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Autore: EffyLou    21/08/2017    1 recensioni
Las Vegas pullula di creature sovrannaturali e mostri.
Phoebe Montgomery ha ventitré anni e lavora come barista al casinò dell'hotel Mirage, sulla Strip. È una ragazza socievole, spigliata, c'è solo un problema: è schizofrenica. O almeno così crede di essere. Fin da bambina, si imbottisce di pastiglie per allucinazioni pur di non vedere mostri e creature spaventose che, dodici anni prima, uccisero suo fratello in un vicolo.
Esseri che la guardano come se fosse oro, che la inseguono, la braccano, la aggrediscono, solo se lei non prende la pastiglie. Devono essere allucinazioni per forza.
Tuttavia, Phoebe Montgomery è una cosiddetta Esper con il dono della chiaroveggenza.
Grazie al fortunato incontro con Damon Darden, la ragazza entrerà nell'Ordine degli Esper, organizzazione sottoposta al Vaticano che lavora per studiare e comprendere mostri e creature, e per mantenere in equilibrio quel mondo fatto di due realtà sovrapposte che mai devono incontrarsi.
È un mondo insidioso. Non si deve abbassare la guardia per nessun motivo.
Chi perde la concentrazione, chi si lascia corrompere, chi guarda in faccia il Male...
Cade.
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La storia tratta della percezione extrasensoriale.
Genere: Dark, Horror, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Esper'
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Introduzione.
Eccomi con una nuova storia! Stavolta tratterò di un genere che in passato mi appassionò tantissimo, ora un po' meno, ma comunque non sono mai stata una grande fan delle storie e altre opere sovrannaturali, non ne conosco molto. Strano eh?
In questa storia parlerò di creature sovrannaturali in misura ridotta, poiché sarà un paranormale incentrato sulla percezione extrasensoriale dei cosiddetti Esper (i sensitivi). 
Ho già previsto che ci sarà un sequel e ho già stilato la trama: Master and Servants
Ho scelto di fondere a questa storia due saghe di creepypasta, qualcuno probabilmente le conoscerà già: Holders e SCP. Era da un po' che volevo scrivere qualcosa in merito ma non ho mai preso in considerazione l'idea finché non mi è venuta l'ispirazione per Esper.
Qui il booktrailer: video.
Qui il link della storia su Wattpad: click.

Vi lascio a questo breve prologo, buona lettura!
Se volete farmi sapere cosa ne pensate, ne sarò ben felice! ♥


 
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Esper
Order and Holders


 
Nascere e crescere a Nashville dovrebbe preannunciare un futuro da cantanti o musicisti. Così credevo, insomma. La famiglia Cyrus – Miley, Billy Ray, proprio loro – veniva da Nashville e anche Hayley Williams, la cantante dei Paramore.
Nashville, la città della musica.
In effetti i miei genitori tentarono di farmi prendere lezioni di canto, quand’ero bambina. Non è andata bene. Non sono fatta per la musica.
Mi iscrissero ad un corso di hockey femminile e non andò bene neanche lì.
Sapete, non ho avuto una vita molto serena nonostante avessi tutte le carte in regola per poterla vivere. I miei problemi cominciarono all’età di undici anni.
 
