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Autore: Relie Diadamat    11/08/2017    1 recensioni
Alda si sarebbe chiesta, da quel pomeriggio in poi, se le cose sarebbero andate diversamente se avesse piovuto.
Quel dubbio si sarebbe insinuato nella sua mente ad ogni alba e a ogni tramonto; avrebbe bussato alla sua porta ogni notte, ogni mattina, che si fosse trovata per strada o tra le mura di casa.
L’avrebbe divorata viva fino al suo ultimo respiro.
Se avesse piovuto Zoe si sarebbe rinchiusa in camera.
Se avesse piovuto Zoe sarebbe rimasta in pigiama.
Se avesse piovuto Zoe non sarebbe mai corsa fuori casa. Non sarebbe mai fuggita.
Se avesse piovuto, Zoe non avrebbe mai preso quel bus.
Quella domanda sarebbe diventata il suo incubo peggiore, seguito da un pensiero ancora peggiore: sua figlia era già morta prima ancora che perdesse la vita.
[Partecipante al contest “End of the Line” indetto da Found Serendipity]
Genere: Angst, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: What if? | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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II. Chiaroscuro
 
Ieri sono morto,
il domani sta sanguinando.
Cado nella tua luce.
Trading Yesterday
 
Dovette sbattere più volte la ciglia per mettere a fuoco ciò che la circondava, la vista man mano più nitida.
Faticò capire dove si trovasse e socchiuse gli occhi, facendosi schermo con la mano, infastidita dalla luce che le colpiva il volto. Era bianca e accecante.
Chiuse con forza gli occhi quando l’intensità della luce arrivò ad un livello insostenibile, portandosi d’istinto una mano alla testa, tra i capelli castani. Le sembrò di non essersi neanche sfiorata, come se le sue dita avessero incontrato aria, ma quel pensiero ebbe vita breve: un suono assordante, acuto, le trafisse i timpani penetrandole la testa. Zoe ebbe come l’impressione che le sarebbe esplosa tra le mani da un momento all’altro.
Si piegò sulle ginocchia, appallottolandosi su se stessa come un pezzo di carta inghiottito dalle fiamme. Provò una grande paura, il panico s’impossessò di ogni suo muscolo finché si lasciò andare.
Allora tornò il silenzio, il buio.
La pace.
 
**
Era tutto grigio.
Non appena ripreso i sensi, Zoe si accorse di essere circondata dal grigio in tutte le sue tonalità. Attorno a lei c’erano un tavolo in legno, rotondo, un vaso di fiori finti, un divano e una credenza. La carta da parati ricordava vagamente l’Inghilterra e il dopoguerra, e in alcuni punti era sollevata dalle pareti.
Tutto grigio.
Zoe conosceva quel posto, ci era già stata.
Il silenzio che regnava in quel luogo era assordante, ma allo stesso tempo rilassante.
Decise di avanzare di qualche passo, raggiungendo una vecchia poltrona. Solo in quel momento, allungando una mano per toccarne la stoffa, Zoe si accorse che la sua pelle era di un grigio chiaro.
Come poteva mai essere possibile?
Abbassò lo sguardo sui suoi piedi: erano nudi e grigi come le braccia e le mani. Si mosse sul posto, la testa nel pallone, accorgendosi di non avvertire il contatto col pavimento. Non lo sentiva.
Non era né caldo, né freddo, né asciutto e né bagnato.  Non lo sentiva.
«Che cosa è successo?» domandò in un sussurro.
«Sei scappata».
Zoe voltò il capo alla sua sinistra, ritrovandosi faccia a faccia con una bambina. La piccola aveva i capelli raccolti in due codini alti, le guance piene, le mani nascoste dietro la schiena. le sopracciglia sottili e in perfetto ordine, un vestito a tema floreale addosso. Tutto grigio.
Qualcosa dentro di sé la spingeva a credere che la conoscesse, ma Zoe non sapeva dirsi in che modo. «Sto sognando?»
La bambina scrollò le spalle, piegando le labbra sottili in una smorfia strana. «Più o meno».
«Sono salita in autobus, mi sono seduta ed ho appoggiato la testa contro il finestrino», fece mente locale Zoe, ricordando parola dopo parola le ultime azioni che aveva compiuto. «Poi, mi sono addormentata».
«Non ti sei più svegliata», intervenne la bambina. Aveva all’incirca sette anni.
«Sto ancora sognando?» Zoe era confusa. In tutta la sua vita non aveva mai fatto un sogno simile, neanche dopo una maratona di film horror.
Vide la bambina scuotere il capo, i boccoli accarezzarle le orecchie. «Stai ancora scappando», la corresse.
Zoe non capiva, non riusciva a capire. «Da cosa?»
«Devi sceglierlo tu».
Non aveva alcun senso. Niente di tutto quello che stava succedendo ne aveva uno. «Che ci faccio qui?»
«Hai calpestato la linea nera».
Fu come essere travolta da tonnellate di metallo ad alta velocità mentre i ricordi riaffioravano rapidi uno dopo l’altro: il gioco della linea nera nel cortile della vecchia casa, la poltrona dove suo padre sprofondava per leggere il settimanale ogni domenica pomeriggio, i giochi da tavolo ogni sera prima di dormire, il trasloco… e poi tutto il resto, fino al suo ultimo desiderio.
“Voglio morire.”
Come se avesse udito i suoi pensieri, la bambina le diede le spalle e cominciò a correre. Zoe non riusciva a udire il suono dei suoi passi, la vedeva solo sparire in tutto quel grigio.
«Aspetta!» le urlò.
Poi la rincorse.
 
