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Autore: IndianaJones25    26/08/2017    0 recensioni
Mar dei Caraibi, fine del XVII secolo. L’epoca d’oro della pirateria, ormai, volge al proprio termine. Ma tra bottiglie di rum, tempeste, racconti, naufragi, abbordaggi, fughe precipitose e spacconate varie, le vite di vecchi pirati, irosi marinai, arditi viaggiatori, abili spadaccini, prostitute di mezza età e giovani sognatori si intrecciano in un’ultima avventura.
La storia si suddivide in cinque sezioni:
Storie di taverna (capitoli 1 - 3)
Oltre l'inferno d'acqua (capitoli 4 - 8)
L'ultimo viaggio d'un marinaio (capitoli 9 - 18)
Le straordinarie imprese d'un nobile di Castiglia (capitoli 19 - 36)
La chiamata delle sirene (capitoli 37 - 38)
Con un mio personale e piccolo omaggio ad Emilio Salgari.
Genere: Avventura, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti | Contesto: Epoca moderna (1492/1789)
Capitoli:
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Capitolo primo

   Il buio pece della notte era squarciato da lampi e folgori, che si susseguivano l’un l’altro incessantemente; il tuono, tuttavia, era quasi impercettibile, celato dal fragore della spessissima pioggia, la quale cadeva scrosciando a fiumi, quasi si fossero aperte le cateratte del cielo.
   Tra le rocce acuminate dell’ampia baia, i marosi si infrangevano a riva e contro la scogliera con onde alte più di tre metri, tra l’urlio del vento e l’assordante frastuono della risacca.
   Dall’interno delle case, costruite in pietra, tinta di bianco, anche se qua e là l’intonaco andava ormai  inesorabilmente scrostandosi, e con travi di legno a vista, scure come le tegole ottenute dal medesimo materiale, non filtrava nessuna luce, essendo quasi tutte spente, come pure lo erano i fanali delle barche e delle navi ormeggiate nel porto, che rollavano e beccheggiavano a non finire; se le ancore non fossero state calate profondamente ed i cordami saldamente legati, esse si sarebbero certamente ritrovate in balia della tempesta, che le avrebbe sbattute senza pietà fino a distruggerle.
   Il tempo, che s’era messo al peggio ormai da alcuni giorni, aveva impedito alle imbarcazioni di salpare ed alle piccole scialuppe dei pescatori di uscire in mare; la fortuna, però, aveva voluto che, poco prima del sopraggiungere del maltempo, arrivassero al borgo cospicui rifornimenti di vivande, già chiuse ed immagazzinate al sicuro all’interno dei depositi comuni o nelle cantine dei privati, e pure che il pescato fosse molto cospicuo, così da non affamare gli abitanti del luogo, tutti quanti quasi esclusivamente uomini di mare, ora forzatamente senza lavoro.
   L’unico punto luminoso, oltre ai fulmini, proveniva dalle finestre, a tasselli piombati gialli ed opachi, della taverna Davy Jones, ed era il tremolante bagliore delle candele accese al suo interno e del fuoco che ardeva nel camino, il quale contribuiva, insieme al rum ed al porto che lì scorrevano a litri, a scaldare i corpi gelati degli avventori.
   E fu verso quel luogo che si diresse una figura ammantata di nero, con un cappello a tricorno del medesimo colore fortemente piantato in testa; pur dovendo sfidare il vento implacabile, quella persona, di chiunque si trattasse, incedeva con passo davvero sicuro sull’acciottolato della strada, reso scivoloso dai giorni di pioggia ininterrotta.
   Lo sconosciuto, giacché a causa dell’oscurità era impossibile da vedersi in viso, aperse un poco a fatica la porta della locanda ed entrò nel suo tepore fumoso, richiudendosi poi alle spalle il freddo del vento e l’oscurità della notte.
   Il rumore del finimondo che stava avvenendo all’esterno giungeva quasi pacato, lì dentro, smorzato dalle grandi pareti di pietra e dagli infissi robusti e soffocato dal suono di una fisarmonica e dal vociare dei clienti, tutti quanti seduti attorno a grandi tavoli di rovere, intenti chi a bere, chi a mangiare e chi, invece, a giocare a carte o a dadi. Alcuni uomini, ormai completamente ubriachi, erano invece riversi sopra i tavoli, affaccendati a russare sonoramente.
