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Autore: _sweetnightmare_    12/08/2017    0 recensioni
[...]amavo il rock e avevo deciso di includerlo nella mia vita ad ogni costo. Quella musica così rumorosa mi era entrata così tanto nelle vene, da unirsi al mio sangue e diventare un'unica miscela.
**
Non riuscivo a capire cosa davvero tutti intendessero con la parola cambiare, dal momento che sotto questo punto di vista nulla era cambiato davvero. Persino io mi domandavo cosa davvero dovevo cambiare di me, del mondo.
**
Guardai i granellini sparsi sul tavolo di vetro blu davanti a me, poi rivolsi il suo sguardo a lui, esterrefatta.
-''Ma io voglio sentirla in me, voglio provare le vostre stesse sensazioni. So reggere una botta.''- dissi, sperando che il mio brevissimo discorso fosse stato sufficiente per convincerlo. Lui mi guardò, con la stessa espressione con cui si guardano le ragazzine sciocche. Sguardo pieno di compassione, anche un po' di pena. Scosse la testa, facendo dondolare i suoi ricci sulle spalle.
-''Bimba, forse è meglio se ordini le tue idee, eh.''-
Genere: Erotico, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Scolastico
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3.



Qualcuno aveva detto che il buongiorno si vede dal mattino. Era chiaro che quello era un mattino iniziato male, e che molto probabilmente sarebbe finito peggio. Partendo dal principio: la sveglia non era suonata, aveva perso il bus, mi ero allenata per la maratona di New York correndo fino a scuola per non arrivare tardi, ero caduta procurandosi un graffio sul ginocchio e quando finalmente ero giunta davanti al portone della scuola, avevo realizzato di essere in perfetto ritardo. La lezione era cominciata già da mezz'ora, e molto probabilmente non mi avrebbero lasciata entrare. Sospirai, e bussai piano alla porta della mia classe. Sentii l'insegnante smettere di parlare e invitarmi ad entrare. Con la testa china e lo sguardo basso, puntato sul graffio che mi ero procurata correndo per non arrivare tardi, mi diressi verso il mio banco, accanto a Rose, che mi aspettava speranzosa con un sorriso a trentadue denti. Come se fossi stata lì dall'inizio dell'ora, aprii la borsa di pelle ed estrassi il libro di chimica, ignorando lo sguardo dell'insegnante, che mi guardava indeciso se chiedermi il motivo del suo ritardo.

Doveva solo tacere.

Dopo qualche minuto di silenzio riprese la lezione, e tirai un sospiro di sollievo, ringraziando chiunque l'avesse spinto a non chiamarmi in causa. Con lo sguardo puntato sul libro, intenta a leggere qualcosa per non trovarmi impreparata, nel caso in cui l'insegnante avesse fatto qualche domanda sulle lezioni precedenti, sentii Rose che tamburellava con la mano sul suo braccio.

-''Ehi, Lav''- Mi chiamò a voce bassa, per non farsi richiamare dal professore.

-''Sto ripetendo.''- La ragazza alzò lo sguardo per un attimo e la vide giocare con due bigliettini.

-''Che fine hai fatto dopo il concerto?''-

Io rimasi con lo sguardo sul libro. -''Dopo ti racconto tutto.''-

-''No...me lo racconti ora. Che fine hai fatto dopo il concerto?''-

Sbuffai. Possibile che non sapeva aspettare? D'accordo che la curiosità è donna, ma io non sono così! Non potevo dirle: 'Rose, abbiamo scopato. Dopotutto è questo che fanno le groupie, no?' in quel momento. Era fuori da ogni logica.

-''Nulla.''- dissi solamente.

-''Nulla non è la risposta alla domanda. Che fine hai fatto dopo il concerto, Lav?''-

Sospirai rumorosamente. Aprii il mio astuccio ed estrassi la matita, con la quale scrissi sul banco. Poi le feci cenno di leggere. Si portò immediatamente una mano alla bocca, da cui uscì un urletto eccitato. Io arrossii violentemente, mentre il prof si voltò verso di noi e cercavo di cancellare ciò che avevo scritto con le dita.

