attesa di ricevere attenzione da colui che lo aveva mandato a chiamare.
"Sei arrivato finalmente" dopo qualche istante la voce fredda e distante di Re Damjan Theodore Luvjen III ruppe il silenzio della stanza. Il giovane principe cercò di celare il brivido che gli era calato lungo la schiena in quel preciso momento. Nonostante dicesse a se stesso che non importava, che ormai era grande, non poteva evitare di sentirsi triste e spaventato da quel comportamento. Un comportamento che pareva particolarmente esclusivo nei suoi confronti. Suo padre non era conosciuto per il suo calore certo, ma poteva giurare di averlo sentito usare toni meno freddi con gente più sconosciuta degli stessi domestici che si occupavano del palazzo da ancora prima che lui nascesse.
Si inumidì le labbra prima di parlare.
"Perdonate l'attesa. Desideravate qualcosa? Mia madre sta poco bene?" domandò infine. Era per lui lecito chiedere, non vedeva il volto della madre da mesi ormai, da quando una misteriosa malattia l'aveva colpita. Sentiva la sua mancanza anche se riusciva a non darlo troppo a vedere. Il Re supremo di Phoenix posò la penna con cui stava scrivendo e alzò lo sguardo sul figlio. Non importava che fossero ad altezze diverse, riuscì lo stesso a far sentire il figlio un inetto, anche se non aveva fatto nulla di male. 
"Quante volte ti ho detto che non sopporto domande sullo stato di salute di tua madre? Se ci sarà qualcosa di importante da comunicare, stai pur certo che ne verrai messo al corrente. Chiaro?" lo rimproverò pesantemente, senza alcuna particolare emozione o segni di sensibilità ne nella voce ne nel tono, solo un palese fastidio. Rimian non ribatté. Si limito ad annuire e chinare il capo in segno di assenso e umiltà. Odiava sentirsi così impotente davanti a lui..così...debole.
"Chiarito questo punto-" la sedia venne spostata all'indietro mentre Il re si alzò in piedi e raggiunse la finestra. Un altro modo per umiliare il figlio: gli rivolgeva sempre le spalle, uno fra i segni più irrispettosi che esistano nel loro Regno e probabilmente valeva così anche per il resto del continente.
Il principe si trattenne dallo sbottare e si limitò a stringere convulsamente i lati del mantello. Gli occhi azzurri si riempirono comunque di lacrime, mentre un altra ferita si aggiungeva al suo già sofferente animo, -Un giorno...- pensò fra sé e sé, senza però concludere un giuramento che aveva già fatto a se stesso.
"-Sono passati 21 giorni dalla scomparsa di tuo fratello. Il popolo non ne sa niente, non ritengo necessario ingigantire l'accaduto più del dovuto." Di nuovo la voce di suo padre catturò la sua più completa attenzione. Trattenne leggermente il fiato. Parlare di Nicholas lo rendeva particolarmente emotivo. Era preoccupato da morire per il gemello ma gli era stato categoricamente proibito di andarlo a cercare, quando si era reso conto che i giorni di assenza erano davvero troppi.
"V-"non fece in tempo a cominciare la frase che suo padre alzò la mano nella sua direzione, facendogli segno di tacere. Tacque,ovviamente ma a che prezzo? Più il tempo passava più il comportamento del padre lasciava cicatrici troppo profonde da marginare.
"Quello che sto per dirti è un ordine. Sarai tu ad andare a cercarlo, da solo. Che sia un cadavere o meno ciò che trovi, non importa. Riporta a casa tuo fratello. Partirai stanotte stessa."
Il Re pronunciò il suo ordine con distacco e fermezza. Rimian parve congelarsi sul posto, mentre lo osservava congiungere le mani dietro la schiena e voltarsi a guardarlo. Con quel movimento si mossero anche i suoi capelli completamente neri dai riflessi viola, portati lunghi fino alle spalle. Nelle iridi fredde e grigie regnava solo...il nulla. Un'altra brivido scese lungo la schiena del principe, mentre lo sguardo del padre sembrava volergli guardare dentro l'anima e le sue parole riecheggiavano nella sua mente. -C..cadavere?-pensò tra se. Non si accorse di tremare, mentre fece il solito inchino per congedarsi. Non trovò nemmeno la forza di controbattere, la prospettiva che suo padre gli aveva appena presentato era...orribile. Nicholas non poteva essere morto. Non doveva!