Ricordo che ero al parco, mia madre era seduta su una panchina al limitare della zona giochi e parlava con una vecchia amica.
Io mi stavo arrampicando sulla parete da scalata con gli appigli di plastica. Quando arrivai in cima mi sedetti e mi sbracciai per richiamare l’attenzione della mamma e farle vedere quant’ero stata brava, che tutto sommato non ero una frana.
Fu mio fratello ad accorgersi di me. Mitchell era più grande di tre anni, quindi al tempo ne aveva quattordici e il viso con i punti neri.
Per sbracciarmi persi l’equilibrio e caddi rovinosamente indietro, battendo la schiena e la testa.
Mi risvegliai in una stanza d’ospedale, ma stavo bene.
Mi venne detto che ero solo appoggiata lì, perché dovevo fare alcuni controlli, ma non mi ero fatta male gravemente.
In seguito alla tac risultò che avevo un lieve trauma cranico, ma che si sarebbe riassorbito da solo. Quindi niente di grave, come previsto, anche se la schiena continuò a farmi un male fottuto per quasi una settimana.
Quella fu la fatidica settimana in cui vidi.
Quando mi affacciavo alla finestra, vedevo i mostri che camminavano per le strade come se fossero persone normali. Demoni, spettri, uomini e donne con occhi rossi o gialli che brillavano come fanali. Non volevo uscire di casa, ma a settembre cominciò la scuola e dovetti per forza.
Ricordo che Mitch mi venne a prendere all’uscita e mi strinse la mano mentre camminavamo verso casa.
«Li vedi anche tu?» sussurrai.
I mostri si fermavano a fissarci quando passavamo per strada, annusavano l’aria, ci guardavano con interesse.
Mitch annuì lentamente con il capo.
«Perché gli altri non li vedono?» domandai ancora.
«Non lo so, Phoebe. Non dobbiamo dirlo a nessuno.»
Annuii, incerta. Eppure volevo sapere. Volevo parlarne con qualcuno e chiedere quale fosse il problema. Ma avevo una paura fottuta.
Camminammo lungo la via mano nella mano, con i mostri che si fermavano a fissarci e annusare l’aria. Però, man mano che andavamo avanti, quelli ci seguivano.
Quelli con gli occhi rossi avevano la bocca così grande da essere deforme, piena di denti da squalo, la pelle pallida come cera con le vene nere in evidenza, gli occhi neri come biglie e unghie affilate; quelli con gli occhi gialli avevano unghie lunghe e canini affilati come rasoi, camminavano a quattro zampe; gli spettri erano molto diversi l’uno dall’altro, qualcuno aveva il corpo integro ma altri sembravano essere stati massacrati da pochi, le vesti erano zuppe di sangue. Infine i demoni… Come ve li immaginate? Orribili e tutti diversi, l’unica cosa che li accumunava erano le lunghe corna curve verso l’alto.
Ricordo che rimasi terrorizzata a quella vista inquietante. Emisi un singhiozzo tra le lacrime, stringendomi di più a Mitch, e quelli ci attaccarono. Noi fummo costretti a dividerci e cercare rifugio da qualche parte, ognuno per conto proprio. Il primo posto che trovai, fu una nicchia in cui c’era la statuetta della Madonna con un paio di candele e fiori. Mi nascosi lì dietro, mi accorsi che lì quei mostri non potevano prendermi. Sperai che Mitch avesse trovato rifugio in un posto come quello.
Rimasi a piangere aggrappata alla nicchia, singhiozzi disperati e terrorizzati da quei mostri che tentavano di agguantarmi, azzannarmi. Non ho mai avuto così tanta paura in vita mia. Possibile che nessuno se ne fosse accorto?
Non potevo stare lì per sempre. Non seppi dire perché, istinto credo, ma staccai il rosario dal collo della statuetta, lo tenni stretto tra le dita e uscii allo scoperto. I mostri si allontanavano se sventolavo il rosario davanti a loro, era come un’aura protettiva. Mi feci strada così verso casa.
I miei genitori mi accolsero spaventati e si preoccuparono perché Mitch non c’era.
 
Una settimana dopo, ci dissero che Mitch era morto. Di lui erano rimasti solo brandelli di maglietta, una scarpa, lo zaino stropicciato e una pozza di sangue nel vicolo in cui era stato ucciso. Le autorità non ritrovarono mai il corpo, né un sospettato o un colpevole. Seppellimmo una bara vuota sotto una lapide inutile: “Mitchell Montgomery. Nashville, 1990 – Nashville, 2004”.
Continuavo a vedere i mostri. Loro continuavano a fissarmi, ad annusarmi, e io non volevo mai essere lasciata sola. Li vedevo di notte, nei miei sogni. Ormai dormivo con una croce tra le mani, nel letto con mamma e papà. La camera di Mitch era stata chiusa a chiave e io avrei tanto voluto mettermi nel suo letto, per sentirlo vicino ancora una volta. Mi mancava da morire e io non avevo idea di come avrei fatto a sopportare una vita senza il mio prezioso fratello, senza i suoi sorrisi e le sue carezze di conforto, senza vedere la sua testa di ricci biondo scuro che gironzolava per casa. Avevo bisogno di lui, non sopportavo l’idea che non ci fosse più.
Alla fine sbottai, raccontai ai miei genitori e alle autorità cosa fosse successo, di quelle creature che ci inseguivano e della verità su chi avesse ucciso Mitch.
Nessuno mi credette. Mi portarono in un centro di igiene mentale e mi chiesero di raccontare di nuovo l’accaduto.
Avevo sperato che la diagnosi valesse anche per l’omicidio di mio fratello, invece quello era l’unica cosa reale. Il resto era tutto frutto della mia testa.
Schizofrenia.

 
 
   
 
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