-''Ora lo sai. Lasciami studiare.''-

-''Lo sapevo che avresti ceduto! Steven è...Steven! E' perfetto, è il sogno proibito di ogni donna. Non sei contenta?''- Mi voltai di scatto, decisa a risponderle con i fiocchi. Doveva tacere. Chissà che reputazione aveva lui di me.

Quella di una sciocca bambina groupie opportunista e vergine.

Si, me lo ripetevo continuamente.

La vidi giocare con due biglietti tra le mani. -''Che sono quelli?''-

Lei mi guardò come un'oca.

Lavinia, sveglia! Lei è un'oca. Maligna, per giunta.

-''Non capisci, piccola Lavi?''- esclamò a voce bassa, ma emozionatissima. -''Andremo al loro concerto. Si esibiscono di nuovo al Whiskey questo sabato!''- Si portò il labbro inferiore tra i denti, mentre con un dito si arricciava una ciocca di capelli e guardava lontano con lo sguardo sognante.

-''Andremo?''- Sgranai gli occhi.

-''Certo! I biglietti sono due, uno per me e l'altro per te.''-

Alzai un sopracciglio, diventando improvvisamente rossa in volto. Presi entrambi i biglietti e li strappai in mille pezzetti, poi li appallottolai e li nascosi nel mio zaino. Mossi istintivamente il braccio e lasciai cadere il libro a terra, provocando forse eccessivo rumore, considerando che tutta la classe si voltò verso di me il prof mi fulminò con lo sguardo. Rose sorrise a tutti, mentre io diventavo ancora più rossa dalla vergogna.

-''Piccola Lavi, che c'è? Stai male?''- Mi chiese quella gallina. L'avrei uccisa, giuro!

-''Certo! Io non metterò più piede lì, hai capito? Ti rendi conto che fine ho fatto per assecondare quella tua stupida scommessa? Ho baciato l'uomo più bello del mondo, sono diventata una groupie e per giunta anche vergine. Beh, vergine lo ero prima del concerto.''-

Ero convinta di aver detto tutte quelle parole nella mia testa, ma evidentemente non era andata così. Tutta la classe si voltò verso di me. Sentii dei bisbigli e delle risatine provenire tra i banchi, e il professore che mi guardava con gli occhi sgranati.

Che vergogna.

Che vergogna.

Che vergogna.

Avevo svelato a tutti il mio segreto.

Che vergogna.

-''Martini! Turner! Vedo che avete voglia di parlare! Avete tanto da dirvi? Venite qui, così mi aggiungo anche io alla conversazione. Interrogate, entrambe!''-

Guardai Rose e la supplicai con gli occhi di cercare una scusa, una qualsiasi, per non andare. Lei ghignò come una stupida, e in quel momento lo era davvero.

-''Smettila di sorridere...''- le sussurrai, a denti stretti.

-''Che facciamo?''-

-''E che facciamo? Andiamo...Male che vada prendiamo sei.''-

-''Tu prendi sei, io non ho ancora aperto quel libro.''-

-''Allora? Volete un impreparato o venite?''-

-''Veniamo.''-

Guardai al cielo. Quel giorno era iniziato davvero male.


 

***

Non so come, ma ancora una volta Rose riuscii a convincermi. Forse, perchè lo volevo anche io. Io volevo rivederlo, spiegargli tutto nonostante l'imbarazzo e la vergogna, dirgli che mi dispiaceva e soprattutto che non ero una di quelle ragazzine così fanatiche da accettare ogni compromesso pur di stare accanto ad una rockstar.
Non ero come quelle ragazze del concerto che avevamo incontrato la prima volta.

Non ero come Rose.

Io credevo nel vero amore e, per quanto potesse piacermi quel dannato cantante, mai avrei accettato di stargli accanto così.

Dopo essermi accertata che tutti dormivano, aprii piano la porta e uscii. Era la mia prima serata di lavoro, e nessuno lo avrebbe dovuto scoprire. Già immaginavo le critiche dei miei genitori, i loro rimproveri. Mi avrebbero proibito di uscire un'altra volta. E io, in quella casa, volevo starci sempre meno. Non perchè avevo qualcosa contro di loro, ma mi sentivo troppo diversa...forse ero troppo diversa. Non sopportavo il loro atteggiamento repubblicano, i loro commenti acidi, il loro non capire le mie scelte.