"Se non c'è altro, padre..." mormorò sottovoce. Si voltò e raggiunse la porta, evitando per un pelo di inciampare nei propri passi.
"Rimian" lo richiamò il padre, non appena posò la mano sulla maniglia. Il ragazzo si girò nuovamente e vide che era tornato a sedersi, la penna di nuovo in mano. Attese, speranzoso che continuasse.
"Qualsiasi cosa ti dovesse raccontare, sempre se vivo, avrai l'obbligo e il dovere di raccontarmelo, non appena rimetterai piede a palazzo." concluse l'uomo invece, senza perdere il proprio distacco.

Rimian incassò di nuovo il colpo chiedendosi che cosa mai si era aspettato. Annuì di nuovo senza dire alcunché e lasciò definitivamente la stanza. Una volta fuori si appoggiò al muro di fronte con la mano destra. Con quella sinistra si levò il mantello con un gesto secco, come se stesse avendo un colpo di calore in quel palazzo dove regnava il freddo... -Nicholas...io ti troverò...vivo. Non puoi essere morto. Non puoi e basta- pensò nuovamente, e questo pensiero, anche nella sua testa, aveva una nota disperata. Le lacrime, che era riuscito a controllare prima, si lasciarono cadere lungo le sue guance, per un breve tratto, prima che lui le asciugasse via con rabbia. Guardò un ultima volta la porta dietro la quale suo padre aveva nuovamente dimostrato quanto poco tenesse a lui...a loro. Ai suoi stessi figli.
"Io lo riporterò a casa... che sia tuo vero desiderio o meno" sussurrò con rabbia a se stesso, prima di avanzare nuovamente e rifare il percorso precedentemente fatto, al contrario.
Doveva prepararsi per il viaggio. La determinazione ora aveva preso il posto della rabbia e del dolore.

Il freddo gli giungeva fin sotto pelle mentre cavalcava in mezzo a quel bosco immenso, quello che ne lui ne il gemello hanno mai potuto attraversare del tutto, se non volevano trovarsi di fronte a qualche pericolo mai affrontato o peggio, alla ira del loro genitore. I passi del suo destriero, Hirsos, risuonavano in mezzo a quel sentiero sempre più buio e fitto di alberi alti e verdi, che parevano sussurrare al suo passaggio. Si strinse forte nel proprio mantello, combattendo la paura che lentamente prendeva vita dentro di lui. Sussultò pesantemente quando un rumore, differente da quelli sentiti fino a quel momento, giunse alle sue orecchie. Si voltò di scatto, ma non vide nessuno. Fermò il proprio cavallo, che avendo avvertito anche lui che qualcosa non andava, prese a nitrire leggermente e a scalciare con la zampa anteriore.
“Shhh...” lo ammansì il principe continuando a scrutare nel buio. Poi,in lontananza, sulla strada da lui appena percorsa, scorse una figura a cavallo che si avvicinava rapidamente. La mano sinistra lasciò andare le briglie e corse ad afferrare l'elsa della spada che teneva sulla cintura attorno alla vita, coperta dal mantello bianco e oro. Spronò Hirsos con un leggero colpo dei talloni e si immerse di più in mezzo alla foresta, lasciando così il sentiero. Rimase nascosto dietro ad un cespuglio alto, sicuramente una pianta di cui non conosceva il nome, finché non vide la figura scorsa prima raggiungere lo stesso punto in cui si trovava lui in precedenza. Indossava un mantello azzurro e dai bordeggi in oro: apparteneva ad una famiglia nobile o almeno questo voleva far credere. Poco dopo Rimian fece fare un balzo al proprio cavallo in modo da sbarrargli la strada e senza esitazione gli puntò la spada contro.
“Mostratevi! Perché mi stavate seguendo?” Ordinò con voce fredda e perentoria. Lo sconosciuto alzò lentamente le mani per calarsi il cappuccio e, quando lo fece, Rimian sbarrò gli occhi con sorpresa: che ci faceva lei lì? Quello che credeva un nemico altri non era che Yvjonne, la giovane figlia della Guaritrice Suprema, Ylenja.
