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Autore: Miluuu295    22/08/2017    0 recensioni
Un tempo la Golden League era il più importante campionato di automobilismo al mondo. Al giorno d'oggi sta vivendo, ormai da anni, una fase di decadenza e per molte squadre è difficile non solo mantenere gli stessi standard di un tempo, ma anche sopravvivere. Il Team Corujas Blancas, per fortuna, è uno dei team privilegiati: nonostante le ultime stagioni non troppo positive, riesce a sopravvivere agevolmente grazie alla sponsorizzazione di una multinazionale. Unica condizione pretesa dalla Delirium Company: Dalia Herrera al volante della terza vettura. Figlia del fondatore del team e giunta ormai al termine di una carriera fatta di alti e bassi e spesa in gran parte in altri campionati, Dalia decide di rimettersi in gioco per salvare la squadra dal tracollo. Sarà anche un'occasione per rimettersi in gioco, per cercare di chiudere la propria carriera in modo positivo e per cercare di dimenticare gli errori commessi in passato, ma non è facile dimenticare gli errori del passato quando tutto, intorno a lei, sembra ricordarglieli. ♦ (Pubblicata anche su Wattpad sul mio profilo @Sunshine295)
Genere: Azione, Drammatico, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 1.
 
Grace Kissinger era una ragazza frenetica e dannatamente attraente; ovviamente per quanto potesse essere attraente un’occidentale. Era chiaramente sovreccitata e c’era da sorprendersi che il tablet che teneva in mano non le fosse ancora caduto giungendo alla fine della propria esistenza funzionale.
“A proposito, che cosa se ne fa di quell’aggeggio? E soprattutto perché sta venendo verso di me con la sua aria da falco assassino?”
Koji avrebbe desiderato evitarla, ma si mise il cuore in pace: quando quella donna aveva intenzione di importunarlo con i suoi quesiti inopportuni, per lui non c’erano speranze.
L’andatura frenetica di Grace si fece esponenzialmente più calma al diminuire dei metri che li separavano.
«Bella giornata, vero?» gli domandò l’addetta stampa.
«Bellissima» confermò Koji, «Anche se, ovviamente, non lo sarà per me.»
«Guarda al lato positivo» ribatté Grace. «Almeno potrai vedere la gara da una prospettiva esterna e farti un’idea di come andranno le cose. Inoltre nessuno ti accuserà di avere fatto danni, il che è un bel passo avanti, non credi?» Gli strizzò un occhio. «Lo sappiamo entrambi, dopotutto, che con tutta probabilità avresti finito la gara sbattendo contro le barriere della Sainte Dévote.»
Koji alzò gli occhi al cielo, che a quell’ora era colorato di rosso da quello che gli speaker televisivi di mezzo mondo avrebbero potuto definire un “tramonto suggestivo”, se fossero stati più interessati a descrivere il paesaggio dell’imminente gran premio, invece che infierire, incuranti dei miglioramenti emersi durante le qualifiche, sui risultati del team Corujas Blancas o spettegolare sul potenziale e ipotetico arrivo nel team, l’anno seguente, del veterano Ethan Harris, che in molti preferivano vedere già confermato pilota di punta della scuderia Rayo Fatal per la quarta stagione consecutiva, il tutto mentre la terza aveva superato da poco l’inizio.
Alzò gli occhi al cielo e, abbandonate le riflessioni sulla suggestività del sole che tramontava sul Principato di Monaco, fece un sospiro. In certe occasioni - come in quella, per esempio - si chiedeva se Grace fosse sana di mente. Quando scherzava, sembrava sempre nascondere qualche fondamento di verità tra le sue battute. Quella volta si trattava della sua propensione all’incidente, che contribuiva a tramandare il mito del “pilota kamikaze”. Soltanto su una questione Koji non concordava e, dal momento che la riteneva piuttosto seria, ritenne opportuno puntualizzare: «Mi dispiace smentirti, ma ho una certa esperienza a proposito delle barriere di questo circuito, al punto che posso assicurarti che, se dovessi scegliere un tratto in cui andare a sbattere, non sarebbe affatto la Sainte Dévote.»
«I piloti non scelgono dove andare a sbattere» replicò Grace, «Almeno credo.»
«No, non siamo noi piloti a scegliere» confermò Koji, in tono solenne. «È il fato che sceglie chi deve andare a sbattere e dove. Noi siamo solo pedine senza libero arbitrio di una realtà già scritta da altri.»
«Okay, va bene, se lo dici tu...» tagliò corto l’addetta stampa. «Io non mi occupo né di scrivere la realtà altrui né di scegliere chi andrà a sbattere alla Sainte Dévote, ma soltanto di scrivere per la mia colonna su goldenleagueracing.net, sito che tu senz’altro non leggi.»
Koji le strizzò un occhio.
«Esatto. È di parte. Gli articoli sono scritti da fanboy targati Vega.»
«A me non sembra affatto di parte» replicò Grace. «Se pubblicano quello che scrivo io, non devono essere tanto di parte.»
Koji sbuffò.
«Ormai lo sanno tutti che quelli della Vega ci daranno i motori, il prossimo anno; lo sanno perfino le barriere della Sainte Dévote. Spero che non sia questo l’argomento che hai trattato stavolta. Sarebbe raccapricciante.»
«Lo sai che le questioni dei motori mi interessano relativamente. Mi interessa di più il lato umano delle competizioni e mi sono concentrata su questo. Il mio articolo pre-gara è solo una riflessione sui “gloriosi tempi che non torneranno più”.» Gli passò il tablet. «Vuoi leggerlo? Magari mi puoi dare anche qualche suggerimento.»
Koji non aveva affatto voglia di leggere materiale destinato ad essere pubblicato su un sito che spesso gli aveva dato addosso, ma per Grace poteva soprassedere e infrangere qualcuno dei suoi principi fondamentali.
Il pezzo scritto dall’addetta stampa, da un paio di mesi improvvisatasi opinionista, non era nemmeno così terribile. Certi passaggi della sua analisi erano interessanti e, chiunque fosse dotato di un minimo di intelletto, avrebbe potuto arrivare a quelle considerazioni. Il problema era che, proprio come buona parte degli addetti ai lavori, anche gli appassionati della serie evitavano di usare il cervello, a condizione che non fosse strettamente necessario.
Doveva essere quello il succo del monologo di Grace anche se, come il suo ruolo prevedeva, l’aveva messo nero su bianco in maniera piuttosto educata e senza far capire che riteneva che i suoi stessi lettori non fossero altro che una massa di imbecilli.
 