Mi servivano i soldi per pagare il biglietto del concerto. Dopo averli ridotti in mille pezzi,  Rose non era riuscita ad ottenere un ''permesso speciale'', come lo definiva lei, ed era stata costretta a ricomprarli.

Guardai l'orologio che avevo al polso: 22:30. Alzai le spalle e mi avviai verso il pub nel quale avrei prestato servizio per qualche sera. Era buio, e un po mi faceva paura. Mi strinsi le braccia intorno al corpo, e continuai a camminare. Sentivo in lontananza il rumore delle moto, delle auto, di qualcuno che parlava. Mi rassicurava, in fondo, sapere che c'era qualcuno per quelle strade, con me. Anche se erano dei perfetti sconosciuti, andava benissimo.

Poi il rumore si fece più vicino, e io ne fui più contenta, anche se da qualche parte dentro di me cominciava a farsi strada quel sentimento di paura che poi si verificò essere fondato. In quel momento diedi la colpa alle assurdità dei miei che mi ritornavano in mente. Non erano certo degli assassini che mi avevano seguito da casa mia fino alle strade della periferia di Los Angeles. Erano solo false congetture, mi dicevo, solo la parte irrazionale di me che usciva fuori. Portai le mani nelle tasche del mio giubbotto di jeans e mi rannicchiai ancora di più in me stessa, mente canticchiavo per allontanare da me la paura.

-''I love rock'n'roll, so put another

dime in the jukebox, baby!''-

Eppure qualcosa mi suggerì di velocizzare il passo, di non allontanare da me quel sentimento perchè aveva una ragione valida per venir fuori proprio in quel momento.

A quindici anni si ritorna un po bambini, non si percepisce appieno il pericolo. E io, in quel momento, non sapevo davvero cosa significasse trovarsi in una situazione simile. Continuai a pensare che quello era solo frutto della mia fantasia fin quando la moto che -lo capii dopo- mi aveva seguito fin li si fermò proprio davanti, bloccandomi il passo. Cercai di spostarmi, ma ero paralizzata.

-''Ti serve un passaggio, bambina?''- mi chiese uno dei due uomini, quello che guidava la moto. Io abbassai lo sguardo, cercando di apparire sicura di me come facevo per la maggior parte della mia vita.

-''No, grazie.''- risposi, cercando di proseguire.

-''Oh, ha detto anche 'grazie'. Hai visto com'è gentile questa bambina?''- L'uomo che mi aveva parlato per prima si rivolse a quello che aveva dietro di se. Li guardai meglio, volevo riconoscere i loro visi, ma il buio della notte e i caschi me lo impedirono. -''Chissà se è sempre così.''- Il secondo scese e mi afferrò per un braccio, strattonandolo e facendomi uscire la mano chiusa a pugno nella tasca. Iniziai a tremare, ma non saprei dire se di freddo -anche se era giugno- o di paura. Urlai, ma l'uomo mi serrò i polsi con la sua mano dietro la schiena, mentre avvicinava il viso al mio. Cercai di difendermi da quella presa così forte e da quel bacio che mi avrebbe sporcato le labbra a vita, voltando la testa da un lato e continuai a gridare. Incrociai per un attimo lo sguardo di quel folle che si era tolto il casco, poi provai a pestargli un piede con i miei anfibi. In un solo attimo rividi davanti ai miei occhi tutta la mia vita e pensai che fosse l'ultimo momento disponibile in cui avrei potuto pentirmi coscientemente per non rischiare l'Inferno. Mi pentii per la prima volta per non aver dato ascolto ai miei genitori, e nell'incoscienza dei quindici anni, di aver accettato un lavoro in periferia per pagare il biglietto del concerto. Avrei potuto rubare quei soldi, sicuramente sarebbe stato meglio essere segregata in casa piuttosto che essere a un passo dalla violenza.

