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Autore: gigliofucsia    12/08/2017    0 recensioni
Questa è la storia mia, mi chiamo Irene, vivevo a Silent's City. Ma alla fine non importa come mi hanno chiamato e dove vivo in quanto nessuna delle due cose le ho decise io. Infatti non ho mai scelto nulla in vita mia, ho solo fatto quello che mi conveniva o che conveniva agli altri.
Sono andata a cercare lavoro perché mia madre aveva bisogno di soldi per mangiare e mandare mia sorella a scuola. Non ho aspirazioni, non ho desideri e ultimamente nemmeno la mia vita ha un senso in quanto non cerco nemmeno di sopravvivere. Almeno finché non è arrivato quell'anziano viaggiatore a sconvolgere la mia esistenza.
Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Quella mattina appena alzata sapevo già come sarebbe andata il resto della giornata. Aprii gli occhi davanti ai miei occhi c'era Sofia che dormiva sul letto di fronte al mio. Sembrava così beata nel suo sonno, così indifferente a ciò che aveva intorno che mi dispiaceva farla ritornare alla sua dura realtà. Con le palpebre che ancora reclamavano il sonno mi alzai a sedere sul materasso. Frugai sotto il guanciale per trovare i miei calzini, non avevo intenzione di camminare sulle assi polverose del pavimento a piedi nudi. Più mi guardavo intorno e più quel mondo mi sembrava vuoto, a partire dalla mia camera.

Una stanza di sei metri quadri con due letti, un comodino con un mozzicone di candela spento e una cassa panca. Quanto meno il letto era comodo. Mi tolsi i molteplici strati di coperte, trapunte dal resto delle gambe e appoggiai i piedi sul pavimento legnoso.

Evitando di perdere tempo scossi la spalla di Sofia. I suoi biondi capelli le coprirono la parte inferiore del viso per il movimento ma subito dopo vidi i suoi occhi azzurri e luminosi aprirsi piano.

I miei pensieri comunque erano rivolti sul fatto che mia madre mi stava aspettando in cucina per la colazione e che alle otto dovevo essere alla “Bettola”, dietro il bancone a lavorare. Mio padre, con ogni probabilità era già al lavoro da un pezzo, da quando ci eravamo trasferiti in città non lo ho più visto, e tutte le volte in cui sono riuscita a restare sveglia abbastanza da vederlo rincasare lui mi sembrava una visione.

Comunque sia Sofia si alzò a sedere strusciandosi gli occhi come solo una bambina di otto anni era in grado di fare destando ancora dolcezza in chi la guarda. Nonostante la sua evidente magrezza che sembrava essere una malattia familiare.

– é già ora di alzarsi? Non posso saltare la scuola solo per una volta? –

Io non risposi tanto era ovvia la risposta che le avrei dato. Piuttosto aprì la cassa panca e tra i mucchi disordinati di vestiti acchiappai una maglietta, una vecchia camicia che mio padre mi aveva regalato e un paio di jeans così sbiaditi e rattoppati che non mi ricordavo nemmeno da quanto tempo erano lì. Li misi sul letto e in quel momento Sofia mi chiese:

– Mi passi quel vesti bianco per favore?

Afferrai un vestito bianco a maniche corte e lo tirai dietro alle mie spalle e già che c'ero le tirai anche le calze lunghe.

A quel punto, tutte e due ci sfilammo dalla testa le camicie da notte. Io mi infilai quella maglietta nera anonima, senza disegni. Mi infilai i jeans orlati che era più grande di me di una taglia o due. Per questo dovetti rovistare di nuovo nella cassapanca per trovare la cintura su cui avevo applicato un foro in più distante dagli altri perché altrimenti non sarebbe servita a niente. Dopo di che presi la camicia e arricciai le maniche un paio di volte, e la infilai senza chiuderla. La camicia era a rossa a scacchi neri. Se la annusavo sentivo odore di trucioli di legno.

Mia sorella era già pronta in quel vestito bianco lungo fin oltre le ginocchia con le sue calze e scarpette nere. Con le mani dietro la schiena uscì dalla porta che si mise a cigolare dirigendosi verso il bagno. Anche io mi infilai le scarpe da ginnastica nere, mio padre me le aveva regalate perché mi stavano e perché la pelle mi avrebbe protetto i piedi nei giorni di pioggia.

Anche io uscì dalla stanza. Alla mia destra il corridoio si ampliava in una stanza. Al centro, il tavolo imbandito, la stufa accesa con il pentolone fumante sopra di essa e mia mamma, Laura, che si preoccupava di mettere il te nelle tazze prendendo il bollitore con una presina a uncinetto.

Alla mia sinistra corridoio non troppo lungo accanto alla camera mia e di Sofia c'era quella dei miei genitori, quella di fronte era lo sgabuzzino e mentre quella in fondo al corridoio era il bagno. Mia sorella uscì da lì con due graziose codine bionde basse che non le arrivavano alle spalle. Mi guardò e chiese:

–Sono carina? –

io sorrisi rispondendo:

–Sei un'amore tesoruccio.

Lei sorrise e si diresse in cucina. Io entrai in bagno e mi guardai allo specchio. Mi pettinai i capelli bruni. Il caschetto stava avvicinandosi alle spalle, altri cinque centimetri e avrei dovuto tagliarmeli. Mi guardai negli occhi mori e mi chiesi chi fosse quella persona riflessa. Nel frattempo sentì la voce di mia madre gridare:

--Irene sbrigati o farai tardi al lavoro.

Forse si era dimenticata che era con una diciottenne che stava parlando avrei voluto decidere io quando uscire dal bagno. Ma al richiamo di Laura uscii subito.

 

 

  
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