**
Zoe corse, corse senza capirne il motivo. Ne valeva davvero la pena?
Non era meglio restare in tutto quel grigio, in tutta quella pace e chiudere gli occhi?
Lì non ci sarebbe stato nessuno a guardare i tagli sulle sue braccia come svastiche indelebili; nessuno avrebbe giudicato il suo mancato appetito come sintomo di una nuova patologia neurologica; nessuno l’avrebbe più guardata come una pazza da rinchiudere in un centro di igiene mentale.
Non avrebbe patito la fame, lì, e nemmeno la sete. Sarebbe stata solo in pace…
Perché affannarsi tanto per tornare ad una vita che non desiderava più vivere?
Rallentò il passo, trasformando la corsa affannosa in una camminata lenta.
In quello che le parve il corridoio della sua vecchia casa di periferia, riconobbe la porta della sua stanza. Le labbra si arricciarono in un sorriso triste, riflesso di una trovata rassegnazione.
Il gioco non valeva la candela, si convinse.
Circondò la maniglia con la mano destra e, dopo un attimo di esitazione, aprì la porta.
 
**
Ciò che trovò dall’altra parte la lasciò letteralmente senza parole.
Non c’era il suo letto, non c’era la piccola libreria rosa come ricordava.
Dinanzi a sé si estendeva una spiaggia grigio perla e il mare aperto. Le onde morivano alla riva senza il minimo rumore, ritirandosi nel grigio antracite in netto contrasto col bianco accecante del cielo.
Il sole era una palla bianca senza calore.
Anche se aveva perso i suoi colori, Zoe ricordava benissimo quella spiaggia. Ricordava le giornate d’Agosto a costruire castelli di sabbia, pomeriggi spesi a passeggiare lungo la battigia, lasciando che il mare le accarezzasse i piedi con le sue acque salate. Ricordava le lunghe nuotate con suo padre e le urla di infondata disperazione di sua madre. Poi ricordava un abbaio, il lungo pelo beige baciato dal sole, e un muso nero che la raggiungeva in acqua. Pablo.
Il giorno in cui lo aveva trovato per strada, abbandonato e malnutrito, Zoe aveva appena comprato un libro di Neruda. Zoe amava quel poeta quasi quanto amava scrivere poesie.
Ma Pablo… Pablo aveva sempre avuto un posto in prima fila nel suo cuore, secondo a niente a nessuno.
Certo, quando si era presentata a casa con un cane sporco, tutto pelle e ossa, Alda aveva dato di matto. Suo padre, però, come sempre, era stato dalla sua parte.
Alla fine si erano innamorati tutti di lui, persino sua madre. Lasciarlo andare, dopo che il tumore allo stomaco era diventato incurabile, fu difficile e doloroso per tutta la famiglia.
Un abbaio.
I suoi occhi lo ritrovarono un attimo prima che scattasse l’allarme. Pablo era seduto in riva e agitava la coda dalla contentezza. Tutto intorno si colorò di rosso e blu ad intermittenza.
«Credo che morirò, Pablo» sussurrò e la sua voce si perde in quel suono acuto.
Un guaito. Pablo non scodinzolava più; si voltò verso il mare sparendo in quella macchia di grigio antracite.
No.
No. No. No.
«NO!» urlò, con tutto il fiato che aveva nei polmoni. E corse, corse come non aveva mai corso in vita sua, corse finché l’acqua non le arrivò al ventre.
Pablo non c’era più. Avrebbe voluto piangere, urlare, battere i pugni sull’acqua, ma non ce ne fu il tempo: alzando gli occhi verso l’alto, vide un’onda di cinque metri che troneggiava su di lei.
Credo proprio che morirò, Pablo.
Un attimo prima che quella spaventosa colonna d’acqua le cadesse addosso, Zoe si coprì d’istinto il viso con le mani.
 
