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Autore: Sandra Prensky    13/08/2017    2 recensioni
ATTENZIONE: Non è una traduzione del libro "Black Widow: Forever Red". Avendolo letto, mi sembrava che ci fosse troppo poca attenzione su Natasha, e allora ho deciso di riscriverlo con tutta un'altra trama.
Natalia Alianovna Romanova, Natasha Romanoff, Vedova Nera. Molti sono i nomi con cui è conosciuta, molte sono le storie che girano su di lei. La verità, però, è una questione di circostanze. Solo Natasha sa cosa sia successo veramente nel suo passato ed è ciò da cui sta cercando di scappare da anni. Quando sembra finalmente essersi lasciata alle spalle tutto, ecco che scopre che la Stanza Rossa, il luogo dove l'hanno trasformata in una vera e propria macchina da guerra, esiste ancora. Solo lei, l'unica Vedova Nera traditrice rimasta in vita, può impedire che gli abomini che ha visto da bambina accadano di nuovo. Per farlo, però, dovrà immergersi nuovamente nel passato che ha tanto faticato a tenere a fondo, e sarà ancora più doloroso di una volta: tutta la vita che si è costruita allo SHIELD, tutte le persone a cui tiene sono bersagli. Natasha si ritroverà di nuovo a dover salvare il mondo, affrontando vecchi e nuovi nemici e soprattutto se stessa.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Natasha Romanoff/Vedova Nera
Note: Movieverse, Otherverse | Avvertimenti: nessuno
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XVIII.

 

The loneliest moment

in someone’s life is

when they are watching

their whole world fall apart,

and all they can do is stare blankly.

(Francis Scott Fitzgerald – The Great Gatsby)

 

 

