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Autore: imunfjxable    12/08/2017    0 recensioni
Ivar ne aveva uccise già un paio prima di me.
Di donne, dico. Non in senso letterale però, non aveva mai alzato un dito contro nessuno, se non per accarezzarmi mentre facevamo l'amore- o almeno così credevo io.
Purtroppo Ivar amava solo se stesso, e non c'era nessuno che potesse salvarlo.
Genere: Generale, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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I. Astrid.

 

 

 

 

Come perdoniamo noi stessi per tutto ciò che non siamo mai diventati?
Mi domando ancora come sarebbe la mia vita se avessi preso decisioni diverse da quelle che presi a tempo debito.
Avrei dovuto seguire le mie passioni, prendere lettere e non medicina all'università.
Eppure, non avrei mai conosciuto Ivar.
È stato un incontro singolare il nostro, devo ammetterlo.
Mi trovavo all'angolo sinistro del bancone dell'unico bar che vende alcolici dopo le tre di notte a piazza Venceslao, a Praga.
Ero ormai al quinto bicchiere di assenzio. Avevo lasciato l'obitorio dell'ospedale da poco e il fantasma dell'ultimo cadavere che avevo ispezionato continuava a tormentarmi. Una bambina di 12 anni, l'avevano stuprata e poi massacrata di botte. Roba pesante quella, cazzo. Non ho mai affogato i miei pensieri nell'alcol ma quella sera bere qualche bicchiere era l'unica soluzione per evitare che l'immagine di quel fottuto visetto innocente, contornato da capelli biondi ancora sporchi di sangue, mi tornasse in mente. 
Dondolavo la mia gamba destra per ammazzare il tempo, mentre il mio dito continuava a disegnare la circonferenza del bordo del bicchiere in vetro, che proiettava una leggera ombra sul tavolo ben pulito e curato.
Poi lo vidi. 
Era appena uscito dal bagno con una ragazza dalla chioma rossa accanto. Camminava barcollando, aveva sicuramente bevuto qualche bicchiere di troppo, ma lui era fermo, dritto, saldo al terreno- quasi come le statue greche.
Le lasciò la mano piano, sciolse le loro dita intrecciate e la accompagnò fino ad un divanetto in pelle azzurrina, dove sembrava quasi che la stesse lasciando morire, mentre io seguii la scena con la coda dei miei occhi verdi, stanchi e sofferenti.
Presi l'ultimo sorso del mio bicchiere e lasciai i soldi sul bancone, alzandomi per andare via, dopo essermi rimessa il cappotto nero ancora un po' bagnato dalla pioggia.
Sentivo i suoi passi dietro di me.
Misi una sigaretta tra le labbra tinte di rosso, mi ero concessa di mettere una veloce passata di rossetto poco prima di uscire dall'ospedale in modo da distogliere l'attenzione dai miei occhi e cercare di essere meno scossa.
«Signorina» 
Un tuono che squarcia il silenzio. Un lampo a ciel sereno.
La sua voce rauca, ma allo stesso tempo dolce, elegante, aveva fatto scoppiare in un istante la bolla di sapone immaginaria che era attorno a me.
«Si?» mi girai e lo guardai dritto negli occhi. In quegli occhi blu, oscuri come il mare, che nascondevano abissi di segreti e che riflettevano la luce della luna. 
«Sta piovendo, e lei è senza ombrello. Posso accompagnarla a casa?»
«Preferirei camminare da sola, grazie lo stesso»
«La prego, lo prenda almeno» e mi porse l'ombrello bianco, fin troppo appariscente per i miei gusti, ma che accettai riluttante, sforzandomi di sorridere, per non continuare la conversazione. Avevo solo bisogno di tornare a casa e di restare sola nella mia vasca da bagno per un po'.
Accennò un sorriso e andò via.
Già, non mi accompagnò a casa, accettò rassegnato la mia decisone e mi diede le spalle, scomparendo sotto la pioggia.

