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Autore: Beauty    29/08/2017    2 recensioni
Anno 2350.
I ghiacci polari si sono sciolti, sommergendo gran parte degli Stati e delle città del globo. Gli USA sono divenuti "Archès", uno Stato governato con il pugno di ferro e il terrore dall'Impero. La società è divisa in caste, e alla fame, alla povertà e alla morte si contrappone un'avanzata tecnologia che, tuttavia, è a disposizione di quei pochi che governano le masse tramite lo show business.
Natlee Delariva vive a Bordertown, e ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza. L'essere una donna ad Archès non comporta altro che il venire trattata come un oggetto da vendere letteralmente al miglior offerente, una macchina per generare figli affinché la razza umana non si estingua. Chiunque si ribelli è punito con la morte dai cyborg, macchine mortali al servizio dell'Impero.
Ma, il giorno in cui Natlee partecipa con altre ragazze al reality show che al termine le vedrà o spose o schiave, qualcosa va storto, e la ragazza si ritroverà a dover fare i conti con un segreto che la unisce all'Imperatore stesso...
Genere: Romantico, Science-fiction, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, What if? | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Capitolo I
 
Città di confine
 
 
 
Lord, I must be dreamin'
What else could this be?
Everybody's screamin'
Runnin' for the sea
 
Holy lands are sinkin'
Birds take to the sky
The prophets are all stinkin' drunk
I know the reason why
 
Eyes are full of desire
Mind is so ill-at-ease
Everything is on fire
Shit piled up to the knees
 
Out of rhyme or reason, everyone's to blame
Children of the season, don't be lame
Sorry, you're so sorry
Don't be sorry
 
Man has known and now he's blown it
Upside down and hell's the only sound
We did an awful job
And now they say it's nobody's fault”
 
[Nobody's fault, Aerosmith]
 
 
 
