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Autore: istherelifeonmars    18/08/2017    4 recensioni
Travis, Eean, Constance, Francis e Thomas: annoiati eroi di una generazione che potrebbe avere tutto ma non vuole avere niente, volti senza nome in una Londra inondata da turisti e uomini con ventiquattrore. Cercano la poesia e la felicità nell'alcool, nella droga, nel sesso, nella musica degli anni in cui tutto si doveva ancora costruire e c'era ancora speranza per un futuro migliore; bazzicano per la capitale alla ricerca di se stessi - perché perdersi è facile, ritrovarsi lo è decisamente meno.
Smaniosi di crescere e trovare il loro posto nel mondo, si ritrovano però spaventati da un futuro che non li vuole più insieme.
O che, addirittura, non li vuole affatto.
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"Il problema è che non m’è rimasto proprio più niente, di questi vent’anni di vita, come se li avessi passati in una bolla fuori da questo formicaio che chiamano mondo. Uno potrebbe anche chiedersi quando tutto è iniziato ad andare a rotoli, quando le crepe sono diventati divari invalicabili, quando le chiacchiere sono diventate bugie.(...)
 Ci siamo tutti, ma di quelli che eravamo non c’è più nessuno."
Genere: Angst, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Prologo
O anche è per questo che mio padre sta guidando così in fretta.
 
Londra, Settembre 2010

Sono le sette e trenta del mattino e io sono seduto sul parapetto del Blackfriars Bridge, la custodia della chitarra appoggiata accanto a me. Uno si potrebbe anche chiedere com’è che ci sia finito, qua, le valige che sono cadute giù nel Tamigi e i miei piedi sospesi nell’aria. Ecco, sarebbe comprensibile. Se ve lo state chiedendo non vi biasimo, è una cosa che farebbero tutti.
Comunque, per farla breve: c’è questo vecchio signore che mi si è avvicinato molto, molto lentamente, come se fossi una belva feroce con cui bisogna essere cauti. Mi ha detto: ragazzo, va tutto bene? Eh, non tanto, altrimenti col cazzo che sarei qua. 
Il problema è che non m’è rimasto proprio più niente, di questi vent’anni di vita, come se li avessi passati in una bolla fuori da questo formicaio che chiamano mondo. Uno potrebbe anche chiedersi quando tutto è iniziato ad andare a rotoli, quando le crepe sono diventati divari invalicabili, quando le chiacchiere sono diventate bugie; ma non credo che abbia senso, semplicemente un giorno uno si sveglia e si chiede com’è che Constance è appassita e si è trasformata in una vecchia signora, magra nei suoi abiti da ragazzina; oppure com’è che Eean un giorno mi guardava ridendo come un matto ed ora è scomparso, una macchia in tutto questo disastro. Poi c’è Thomas che ha sempre avuto ragione, anche adesso che se ne è andato. C’è Francis e la sua nuova casa a Bunhill Fields, con una vista meravigliosa sui campi, sì, ma chi mi dice che si ricorda di noi? E ci sono Liz, ci sono Evan e Kelly. Ci siamo tutti, ma di quelli che eravamo non c’è più nessuno.
Gli ho fatto cenno di sì, e lui è rimasto fermo per qualche secondo, come se avesse paura di aggiungere altro. Io ho girato la testa di nuovo verso il fiume e il cielo plumbeo di sempre e giuro di averlo sentito deglutire, come se avesse dovuto mandare giù un boccone troppo grosso.
«Tutto bene?» me lo chiede di nuovo, ha questa voce un po’ roca e bassa – quella da fumatore – e parla con un forte accento del nord. Forse non è scozzese, ma di sicuro viene da sopra Leeds, ci metto la mano sul fuoco.
Non gli rispondo perché non so bene che cosa dire in una situazione del genere: è ovvio che lui pensi che io voglia fare la fine delle mie valigie, ma non sono arrivato a questo punto. No, non mi voglio buttare giù dal ponte e spiaccicarmi sulla cresta del Tamigi, eppure non credo nemmeno di voler scendere da qua. Allora chiedo a lui come sta.
E lui: «Senti, ragazzo, ho visto che ti sono cadute quelle valigie.»
Ottimo osservatore. E non sono sarcastico, a Londra non c’è mai nessuno che vede nessuno. Quindi un punto a te, vecchio signore del-nord-ma-non-scozzese.
«Hai bisogno di una mano?» si ferma, deglutisce, accanto a noi sfreccia una macchina così forte che mi si scompigliano i capelli «Se scendi possiamo andare a cercarle.»
Mi dispiace fargli perdere tempo, mi dispiace davvero. Perché forse alle sette del mattino quest’uomo stava andando al lavoro e si è scontrato con un probabile suicida che butta cose giù nel Tamigi. Non è che la sua giornata sia iniziata proprio bene, quella del signore, intendo. 
«C’era solo robaccia, lì dentro. I vestiti, cose così, sono già in viaggio. Con la chitarra non so che farci, mi dispiace proprio buttarla. È solo che è ingombrante.»
Annuisce. Bella giornata, eh?, dice. Sì, è una bella giornata; è sempre una bella giornata se guardi Londra da quest’angolazione, il problema è quando metti i piedi a terra. Vorrei proprio rispondergli e fargli notare che il cielo e l’acqua del fiume sono dello stesso colore quando una macchina arriva sgommando così forte nella nostra direzione che quasi non mi sbalzo giù dallo spavento.
E poi mi giro.
E poi c’è il colpo di scena.