   Tutt’intorno alle pareti di pietra, annerite dal fumo, correvano scaffali, un po’ incurvati a causa del peso che dovevano reggere, colmi di piatti, bicchieri, piccole botti tappate e bottiglie quasi vuote; quelle ancora completamente piene, infatti, sia che si trattasse di vini sia che fossero di liquori più forti, erano custodite certamente al sicuro nella cantina, a cui si accedeva da una scala posta dietro il banco, e della quale solo l’oste possedeva la chiave; tra i muri, poi, erano state tese delle corde, su cui erano stesi ad asciugare panni ed altri stracci, e dalle quali pendevano, inoltre, salumi di vario tipo, in attesa soltanto di essere staccati ed affettati.
   Il locale dal pavimento in cotto, illuminato da candele e lampade ad olio, era pervaso dal fumo, emesso da queste ultime e dalle pipe odorose di un gruppo di marinai seduti in silenzio in un angolo e, quindi, sembrava che li dentro ci fosse la nebbia; ma non aveva un’aria spettrale, al contrario aveva un che di accogliente, soprattutto se paragonato con quanto stava accadendo in quel momento all’esterno.
   Come il nuovo venuto si fu stagliato sulla porta, scese il silenzio e tutti gli sguardi gli si concentrarono addosso; era la tipica accoglienza riservata a chiunque mettesse piede nella taverna.
   Ma gli avventori, non scorgendo niente altro che gli occhi dello sconosciuto, dietro il bavero del mantello che rimase alzato come se anche lì fosse necessario ripararsi dal vento, ritornarono quasi immediatamente alle proprie occupazioni, proprio come il fisarmonicista, che riprese a suonare la sua ripetitiva melodia, sempre uguale, poche note replicate all’infinito, quasi una specie di connubio tra un tango argentino ed una sinfonia spagnola che, però, nonostante la monotonia, infondevano un pizzico di felicità mista a malinconia in chi ascoltava.
   Quel repentino ritorno dei frequentatori della taverna ad occuparsi dei fatti propri era più che giustificato; essi, infatti, erano tutti quanti uomini abituati a viaggiare per i porti del mondo, e nelle loro peregrinazioni tra i sette mari avevano ognuno scoperto, una volta o l’altra, che se un individuo aveva le proprie ragioni per non farsi identificare, era molto meglio per chiunque non indagare oltre. In questo modo, si era soliti convenire, si avrebbe avuto la possibilità di scampare più a lungo. L’elisir di lunga vita, di cui tanto s’era vaneggiato sin dai tempi di Juan Ponce de Leon, non era affatto celato in mistiche fonti perdute in angoli oscuri di foreste dimenticate, come qualche vecchio aveva sostenuto, seduto ad un tavolo in una locanda fumosa, proprio com’era quella, e speranzoso di trovare un modo per allungare la propria vita. In verità, esso scorreva a fiumi, quasi con impeto, nella capacità di ciascuno di valutare il momento opportuno di non immischiarsi nelle vicende altrui. Farsi gli affari propri, difatti, era il modo migliore, e forse l’unico, per avere qualche probabilità di vedere il sole sorgere e tramontare tanto a lungo da potersene considerare ormai stanchi.
   Il figuro, con passo lento, quasi indolente, in netto contrasto con quello molto deciso che aveva dovuto mantenere fino a poco prima per contrastare l'incredibile forza del vento, andò a sedersi presso l’unico tavolo che, essendo sistemato vicino ad una finestra da cui proveniva un fastidioso e freddo spiffero, era stato lasciato libero dagli altri uomini presenti nella taverna.
   Senza togliersi mantello né cappello, ordinò con voce roca al locandiere, che gli si era fatto immediatamente dappresso, un piatto di stufato bollente ed una bottiglia di buon vino rosso. In attesa che la propria ordinazione fosse servita, cominciò a guardarsi attorno per scrutare le altre persone, quasi come se stesse cercando qualcuno tra quella gente; la sua attenzione, per una qualche circostanza misteriosa, fu attratta da un gruppo di uomini che, per passare il tempo, tra un bicchiere e l’altro, stavano narrando alcune storie di mare.
   «È andata proprio come vi ho detto!» stava assicurando un vecchio rugoso e dalla barba grigia, annuendo compiaciuto e tracannando del porto direttamente dalla bottiglia, senza più curarsi del bicchiere che gli giaceva abbandonato di fronte. «Non presi assolutamente nulla, nemmeno una sardina piccola piccola, per ottantaquattro giorni. Poi, trascorso quel lasso di tempo, pescai un pesce enorme, che mai s’era visto nulla del genere!»
