Storie originali > Azione
Segui la storia  |       
Autore: Miluuu295    23/08/2017    0 recensioni
Un tempo la Golden League era il più importante campionato di automobilismo al mondo. Al giorno d'oggi sta vivendo, ormai da anni, una fase di decadenza e per molte squadre è difficile non solo mantenere gli stessi standard di un tempo, ma anche sopravvivere. Il Team Corujas Blancas, per fortuna, è uno dei team privilegiati: nonostante le ultime stagioni non troppo positive, riesce a sopravvivere agevolmente grazie alla sponsorizzazione di una multinazionale. Unica condizione pretesa dalla Delirium Company: Dalia Herrera al volante della terza vettura. Figlia del fondatore del team e giunta ormai al termine di una carriera fatta di alti e bassi e spesa in gran parte in altri campionati, Dalia decide di rimettersi in gioco per salvare la squadra dal tracollo. Sarà anche un'occasione per rimettersi in gioco, per cercare di chiudere la propria carriera in modo positivo e per cercare di dimenticare gli errori commessi in passato, ma non è facile dimenticare gli errori del passato quando tutto, intorno a lei, sembra ricordarglieli. ♦ (Pubblicata anche su Wattpad sul mio profilo @Sunshine295)
Genere: Azione, Drammatico, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Capitolo 24.
 
[...] "La mia carriera nella Golden League terminò nel corso del weekend del Gran Premio del Giappone 20**, lo stesso giorno in cui le speranze di Ethan Harris di vincere il campionato crollarono a picco.
L'incidente che ci coinvolse fu qualcosa di molto spiacevole, involontario da entrambe le parti. Qualcuno tentò di parlarne, prima che altri eventi di grande portata accadessero. Le polemiche si placarono pochi istanti prima che fosse esposta la bandiera rossa.
Non a tutti è data la possibilità di catalizzare l'attenzione, talvolta nemmeno ai soggetti più popolari. Me ne accorsi per la prima volta quel giorno, quando l'impossibile divenne possibile e, nonostante tutto quello che accadde dopo, si ritagliò a titolo definitivo il proprio spazio nel mondo del motorsport." [...]
 
Non c’era visibilità.
Se quella vettura che procedeva lenta non si fosse fatta da parte, Irina l’avrebbe travolta.
Almeno quella l’aveva superata indenne, mentre tutto il resto stava andando a rotoli.
«Kent, qui sta andando tutto allo sfascio. La macchina non regge.»
La voce dell’ingegnere, via radio, pronunciò qualcosa che alle sue orecchie giunse confuso.
“Perfetto. Adesso non funziona più nemmeno quella.”
Non faceva niente.
Irina sapeva che la sua vettura non sarebbe sopravvissuta ancora a lungo.
Voleva chiedere alla squadra di rientrare, ma le avrebbero detto senz’altro di no per l’ennesima volta.
Ormai era tardi.
Aveva già superato l’ingresso della pitlane.
Era stato un errore: il motore stava perdendo potenza e ormai doveva essere soltanto questione di poche decine di metri.
Doveva fermarsi.
Doveva fermarsi subito.
Prima di farlo, però, voleva completare quello che, con grandi probabilità, sarebbe stato il suo ultimo giro al volante di una monoposto della Golden League.
Quando si fermò, poco oltre la linea del traguardo, a bordo pista, la sua vettura stava già perdendo fumo.
Scese dall’auto.
Non degnò di uno sguardo la pista.
Era vicina all’uscita della pitlane e da lì si diresse a piedi verso il box della Scuderia Moretti, sotto la pioggia battente.
 