Russia, 1956

I giorni iniziarono a passare per Natalia come se vivesse in una nuvola. Era tutto confuso, i suoi ricordi la ingannavano, faceva fatica a concentrarsi. Quando provò a presentarsi da uno dei medici, uno dei pochi che sembrasse innocuo, le disse che probabilmente era solo colpa dello stress per il matrimonio. A lei quasi venne da ridere. Il matrimonio le sembrava più lontano quanto più si avvicinasse; spesso non se ne ricordava nemmeno. Passarono due settimane prima che iniziasse a pensare di essere sotto l’effetto di qualche sostanza. Si accorse che se non mangiava, infatti, riusciva a pensare più lucidamente e le cose intorno a lei tornavano ad avere contorni definiti. Si ricordò improvvisamente che molte delle sue compagne erano diventate strane e distanti per un periodo. Con orrore, si rese conto che ciò accadeva sempre prima della Cerimonia di Laurea di cui parlava tanto Madame, e dopo la quale quasi tutte le sue compagne sparivano. Smise di mangiare alla mensa, e iniziò a rubare il cibo dalle cucine, ma presto ritornò a essere tutto confuso. Probabilmente l’avevano scoperta, e a giudicare dallo stato di smarrimento totale in cui si trovava avevano anche peggiorato le dosi. Vagava in giro per la Stanza come un fantasma, dormiva spesso e non regolarmente, tormentata da sogni popolati di persone che non conosceva ma le parevano familiari, non riusciva a mettere in piedi frasi di senso compiuto. Stentava a riconoscersi allo specchio, più magra che mai, lo sguardo spento e assente, pallida come se fosse già morta. Le sembrava di essere intrappolata in una nebbia troppo fitta per uscirne.
Fu in queste condizioni che incontrò il suo futuro marito per la prima volta da quando era comparso alla fine della riunione in cui le avevano detto del matrimonio. I superiori ritenevano che dovessero vedersi qualche volta, prima della cerimonia, conoscersi di più del semplice sguardo che erano riusciti a scambiarsi. Così un pomeriggio Natalia venne trasportata quasi di peso in uno dei salotti degli ufficiali. L’avevano fatta vestire in maniera elegante, con un vestito verde smeraldo che si intonava al colore dei suoi occhi. Le avevano messo del fondotinta in modo da coprire il pallore, e del rossetto per evidenziare le labbra. I capelli erano raccolti in uno chignon che li faceva sembrare più ordinati, la sua frangia era perfettamente pettinata. In un breve momento di lucidità, si rese conto che era la prima volta da quando era arrivata lì che sembrava una persona, e non una pedina schiava della partita a scacchi della Stanza Rossa. La prima volta che indossava qualcosa che non fosse l’uniforme, o una vestaglia da notte. Poi la nebbia tornò a inghiottire anche quel pensiero e lei si ritrovò in qualche modo seduta su una poltrona di velluto rosso, ad aspettare. Entrò un uomo, e la ragazza impiegò qualche secondo a riconoscerlo. Era Ivan. Si sedette di fianco a lei, un’aria rassegnata dipinta in volto.
-Tutto bene?- Le chiese. In qualsiasi altro momento la risposta della rossa sarebbe probabilmente stata sarcastica, ma allora faticò anche solo ad annuire. -
Prendi questa.- Le tese una pastiglia e un bicchiere d’acqua. -Ti sentirai meglio- Natalia fece come le aveva detto, e la nebbia sembrò diradarsi almeno quanto bastava per avere un po’ di controllo su se stessa. Ivan sospirò.
-Ascoltami bene. Non sarà molto lungo. Alexei arriverà, tu ti dovrai alzare. Probabilmente ti bacerà la mano e ti farà dei complimenti per il tuo aspetto. Ringrazialo, poi siediti. Da lì, dubito che dovrai parlare molto: è difficile farlo tacere. Fingi di essere interessata alle sue avventure come pilota, o qualsiasi racconto ti toccherà sorbire. Rivolgigli dei complimenti ogni tanto. Sorridi, tieni la schiena dritta e fagli credere di avere occhi solo per lui. Capito?
-Sissignore.- Non era la prima volta che doveva fingere, e aveva già dimostrato più di una volta di essere in grado di mentire. Pur non essendo al pieno delle sue forze, era perfettamente capace di fare tutto ciò che le era stato detto. Si chiese perché allora Ivan sembrasse tanto preoccupato.
-Un’altra cosa. Verso la fine del vostro... colloquio, probabilmente tenterà di baciarti. Non ti tirare indietro, anzi, mostrati entusiasta. Dovrebbe fermarsi lì, per ora, ma se non dovesse... Lasciagli fare qualsiasi cosa voglia.- L’uomo fece una pausa, per
studiare la reazione di Natalia, ma la ragazza rimase impassibile. Nemmeno per quello era la prima volta, alla Stanza Rossa il consenso era un concetto piuttosto astratto. In più, se quell’uomo sarebbe dovuto diventare suo marito, doveva abituarsi -Ne va del futuro della Stanza, Natalia. Rendici orgogliosi.
La rossa annuì.
-Non vi deluderò.
Ivan sorrise.
-So che non lo farai.- Le accarezzò velocemente una guancia. -Mi sembra di dare in sposa mia figlia.
Natalia lo fissò,
e si sforzò di sorridere. In quel momento, la porta si aprì ed entrò Alexei. La ragazza si alzò, quasi meccanicamente, seguita da Ivan che mormorò qualcosa sul lasciarli soli e sparì. Il suo promesso sposo era, anche lui, molto più elegante della prima volta che l’aveva visto. Indossava un’uniforme blu che doveva servire per le cerimonie, tirata a lucido. I capelli gli erano cresciuti ed erano pettinati all’indietro, i baffi erano ora accompagnati da un accenno di barba. Il suo fascino era ancora più accentuato, e quasi nascondeva l’aria da esaltato che lei gli aveva notato la prima volta. Tutto andò come aveva previsto Ivan. Il baciamano, i complimenti, il monologo sulle proprie imprese. Ovviamente, arrivò anche il momento del bacio. Natalia, che iniziava a essere di nuovo trascinata verso la nebbia, segno che l’effetto della pastiglia di Ivan stava scadendo, si ritrovò a pensare che quello stesso gesto portasse un sapore metallico. Non si accorse, al momento, che durante l’intero colloquio si era morsa l’interno della guancia fino a farla sanguinare, ma da lì in poi associò sempre quel carattere ad Alexei. Quello, e delle mani viscide che si facevano strada sul suo corpo come se appartenesse a loro.


 

A month later


Natalia non sapeva come si svolgessero i matrimoni delle persone “normali”, ma era sicura che non fosse così.