   «E che ne hai fatto, di quel pescione, dopo?» domandò uno, scoppiando a ridere, subito imitato dai compagni, che non credevano al racconto di quel vetusto uomo.
   «La mia storia, invece, è vera, e su ciò non avrete nulla da obiettare, spero» brontolò un tale molto magro che, al pari degli altri, portava impressi sul viso i chiari segni di una vita intera trascorsa tra vento, marea, sole e salsedine.
   «Sentiamola ma, se non ci convincerà appieno, propongo che tu offra il prossimo giro di rum» gli rispose uno degli amici.
   «Ma se, invece, vi lascerà sorpresi, sarete voi altri a pagare da bere a me» rispose l’uomo magro, scoppiando a ridere. «Dunque, sentite bene. Una mattina, di buon’ora come sempre, avevo messo in mare la mia piccola barca a vela e mi ero diretto al largo, per catturare i pesci che poi avrei venduto al mercato, al rientro. Ero intento a sbrogliare alcune reti che si erano ingarbugliate tra loro quando la mia attenzione fu attratta da una cosa che mai mi sarei aspettato di vedere galleggiare in mare aperto.»
   «Cos’era, una bottiglia?» domandò uno.
   «Magari contenente il messaggio di un naufrago o la mappa di un tesoro nascosto?» incalzò un altro.

   «O, forse, del vino che poi ti sei scolato alla facciaccia di quello che l’aveva fatto cadere in acqua?» chiese quello che non aveva preso un solo pesce per ottantaquattro giorni.
   «Statevene un po’ zitti e fatemi finire. Era una rosa!»
   «Una rosa? E che cos’è mai, una rosa?»
   «Si tratta di un fiore profumato, razza di zotici ignoranti, che per qualche ragione era stato spinto al largo dalla corrente. Mi piace pensare che fosse stato abbandonato ai flutti da una damigella speranzosa di far arrivare quel dolce messaggio al proprio amante, imbarcato su una qualche nave diretta lontano.»
   «E, invece, è arrivato solo ad un vecchio ubriacone!» rise uno dei suoi amici.
   «Zitto! Nel vedere quel fiore tra la spuma, mi feci prendere da un so che di nostalgico, e decisi di portarlo con me. Rinunciando, per quella mattina, a bere, lo misi nella mia brocca dell’acqua. Quando a mezzogiorno, poi, feci ritorno a casa mia, lo misi in un vaso, ottenendone una talea. Non provo neppure a spiegare, a gentaglia della vostra risma, zotici ed ignoranti come pochi, che cosa sia mai una talea. Vi basti sapere che, come ebbe messo le radici, la piantai nel terreno, ed ora nel mio giardino crescono bellissime e rigogliose rose, che tutte le signore sospirano ed i loro mariti mi invidiano, nel vederle.»
   Come il pescatore ebbe finito di raccontare la propria storia, un vecchio prese la parola.
   Era un uomo, come detto, non più giovane, che portava addosso i chiari segni di una vita avventurosa, accentuati dalla benda nera che gli copriva l’occhio sinistro e dalla fluente barba bianca, che a stento celava le numerose cicatrici che gli solcavano le guance. Nella mano stringeva una pipa, spenta, che non sembrava avere affatto intenzione di fumare.
   «Rose e talee. Puah! Corpo di mille fulmini, cosa volete che siano queste bagatelle in confronto a ciò che ho affrontato io… in confronto al Grande Maelstrom!»
   Sul gruppetto scese il silenzio, un gelido mutismo, come se il solo nominare quel nome, Grande Maelstrom, avesse bloccato loro il sangue nelle vene, o perlomeno avesse spento in loro la facoltà di emettere alcun suono.
   Infine, però, uno di loro, ritrovata la parola, si azzardò a chiedere, sottovoce, quasi con la paura che altri, al di fuori dei compagni, potessero udirlo: «Tu davvero hai visto il… quello lì?»
   «Puoi dirlo forte, per tutte le onde del mare!» rispose l’altro. «Saranno stati venticinque anni fa, suppergiù. Ero imbarcato, ormai da qualche tempo, sulla Cassa del Morto, il formidabile veliero di uno dei più grandi naviganti mai gettati su questo mondo dal diavolo. Ed egli stesso, ne sono sicuro, era un demonio in carne ed ossa: il capitano Jason Edwards!»