[...] "Ero ancora con Ethan.
Si girò verso di me, con gli occhi spalancati.
«Che cosa sta succedendo?» mi chiese. «Che cosa sta succedendo, Dalia? È come se tutto quello che abbiamo sempre conosciuto si stia sgretolando, da un momento all'altro, senza che nessuno potesse prevederlo.»
Annuii.
Tutto si stava sgretolando.
Il mondo della Golden League, quello che tutti avevamo imparato a conoscere nel corso degli anni, stava per essere messo in discussione.
Le gerarchie stavano per essere messe in discussione.
Il rapporto tra i team stava per essere messo in discussione.
«Hai ragione» mormorai. «La storia dell'automobilismo sta cambiando.»
Ethan scosse la testa.
«Eppure non riesco a crederci. Nessuno accetterà tutto questo.»
Aveva ragione, ma in quel momento non pensai a quanta verità ci fosse nelle sue parole.
Sul monitor, davanti ai miei occhi, ammirai la scena a cui milioni di telespettatori, nel mondo, stavano assistendo, alcuni fortunati in diretta televisiva nel soggiorno di casa, altri meno fortunati al bar davanti a un canale a pagamento o in streaming su un sito web illegale.
La decisione di interrompere la gara era arrivata ormai da qualche minuto, in vista dell'incremento del maltempo preannunciato dal servizio meteo.
La bandiera rossa arrivò già preannunciata, accompagnata dalla bandiera a scacchi.
A quel punto erano rimaste appena tre vetture, sul tracciato, con solo quella doppiata di Ruggeri ancora in condizioni idonee per proseguire.
Willis e la Volkova stavano rallentando entrambi.
Il caso volle che quella di Willis fosse la prima ad arrendersi.
La Scuderia Moretti, la squadra di cui un tempo io stessa avevo vestito i colori, vide finalmente la luce." [...]
 
Shane aveva intravisto una sagoma che lo superava.
«Chi è?» aveva chiesto, vai radio.
«Una Moretti, non preoccuparti» era stata la risposta del suo ingegnere, alla quale era seguito un incoraggiamento. «Resisti. Se arrivi al traguardo il titolo è tuo.»
Shane oltrepassò la linea del traguardo.
“È fatta” si disse, notando la bandiera rossa, sventolata dal direttore di gara o da chi per lui.
Alzò gli occhi verso il tabellone sul quale, a caratteri cubitali, erano indicate le posizioni occupate dai piloti.
Al settimo posto spiccava un numero 20, quello di Dalia Herrera. A quanto pareva era stata l’unica vettura del Team Corujas Blancas a classificarsi a punti. Di Vega ce n’erano due: il 3 e il 4 di Nyman e Gomez indicavano che i due avevano ottenuto il quinto e il sesto posto.
Quel dannato sfasciacarrozze di Gabriel Aruya e il suo numero 19 occupavano la quarta posizione, mentre la sorpresa era un numero 23 al terzo posto.
“Giuseppe Moretti?” ebbe il tempo di pensare Shane. “A quanto pare ha fatto il salto di qualità.”
Era lui il doppiato che l’aveva superato poco prima che riuscisse a tagliare la linea del traguardo?
No, non era lui.
Non era stato un doppiato a superarlo.
Quando Shane trovò il coraggio di guardare più in alto per vedere il proprio numero di gara davanti a quello di tutti gli altri, non trovò il numero 2 che portava sulla vettura e che, a quanto pareva, era condannato a portare per un'altra stagione.
Il tabellone lo informava che, per un’assurda concatenazione di eventi, il Gran Premio del Giappone era stato vinto dalla vettura numero 13, la Moretti guidata da Irina Volkova.
 
[...] “Fu qualcosa di indescrivibile.
Nel box del Team Corujas Blancas, per un attimo, tutto il resto, compreso il fatto che le nostre chance di vincere il campionato si fossero bruciate proprio quel giorno, non ebbe più alcuna rilevanza.
Tutti noi sapevamo che, in circostanze normali, Irina Volkova avrebbe mantenuto fede alla propria reputazione di reginetta delle retrovie.
Sapevamo anche, però, che a volte le circostanze normali lasciano spazio a qualcos’altro.
Uscimmo dal box e, al suo passaggio nella pitlane, la accogliemmo con un applauso, perché non importava che fosse destinata di nuovo all’oblio: quel giorno aveva realizzato un sogno nel quale Vincenzo Moretti non aveva mai osato credere nemmeno per sbaglio.
Irina rispose al nostro applauso con un cenno di saluto.
Non doveva rendersi conto dell’enormità dell’impresa che aveva appena compiuto.
In quel momento realizzai che non doveva nemmeno avere notato la bandiera rossa e che non doveva essersi resa conto di avere tagliato il traguardo davanti a quei pochi che ancora si trovavano in pista.” [...]
 