Fu l'esplosione della finestra che la svegliò.
Natlee scattò seduta sul materasso bitorzoluto, improvvisamente vispa nonostante non fossero neanche le cinque del mattino. Le bastò una sola occhiata ai frammenti di vetro sparsi sul pavimento della cucina per comprendere immediatamente ciò che stava accadendo. La sirena in strada prese a suonare sovrastando le grida e le esclamazioni di terrore di chi si trovava già per le vie della città o di chi, come lei, era stato svegliato in quel momento.
Vide del fumo nero alzarsi in lontananza e udì dei passi di marcia passare proprio sotto casa sua. Scalciò via le coperte e balzò in piedi. Ormai aveva fatto il callo a certe cose, sapeva ciò che sarebbe accaduto di lì a qualche secondo.
BK-12, rintanato nell'angolo opposto a dove si trovava il materasso, si stava agitando sul posto emettendo isterici beep beep e facendo lampeggiare le due spie rosse e blu che aveva in cima al corpo metallico. Natlee emise un sibilo di dolore quando si ferì un piede scalzo con una scheggia di vetro.
- Dai, che fai lì?! Muoviti!- strillò, tirando via il lenzuolo dal materasso. Il droide esitò solo un paio di secondi, prima di sfrecciare verso di lei e seguirla nella stanza adiacente alla cucina. La sirena emise un ululato più forte, e Natlee sentì delle voci in strada urlare a tutti di allontanarsi e mettersi al riparo, a cui seguirono dei passi in corsa.
Fece per precedere BK-12 nella stanza, ma poi ci ripensò. Lo lasciò passare, gridandogli di mettersi al riparo, e tornò indietro per recuperare la vecchia ricetrasmittente poggiata sul tavolo. Nel momento esatto in cui l'afferrò, il pavimento sotto i suoi piedi tremò e un boato fece scuotere le pareti. Natlee finì a terra per colpa dell'impatto, rovesciando anche una sedia con sé. Intorno a lei, gran parte delle stoviglie e dei piatti sistemati sul tavolo e nella credenza s'infranse al suolo. Natlee si accorse si essersi procurata diversi tagli sulle braccia nude e sui polpacci lasciati scoperti dai pantaloni del pigiama.
Si rialzò a fatica, sentendo i fischi di BK-12 nell'altra stanza, sovrastati dalle urla della gente in strada e dal grido della sirena. Incespicò nei cocci e nei vetri fino a raggiungere la camera adiacente alla cucina. BK-12 era appiattito contro la parete a pochi metri dalla seconda e ultima finestra di casa.
- Non lì! Se esplode anche quella ti arriva tutta addosso!- gridò Natlee, accovacciandosi nell'angolo più lontano dalla finestra, riparata dietro al bracciolo del divano.- Forza, vieni qui!- fece cenno al droide di raggiungerla, e in un attimo BK-12 le fu attaccato al fianco. Natlee lo coprì con il lenzuolo e lo abbracciò per proteggerlo meglio da un eventuale prossimo impatto, senza smettere di stringere la ricetrasmittente fra le dita.
Serrò le palpebre e nascose il capo nell'incavo fra il proprio braccio e la parte superiore di BK-12. Pochi secondi dopo, un altro boato fece tremare le pareti della casa. Manciate d'intonaco caddero dal soffitto e si staccarono dal muro, ricoprendo il pavimento e la testa di Natlee di polvere biancastra. La ragazza udì altre stoviglie e altri oggetti fracassarsi al suolo.
La scossa durò solo tre o quattro secondi, poi tutto si fermò. La sirena continuò a suonare per diversi minuti, e ci volle del tempo anche affinché il trambusto e le grida giù in strada cessassero. Quando finalmente tornò il silenzio, BK-12 emise un beep sollevato e Natlee si sentì abbastanza tranquilla da poter sollevare il capo.
Tolse il lenzuolo dal droide, il quale fece compiere tre giri completi al proprio capo metallico facendo lampeggiare entrambe le spie. Natlee cercò di regolarizzare il proprio respiro.
- Ti senti bene, BK-12?
- Affermativo - rispose la voce sintetica del droide. Un fascio di luce blu sprizzò fuori dalla spia cerulea di BK-12 e scannerizzò il corpo di Natlee da capo a piedi, prima di sparire.- Rilevo diciassette tagli di lieve entità su tutta la tua struttura corporea e cinque escoriazioni collocate al livello delle ginocchia e dei gomiti, Natlee. Ti consiglio di provvedere alla disinfettazione e possibilmente al bendaggio.
- Dopo, BK-12...- Natlee controllò che la ricetrasmittente non avesse riportato danni.- Dov'è papà?
- Johnath non mi ha comunicato la sua destinazione quando è uscito, stamattina alle tre e ventisei minuti. Non credi che possa essere al lavoro?
- No, sarebbe salito immediatamente se fosse stato in officina. A meno che...
Natlee avvertì un groppo alla gola e si alzò in fretta. Corse verso la cucina cercando di far funzionare la ricetrasmittente e nel contempo saltando i vetri sparsi per terra per non ferirsi di nuovo. Raggiunse il quadrato che delimitava il foro aperto nel pavimento di legno.
- Resta qui, BK-12! Torno subito...
- Affermativo, Natlee.
La ragazza prese a scendere lungo la scala a pioli che conduceva al piano inferiore. L'officina in cui suo padre lavorava era immersa nel buio, segno che Johnath Delariva non era stato lì. Natlee tastò la parete umida e raggiunse a tentoni il banco da lavoro dove sapeva che suo padre nascondeva una delle torce. La recuperò dal cassetto e la scosse un paio di volte per attivarla.