   «Il leggendario capitano pirata!» esclamò un uomo molto alto e dai capelli scuri e lunghi che, fino a quel momento, era rimasto silenzioso. Su costui si concentrò maggiormente l’attenzione del misterioso figuro che, pur avendo cominciato a mangiare la cena che il taverniere gli aveva servito, ancora non aveva levato il cappello né s’era abbassato il mantello.
   «Il diavolo del mare…» mormorò un altro, la voce colma di un rispettoso timore.
   «Proprio lui» rispose il vecchio, con aria sognante, perdendosi con lo sguardo nei ricordi lontani della sua gioventù, quando gli acciacchi e l’età non erano ancora sopraggiunti per costringerlo a lasciare la vita di mare ed a trascorrere intere giornate in quella locanda, con la sola prospettiva, dinnanzi a sé, di bere rum e di rammentare il passato in attesa della morte.
«Il più grande scorridore dei mari che io abbia avuto la fortuna di conoscere. Ed il più grande che sia mai nato, potete credermi. Ebbi il privilegio di divenire membro della sua ciurma, una prerogativa che pochi poterono vantare di avere avuto; ed io solo, ormai, sono rimasto in vita, io solo, ancora, respiro la salsedine marina ed osservo l’orizzonte, l’unico vivo tra tutti quegli ardimentosi uomini che accompagnarono quello straordinario demonio nel corso di imprese degne di essere cantante nelle ballate. Insieme, senza mai provare paura, salpando dalla nostra base segreta ubicata sull’irraggiungibile isola del Teschio, andammo audacemente all’arrembaggio di centinaia di navi spagnole, le quali trasportavano ricchi carichi d’oro verso l’Europa. Edwards non si fermava dinnanzi a nulla, non temeva niente e nessuno, essendo egli un formidabile spadaccino ed un preciso tiratore, in grado di sparare infallibilmente sia con fucili che con pistole, e pure con ogni tipo di cannone che avessimo a bordo. Ed era capace, quando lui prendeva il timone, di condurre la nave su ogni rotta che desiderasse, qualunque fosse il clima, sfidando impavidamente anche le peggiori burrasche. Se decideva di muoversi controvento in una tempesta, lo faceva; e, se voleva sfrecciare nella bonaccia, aveva la capacità anche di compiere una simile impresa, per quanto a raccontarlo e sentirlo dire possa apparire impossibile. Nessuna imbarcazione caduta nelle sue mire, pertanto, poteva sperare di fuggirgli. Oh, certo, tentavano la fuga, o la difesa, una strenua difesa, ma sempre invano, perché nulla era possibile, per resistere al vecchio Edwards ed alla sua ciurma. Persino gli appelli alla Divina Provvidenza, all’Onnipotente, non servivano a nulla, quando si incrociava la rotta di Jason Edwards. Non si poteva neppure sperare di raccomandare la propria anima a qualche santo, poiché tutto sarebbe stato vano. Per questo, dunque, la sua nave si chiamava Cassa del Morto, perché chiunque la incrociasse non aveva altro fato, di fronte a sé, se non il tristo destino della morte; difficilmente, infatti, il capitano usava clemenza ai suoi nemici e, se lo faceva, era solo perché essi, arresisi dopo una strenuissima resistenza, potessero narrare ad altri della nostra invincibilità. Ma preferiva di gran lunga lasciare il vuoto, alle proprie spalle, una scia di rottami e cadaveri galleggianti, un inesorabile e crudele monito di morte per chiunque avesse osato attraversare la sua strada, sia pure solamente per errore. In questo modo, asseriva, alimentava il terrore che poteva incutere il solo pronunziare il suo nome. E da qui, credo, gli nacque la fama di essere non già un uomo, bensì un demonio, il diavolo del mare, come taluni ancora oggi lo sogliono chiamare, con la paura nella voce: fama meritatissima, che egli dimostrò, con le proprie azioni, essere del tutto rispondente al vero. Non aveva alcun amico, Edwards, neppure noi uomini della ciurma eravamo tali, per lui; eravamo i suoi uomini, quelli su cui avrebbe sempre potuto contare, anche perché il terrore di trovarcelo di fronte come un nemico avrebbe frenato chiunque anche solo dal volgere i propri pensieri in direzione di un possibile tradimento.»