 
Londra, Agosto 2009

Mio padre è sempre stato uno che guida con prudenza. O meglio, guida sempre entro i limiti segnalati dai cartelli e raramente li trasgredisce. Non prende mai le curve troppo bruscamente e tantomeno supera chi gli sta davanti a meno che quello non stia andando veramente lentamente.
Sono le sue regole sacre, quelle della strada.
E oggi le sta trasgredendo.
Oggi sono sballottato qui e là nell’abitacolo dell’auto e, se non avessi la cintura di sicurezza a cingermi, probabilmente a quest’ora sarei appiccicato al finestrino opposto – mi sento un palloncino in una lavatrice, se ha senso come paragone. 
Quando siamo usciti dal parcheggio della stazione della polizia ho visto Evan e Constance appoggiati alla portiera dell’auto di lui. Mi guardavano. Evan non ha detto niente, ma Constance mi ha scrutato con gli occhi un po’ umidi mentre si stringeva le braccia appena sotto il seno – suppongo lo facesse perché i bottoni della camicetta super aderente erano saltati. Ovviamente non si sono mossi, sapevo che dietro ai loro sguardi si agitava un unico interrogativo: dove sono gli altri?, era facile leggerlo.
Gli altri stanno dentro ma ancora per poco, avrei voluto urlare. Ma non ho fatto in tempo.
Quando succedono cose del genere, Connie e Evan sono gli unici che si salvano il culo, in un modo o nell’altro. Evan perché è incredibilmente bravo a sfuggire dalle situazioni che possono danneggiarlo, Constance forse perché alla fine non fa mai nulla di male. E alle Sante va sempre bene – almeno a quelle come lei.
Mi rigiro sul sedile posteriore, la testa cinta da un cerchio gelido che, minuto dopo minuto, penetra sempre più in profondità. Vorrei vomitare. Altra curva. Vorrei vomitare ancora di più. Mio padre e mia madre stanno fermi, ingessati, sui loro sedili anteriori – si tramutano in oggetti e riprenderanno vita solo una volta arrivati a casa, non prima, non dopo. So già quello che mi diranno. È sempre lo stesso, non varia mai: sono vuoti anche quando si incazzano, urlano, tirano fuori la rabbia e la delusione. Sono oggetti anche quando cercano di vivere, ora che ci penso.
Questa è la prima volta che mi vengono a prendere alla stazione della polizia, comunque – tutti e due, intendo, con i loro volti freddi e cupi. Mi dispiace per loro. Non mi dispiace per quello che è successo ieri sera – anche se ammetto che la situazione era sfuggita di mano a tutti – ma mi dispiace proprio per loro, per quello che sono e che saranno.
Reclino la testa verso il finestrino, siamo ancora in centro, ci vorranno altri venti minuti prima di arrivare a casa, ho ancora tempo. Mentre socchiudo gli occhi con la completa consapevolezza di stare per addormentarmi, mi passano dietro le palpebre le immagini di ieri sera: sono diapositive proiettate dal mio cervello, una dopo l’altra e senza un ordine preciso.