“Voi? Per quale ragione vi trovate qui?” domandò, abbassando la spada ma tenendola comunque in mano. La giovane ragazza, che aveva solo un anno in meno rispetto a lui e Nicholas, portava lunghi capelli rossi, ora legati in una treccia ben curata e laterale. Ella aveva un paio di occhi verdi e brillanti e la pelle candida. Le guance di lei erano arrossate per il freddo e forse anche per l'imbarazzo di quel momento.
“Sono qui per offrirvi il mio aiuto, vostra altezza. Ho saputo da mia madre che vostro padre vi ha incaricato di-”
“Lasciamo stare i convenevoli, quante volte hai dormito nella nostra stanza dopo aver giocato con mio fratello?” la interruppe bruscamente Rimian, mettendo finalmente da parte la spada. Yvjonne scoppiò ridere e il ragazzo la guardò attentamente con un che di rapito. Lei era una cara amica di Nicholas e nonostante avessero passato tanto tempo insieme loro tre, fra loro non vi era mai stato un grande rapporto.
“Hai ragione.” gli disse poi con timidezza.
“Non ho bisogno del tuo aiuto comunque. Mio padre ha affidato questo compito a me e se scoprisse che sono stato aiutato lui non mi riterrà mai degno di essere suo figlio” disse lui poi, facendo voltare il proprio cavallo e facendo per proseguire.
“Lui non deve per forza sapere che ti ho aiutato” la sentì ribattere alle proprie spalle. Rimian si voltò nuovamente a guardarla come infastidito.
“Ti avrà sicuramente visto partire dopo la mia partenza, se vede che non fai ritorno si farà delle domande e credimi, troverà anche le risposte” rispose con meno gentilezza rispetto a prima.
Perché insistere tanto?
“Mia madre ha detto al Re che devo far visita a dei parenti lontani in sua vece e lui ha accordato il permesso di farmi allontanare da Itriae e Phoenix” controbatté la ragazza con determinazione.
Rimian inarcò un sopracciglio guardandola. -Ma tu guarda se...- Sospirò fra se con forza.
“Se le cose stanno così non ci resta che proseguire insieme” concluse scocciato, spronando il proprio cavallo lungo il sentiero, desideroso di ignorare quella improvvisa compagnia. Spera solo che non si riveli d'intralcio. In pochi passi da parte del proprio cavallo,Yvjonne lo raggiunse, cavalcando così al suo fianco. Rimian le lanciò una breve occhiata e constatò con ulteriore fastidio che sembrava come in estasi per quel momento.
“Stiamo per inoltrarci in zone inesplorate per noi e non è un viaggio di piacere” le fece notare con astio. La bionda roteò gli occhi e schioccò la lingua.
“Lo so. Stiamo andando a salvare Nicholas. Questo non significa che il viaggio non possa essere piacevole” disse infine, voltandosi a guardarlo negli occhi. Il tono con cui pronunciò il nome del gemello, a Rimian non piacque per niente. Non seppe nemmeno dire il perché ma quella nota colma di affetto nella voce gli fece venire i brividi quasi e una morsa inspiegabile al cuore.
“Si beh. Come preferisci” tagliò corto, coprendosi poi il capo col cappuccio come a mettere fine a qualsiasi ulteriore discussione. Yvjonne sospirò tra se e scosse il capo, per poi puntare lo sguardo dritto davanti a se, sperando di vedere qualche animale selvaggio, di cui ha sentito finora solo parlare. In cuor suo era molto emozionata per quel momento. Contava di ritrovare il suo amato Nicholas al più presto e sperava di trovarlo vivo. Sperava anche che l'astio di Rimian nei suoi confronti non degenerasse. E così i due giovani proseguirono lungo quel sentiero, carichi di speranze e paure, decisi ad affrontare qualsiasi sfida pur di trovare qualcuno ad entrambi tanto caro.




*La vita media di un Eesaya va dai 350 ai 500 anni e l'aspetto rimane immutato dai 25 ai 250 anni dove inizia un lento processo di invecchiamento
   
 
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