Nel corso degli anni a venire in molti avrebbero ricordato la situazione surreale che era venuta a crearsi quel giorno di ottobre.
Qualcuno avrebbe cercato di fare una narrazione lineare, di spiegare come fosse stato possibile che una delle vetture più scadenti del lotto, con al volante una dei piloti più scadenti del lotto, fosse riuscita ad avere un momento di gloria così enorme.
Qualcuno sarebbe andato a rivedere l’articolo pubblicato da Grace Kissinger meno di un quarto d’ora dopo la fine della gara.
Era stata rapida, talmente rapida che era fiera di se stessa.
Aveva terminato l’articolo inserendo prontamente la classifica dei piloti e quella delle squadre: Novak 62, Harris 62, Willis 61, Yoshimoto 45, Nyman 45, Herrera 27, Dobson 25, Aruya 25, Suarez 19, Gomez 17, Volkova 10, Arden 10, Cruz 8, Ruggeri 6, Villa 6, Leroy 5, Schmidt 4, Lopez Ferreira 3, Parker 2; Phoenix 142, Corujas Blancas 134, Vega 87, Rayo Fatal 36, Sparks 22, Moretti 16, Pink Venus 5.
Si era illusa che il campionato fosse finito.
Non era andata come la squadra aveva sperato, ma Grace era convinta che il verdetto della pista fosse stato inequivocabile.
Questione di minuti, poi avrebbe scoperto che per Kathy Shelley non era altrettanto inequivocabile che, una volta che la Shelley avesse urlato al mondo la propria indignazione, essenzialmente dovuta al fatto che la Scuderia Moretti avesse superato in classifica il team Pink Venus, tanti altri si sarebbero aggregati seguendo il vento.
 
[...] Irina Volkova ci oltrepassò.
Era diretta verso il proprio box.
Era diretta verso il luogo in cui credeva di dover riconoscere la fine della propria carriera e in cui avrebbe scoperto che il suo unico acuto era stato qualcosa di ancora più grandioso di quello che doveva sembrarle. [...]
 
L’incredulità regnava nel box della Scuderia Moretti. C’era addirittura qualcuno che, per un istante, aveva osservato che le cose non erano nemmeno andate nel migliore dei modi, perché in fin dei conti, se Ruggeri non avesse avuto un problema durante una delle soste, che gli aveva fatto perdere terreno e l’aveva messo indietro di un giro rispetto al leader, sarebbe risultato vincitore del gran premio del Giappone e per la piccola squadra sarebbe stata addirittura doppietta. L’entusiasmo aveva tuttavia placato quell’accenno di delusione: mai, nella storia della Golden League, la Scuderia Moretti aveva tagliato il traguardo in prima posizione; mai, nella storia della Golden League, si era ritrovata nella posizione di potere anche solo lontanamente puntare a vincere una gara.
C’era incredulità nello sguardo di Vincenzo Moretti.
C’era incredulità nello sguardo di Giuseppe Ruggeri.
C’era incredulità nello sguardo di ciascuno dei meccanici e dei tecnici.
C’era incredulità perfino nello sguardo di Jens Schubert, che doveva essersi amaramente pentito di essersi messo nei casini nelle prime fasi di gara, chiudendo con un ritiro quella che per i suoi compagni di squadra era stata come una miniera d’oro.
Anders non riusciva a staccare gli occhi da Irina.
Era stata l’ultima a capire. Quando aveva abbandonato la propria vettura oltre la linea del traguardo non aveva idea che si trattasse dell’ultimo giro. Sapeva che erano rimaste poche auto in pista, ma non aveva idea di quale posizione stesse occupando la sua, prima del ritiro. Si rendeva conto che la possibilità di portare a casa dei punti era concreta, ma non immaginava come si fosse evoluta la situazione.
Aveva trovato tutto il box intento a esultare.
Aveva chiesto in quale posizione fosse stata classificata.
Era stato Vincenzo Moretti in persona a indicarle il tabellone.
«Hai spaccato il culo a tutti» le aveva detto, con l’ottimismo di chi non teneva conto dei colpi di fortuna. «Adesso Ramirez dovrà sposarti per forza.»
La fortuna era stata una componente innegabile. In altre circostanze né la Volkova né Ruggeri avrebbero avuto chance concrete di puntare ai punti, figurarsi se potevano sognarsi un risultato del genere. Qualcuno avrebbe messo i puntini sulle “I”, Anders lo sapeva, accusandoli di avere rubato una vittoria e un podio a chi se li meritava davvero, incuranti di attribuire un’identità a chi “meritava davvero” tali risultati.
Erano finiti tutti fuori.
Le Moretti avevano portato le vetture al traguardo.
Polemizzare era assurdo, Anders se ne rendeva conto.
Faceva parte della natura umana, di quella degli addetti ai lavori e di quella dei tifosi, ma prima o poi le critiche sarebbero state dimenticate.
Anders ne era certo.
Aveva sottovalutato il potere di Kathy Shelley o, ancora meglio, il potere del main sponsor della Pink Venus.
 