 

**
 

-''Alza il volume, stanno parlando di Reagan.''- Lui lo ignorò e continuò a guidare, mani sul volante e sguardo dritto sulla strada. John lo guardò con aria di sufficienza e di sfida, com'era solito guardarlo, e poi roteò leggermente la valvola del volume. Era una lamentela costante, cinico, presuntuoso e arrogante. Tutti questi difetti in un ragazzo che non aveva ancora trent'anni.

Non lo sopportava, in quel momento lo avrebbe volentieri fatto scendere dall'auto e farlo ritornare a casa a piedi, ma nonostante tutto non sarebbe arrivato a tanto. Gli bastava ignorare i suoi comportamenti, e tutto finiva lì. Se voleva litigare, non gli restava che farlo da solo. Aveva già i suoi problemi, e John era l'ultimo.

Prese a canticchiare a voce bassa, mentre lui ascoltava tranquillo le sue notizie preferite. Lo guardò infastidito, non bisognava aprir bocca quando c'era alla radio qualcosa che gli interessava. Lui continuò a ignorarlo e a canticchiare, se non gli stava bene poteva scendere.

Notò da lontano dei movimenti. Guidò noncurante, ma quando fu abbastanza vicino scorse me, che cercavo di divincolarmi da quei due uomini che mi tenevano stretta.

-''Che stai facendo, coglione?''- sbottò John, mentre lui accostava, Scese e corse mi corse incontro, dall'altra parte della strada, facendo segno al suo amico di aspettare lì.

Arrivò come una furia. Non capii bene cosa stesse succedendo, sentii solo delle mani sulle mie braccia che mi strattonavano prima a destra, poi a sinistra... E poi una voce, che mi intimava di correre verso l'auto.

Mi comportai esattamente come mi era stato detto, entrai in auto e mi raggomitolai su me stessa, tremante.

Poco dopo il ragazzo che mi aveva salvata da quei due uomini mise in moto, e andammo via da quella zona.

Scoppiai in un pianto represso, con lo sguardo fisso sulla strada che sembrava muoversi. Sentivo le lacrime bagnarmi le guance, lacrime nere del trucco scuro che si scioglieva, e le gambe tremare. Mi spinsi sempre più verso un angolo, come per non farmi vedere da nessuno. Chiusi gli occhi, e forse per qualche minuto mi addormentai.

-''Scendi.''- Quella voce mi svegliò dal mio dormiveglia. Pensavo ce l'avesse con me, e mi voltai verso di lui che, invece, si rivolgeva al ragazzo seduto accanto a lui. Non mi ero accorta della sua presenza fino a quel momento. Lui scese, chiudendo violentemente la portiera dell'auto. Lo vidi andare verso una porta, aprirla, e poi scomparire dietro di essa.

Ero convinta che il ragazzo che guidava si fosse dimenticato di me, invece si voltò dietro, e mi osservò con gli occhi scuri. Imbarazzata, abbassai lo sguardo sulle mie gambe scoperte, sicuramente con qualche livido. Con un gesto mi invitò a salire davanti, al posto del suo amico, e io accettai.

Chiusi la portiera e poi, con gli occhi gonfi, lo guardai. Lui spense la radio.

-''Dio li fa e poi li accoppia.''- esclamò, scuotendo la testa. Io sorrisi, le labbra doloranti a causa dei morsi che mi ero tirata da sola. -''Io sono Steven. Tu invece sei...?''-

Il suo sguardo mi riscaldò. -''Lavinia.''- riuscii a rispondere, con la voce flebile. Lui si mise comodo di fronte a me, per quanto le sue gambe lunghe e il sedile glielo permettessero. Mi porse un fazzoletto.

-''Non c'è bisogno di piangere.''- mi rassicurò, mentre io mi asciugavo le lacrime. Mi accarezzò piano i capelli, una sola ciocca, poi ritrasse la mano, come se si fosse bruciato. Istintivamente mi ritrassi. Lo vidi abbassare lo sguardo.

-''Ho paura.''- mi lasciai sfuggire. Lui sorrise. Ogni volta che vedevo le sue labbra assumere quell'espressione, mi sentivo più tranquilla.

-''Ma non devi aver paura...ti riporto a casa, va bene? Devi solo dirmi dove abiti.''-

-''Non voglio ritornare a casa.''-

Lo sentii sospirare. Forse mi capiva, capiva ciò che intendevo.