   Il vecchio fece una paura, per bere una lunga sorsata di rum, poi riprese a raccontare, con la sua aria trasognata.
   «Ho detto che non aveva amici, ma uno, in verità, Edwards lo aveva: ed era il suo pappagallo, quello che portava sempre sulla spalla e che gli era sempre accanto, anche nel momento più accanito e atroce delle battaglie. Lo accompagnò in ogni viaggio, in tutti, in verità, tranne che nell’ultimo, quasi come se una specie di presentimento gli avesse consigliato di lasciarlo in salvo sull’isola del Teschio. Vallo a sapere… Per sei interminabili anni, agli ordini di quel diavolo, solcammo i mari in lungo ed in largo, imprendibili, seminando il terrore tra le genti delle coste. Qualunque nave provasse a mettersi sulle nostre tracce, appartenesse essa alla marina militare spagnola, od a quella inglese, o fosse di un altro pirata o di un avventuriero intenzionato a catturarci, veniva immancabilmente intercettata, depredata ed affondata. Ed ogni volta, dopo le nostre imprese, ci ritiravamo su quell’isola perennemente nascosta dalla nebbia, lontana da qualsiasi rotta conosciuta, l’isola del Teschio, dove avevamo accumulato tutti i nostri tesori, una ricchezza tanto sfrenata da poterci compiacere e appagare tutti quanti per il resto dei nostri giorni. Eravamo, dunque, ormai tanto ricchi da poterci dire più che soddisfatti, ma la brama d’oro del capitano Jason era troppo forte per essere placata. Fu così che, quando scoprì che un bastimento spagnolo era diretto verso l’Europa carico di tonnellate d’oro, oro sottratto dai templi degli Aztechi e fuso in lingotti, ci chiese un ultimo sforzo, ordinandoci di salpare. Ma non vedemmo mai quella nave.»
   La voce del vecchio marinaio, adesso, si ridusse ad un mormorio, quasi un rantolo indistinto, tanto che i suoi compagni dovettero farsi tutti più vicini per poter continuare ad udire la sua storia, mentre un ombra offuscava il suo unico occhio sano.
   «Una terribile tempesta, la più forte in cui ci fossimo mai imbattuti, tanto che pure il capitano non fu in grado di domarla, infatti, ci spinse al Nord, sempre più a settentrione, lungo tratte di mare mai percorse prima, gettandoci lontanissimi dai caldi lidi delle Antille; ovunque si volgessero i nostri sguardi, ormai, si scorgevano solamente ghiacci e ghiacci senza fine, e dal cielo, un cielo perennemente plumbeo, una pioggia ininterrotta cadeva a lambire i nostri poveri corpi intirizziti, quasi come se, alla fine, come pegno delle nostre crudeli azioni, fossimo stati condannati a vedere la desolata ed inospitale terra di Thule. Ma quello era il meno, non era nulla a quello che ci attendeva veramente, poiché di fronte a noi, afferrando la nostra nave come in una morsa infernale, s’aperse, improvviso e crudele, il Grande Maelstrom! L’invincibile mostro degli abissi, l’implacabile divoratore d’imbarcazioni e di uomini, il giusto terrore di tutti i marinari, adesso, ci attendeva al varco, inesorabile come un Inferno terreno! A nulla valsero i nostri febbrili sforzi. Per quanto cercassimo un vento contrario ed il timoniere si desse da fare con sovraumano sacrificio per virare da quella rotta sciagurata, fummo risucchiati in quel vortice mortale, senza scampo. Le vele furono lacerate e le sartie strappate, molti dei miei poveri compagni furono afferrati dal mare prima ancora che la nave, ormai in completa balia di quel gorgo del demonio, fosse fatta a pezzi, squarciata da quella mefistofelica potenza. Capii che la fine fosse davvero giunta e che per noi non ci fosse più alcuna speranza quando il vessillo di Edwards, la bandiera che aveva terrorizzato per anni i marinai - un drago color smeraldo in campo nero, un’immagine che non scorderò mai, dovessi campare cento anni -  venne strappata dal pennone e fu dispersa tra i flutti. Mai prima, capite, era accaduto qualche cosa di simile. La bandiera di Edwards non aveva mai ceduto, mai!»
   Il vecchio chiuse l’unico occhio, rivivendo con cupo terrore quegli attimi fatali, che da anni lo perseguitavano come incubi terrificanti.