[...] “Abbandonai la mia squadra.
Corsi fuori, sotto la pioggia.
Dovevo raggiungere Vincenzo Moretti.
Dovevo dirgli che avevo sempre sperato che qualcosa del genere potesse accadere. Dovevo dirgli che tante volte, molti anni prima, avevo sognato a occhi aperti di potere essere io stessa a portare quei colori, che cambiavano ad ogni cambio di sponsor, nell’eterna speranza di continuare ad avere degli sponsor, così in alto.
Si era trattato di un’illusione destinata a non concretizzarsi mai, ma nel momento stesso in cui un’altra persona era riuscita a realizzarla, per me quell’impresa era destinata a rimanere impressa per sempre nella storia del motorsport.
Raggiunsi Moretti.
Gli confidai quello che provavo.
I suoi occhi lucidi mi fecero capire, senza più alcun dubbio, che quello era il giorno più importante della sua vita.
Fu un’emozione intensa.
Fu un’emozione indescrivibile.
Fu un’emozione di breve durata, dato che la Scuderia Moretti e Irina Volkova erano destinati di lì a poco ad essere sacrificati in nome delle sporche logiche del motorsport.” [...]
 
La voce iniziò a diffondersi in fretta, nel paddock.
Giunti sul retro del podio, Shane e i due piloti della Scuderia Moretti vennero invitati ad attendere, perché la cerimonia di premiazione era rimandata.
Irina e Giuseppe accolsero tutto con aria indifferente. Loro, dopotutto, potevano anche credere che fosse normale, dato che non avevano mai visto da vicino una cerimonia di premiazione della Golden League.
Shane comprese subito che qualcosa non andava.
Il suo cuore perse un battito, quando si rese conto di che cosa potesse significare. C’erano due possibilità: la prima era che i commissari avessero deciso di penalizzarlo per l’incidente con Aruya - doveva essere una maledizione, quella di avere a che fare con lui, l’unica differenza era che, almeno stavolta, era molto probabile che Gabriel fosse incolpevole, dato che Shane sapeva di avere azzardato parecchio, durante il duello con il rivale, e che nessuno dei due era stato aiutato dalla bassissima visibilità - e che ciò gli togliesse un secondo posto che, ai fini della classifica finale, non sarebbe stato determinante; l’altra, molto più interessante, era che ci fosse stato qualche errore nel conteggio dei giri e che la classifica finale non fosse quella che prevedeva la Volkova vincitrice dell’evento, ma quella del giro precedente, risultato che, se fosse stato confermato, avrebbe attribuito la vittoria a Shane, facendolo balzare in testa alla classifica.
La cerimonia di premiazione non si svolse.
La vittoria non fu attribuita a Shane Willis, né il risultato di gara fu attribuito in base al giro precedente rispetto a quello che era terminato con l’esposizione della bandiera rossa e della bandiera a scacchi: tutti rimasero in attesa, nel paddock, l’attesa di qualcosa che sarebbe potuto accadere da un momento all’altro, ma non accadeva.
Il risultato del Gran Premio del Giappone non venne convalidato. Il prestigioso risultato ottenuto dalla Scuderia Moretti venne scelto come fattore per stabilire che le regole rigide della Federazione non erano state rispettate e che, essendo la gara stata disputata senza le condizioni di sicurezza necessarie, doveva essere annullata.
Le previsioni meteo dichiaravano che l’indomani era atteso un tempo asciutto.
Shane si ritrovò ad avere ancora qualche speranza, ma solo quando fu ufficialmente annunciato che la gara svolta quella domenica pomeriggio non aveva valore per il campionato.
Dal momento che, diversamente dalla gara, le qualifiche erano state disputate in quelle che venivano riconosciute come condizioni conformi al regolamento, la griglia di partenza sarebbe stata stilata sulla stessa base su cui era stata stilata quella della gara poi annullata.
 