Prima ci siamo io e Liz che entriamo di soppiatto nella mansarda dei Lein. Lei ride divertita. Ha la risata di una bambina che contrasta nettamente con l’idea che lei vuole dare di sé; sembra molto più piccola alla luce della torcia che ho in mano – le daresti, che so, quindici o sedici anni, con le efelidi che le costellano il viso e con quei capelli lunghi e castani che le svolazzano attorno mentre lei si diletta in una serie di piroette. Io la guardo di sottecchi e sorrido. È bellissima. È graziosa anche mentre si mette a sedere per terra, tra gli scatoloni polverosi che i Lein devono aver accumulato qui eoni fa, e mi rivolge un’occhiata.
«Riesci ad aprire quel lucernaio?» mi chiede, indicando con il mento la piccola apertura sul tetto. Io la assecondo con un po’ di sforzi: non sono mai stato particolarmente forte – ma credo che in questo caso è perché sono fatto e ubriaco. Che combo, eh? E poi è anche perché quel lucernaio del cazzo era bloccato, probabilmente non lo usava nessuno da anni.
Così ora entra l’aria frizzante dell’estate e la musica dal giardino qua si fa meno ovattata. Mi siedo accanto a lei.

Cambio di scena: ora Eean si sta rollando una canna. È concentrato ma parla lo stesso, parla del più e del meno e io lo ascolto, seduto su una poltroncina di pelle. È solo l’inizio, questo, siamo ancora tutti sobri – sobri abbastanza da poter tenere un discorso più o meno sensato, ecco.
«Il problema è, porca puttana» si ferma un momento «il problema è che io proprio non so più che fare, capisci? Io ci provo, a prendermi le mie responsabilità, a far vedere che ci tengo. Mi sono trovato un lavoro stabile, prendo i medicinali, sto riducendo tutti le distrazioni al minimo e lei continua a dire di no, che non vuole che faccia da padre al bambino.»
Io lo ascolto in silenzio con la testa appoggiata al sedile. L’erba e la pasticca rossa che ho appena mandato giù mi stanno stordendo.
«Non è ancora nato e potrebbe cambiare idea, lo so, lo so. È che mi sento come se quel bambino fosse la mia unica possibilità, no?, per uscire da questa merda. O forse non ci uscirò mai, che ne so, il punto è che se facessi qualcosa di buono, una volta tanto, se crescessi una persona buona sarebbe come mettere una pezza su tutto questo casino. Su di me.»
Lo vorrei abbracciare, in questo momento, mentre lui si porta la canna alle labbra e fa il primo tiro. Forse non ha ragione, io non posso saperlo, ma so che ci soffre. Per il bambino, per Kelly, per tutto quello che gli è successo. Eean non è un ragazzo facile, no, ma è la persona più buona che io abbia incontrato. 
Ma non glielo dico.
Non qui, nella villetta dei Lain, con una ventina di corpi sudati che ballano accanto a noi, qualcuno che ha già tirato fuori la polvere, l’odore acre degli alcolici. 
Non qui, sarebbe come sciupare il significato parole.

Torno indietro o vado avanti, non so dirlo. C’è Constance che si specchia nello specchietto retrovisore del pick-up su cui siamo arrivati. Stiamo discutendo sul genere femminile e Francis se ne è andato da un po’ proprio per questo – gli dà fastidio quando lei parla così. Ha sbattuto la portiera della macchina e si è mosso a lunghi passi verso la villa, lontano da noi. 
Connie ha sbuffato, protendendo verso l’esterno le labbra in un gesto allo stesso tempo infantile e sensuale. Non so come faccia.
«Per voi siamo Sante o Puttane, non c’è una via di mezzo.» mi dice, estraendo dalla borsetta un rossetto stick più rosa delle sue unghie. Non sembra turbata dalla cosa, lo afferma noncurante come affermerebbe che il suo taglio di capelli è un caschetto biondo – un dato di fatto difficilmente confutabile che ormai non le fa più caldo né freddo. Io non so come rispondere. Quindi sto zitto, che è meglio, con lei.
«Ma vi capisco, sai? Anche noi dobbiamo decidere, ad un certo punto, che cosa essere. Io voglio vivere, amare, Trav, voglio iniettarmi tutte queste emozioni per endovena. Se per fare ciò devo passare come puttana…» si ferma, schiocca le labbra e se le osserva per un secondo «come sto?» dice. Io le vorrei rispondere che sta bene anche senza, ma mi limito ad annuire convinto. Lei sorride, perdendo tutto d’un colpo quell’aria fascinosa da prima donna, sorride e ritorna più umana di me e di tutti gli altri. Mi tira un colpetto sulla spalla.
«Che testa di cazzo! Lo vedo che stai mentendo!» scherza, portando ora le gambe sul sedile e incrociandole. Ha la pelle così chiara che le si vedono le vene ovunque, sulle cosce, sul petto, se non avesse del fondotinta anche sul viso.
«Sono una persona molto diplomatica, io!» ribatto divertito e questa volta rido un po’.
«Diplomatica?» lei mi fa il verso «Non riempirti la bocca di paroloni troppo dotti, in posti come questo non apprezzano molto. Qui preferiscono un linguaggio molto più primordiale.» poi mima l’indice della mano destra entrare nel cerchio composto dal pollice e l’indice della sinistra.
Rido ancora.
«Oltretutto,» riprende, aprendo lo sportello e uscendo nella notte «sei davvero un pessimo bugiardo.»