[...] Non ho paura di andare controcorrente e di esprimere un punto di vista che da molti potrebbe essere considerato impopolare.
La mia impressione è che la Golden League abbia tanti problemi, ma che “non essere più quella di un tempo” non sia neanche lontanamente quello principale.
Gli anni passano e tutto si evolve. È normale che, guardando all’indietro, ci capiti di vedere qualcosa di diverso da ciò che appare davanti a noi. Il vero problema latente della Golden League è non avere mai accettato il trascorrere del tempo.
I problemi non vengono mai da soli. Accanto alla Golden League in crisi, c’è la crisi di identità dei suoi sostenitori: appassionati di automobilismo che, con il proliferare delle serie di successo (un esempio è la Emirates Series, nata nel 200* e ad oggi popolarissima nonostante sia appena alla sua quinta stagione) e con l’accessibilità data da canali televisivi a tema e piattaforme streaming, si sono sentiti in dovere di fare una scelta.
La Golden League, proclamandosi continuamente come “unica” e “inimitabile”, ha sempre considerato traditori coloro che si appassionavano anche di altre serie, arrivando al punto di allontanarli. Gli appassionati stessi non hanno capito le dinamiche di questo fenomeno: sono tuttora convinti di avere smesso di seguire la Golden League perché non regala più le stesse emozioni che regalava alle vecchie generazioni.
Subentrano due controsensi. Il primo è che campionati come Nippon Series o Emirates Series somigliano molto di più alla Golden League di oggi, piuttosto che a quella di un tempo. Ciò nonostante, chi ha smesso di interessarsi alla Golden League limitando il proprio interesse a queste serie, oppure a serie ad esse comparabili, ha come prodotto di riferimento qualcosa che, al giorno d’oggi, non esiste più.
Il secondo controsenso è che talvolta anche persone che, per limiti di età, non hanno mai provato in prima linea certe emozioni, sostengono che la Golden League sia da condannare “perché non si vede più quello che si vedeva vent’anni fa”. Vent’anni fa, tra l’altro, il team Corujas Blancas sorprendeva il mondo ingaggiando Kit Harris, triste preludio a ciò che tutti, al giorno d’oggi, ricordano ancora come il più tragico finale di stagione di sempre. È questo che gli appassionati sostengono di volere rivivere? È questa l’idea romantica che hanno della Golden League?
Io non sono d’accordo con loro e non lo sarò qualunque cosa accada questo sabato sera, lungo le strade di Montecarlo, sotto le luci dei riflettori.
Poi domani sarà un altro giorno e può darsi che, dall’altra parte dell’oceano, accada qualcosa di più spettacolare. Ciò che accadrà nella 500 miglia di Indianapolis, però, non inciderà in alcuna maniera sull’esito del Gran Premio di Monaco, nonostante parte dell’attenzione possa essere già catalizzata su due importanti nomi della Golden League di pochi anni fa come Mitchell Ramirez e Dalia Herrera.
 