[...] “La mia carriera era stata fatta di alti e bassi. Avevo sempre pensato che qualcosa di negativo mi attendesse dietro l’angolo, ma avevo sempre sottostimato il pericolo. Gli incidenti erano all’ordine del giorno e anche la possibilità di perdere il volante non era da lasciare del tutto fuori dai piani. Una gara che veniva annullata perché i team insorgevano a causa del vincitore non me l’ero mai aspettata.
Sperai che almeno Mitchell non andasse a raggiungere il coro dei nostri avversari.
Non voleva farlo.
Se lo fece, fu in nome di Brett Jonhstone e del suo denaro sonante.
Lo capivo: Mitchell doveva agire per il bene del team e il bene del team era conservare lo sponsor grazie al cui denaro eravamo risaliti così in alto.
Lo capivo, ma non ero disposta a tollerare in prima persona quella situazione. Dentro di me, sapevo già quello che avrei fatto.” [...]
 
Affacciata alla finestra, Dalia fissava la pioggia.
La sua portata era calata di molto, nelle prime ore della sera, e andava diminuendo ancora all’avvicinarsi della notte.
«Forse faresti meglio ad andare a dormire» le suggerì Jacques.
Dalia sussultò.
Non aveva sentito il suo personal trainer avvicinarsi.
Si girò lentamente.
«Scusa» disse lui. «Ho trovato la porta aperta e ho pensato che non ti avrei disturbata, se fossi entrato un attimo.»
Era vero.
Non la disturbava.
Ormai ogni affinità tra di loro era crollata, così come ogni desiderio di Dalia di confidarsi con lui a proposito di ciò che aveva nel profondo del cuore, ma non era infastidita dalla sua presenza, in quel momento.
«Presto andrò a dormire» mentì. «Ho bisogno soltanto di riflettere un po’.»
«Riflettere?» obiettò Jacques. «E su che cosa? Non hai nulla su cui riflettere. Devi solo ricordarti di comportarti in modo irrazionale. È così che funziona qui, no?»
Era così che funzionava, Dalia lo sapeva già, nel momento in cui si congedarono.
Rimasta sola, ripensò all’incidente di Indianapolis.
Si chiese per l’ennesima volta se quel flash, che aveva visto nello stesso momento in cui Nathaniel aveva perso la vita e di cui c’era mancato poco che parlasse anche con il suo ex marito quando si erano rivisti nel periodo della gara di Indy Challenge in Brasile, altro non fosse che una manifestazione extracorporea del suo amico, venuto a salvarla da un destino già segnato.
Realizzò che non avrebbe mai avuto risposta, ma che ne avrebbe avuta una su tanti altri dubbi di minore entità.
Non aveva bisogno di riflettere sul da farsi.
Sapeva già cosa fare.
 
[...] “L’annullamento della gara disputata a Suzuka fu la più grande delusione della mia carriera. Mi sentii tradita. Se le condizioni per gareggiare non c’erano, il direttore di gara non avrebbe dovuto permetterci di partire. L’aveva fatto. Ci aveva fatti continuare finché era stato doveroso continuare. Alla fine, per arginare l’insurrezione di gran parte dei team, capitanati dallo sponsor del team Pink Venus che nascondeva le proprie responsabilità sfruttando l’immagine di Kathy Shelley, ammise in prima persona che quel giorno, in Giappone, non si poteva gareggiare. Il risultato fu annullato e la gara - quella vera - fu fissata per il giorno seguente a mezzogiorno.
Fui molto chiara con Mitchell.
Gli spiegai le mie ragioni.
Gli sbattei davanti agli occhi la verità: mi sentivo distante anni luce da quella che ero stata fino al giorno prima e, per quanto il senso del dovere mi ordinasse di compiere il mio dovere, sia il cuore sia la mente si erano alleati per spingermi a prendere un'altra strada.
Quel giorno, sulla griglia di partenza, c’erano soltanto ventuno vetture.
Mitchell riuscì a cavarsela alla grande, inventandosi che ero stata colpita da un forte virus intestinale e che non potevo guidare. Perfino Brett Johnstone fu costretto ad accettare che quel giorno il team Corujas Blancas scendesse in pista con solo due vetture, nella speranza, destinata a non concretizzarsi, che Ethan Harris potesse riuscire ad arrivare davanti a Erik Novak e a diventare campione del mondo.” [...]
 