Il nastro si riavvolge.
O va avanti.
Che cazzo ne so.
È Thomas a spalancare la botola che porta alla mansarda: lo fa con un’urgenza e una forza che gli ho sempre e solo visto mentre suona la batteria. Al di fuori no. Lui è sempre pacato, sulle sue, il suo tocco è sempre così gentile.
«C’è la polizia.» dice. Ha la voce profonda, l’accento del sud è più marcato del solito. Prima di processare quel che sta dicendo io mi fermo a osservare la sua felpa verde – d’Agosto, Cristo Santo – e penso, cazzo, penso, quand’è che se l’è messa? 
Non è la prima volta che la polizia arriva a una festa del genere, quindi questa volta sono preparato. Certo, pensavo di concludere la serata con una sana scopata, ma al momento mi passa tutta la voglia. Mi volto verso Liz, che ora mi guarda con un velo di disapprovazione – sempre in questi casini, ci dobbiamo cacciare?, dice il suo sguardo.
Ci conviene andare, dico. E inizio a scendere la scala e pioli che ci ha condotto fin qui. Thomas prima di me e Liz immediatamente dopo. Quando siamo al secondo piano inizio a sentire distintamente qualche urlo fuori e il vuoto che lo stereo ormai spento ha lasciato. Il punto è che so come funzionano queste cose: di solito queste teste di cazzo si divertono particolarmente a far finta di averti trovato roba addosso. Anche quando non è vero, anche quando nel mio caso la quantità è zero, ma a loro detta potrebbe cambiare da un momento all’altro. 
Scendiamo in cucina – sempre guidati da Tommy, che sembra essersi studiato la mappa della casa a memoria – dove incontriamo un povero cristo che, mezzo nudo e accasciato accanto al frigo, sta cercando di infilarsi il cazzo delle mutande prima di provare a correre. Noi apriamo la porta del retro con impeto, non rendendoci conto che qualcuno ci ha preceduti. Un agente grasso e pelato, ma grande abbastanza per fare il culo a tutti e tre, si sporge verso di noi. L’ultima cosa che vedo prima di venir trascinato fuori ed esser sbattuto sulla pietra del muro di casa è Liz che torna indietro correndo. 
Picchio la testa e mi viene da vomitare. Così come siamo, appiccicati alla parete fredda, io e Thomas ci possiamo guardare faccia a faccia. Mi dispiace, mima con le labbra lui. Tutto okay, mormoro di rimando io.
«Che hai detto?» dice il pelato, che al momento mi sta perquisendo con le sue mani grassocce e sudate. Sono diviso se dirgli porco o fascista, ma prima che dalla mia bocca possa uscire qualcosa Thomas risponde per me: «Niente. Lo lasci stare.»
Quando l’agente ha finito con me inizia con lui – Tommy, intendo – e io ho un momento per prendere fiato: è successo tutto così in fretta. Ora poso gli occhi sulla campagna che circonda villa Lain: qualcuno sta ancora correndo, se è fortunato è vestito, gli altri sono nudi come vermi o sono direttamente collassati da qualche parte. Un ragazzo sta opponendo resistenza e molla un calcio ad un agente e solo ora noto che accanto a lui anche Francis sta guardando, le mani in alto. Penso, lascia perdere, Frankie, non farti fottere in questo modo. Perché già so che cos’ha in testa: vuole picchiare quell’agente, e non si tratta di un calcio; vuole fargli del male, glielo leggo in faccia. Poi però non si muove e tiro un sospiro di sollievo, anche se il cuore pompa ancora sangue a una velocità inaudita.
Ora che quasi tutti sono stati presi, sulla campagna si alternano solo i colori blu e rosso delle volanti.
Blu e rosso.
Blu e rosso.
Blu e rosso.
In una danza ipnotica che potrei continuare a guardare per sempre: anche il volto di Thomas cambia colore in concomitanza con quello delle sirene e i suoi grandi occhi nocciola non smettono di guardarmi nemmeno per un secondo. È spaventato.
L’aria della notte è ormai fredda quando mi fanno entrare in una delle auto con Thomas e Lynch e quando partiamo scorgo, con la coda dell’occhio, che il cielo ad est sta diventando man mano più chiaro. Le stelle sono scomparse, non c’è più niente da vedere.