   «L’acqua, adesso, era ovunque, si muoveva vorticosamente sotto, ai fianchi, e perfino sopra di noi! Anche il cielo era scomparso, inghiottito da quella gelida, impenetrabile  ed oscura cortina d’acqua. E l’ultimo ricordo che possiedo del capitano Jason Edwards, dell’intrepido scorridore dei mari, del più temibile uomo che avesse mai solcato questa terra, fu quello di lui che, senza dimostrare alcun timore, ritto ed immobile sul ponte sconvolto, la formidabile spada salda nel pugno come durante le più audaci scorribande, la barba ed i lunghi capelli scossi e agitati dal vento, il volto contratto in una smorfia di feroce sfida, affrontava arditamente quelle onde che sarebbero certamente divenute la sua tomba, come un diavolo infernale che tenga in scacco la giustizia eterna, senza paura alcuna per l’avvenire, nel giorno dell’estremo giudizio! Chi lo sa, quale fu l’esito finale del duello tra quei due formidabili, tra Edwards ed il Grande Maelstrom, tra il diavolo del mare ed il demonio degli abissi. Da quel che ne so, io solo mi salvai, e neppure sono in grado di dire come e per quale miracolo ciò avvenne. Il vortice si richiuse sopra di noi, ci risucchiò in profondità e tutto divenne buio e soffocante, mentre gli ultimi avanzi della nostra nave si disfacevano rapidamente. Disperatamente attaccato alla vita, in un ultimo tentativo di poter rivedere ancora una volta la luce del sole, mi appellai a Sant’Elmo, sebbene non avessi mai proferito orazione in vita mia, e probabilmente il protettore dei naviganti ascoltò le mia parole, rimettendomi egli nelle mani di Nostro Signore, il quale accolse il mio estremo pentimento. O, forse, per quel giorno, avendo già ricevuto Edwards e quasi tutta la sua ciurma, l’Inferno decise di aver dato ospitalità ad un numero bastevole di traditori, ladri, briganti della peggior risma ed assassini, e quindi mi risputò fuori. Comunque sia andata, per volontà della Divina Provvidenza, dell’Inferno o per pura casualità, avvenne che le onde e i flutti, così come si erano richiusi, si riaprirono sopra di me, e potei tornare a respirare l’aria fredda e ad ammirare la luce, e con essa pure una tavola di legno, l’ultimo resto della Cassa del Morto, la nostra grandiosa nave. Ed aggrappandomi a quella riuscii a salvarmi ed a fare ritorno a terra, dopo un lungo ed estenuante viaggio da naufrago di cui, adesso, non intendo parlare. Ecco, adesso sapete tutti perché, ancora oggi, io possa stare qui a camminare ed a ciarlare, respirando ancora l’odore della salsedine, e non sia invece uno di quei tanti dannati i cui cadaveri spiluccati dai pesci giacciono in fondo all’oceano, per emergerne di quando in quando impigliandosi nelle reti dei pescatori, per tutti i relitti!»
   Il vecchio mostrò ai presenti la pipa rozzamente intagliata che, fino a quel momento, aveva stretto in mano, senza fumarla.
   «Ecco, vedete, con quella tavola ho poi fabbricato questa pipa. Così, è come se portassi l’ultimo rimasuglio dell’anima nera di Edwards e di tutti i miei compagni periti nell’inferno del Grande Maelstrom sempre con me!» aggiunse, con aria solenne.
   Tutti tacquero, sconcertati da quel racconto, fissando in modo deferente quella pipa malamente scolpita alla quale, fino a un attimo prima, non avrebbero attribuito alcun valore. Il Grande Maelstrom, infatti, era una reverenziale leggenda, tra la gente di mare, che lo considerava alla stregua di un diavolo vomitato dall’Inferno per perseguitare i marinai, e fino a quel momento non si era mai sentito parlare di alcun essere vivente scampato ad un incontro con esso; soltanto un uomo, tra i marinari, era leggendario e temuto quanto quel gorgo, ed era Jason Edwards. Trovarsi di fronte un uomo che poteva affermare di aver conosciuto entrambi e di essere sopravvissuto per raccontarlo era qualcosa che andava ben oltre le normali aspettative di un frequentatore della taverna Davy Jones. Di sicuro, quella storia sarebbe risuonata ancora a lungo, tra quelle pareti e, magari, un giorno o l'altro, sarebbe anche stata messa in musica e cantata da qualche poeta del mare.
   
 
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