Ripetere la gara fu un ripetersi dello stesso strazio, per Grace Kissinger.
Ancora una volta vide Ethan Harris terminare la gara anzitempo, stavolta a causa di un cedimento del motore: quel destino lo accomunò a molti altri piloti, le cui vetture, già messe a dura prova dalla gara del giorno precedente, non videro la linea del traguardo.
Terminate le speranze per Ethan, che al momento del ritiro si trovava davanti al leader della classifica, fu proprio quest'ultimo il successivo pilota che si arrese a un cedimento.
Shane Willis, in testa alla gara, vide la concreta chance di andare a prendersi il titolo nella stagione d'esordio. Le proiezioni lo davano a quota 63 punti, quanto gli bastava per diventare campione del mondo. Dietro di lui c'erano due delle Vega, quella di Gomez e quella di Nyman, incapaci di metterlo davvero sotto pressione.
Non fu sufficiente.
Prima le Vega e poi lo stesso Willis si arresero a colui che, quel giorno, era destinato a conquistare la terza vittoria stagionale: Koji Yoshimoto, che fece risalire il team Corujas Blancas in testa alla classifica delle squadre: 143, contro i 142 del team Phoenix, mentre Vega chiudeva a 92, terza forza del campionato e, seppure distante dai due team che avevano dominato la seconda parte della stagione, ben più avanti di Rayo Fatal, che chiudeva a 35, e Sparks, con soli 22 punti.
Shane Willis si accontentò del secondo gradino del podio e del terzo posto in classifica, mentre Gomez coglieva un podio dopo molti mesi senza punti, seguito da Nymn e Aruya.
Karl Dobson aveva saldamente nelle mani la sesta posizione, che gli avrebbe garantito di superare Dalia Herrera in classifica, ma tutto sfumò a due giri dalla fine, quando forò in un tentativo di difendersi da un sorpasso della Parker. Caroline ultimò la manovra, danneggiando però l'ala anteriore.
A causa della rottura riportata, all'ultimo giro fu costretta a cedere la sesta posizione alla vettura che la seguiva e ad accontentarsi di un unico punto, che fece salire il bilancio del team Pink Venus da cinque a sei.
Quando Grace Kissinger lesse la classifica che scorreva in sovrimpressione, non riuscì a trattenere un piccolo sorriso.
 
1. Erik Novak - Phoenix Motorsport - 62 punti
2. Ethan Harris - Corujas Blancas - 62 punti
3. Shane Willis - Phoenix Motorsport - 61 punti
4. Koji Yoshimoto - Corujas Blancas - 55 punti
5. Hugo Nyman - Vega Racing Team - 46 punti
6. Dalia Herrera - Corujas Blancas - 26 punti
7. Karl Dobson - Vega Racing Team - 25 punti
8. Gabriel Aruya - Rayo Fatal - 24 punti
9. Manuel Gomez - Vega Racing Team - 21 punti
10. Juan Suarez - Phoenix Motorsport - 19 punti
11. George Arden - Sparks Racing - 10 punti
12. Salvador Cruz - Sparks Racing - 8 punti
13. Ramon Villa - Rayo Fatal - 6 punti
14. Michel Leroy - Rayo Fatal - 5 punti
15. Kristian Schmidt - Sparks Racing - 4 punti
16. Marcela Lopez Ferreira - Pink Venus Racing Team - 3 punti
17. Caroline Parker - Pink Venus Racing Team - 3 punti
18. Jens Schubert - Scuderia Moretti - 2 punti
 
Chissà come si era sentito Schubert, quando l’incidente tra Dobson e la Parker l’aveva fatto risalire in zona punti.
Chissà come si era sentito, al termine di un weekend così pieno di colpi di scena, ad essere proprio lui l’unico a non rimanere a secco, mentre i suoi compagni di squadra, protagonisti il giorno precedente, erano stati messi fuori gioco quasi subito da guasti meccanici.
 