«Secondo me» osservò Koji, «Faresti meglio a eliminare le ultime due o tre righe.»
Grace aggrottò le sopracciglia.
«Quali?»
Koji le restituì il tablet.
«È meglio non menzionare Mitch e Dalia. Sono dei “traditori” che hanno oltraggiosamente preferito la Indy Challenge alla Golden League. È così che vengono descritti dai fanboy, no?»
Grace annuì.
«Sì, ma questo cosa c’entra?»
«Sito gestito da fanboy, sito frequentato dai fanboy» declamò Koji, allargando le braccia. «Mi dispiace, Grace, non possiamo farci niente. Non siamo noi a dettare le regole.»
«Me ne sbatto delle regole» ribatté l’addetta stampa. «Cosa credi? Guarda che qui, in giro per il paddock, tutti non stanno più nella pelle. Non vedono l’ora di vedere Dalia in azione, nonostante la sua posizione di partenza non sia proprio eccezionale. È così che funziona: qui tutti pensano a lei, ma non possono dirlo perché significherebbe dare troppa importanza a una gara in cui “non succede niente di interessante, ci sono solo trentatré macchine che girano in tondo”, mentre lei, negli Stati Uniti, se ne sbatte bellamente di quello che accadrà qui a Montecarlo.»
«Io non lo darei per scontato» obiettò Koji. «Chissà, farà uno strappo alla regola e starà a vedere quello che combineranno i miei colleghi. Poverina, sarà perfino costretta a sentire la mia mancanza. Se solo avessi saputo di che cosa l’avrei deprivata, mi sarei guardato bene dall’andarmi a sfracellare su un muro in Gara 2 a Jerez.»
Grace rimase in silenzio per qualche istante, poi gli domandò: «Te l’ho mai detto che secondo me non sei normale?»
«No, non me l’hai mai detto» rispose Koji, «Ma probabilmente l’hai sempre saputo. Deve essere per questo che io e te andiamo d’accordo. E ora smettiamola di chiacchierare. Il fatto che io non possa appoggiare il culo sul sedile per almeno altri dieci giorni non significa che non possa intromettermi nel lavoro di tutto il resto della squadra.»
Quello era un aspetto del team-work che Koji prendeva molto sul serio.
Rivolse un ultimo pensiero a Dalia e a Mitchell, chiedendosi che cosa stessero facendo in quel momento, poi andò a compiere il ruolo per cui nessuno lo apprezzava abbastanza.
 
-18h 20'
«Non so dire se il gran premio di Monaco di notte sia spettacolare» osservò Mitchell, «O se sia solo uno spettacolo trash.»
Dalia non aveva risposta.
Tutto ciò che riusciva a percepire in quel momento erano le luci gialle che lampeggiavano sullo start.
La livrea della vettura rimasta ferma sulla griglia di partenza, sulla casella della seconda posizione, parlava da sé.
«Oh, no!»
Mitchell se ne accorse dopo di lei.
«No, non ci credo! Non voglio credere che sia accaduto davvero. Dopo tutti i passi fatti finora...» Si prese la testa tra le mani, facendo un salto sulla sedia. «Non ci voleva. Era la prima volta, quest’anno, in cui c’era la possibilità di fare qualcosa di positivo. È tutta colpa di quell’incompetente che papà ha messo al posto di Koji. Spero che, dopo quello che è successo oggi, lo rispedisca in Francia a calci nel culo.»
«In Belgio, vorrai dire.»
«Francia, Belgio... è sempre lì, da qualche parte, in Europa.»
A Dalia sfuggì un sorriso. Mitchell era una frana, nella geografia europea.
«Sarebbe come se lui dicesse che io sono originaria dell’Ecuador. In ogni caso non possiamo dare tutta la colpa a Nath.»
«Ah, no? Chi è che ha lasciato spegnere la macchina come un pollo?»
La monoposto in questione finalmente si avviò.
«Oh, guarda, ce l’ha fatta.»
«Doveva farcela prima, non adesso» borbottò Mitchell, tra i denti. «Ormai non c’è più nulla da fare. Partire dall’ultima casella della griglia di partenza e partire dai box è la stessa cosa. Potrebbe anche andarsene a casa, già che c’è.»
«Adesso non esagerare» cercò di rassicurarlo Dalia. «Non è così terribile dover partire dall’ultima posizione.»
«È facile dirlo, per te» ribatté Mitchell, «Dato che noi sei al posto suo.»
«Non sarò al posto suo in questo momento, ma ti assicuro che so benissimo cosa significa dovere partire in ultima posizione.»
«Indianapolis e Montecarlo non hanno niente in comune.»
«Io nel 200* sono partita in penultima fila, a Montecarlo» gli ricordò Dalia, girandosi verso di lui, «E sono arrivata a un passo dal podio. Stanne certo, Nath ti sorprenderà, così come ha già sorpreso tutti qualificandosi secondo.»
«Se lo dici tu...» Mitchell non sembrava molto convinto. «Speriamo.»
 