-''Va bene. Allora dimmi dove vuoi andare.''-

Avrei detto volentieri 'dove vai tu', ma non volevo passare per quella che non ero, e poi avevamo condiviso dei momenti abbastanza particolari e anche se mi aveva salvata da quei due violenti e si era offerto di riportarmi a casa, sentivo ancora in me quella paura che potesse succedermi qualsiasi cosa. Inoltre, avevo il terrore che mi riconoscesse, che si ricordasse del mio viso, della mia voce. Lo guardai, cercando di carpire in quelle due pozze scure il vero significato di quella proposta. Non vi trovai nulla di male.

-''Dove vuoi.''- dissi allora, perchè davvero non sapevo dove saremmo potuti andare a quell'ora a Los Angeles.

Lui allora si sedette composto, piedi sui pedali, mani sul volante e riprese a guidare. Io mi voltai di novo, lo sguardo perso in tutto ciò che vedevo attraverso il finestrino. Percorremmo la strada in silenzio, di tanto in tanto mi giravo verso di lui.

Arrivammo in una zona meno squallida di quella in cui mi aveva trovata, ma la notte era ancora più fonda e non riuscivo davvero a capire dove mi trovassi. Lui scese dall'auto, mi disse di aspettare e mi aprì la portiera, come un vero cavaliere.

Mi fece cenno di seguirlo fino al portone. Lo seguii e quando entrai, mi si aprì un mondo davanti agli occhi. Sembrava la mia stanza, ma molto più disordinata e più nel mio stile.

-''Benvenuta a casa mia.''-mi disse, appena chiusa la serranda. Si accomodò sul divano, lo stesso feci anch'io.

Accese anche la luce e con la frangia cercai di coprirmi ancora di più. Mi maledissi per non essere riuscita a difendermi da sola, per essere scappata di casa e per aver accettato la proposta di Rose. Ero felice, ma avevo paura. Paura che, a distanza di tanti anni, non so ancora da dove provenisse.

Mi vide sorridere, negli occhi un'espressione più tranquilla. Ero felice, non voleva farmi nulla di male e lo avevo capito.

Lo osservai meglio. All'epoca avevo i capelli biondi, la stessa tonalità del miele, e per un attimo mi venne spontaneo fare un paragone con i suoi, più scuri e arruffati.

Il nostro stile però, quello era simile. Però stonava un po con il suo viso d'angelo, troppo bello per essere sporcato da rossetti scuri e lacrime. Mi spostò delicatamente i capelli che mi nascondevano il volto e mi guardò.

-''Sei...sei la ragazza del concerto?''- mi chiese. Io arrossii all'istante e abbassai lo sguardo.

Che vergogna.

Mi aveva riconosciuta. Non stava succedendo davvero.

Continuò ad accarezzarmi i capelli e dopo qualche minuto annuii con la testa, in segno di risposta.

-''Si.''- sussurrai, poi. -''Sono quella che...''-

-''Si, mi ricordo.''-

-''Io non...''- Feci per alzarmi, ma lui mi trattenne delicatamente per il braccio.

-''Tranquilla... Posso vederti meglio?''- Mi spostò la frangia, i capelli dal viso e scoprì le mie guance rosse e i miei occhi gonfi di lacrime.

-''Sembri così piccolina...una bambolina di ceramica.''-

Io abbassai lo sguardo. Aveva centrato il punto. Ero una bambina, e in quel momento mi sentivo ancora più piccola. Mi sembrava tutto assurdo, tutto maledettamente irreale. Seguì un bel momento di silenzio. Io continuavo a mangiarmi le unghie, lui a fissarmi.

-''Tu suoni qualcosa?''- mi chiese d'un tratto. Io chiusi la bocca e scossi leggermente la testa. Farfugliai qualcosa.

-''La chitarra. Ma non canto.''-

Poi mi sorrise. Il sorriso più bello che abbia mai visto sul volto di un ragazzo.

-''Posso chiederti che ci facevi lì?''-

Tacqui immediatamente. Cominciai a tremare e, anni dopo mi raccontò che si pentì di avermi posto quella domanda. Avevo ancora paura, non poteva darmi torto. Mi sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto. Alzai le spalle.