[...] “Non mi pentii della mia decisione di lasciare la Golden League e, in breve tempo, annunciai pubblicamente che la mia carriera di pilota era terminata a causa dell’assenza di stimoli. Se ne fece un gran parlare, ma come spesso accade in queste situazioni, c’è sempre qualcosa di più importante che distoglie l’attenzione da ciò a cui si dava rilievo fino a poco tempo prima.
Nel mio caso fu Caroline Parker. Avevo sempre pensato - come in tanti, del resto - che a Brett Johnstone non piacesse o che non la ritenesse adatta a vestire i colori del suo sponsor. Mi sbagliavo. Pretese il suo ingaggio come terzo pilota non appena fu chiaro che l’anno seguente non sarei stata al volante.
La Parker accettò e, a causa di quella decisione, si ritrovò a guardare le gare dai box: venne alla luce che sia il team Phoenix sia il team Vega, acquistando i beni delle squadre fallite in tempi più recenti, avessero deciso di avviare ciascuna un team satellite, per sfruttare i vecchi telai e i vecchi motori. Qualcuno ci vide un tentativo di supremazia, ma avere dieci scuderie in pista invece che otto era un grande salto di qualità. Le terze vetture tornarono a vedersi soltanto nei test e durante le prove libere, con concrete possibilità anche per i team non di primissima fascia di portare a casa qualche risultato in più.
Il team Pink Venus non se la passò molto bene, dopo la perdita di Caroline. In concomitanza con la sua uscita di scena, anche la Lopez Ferreira se ne andò, per accasarsi in un team di prima fascia nella Nippon Series, stessa strada intrapresa da Daphne Harris. Kathy Shelley ridimensionò le proprie ambizioni e, per la stagione che venne, mise al volante due uomini.
Chi se la cavò meglio di tutti fu, a sorpresa, Vincenzo Moretti: l’eroica impresa di Suzuka non passò inosservata e l’avere perso il risultato, per assurdo, incrementò la popolarità della squadra italiana. Arrivarono nuovi sponsor e una ventata d’aria fresca, che portarono la piccola scuderia a ottenere risultati di maggiore spessore, arrivando a occupare occasionalmente le posizioni più basse della zona punti. Anders rimase come prima guida, mentre al volante della seconda vettura si alternarono nel corso della stagione Ruggeri e Schubert.
Il tentativo di Ethan di vincere un campionato con i colori del team Corujas Blancas era destinato a non concretizzarsi mai. Ne avrebbe avuto la concreta possibilità l’anno seguente: aveva già ottenuto tre vittorie su quattro gran premi ed era saldamente in testa alla classifica quando ebbe un brutto incidente durante le qualifiche del Gran Premio di Montecarlo. Rimase fermo per tre mesi, sostituito da una Caroline Parker che gareggiò senza particolari pregi e senza particolari macchie, e quando tornò non era più lo stesso di prima, tanto che prese la decisione di apprendere il casco al chiodo al termine del campionato.
La squadra della mia famiglia aveva messo in piedi una vettura fenomenale, quella stagione. Koji Yoshimoto, che vincendo a Monaco aveva tenuto alte le speranze del team nonostante l’assenza di Ethan, riuscì a mettere la testa a posto abbastanza da vincere il mondiale con tre gare d’anticipo, a Singapore. Ero presente a Marina Bay e quella notte festeggiammo come dei pazzi. Mi ritrovai ubriaca fradicia a ridere e scherzare insieme a Karl Dobson, quindi dovevo avere alzato parecchio il gomito e non dovevo essere stata la sola. Qualcuno, quando nell’estate seguente divenni madre di un bambino a cui diedi il nome di Nathaniel, insinuò addirittura che Dobson fosse il padre, ma non era così. Il piccolo Nath venne concepito qualche settimana più tardi e l’uomo di cui portava i geni nel DNA non apparteneva al mondo del motorsport.
Tornando alla vittoria di Koji, il pilota giapponese  aveva annunciato alcune settimane prima, intervistato in proposito, che se avesse vinto il campionato avrebbe lasciato la Golden League in cerca di nuovi stimoli. Mantenne fede alle proprie intenzioni e, nonostante la serie si stesse lentamente riprendendo dal proprio stato catatonico, con un incremento delle gare in calendario che fece decadere la necessità di organizzare doppi appuntamenti, andò a gareggiare negli Stati Uniti.