La seconda volta che lo vidi fu alla Národní Galerie, nella sala dedicata a Klimt. Andavo spesso nei musei quando potevo, e non c'era nulla di meglio che perdersi per un po' con la mente nell'arte per non pensare al lavoro. 
Certo, amavo il mio lavoro- era sempre stata la mia passione, eppure era pesante. C'erano dei giorni in cui tutto ti feriva a morte, persino la vista del corpo di un anziano morto per arresto cardiaco.
Quello fu uno di quei giorni. 
Praga era piovosa come sempre ed io ero ancora alquanto fradicia- così con quasi tutti nel museo- mentre osservavo Il giardino fiorito.
«Non capisco cosa ci sia di bello in questo quadro» esordì.
«Questo è suo» dissi porgendogli l'ombrello che mi aveva prestato la settimana prima. Mi piaceva camminare sotto la pioggia, dunque non mi ero mai sentita in dovere di comprarne uno, eppure quel giorno il ticchettare delle gocce era più insistente del solito ed ero stata costretta ad usare il suo. Lo prese e accennò un sorriso cordiale, contenuto da un'eccessiva formalità, quasi soffocante, accentuata anche dal suo vestito grigio e dai capelli tirati indietro perfettamente, non scompigliati come quella sera.
Mi lasciò per una manciata di minuti per poi tornare.
«Allora? Le piace questo quadro?» 
«Non lo so» ammisi «mi piace solo guardare»
«A me non piace Klimt. Preferisco altre correnti artistiche»
Rimasi in silenzio. I suoi occhi mi intimorivano ancora, c'era qualcosa nel suo modo di fare, nella grazia che aveva in ogni gesto che faceva, nel modo in cui parlava, che mi faceva sentire fuori posto ed insicura di me.
«Siete di poche parole»
Rimasi in silenzio nuovamente.
«Meglio così, preferisco il silenzio» 
Restò accanto a me per più di mezz'ora. Fissammo il quadro assieme, ma nessuno dei due prestava attenzione; la mia mente stava per esplodere e avevo fin troppi pensieri per prestare attenzione anche a lui. Andò via quando qualcuno lo richiamò poiché avevano bisogno del suo aiuto.
Ivar era uno dei responsabili del museo, ma questo l'avrei scoperto dopo, la quarta volta che mi sarei recata alla galleria per osservare Klimt. 
Continuavamo ad incontrarci per caso, e lui perseverava quell'atroce tortura del sorridere e parlare poco, o in maniera fin troppo formale. Avevamo entrambi poco più di ventitré anni, eppure Ivar si muoveva come se fosse legato dalle catene della vecchiaia. Era lento, pacato, austero e misterioso; io ero un libro aperto che tutti potevano comprendere, portavo sulle mie spalle ancora i segni di un'adolescenza abbandonata a malavoglia e di una spensieratezza atipica per un adulto, ma io non ero un adulto. Ero ancora giovane, dentro. Desiderosa di fare le esperienze mancate da ragazza, con l'anima alla disperata ricerca d'amore e la voglia di aiutare gli altri. Lo spirito da crocerossina l'avevo sempre avuto, l'empatia mi aveva sempre caratterizzata, per questo alla fine avevo deciso di fare dottore, eppure quella stessa empatia mi paralizzava, il terrore di sbagliare e di mandare a repentaglio la vita di qualcun altro, l'incapacità di assumermi delle responsabilità, mi spinsero a scegliere medicina legale.
A nessuno interessa dei morti.

Ivar me lo chiese davanti alla vergine di Klimt.
«Andiamo a cena?» e sembrava più un'affermazione che una domanda. 
Non starò qui a dilungarmi sulla nostra serata; dopo andammo nello stesso pub dove incrociai i suoi occhi per la prima volta. 
Mi turbò rivedere quello stesso divanetto di pelle sul quale aveva accasciato quella rossa tempo fa, ma all'epoca non potevo sapere che io e molte altre avremmo fatto la stessa fine, non potevo sapere che la cautela di Ivar non era timore o timidezza, né tantomeno riservatezza. Lui studiava.
Studiava quella giusta, e poi attaccava.