Quest’ultima foto è la più recente e i suoi bordi sono meno sfocati: la cella dove sono è quella opposta a quella dove sta Francis. Devo essermi addormentato perché solo ora mi rendo conto della sua presenza: lui se ne sta lì, seduto su una panca, la maglia e parte dei pantaloni sporchi di fango. Deve essere caduto prima di essere stato preso.
Anche se siamo lontani almeno tre metri, gli sento addosso l’odore di tutta la rabbia che si porta dentro mischiato a quello forte e distinguibile dell’alcool. Il prossimo a parlare con Tracy Miller è lui: ora che è sveglio e più lucido di prima vedo i suoi piccoli occhi chiari scattare da una parte all’altra, come se stesse cercando una via di fuga.
Io con Tracy Miller ci ho già parlato: è una donna gentile, mi ha perfino offerto un caffè. Mi ha chiesto chi mi avesse procurato il taglio sulla fronte e io le ho risposto che non lo sapevo, ovviamente. Poi mi ha informato che non avevano accuse a mio carico, potevo tornare a casa. Di norma hai a disposizione un paio di chiamate, puoi scegliere tu da chi farti venire prendere, oppure, se sei maggiorenne – come nel mio caso – basta una firma e sei fuori.
Il mio caso è leggermente più delicato perché sono figlio di Irem e Angus Wance, di conseguenza è meglio che vengano loro, ha detto – solo dopo ho capito che li conosceva, i miei genitori, intendo. In quel momento ho odiato il suo piccolo ufficio grigio, con una scrivania standard e impersonale, ho odiato la pianta verde che aveva posto tra uno scaffale e l’altro alla ricerca di dare un tono all’ambiente smorto. Ho odiato lei e i suoi capelli di un color mogano, visibilmente tinti.
Ma non ho troppo spazio per odiare, dentro, quindi è durato poco: il tempo di processare la cosa e più che arrabbiato mi sento angustiato, come se qualcosa mi prema il petto e non mi permetta di respirare.
Voglio respirare qualcosa che non sia l’odore degli alcolici e del tanfo di piscio che Lynch – che qui accanto a me, seduto sulla panca, emana. Allora parlo a Francis, che posso vedere attraverso le sbarre. La sua cella è più grande della mia: azzarderei cinque metri quadri. Forse sei.
«Ci sono Constance e Evan, fuori.» gli dico. Accanto a noi un agente di ronda mi rifila un’occhiataccia e immagino che mi voglia riprendere, ma poi volta le spalle e torna a compiere il suo giro. Solo ora Francis si gira verso di me, lo sguardo affilato e attento che scandaglia centimetro per centimetro il mio viso. «E anche Liz.» continuo.
Il punto è che gli voglio far capire che qualcuno verrà a tirarlo fuori e se lo porterà a casa, gli voglio dire che non si deve preoccupare a prendere la metro o un bus alle cinque del mattino. Lui incrocia le braccia al petto, in una posizione di difesa, ma so che mi sta ascoltando. A vederlo così mi sembra un animale selvatico in gabbia.
«Magari sono proprio qui fuori.»
Lui impreca, ma a voce troppo bassa per capire che cosa abbia detto. Poi risponde: «Li ho persi di vista, ieri sera. Evan, intendo. Deve aver capito che queste teste di cazzo stavano arrivando e se l’è filata.»
Probabile. Ma nessuno dei due li biasima.
«Non so come abbia fatto Connie.» si leva una voce profonda da una terza cella. Non riesco a vedere chi abbia parlato, perché ci separa un muro di cemento, ma so che è stato Paul Gillian. La sua parlata strisciata la si riconosce da miglia di distanza. «L’ultima volta che l’ho vista, cinque minuti prima che arrivassero, era seduta vicino a uno dei cessi. Aveva un’aria stravolta, pensavo fosse svenuta o che cazzo ne so.» si sente che vorrebbe continuare e dire qualcos’altro, ma l’agente di ronda torna indietro, il mazzo di chiavi che gli tintinna alla cintura. Dannati giovani, brontola, a cazzeggiare tutto il giorno e a drogarsi il venerdì sera. Sta venendo verso di me, apre la porta, che con uno sferragliare scivola di lato, e mi fa cenno di uscire. Io lancio un’occhiata a Eean, seduto in un angolo che dorme, sto per chinarmi verso di lui per dirgli che devo andarmene, ma il coglione mi strattona per la maglietta e incerto mi incammino verso l’uscita.

È per questo che mio padre sta guidando così in fretta.
   
 
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