Nella Indy Challenge Series, Koji vestì per molti anni i colori della Brazil Gas e venne portato su un piedistallo da molti, compreso il mio ex marito. Il suo modo di guidare, un po’ troppo sguaiato per la Golden League, si adattava molto meglio agli standard americani. A trentacinque anni vinse la Cinquecento Miglia di Indianapolis, partendo dall’ultima casella della griglia di partenza. Mi piacerebbe dire che da quel momento in poi venne considerato un eroe, ma la realtà dei fatti è un'altra: Koji Yoshimoto era già un eroe.
Nelle interviste post-gara dichiarò che puntava alla Triple Crown.
Non scherzava. Ridusse a livello part-time il proprio impegno nella Indy Challenge Series e iniziò una nuova avventura nelle corse di durata, con l’obiettivo di vincere un giorno la 24 Ore di Le Mans.
Il giorno in cui accadde avrei potuto esserci, ma il destino aveva disposto diversamente. Ero ormai da anni membro di una commissione della Golden League che operava per la sicurezza nelle competizioni e quel giorno ero a Baku, dove si svolgeva il Gran Premio dell’Azerbaijan e dove Anders, all’età di quarantadue anni e ormai prossimo al ritiro, fu ufficialmente consacrato negli annali dei campionati automobilistici. Vinse il Gran Premio a bordo di una vettura della Scuderia Moretti, team nel quale militava per la sesta stagione consecutiva e che per la prima volta vedeva la vittoria. L’auto non era più bianca, ma turchese, grazie a un nuovo sponsor: un colosso russo i cui soci di maggioranza erano Irina Volkova e suo padre. A quanto pareva le voci secondo cui Irina, dopo il ritiro dalle competizioni avvenuto in seguito al Gran Premio del Giappone del 20**, avesse avuto molto più successo come imprenditrice che come pilota erano vere. La sua impresa, tuttavia, non era stata dimenticata e, seppure non valida per il campionato, la gara che aveva vinto era spesso considerata, anche se come evento non ufficiale, nelle statistiche.
Il giorno in cui Koji Yoshimoto e i suoi compagni di squadra vinsero a Le Mans provai uno strano mix di felicità e amarezza. Koji aveva dichiarato in numerose occasioni che, una volta che avesse realizzato l’obiettivo di centrare la Triple Crown, si sarebbe definitivamente ritirato dalle competizioni: ormai la mia generazione di piloti apparteneva al passato, soppiantata dai ragazzi più giovani: quelli come Shane Willis, ormai pluricampione del mondo della Golden League, o come Gabriel Aruya, che dopo il passaggio nella Indy Challenge Series aveva smesso sia di essere considerato soltanto un pilota troppo scorretto o troppo propenso al caos sia di essere sempre al centro del gossip a causa della sua relazione ormai dimenticata con Daphne Harris.
Con l’addio di Koji, ne ero convinta, il panorama motoristico internazionale avrebbe perso uno dei suoi piloti più pittoreschi.
Per una volta Yoshimoto non mantenne fede alla parola data. Subito dopo la vittoria dichiarò che non aveva senso, per lui, ritirarsi dalle competizioni, quando a parte quello non c’era nulla che sapesse fare o che gli interessasse fare. Una settimana dopo Le Mans lo ritrovammo in pista dall’altra parte dell’oceano al Richmond Raceway.
Sugli ovali era una scheggia. Partito dall’ultima posizione, si mise dietro un avversario dopo l’altro e andò a prendersi la testa della gara. Poi rientrò ai box, ormai a secco con il carburante, in regime di bandiera verde. Ci fu un incidente subito dopo. I suoi avversari rientrarono nella pitlane con la safety car in pista. Koji si ritrovò in fondo allo schieramento, ma non era sufficiente per farlo desistere. Ricominciò come prima, superando le vetture una ad una. Si infilava laddove vedeva un minimo di spazio, arrivando a sfiorare muretti.
Davanti al televisore, stavo fissando a bocca spalancata la sua ennesima eroica impresa quando il vecchio Koji ritornò a farci visita.
Lo vidi spiccare il volo, sul posteriore di un’altra monoposto. Poi lo vidi ribaltarsi e strisciare a lungo sull’asfalto.
Scossi la testa, quando vidi le condizioni della vettura, al termine dello schianto.
Era uno di quegli incidenti di cui un giorno Koji avrebbe potuto, tra il serio e l’ironico, vantarsi durante le interviste.
Non poté mai farlo, perché morì sul colpo. Mi sentii svuotata ancora una volta e realizzai che dovevano essere milioni, nel mondo, le persone che provavano la stessa sensazione.”
 
Milly Sunshine (C)
9 Febbraio 2016 - 15 Agosto 2017
 

 
  
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Azione / Vai alla pagina dell'autore: Miluuu295