-''Stavo andando a lavorare in un bar. Mi servono i soldi per il biglietto di un concerto, del vostro...ma non verrò più.''-

-''E perchè?''-

-''Perchè...''- sospirò. -''dopo quello che è successo ho paura, e ai miei non li chiederò mai.''-

Dal suo sguardo, capì cosa intendevo dire. Lo scontro tra genitori e figli era inevitabile, e a quanto potevo comprendere, la causa era proprio questa. Anche lui si era scontrato troppe volte con i suoi, con sua madre soprattutto, perchè il padre non l'aveva più rivisto.

Ricominciai a tremare, non so per quale motivo. Forse pensò che avessi freddo, e mi posò sulle spalle il suo chiodo. Era troppo grande per me.

Parlammo fino all'alba. Non ci rendemmo conto di quanto il tempo era passato velocemente e la paura che avevo provato non era che un ricordo, ormai. Mi fece ridere tanto, sebbene fosse molto timido. Suonò anche qualche accordo, e io ne fu felice.

Era bravo, e l'avrei ascoltato per ore, ma era notte e sicuramente qualcuno avrebbe reclamato il giusto silenzio.

Poi ci addormentammo. Non me ne accorsi fin quando lui mi scosse leggermente, toccandomi il braccio.

-''Lavinia...''-

Sentii il mio nome e aprii gli occhi. E incrociai il suo sguardo, e mi sentii al sicuro.

-''Devo riportarti a casa.''-

Io annuii. Non volevo ritornare, sapevo che i miei mi avrebbero colta sul fatto e avrebbero dato libero sfogo ai loro rimproveri, ma dovevo affrontare la situazione. Lo seguii fino all'auto, parcheggiata nello stesso punto della sera precedente. Gli indicai la via, lui mi accompagnò. Arrivammo a casa mia troppo velocemente e quando fummo costretti a salutarci, io già immaginavo un bacio appassionato. Lui, invece, mi sorrise e mi fece un cenno con la mano.

Chiusi la portiera e lo vidi andar via. Poi aprii il portone di casa mia, sospirando.

Ritrovai, in quel momento, tutti seduti sul divano, ad osservare la porta che si apriva.

Io rimasi senza parole.

C'erano tutti.

I miei.

Jessica.

Amanda.

Linda.

Persino Rose.

-''Dove sei stata?''-

Mi voltai verso mio padre che mi aveva parlato, poi verso tutti i miei amici.

-''Ciao ragazzi.''-

-''Ti ho chiesto dove sei stata.''-

Io mi strinsi nel chiodo che avevo dimenticato di restituire a Steven.

-''Ero a casa di Rose.''-

Rose. Si, certo. Rose. Lei era di fronte a me. Non aveva fatto in tempo a inventarsi qualcosa con i miei.

-''Quindici anni e ancora ti illudi che possa crederti? Mi vuoi spiegare come ti è venuto in mente di accettare un lavoro di notte nella periferia di Los Angeles?''-

Io arrossii. Lo aveva scoperto, e lo aveva detto davanti ai miei amici. Scossi la testa, e scappai nella mia stanza.
 


--->Note dell'autrice<---
 

briantheburned: ecco qui il terzo capitolo, anche se in ritardo! Sono contenta che la storia ti sia piaciuta sin dal primo capitolo, era da tanto che volevo scrivere qualcosa che avesse come protagonisti tutti (o quasi!) i miei idoli. Se conosci le band rock e punk-rock anni '70-'80, sicuramente capirai a chi mi riferisco! Ho seguito il tuo suggerimento, ho inserito maggiori dettagli nelle descrizioni, soprattutto degli avvenimenti. Vorrei evitare invece di descrivere approfonditamente i personaggi (soprattutto quelli realmente esistiti), semplicemente perchè non voglio condizionare chi legge. Ripeto, io ho ''creato i personaggi'' sulla base di cantati/bassisti/chitarristi realmente esistenti, ma ognuno può renderli propri immaginandoli come più vuole. Gabba gabba hey!

 

_sweetnightmare_

 

   
 
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