Alexei aveva continuato a farle visita regolarmente nel mese che precedeva la cerimonia, e lei aveva continuato a vivere annaspando nella foschia. A volte si chiedeva se non fosse già morta e finita all’Inferno. Nei pochi momenti in cui riusciva a formulare dei pensieri pensava a quanto le mancassero gli allenamenti, il ritmo che scandiva le sue giornate. Almeno allora si teneva occupata. Almeno allora riusciva a dettare la differenza tra gli incubi e la realtà. La mattina del fatidico giorno, la vennero a prendere presto. Madame B e Ivan si presentarono nella sua camera da letto, portando il vestito che avrebbe dovuto indossare. Se Natalia fosse stata in sé, avrebbe riso alla scelta di utilizzare un colore che indicasse la purezza, al rispetto della tradizione quasi come se lei fosse una fidanzata qualsiasi che andava a sposarsi con l’amore della sua vita. Ivan la aiutò a indossare il vestito, che era semplice ma molto elegante, e Madame B, con evidente disprezzo, a truccarsi. Ivan le diede un’altra pastiglia, e a lei sembrò di potere finalmente prendere una boccata d’aria sulla superficie degli abissi nei quali era rimasta intrappolata fino a quel momento. Per un momento meditò se rubargli l’intera confezione mentre lui era distratto, ma alla fine pensò che se ne sarebbe accorto e gliele avrebbero confiscate. Madame guardava lei e Ivan, impaziente di uscire da quella camera e finire con quella storia. Natalia si guardò allo specchio per un breve istante, approfittando del momento di tregua che le era stato concesso. Sembrava una bambola, la pelle bianca come la porcellana e il lungo vestito di seta. Probabilmente era quello della moglie di qualcuno dei suoi superiori, la Stanza non avrebbe mai speso un rublo per una ragione così futile. Al vedersi venne assalita da un tremendo sconforto, ma non riusciva a capire perché. Doveva essere felice. Avrebbe onorato la Stanza e tutti i suoi superiori. Finalmente Ivan e persino Madame sarebbero stati fieri di lei. Perché allora doveva sforzarsi a trattenere le lacrime?
Per qualche ragione, le saltò in mente l’immagine dell’uomo col braccio di metallo che popolava le sue allucinazioni ultimamente. La ricacciò via.
Non sapeva nemmeno chi fosse, non poteva essere importante.
-Muoviamoci.- Ordinò una spazientita Madame.
Ivan prese Natalia sotto braccio, come un padre che accompagnava la figlia all’altare, e insieme seguirono la donna fino a una delle stanze delle riunioni. Lì li attendeva seduta la solita delegazione di superiori, e a capo tavola, ovviamente, Alexei, vestito con un’uniforme da cerimonia che lei non gli aveva mai visto. Natalia prese posto al suo fianco, forzando un sorriso e cercando di evitare il suo sguardo da lì in poi. Senza ulteriori indugi, Madame B estrasse un fascicolo ben rilegato. Spiegò brevemente che si trattava delle condizioni del matrimonio, di ciò che avrebbe comportato in futuro e dei piani che il KGB aveva per entrambi. Perché fosse effettivo, tutti i presenti in sala dovevano firmarlo. Né ad Alexei né a Natalia fu permesso di aprirlo e leggerlo. Le loro firme erano una pura formalità. La rossa cercò per quasi tutto il tempo lo sguardo di Ivan, che da parte sua invece sembrava ostinato a evitare. Il sorriso di poco prima era scomparso, e ora aveva un’espressione quasi colpevole.
I due neo sposi vennero poi portati, insieme a una parte della delegazione di superiori, in un altro ambiente adibito a cappella che la rossa non aveva mai visto. Era incredibile come pur avendo sempre vissuto in quella villa, non conoscesse nemmeno la metà delle stanze che la componevano. Questa era piuttosto spaziosa, ma quasi vuota. In fondo alla sala c’era un altare pieno di candele, e dietro di questo un enorme crocifisso in legno che occupava l’intera altezza della parete.
Fu compito di Ivan celebrare una breve cerimonia che si avvicinasse alla tradizione, probabilmente più per serbare le apparenze di un matrimonio vero e non solo di un gioco di potere del KGB. Alexei e Natalia si ritrovarono a giurare davanti a una Bibbia che si sarebbero amati fino a che morte non li avesse separati. La rossa era stata addestrata per essere una maestra della finzione, ma dovette comunque usare tutti gli insegnamenti appresi per risultare credibile. Non credeva di avere mai pronunciato parole più vuote, non per un uomo che non apprezzava e in nome di un Dio che anche fosse esistito, l’aveva abbandonata quando era ancora una bambina. D’altra parte, sapeva che nessuno nella stanza si trovava lì per devozione all’Altissimo. Il matrimonio si era concluso con la loro firma su un foglio bianco, pochi minuti prima. I due sposi si scambiarono degli anelli, che erano chiaramente stati fusi in diversi punti per nascondere i precedenti proprietari, presumibilmente passati a miglior vita. Si baciarono quando Ivan terminò di celebrare quella farsa, e percorsero la navata per recarsi verso la camera a loro riservata. Giusto in tempo, pensò Natalia mentre la nebbia tornava a salire fitta intorno a lei. Per la prima volta, però, la accolse con gratitudine. Alexei aveva giusto avuto il buon senso di chiudere la porta prima che le sue mani si gettassero un altra volta su di lei, svestendola del bell’abito con poca grazia, soffermandosi sulle sue curve. Dubitava di voler essere lucida durante ciò che sarebbe successo di lì a poco, di cui negli anni a venire si sarebbe ricordata solo l’intorpidimento e l’ormai familiare dolore.