-18h 17'
Una luce rossa.
Due luci rosse.
Tre luci rosse.
Quattro luci rosse.
Cinque luci rosse.
Stavano per spegnersi, sancendo il vero inizio del gran premio.
«Sarà una bella gara, me lo sento» commentò Dalia. «Mi fido della squadra. Mi fido di Kris e di Nath.»
Mitchell, ancora accanto a lei, sbuffò.
«Sei troppo ottimista.»
Le luci rosse si spensero.
Dalia era stata troppo ottimista.
Erano bastati pochi secondi perché si scatenasse il caos.
«Ma che casino è?!» protestò Mitchell. «Oggi non riescono proprio a fare una partenza normale, a quanto pare. Non sono...»
Le parole gli si spensero in bocca.
A Dalia non servì molto per comprendere il perché.
L’inquadratura televisiva era abbastanza esplicita.
«Ti prego, dimmi che è un incubo.»
Mitchell non replicò.
Dalia si mise una mano davanti agli occhi.
Iniziava ad avere la nausea.
 
-10h 35'
Era notte inoltrata e Dalia avrebbe dovuto dormire, invece che rigirarsi nel letto e allungare ogni pochi minuti la mano per prendere lo smartphone, entrare sul motore di ricerca e digitare quel nome.
Ogni volta le appariva lo stesso elenco degli stessi articoli, con titoli che andavano dal classico “Gravissimo incidente al Gran Premio di Montecarlo” ad assurdità del tipo “Incubo allo spegnimento delle luci rosse”.
Non c’erano novità e Dalia non se la sentiva di rileggere articoli che ormai conosceva a memoria e che le avrebbero fatto troppo male.
Ogni volta tornava ad appoggiare il cellulare.
Quella fu l’ultima, perché le sfuggì di mano.
Quando lo sentì sbattere sul pavimento, accese la luce.
Lo schermo era rotto.
Non solo: il telefono, l’unico contatto che aveva con ciò che stava accadendo - o piuttosto ciò che non stava accadendo - dall'altra parte dell’oceano, non dava più alcun segno di vita.
Dalia lo scagliò dall’altra parte della stanza.
Lo sentì fracassarsi, ma non le importava.
Quel dannato oggetto l’aveva tradita, lasciandola sola, quando aveva il disperato bisogno di non sentirsi sola.
 
-8h 47'
Dalia soffocò un urlo.
«Nath?» chiamò, alzandosi a sedere. «Nathan? Ci sei?»
Le volle qualche istante per realizzare quale fosse la realtà delle cose.
Nathan le aveva fatto una promessa.
«Non toglierò gli occhi dallo schermo» le aveva assicurato. «Non me ne importa niente se parti ultima, io sarò lì a tifare per te.»
Quella promessa non avrebbe potuto mantenerla.
Inoltre Dalia non riusciva a comprendere perché avesse appena chiamato il suo nome.
Forse l’aveva sognato?
Alla fine doveva essersi addormentata.
Avrebbe dovuto cercare di rimettersi a dormire.
“Prima, però, controllo se ci siano novità.”
Cercò il cellulare e ricordò che era rotto.
«Maledizione.»
Se solo non l’avesse scagliato via, con un po’ di pazienza, avrebbe potuto provare di rimetterlo in sesto.
Non aveva alternative.
Doveva chiudere gli occhi un’altra volta e sperare che presto fosse giorno.
 