Si è una brava persona quando qualcuno ci ferisce, eppure continuiamo a parlare bene di chi ci ha ferito, ma io non sono mai stata una brava persona. Mi piacerebbe fare una lunga invettiva su Ivar, ma non ci riuscirei perché non ho nulla da dire su di lui come persona, era sempre impeccabile. Erano le sue manie, il sul lato oscuro, la sua ossessione per l'amore a fare paura.

Ivar ne aveva uccise già un paio prima di me. 
Di donne, dico. Non in senso letterale però, non aveva mai alzato un dito contro nessuno, se non per accarezzarmi mentre facevamo l'amore- o almeno così credevo io.
Ha spezzato il cuore a tutte. Lo faceva di proposito. Viveva per quel momento. Attendeva ansiosamente lo sguardo distrutto di un cuore infranto. 
Non ho mai capito a cosa fosse dovuto, nonostante i miei tentativi di capirlo o di aiutarlo. Io volevo aggiustarlo, era palesemente tormentato da qualcosa, ma alla fine mi ero rotta io.
Ivar mi aveva svuotata di qualsiasi cosa, mi aveva privata di ogni briciola di dignità e di autostima che avessi nel mio esile corpo.

Finì dopo due anni. Ma avrei voluto trovare il coraggio di farlo prima. 
In realtà mi lasciò lui, io sopportavo tutto a fatica, ma mi piace pensare che sia stata io a mettere una pietra sopra il nostro legame. 
Era un pomeriggio autunnale quando me lo disse.
«Non ti amo più»
«E quando mi hai mai amata Ivar?»
Sorrise sornione.
«A volte l'amore distrugge più di quanto possa aggiustare, questo è uno di quei casi» iniziai «mi hai costretta a sentirmi in colpa per avere ferite, hai finto che le mie emozioni non fossero reali, hai drammatizzato ed esagerato ogni tuo piccolo e minuscolo problema fino a che questo non sembrava più importante delle mie intere sofferenze, mi hai trattato male ogni volta che non seguivo le tue regole e hai il coraggio di dire che quella tossica nella relazione ero io. 
Mi dicesti di smettere di fumare perché era una cattiva abitudine e lo feci per te, ma adesso ho capito che l'unica cattiva abitudine che io abbia mai avuto è stata quella di essere sempre tornata strisciando da te Ivar. 
Ormai ci sei riuscito. 
Mi hai spezzata come tutte le altre. 
Sei un buco nero Ivar. Risucchi tutto quello che è attorno a te grazie alla tua forza, al tuo egocentrismo e alla tua vanità. Aspiri tutta la luce che ti circonda perché non riesci ad uscire allo scoperto, marcirai da solo al buio, ma è inutile che te lo dica; a te va bene così. Tu ambisci a restare da solo nel tuo buio, perché ti importa solo di te stesso. Non amerai nessuno quanto ami te stesso» 
Non so come glielo dissi, con quale audacia. Non so nemmeno perché Ivar non mi interruppe, mi ascoltò fino alla fine e sorrise nuovamente, ma qualcosa era cambiato e me ne resi conto quando rispose con un banale «Hai ragione Astrid»
Sembrava più cosciente delle sue azioni, sembrava quasi pentito. 
Forse ero io che volevo sempre vedere il buono in lui, o che non ero semplicemente pronta a lasciarlo andare e che cercavo di perdonarlo ancora, disperatamente, un'ultima volta.

Seppi una settimana dopo da uno dei suoi colleghi che era partito. Era tornato in Danimarca, a casa. 
E in quell'istante fui consapevole che non l'avrei più rivisto.

 

 

 

AYEEE.

E' la prima storia originale che scrivo e ad essere sincera ne sono entusiasta. Non fatevi illudere dalla prima parte che potrebbe dare l'impressione che la storia scivoli nei clichè perchè credetemi, non sarà così. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate quindi se volete lasciatemi una recensione - accetto anche critiche costruttive! Spero di postare il prima possibile, un bacio.

Sara

   
 
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