A day later


Natalia fece a mala pena in tempo ad accorgersi di essere rimasta sola nel letto prima che le forti braccia di due guardie la sollevassero di peso e si ritrovasse davanti al viso severo di Madame. La rossa tentò di divincolarsi dalla presa delle guardie per coprire il suo corpo ancora svestito, ma queste non la mollarono finché la donna non diede loro il permesso con un cenno del capo.
-Uniforme. Ora.- Si rivolse a lei, adesso.
Natalia fece tanto in fretta quanto la sua mente e il suo corpo glielo permettessero nelle condizioni in cui si trovava. I suoi pensieri erano troppo
offuscati per chiedersi dove fosse andato Alexei, o cosa ci facesse Madame nella loro stanza con due guardie al suo seguito. Appena fu pronta, queste ultime la presero di forza dalle braccia e la costrinsero a seguire la donna giù per le scale, verso il seminterrato. Anche in quello stato di ottenebramento, si rese conto che scese le scale non girarono verso le sale mediche in cui era già stata, ma verso una porta a fondo corridoio dove era tassativamente vietato l’ingresso a tutti. Non aveva mai visto nessuno entrare o uscire. Madame spalancò la porta, e Natalia si trovò davanti a un altro corridoio, più stretto questa volta e illuminato solo dalla luce soffusa di alcune lampadine che pendevano dal soffitto. I muri erano ricoperti da mattonelle bianche e nere, abbastanza lucide da riflettere il poco di luce ma nell’insieme piuttosto rovinate. C’erano porte di legno e vetro per tutta la lunghezza del corridoio. Sembrava essere vuoto, al di fuori di loro quattro.
-
Cosa... Cosa ci facciamo qui?- Riuscì ad articolare la rossa, con una fatica immane. Madame sorrise.
-La Cerimonia di Laurea, Natalia. È necessaria perché tu prenda posto nel mondo.- Rispose, come un automa. Quante volte le aveva sentito pronunciare la stessa frase?
-Non ho un posto nel mondo-
Udì la propria voce replicare.
-
Esatto.
Una mano, non riuscì a identificare di chi, le si parò sul viso e la spinse verso il basso. Si ritrovò distesa su una superficie gelida di metallo, che si rese conto dopo un attimo essere una barella.
L’ormai familiare nebbia e un terrore che non sapeva identificare la attanagliavano. I suoi polsi vennero legati, la barella iniziò a muoversi. Il cigolio delle ruote rimbombava nel corridoio. Natalia si guardava intorno, cercando di dare un senso a ciò che stava succedendo, distinguere cosa fosse vero e cosa fosse frutto delle allucinazioni. Non riusciva a piegare la testa abbastanza da vedere chi la stesse spingendo. Mentre passavano davanti alle porte, iniziò a vedere figure di bambine ben vestite senza bocca che comparivano e scomparivano, e la fissavano con aria triste. Non riuscì a capire quanto di quello fosse reale. Le sembrò di rimanere sulla barella per ore, più di una volta si chiese quanta strada stessero facendo, se si sarebbero mai fermati. Raggiunsero il fondo, davanti a una porta che portava una targa con su inciso “ОПЕРАЦИОННАЯ” (sala operatoria). Venne portata dentro, sollevata dalla barella e spostata su un lettino, legata ai polsi e alle caviglie. Si accorse troppo tardi del medico che infilò un ago nel suo braccio. Dopodiché, la nebbia aumentò e le sembrò di non essere più padrona del suo stesso corpo. L’ultima cosa che vide prima di cadere nell’oblio furono un tavolino con una ciotola d’acqua, garze e forbici e dei dottori con una mascherina che le sollevavano la maglietta e si apprestavano a incidere il suo ventre.