-7h 21'
Nathan era di fronte a lei.
La fissava.
La fissava e Dalia ricambiava il suo sguardo.
«Perché?» gli chiese. «Perché sei venuto qui e adesso mi guardi senza dire niente?»
«Ti ho fatto una promessa» le ricordò Nathan. «Non posso più mantenerla, ma c’è qualcos’altro che posso fare per te.»
«Non credo» ammise Dalia. «Non c’è più niente che tu possa fare per me.»
«Fidati» la pregò Nathan. «Fidati, Dalia. Vinci quella dannata gara e farò per te tutto quello che vuoi.»
«C’è solo una cosa che voglio.»
«Lo so. Vinci quella gara e io riaprirò gli occhi.»
Dalia non ebbe il tempo di riflettere.
«Va bene.»
Quando tutto cambiò e si ritrovò semplicemente immersa nell’oscurità, quelle parole le parvero una condanna.
Se solo fosse stato giorno.
Se solo avesse potuto smetterla di cercare di dormire, precipitando all’interno di sogni assurdi.
Se solo avesse potuto essere il più possibile lontana da lì...
 
-6h 03'
Dopo il buio, si disse Dalia, viene sempre la luce.
A volte la luce viene per rimettere a posto le cose.
A volte la luce viene solo perché l’alba si è portata via la notte.
Dalia aveva un mal di testa atroce.
Aveva bisogno di informazioni che non aveva.
Poco male, presto le avrebbe avute.
 
-4h 45'
A volte uno smartphone vale l’altro, rifletté Dalia, non appena l’ebbe tra le mani.
Claudia, la sua personal trailer, era stata piuttosto comprensiva: dopo venti minuti di predica perché aveva le profonde occhiaie di chi ha trascorso la notte insonne, aveva capito che qualcosa la turbava.
«Oh» aveva esclamato, «Tu non sai ancora nulla.»
Dalia era raggelata.
«C’è qualcosa da sapere?»
Claudia aveva scosso la testa.
«Pare di no.»
Alcuni articoli nuovi, in realtà, c’erano.
C’erano e, ultimata la lettura, Dalia avrebbe preferito che non fossero mai esistiti.
Restituì il telefono alla trainer.
«Non riesco a crederci.»
«Sono tutti sconvolti, Dalia. Ora, però, non devi più pensarci.»
Certo, non doveva più pensarci.
Era facile.
Era facilissimo.
Era dannatamente semplice fingere che nulla fosse accaduto, se solo fosse stata un robot programmato per dimenticare.
Il solo problema era che Dalia non era un robot o che, se anche lo fosse stata davvero, non ne era al corrente.
Claudia parve non rendersi conto dell’immensa assurdità appena pronunciata, dal momento che proseguì: «Ti conosco e mi fido di te. Sei sempre riuscita a superare tutte le tragedie. Oggi darai il meglio di te, ne sono certa. Nei momenti più difficili hai sempre ottenuto grandi risultati.»
Non sapeva nemmeno di che cosa stesse parlando.
Nei “momenti difficili” aveva portato un po’ di serenità a squadre sull’orlo del fallimento garantendo la dovuta risonanza a sponsor che minacciavano di andarsene da un momento all’altro.
Anche se i milioni di yen, di euro e di dollari con cui aveva avuto a che fare erano stati determinanti per la carriera sua o di altri piloti, perdevano d’importanza: dall’altra parte dell’oceano il denaro non sarebbe servito per salvare una vita appesa a un filo.
Dalia si sforzò di mantenere la calma.
Era già distrutta, non poteva permettersi di peggiorare la situazione.
«Stai tranquilla, oggi andrà tutto bene.»
Si sarebbe messa in coda agli altri e sarebbe stata calma in attesa di un colpo di scena che potesse cambiare l’esito della gara.
Quel giorno non poteva fare altro.
 
***
 
Sullo schermo dello smartphone, Koji rilesse l’articolo di Grace sul sito di Golden League Racing, trovandolo quasi grottesco.
Dell’atmosfera incantata del giorno precedente, in cui la Golden League doveva dare il massimo per non sembrare scadente e inferiore a quella di un tempo, non era rimasto più niente.
L’accenno a Mitchell e a Dalia sembrava quasi innaturale. Erano dall’altra parte del mondo, lontani da un incubo che lì a Montecarlo, invece, tutti avevano vissuto.
Chissà fino a che punto la distanza fisica avrebbe potuto separarli da ciò che, irreparabilmente, li aveva ugualmente colpiti.

 
  
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