**
Una risata.
Fu nell’udire il suono di una risata a lei tristemente familiare che riemerse dalle acque grigie di quel posto al di là del reale.
«La tua incoerenza è tremendamente spaventosa, Zoe».
Come avrebbe potuto non riconoscerla? L’avrebbe riconosciuta tra mille persone, tra mille volti tutti uguali, tra mille voci in un coro.
Stefania nuotava allegra e spensierata in quelle acque scure e malinconiche, senza emozione, il solito sorriso sornione sulle labbra rosse. Stefania, la persona che un tempo aveva anteposto anche a se stessa, la persona che la completava in modo irrazionale. Stefania la gelida, Stefania la ragazza scostante senza amici.
Sentirsi parte del suo mondo era bello, era stranamente appagante. Si sentiva parte di qualcosa, qualcosa di unico e irripetibile. Esistevano solo loro.
Peccato che Stefania la pensasse diversamente, anche se a parole pretendeva questo ed altro. Forse Zoe le si era avvicinata perché, a pelle, aveva colto una somiglianza: Stefania era la figlia di un padre che l’aveva abbandonata troppo presto, Zoe di una madre che non aveva mai provato a comprenderla.
Forse erano utili l’una all’altra per colmare quelle mancanze, forse avevano sbagliato alla grande fin dall’inizio. Restava il fatto che perderla era stato terribile e che, a ripensarci bene, Stefania non aveva alcun motivo per essere lì con lei. «Cosa intendi dire?»
«Non vuoi vivere, ma non vuoi neanche morire», rispose pratica l’altra. «Insomma, si può sapere cosa vuoi, Zoe? Certo, non sei mai stata brava in questo tipo di cose».
«Cosa ti fa pensare che io non voglia morire?»
Stefania la guardò in modo strano,  un angolo della bocca sollevato all’insù. «Vuoi morire?»
Non lo so.
Un’altra risata.
«Oh, Zoe, ma che ingenua che sei…» Stefania si avvicinò a lei fino a poggiarle una mano sulla guancia in una carezza incerta. «Tu sei già morta. I morti non sento nulla. Sono morti».
Zoe sbarrò gli occhi, allarmata, ma Stefania la spinse verso il basso. Zoe si dimenò, tentò in tutti i modi di scrollarsela da dosso ma senza successo.
Sarebbe annegata. Sarebbe morta.
«Tuo padre diventerà un uomo distrutto. Tua madre verrà inghiottita dai sensi di colpa. Maya perderà interesse nell’arte e… Dio mio, Arthur piangerà tutte le sue lacrime».
Arthur.
Come aveva potuto non pensarci a lui?
Come aveva potuto ignorare i suoi occhi azzurri, il modo la faceva ridere senza una ragione, il lecca-lecca che le aveva comprato al bar della scuola?
L’aveva abbracciata, una volta, e Zoe aveva creduto che non esisteva al mondo un posto migliore dove passare gli ultimi trenta secondi di vita. Arthur era caldo, Arthur era vero, Arthur le accarezzava il viso e poi faceva il cretino.
D’improvviso sentì così tanto freddo…




Relie's Corner: 
Giusto per amore di chiarezza: ho inserito il genere "soprannaturale" perché - dato questo viaggio post-mortem compiuto dalla protagonista. Fantasy non mi sembrava per nulla appropriato...
Il nome della protagonista non è stato scelto a caso: Zoe vuol dire "vita"; inoltre, neanche il colore grigio è stata una scelta casuale: dando anche solo una rapida occhiata al significato dei colori, si apprende con facilità che il grigio è associato all'apatia... e quindi alla depressione. 
Ringrazio chiunque abbia letto fin qui, per me conta davvero molto.
Spero di ricevere vostri pareri, nel bene e nel male.
Alla prossima!
   
 
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