Quando si svegliò, la nebbia ancora non si era diradata. Avvertiva un dolore sordo all’altezza della pancia. Provò a muoversi, ma desistette presto. Oltre a essere ancora legata, sentiva la pelle tirarle, segno che avevano ricucito la ferita, che doveva essere piuttosto larga. Si guardò intorno, ancora mezza addormentata, in cerca dei medici, di Madame o di qualunque segno di vita. Niente. In compenso, si rese conto di non trovarsi nella stessa stanza; questa era molto più piccola e buia. Anche la sedia alla quale era legata era diversa: era decisamente più scomoda, e intorno ai suoi arti c’era un macchinario a cui erano attaccate diverse siringhe piene di un liquido bluastro. Natalia faticava a respirare, il terrore tornò a serrarle la gola in una morsa. Si sentiva nauseata, avrebbe voluto piangere. Tutto intorno a lei era appannato, l’unica cosa che le impediva di impazzire completamente era la paura. Quella, e il dolore. Aveva l’impressione che le avessero appena sottratto una parte di lei, e così era, anche se lei ancora non poteva saperlo, d’altronde nessuno le aveva detto che la sterilizzazione era parte della Cerimonia. Un gemito sfuggì dalle sue labbra. Le lasciarono ancora qualche minuto di tregua, sola nella sua disperazione. Quando udì qualcuno entrare e avvicinarsi, si era già rassegnata. Avrebbe sopportato qualsiasi cosa, ora. Cos’altro avrebbero potuto farle, ancora?
Udì un vociare indistinto
e i macchinari intorno a lei accendersi. Ci fu un altro attimo di calma e poi, senza nessun preavviso, la macchina si chiuse intorno alle sue braccia, gambe e petto, le siringhe si piantarono dentro al suo corpo all’unisono. Natalia non riuscì a trattenere un urlo strozzato. Le siringhe si svuotarono velocemente, e passarono pochi attimi prima che la nebbia si diradasse, lasciandola completamente lucida.
Il siero della Vedova Nera, il nome con cui lei avrebbe in seguito identificato quel liquido, era stato inizialmente progettato per assomigliare a quello di Captain America: rendeva il loro organismo immune da qualsiasi malattia o da qualsiasi sostanza esterna, guariva le ferite molto più velocemente del normale, rallentava l’invecchiamento di quasi
dieci volte, aumentava la loro forza e resistenza. Su quest’ultimo punto, tuttavia, il KGB non era mai riuscito a eguagliare il siero americano, come non era mai arrivato a far funzionare il siero da solo. Durante tutto il periodo dell’addestramento, infatti, alle Vedove erano somministrate diverse sostanze per ritardare il passare degli anni e per renderle più forti, in vista della Cerimonia di Laurea. Lo stesso farmaco che le rendeva così ottenebrate prima di questa era necessario perché il siero non le uccidesse.
Natalia, però, era ignara di tutto quello. Ciò che invece sapeva perfettamente, era che già sentiva la mancanza della nebbia, in grado di mascherare almeno parte del dolore. Il suo corpo era scosso da violenti spasmi, cercava di ribellarsi al siero, ma sembrava sul punto di scoppiare, la pelle prossima alla lacerazione. La rossa era convinta che sarebbe morta, in quel luogo e in pochi attimi, di una morte tremenda ma in quel momento ben accetta. Lo sperò, pregò incessantemente perché accadesse a breve, urlò suppliche al vento. Eppure, non successe. Chiunque fosse lì con lei abbandonò presto la sala, mentre lei continuava a urlare, gemere e implorare a vuoto, un’agonia che sembrò durare un’eternità.
Complimenti Natalia, le sembrò di udire, ma probabilmente era solo la sua immaginazione. Sei laureata. Sei una Vedova Nera.


 

“Ti sei mai sentita annientata?”, le avrebbero chiesto anni dopo, in un’altra vita, in una situazione completamente diversa.


Prendi una bambina.
Toglile i ricordi, ciò che la rende se stessa.
Toglile il diritto ad avere un’infanzia.
Toglile il diritto ad avere degli amici.
Toglile l’innocenza.
Toglile la libertà.
Toglile la fiducia in chiunque la circondi, lasciala sola.
Toglile la possibilità di avere il controllo della propria vita.
Toglile l’amore e le persone che ama.
Toglile la propria volontà.
Toglile la facoltà di scelta.
Toglile la fiducia in tutto e tutti, soprattutto se stessa.
Toglile la vita, ma non ucciderla.
Prendi una bambina, toglile tutto.
Forgiane un’arma al tuo completo servizio.
Prendi una bambina, fanne una Vedova Nera.


“Ti sei mai sentita annientata?”
“Ogni giorno.”

   
 
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