La luce flebile illuminò parzialmente l'interno dell'officina: gli attrezzi di Johnath erano al loro posto nella cassetta, così come i pezzi di ricambio sistemati sugli scaffali ricoperti di grasso e unto, e il flight starter era ancora nascosto dal telo polveroso. Gli scheletri e le carcasse dei droidi a cui suo padre stava lavorando erano dove li avevano lasciati la sera prima.
La ricetrasmittente mandò un fischio e cominciò a grattare. Natlee la scosse e la sollevò in aria per stabilizzare il contatto, ma quello morì in capo a pochi secondi. La ragazza cercò disperatamente di ritrovare un segnale.
- Papà?- chiamò, reggendo la ricetrasmittente con entrambe le mani.- Papà, mi senti?
Le rispose solo un rimasuglio di suoni indistinti, prima che il segnale cadesse di nuovo. Natlee emise un ringhio frustrato e tornò al piano di sopra percorrendo gli scalini a due a due.
- Papà non è in officina - annunciò a metà scala.- E la ricetrasmittente non prende, quindi molto probabilmente non è neanche nelle vicinanze...
- Buone notizie, Natlee!- trillò la voce sintetica e allegra di BK-12.- Ho effettuato una scansione dei contenuti del mio database, e ho scoperto che Johnath ha lasciato un messaggio. C'è un 99,9% di probabilità che lo abbia fatto stanotte mentre ero in risparmio energetico.
Natlee balzò sulle assi di legno della cucina.
- Un messaggio olografico?
- Negativo. Si tratta di un messaggio audio. Vuoi ascoltarlo, Natlee?
- Sì, grazie, Bk-12.
Le spie sul capo del droide si spensero per un istante, dopodiché la luce blu si riaccese e la stanza si riempì della voce – interrotta qua e là da interferenze di campo – di Johnath Delariva.
- Ciao, Nat. Ciao, BK-12. Volevo dirvi che sono uscito presto, andrò fuori città. Aspettatemi per le cinque del pomeriggio. A stasera.
La voce profonda di suo padre s'interruppe, e le lucine di BK-12 tornarono a lampeggiare in intermittenza.
- Desideri riascoltare il messaggio, Natlee?
- No, BK-12, ti ringrazio. Papà ha lasciato altro nel tuo database?
- Negativo.
Natlee si umettò le labbra, pensosa, poi si rimise in piedi e guardò fuori dalla finestra. A giudicare dai danni le esplosioni dovevano essere avvenute molto vicino a casa loro, ma dalla posizione in cui si trovava non riusciva a vedere se le altre abitazioni avessero riportato danni o se ci fossero dei feriti in strada.
- Johnath ha detto che sarebbe andato fuori città. La Tempesta Rossa non mette mai in atto attacchi fuori città. C'è l'89% di probabilità che Johnath non abbia assistito alle esplosioni.
- Lo spero, BK-12.
- C'è il 75% di probabilità che Johnath sia andato nella Palude a pescare. Laggiù la Tempesta Rossa non colpisce.
- Grazie, BK-12 - Natlee gli rivolse un sorriso tirato per rassicurarlo e mostrargli che apprezzava i suoi tentativi di tranquillizzarla. Il groppo alla gola, comunque, non se ne andò. Chiedeva sempre a suo padre di specificare almeno dove andasse, quando usciva di casa e lasciava la città, assicurandogli che non c'era alcun pericolo che i cyborg o i Punitori s'interessassero al contenuto del database di un droide vecchio di più di dieci anni, ma Johnath non voleva sentire ragioni.
Natlee s'impose di non farsi prendere dalla paranoia e si dedicò all'interno della cucina. Le esplosioni avevano combinato un bel disastro: il cucinotto nell'angolo era intatto, così come lo erano i mobili; ma la maggior parte dei piatti e dei bicchieri si era fracassata nell'impatto con il suolo, le posate erano sparse sul pavimento mescolate con i cocci di vetro che un tempo erano stati il vetro della finestra – di cui una persiana era stata quasi scardinata.
Natlee saltò i pezzi di vetro e rimise a posto la sedia che si era ribaltata durante la sua caduta.
- Suggerisco che tu disinfetti i tagli e indossi qualcosa ai piedi per evitare altri danni di natura fisica.
- D'accordo, BK-12, ora lo faccio - Natlee si guardò intorno e sollevò un angolo della bocca.- Bel casino, eh?
- Stavolta gli attacchi sono stati solo tre. Ma il mio sistema ha rilevato che la loro intensità è stata due volte superiore delle cinque esplosioni del mese scorso.
Natlee s'inginocchiò sulle assi e cominciò a raccogliere i pezzi di vetro più grandi e visibili. Sfoderò di nuovo un sorrisetto sghembo.
- Beh...- buttò lì a mo' di scherzo.- Buon inizio giornata, BK-12.
- Buon inizio giornata anche a te, Natlee. E buona vigilia del tuo diciottesimo compleanno.
 
Quando Natlee e BK-12 terminarono di riordinare erano quasi le sei del mattino. Fuori la situazione sembrava essersi calmata, sebbene dai rumori di passi di marcia e dagli ordini perentori espressi ad alta voce era chiaro che i cyborg e Punitori fossero ancora in allerta.
Natlee mise gli ultimi frammenti di vetro raccolti in un sacco della spazzatura, poi fece colazione con quel che restava della razione della sera prima, mentre BK-12 eseguiva un'altra scansione interna per controllare che non vi fossero danni.
Fuori aveva iniziato a piovere. L'intera città era ricoperta da spesse nuvole grigie, e l'acquazzone lasciava intuire che, entro il giorno seguente, i canali avrebbero straripato. Natlee masticò una barretta senza smettere di guardare fuori dalla finestra rotta; avrebbe dovuto trovare una soluzione per coprirla e impedire agli spifferi e all'umidità di entrare in casa.
Il vetro costava troppo perché potessero permetterselo, almeno per il momento.
- Una lastra di vetro di forma quadrangolare costa all'incirca cinquanta corone - la informò BK-12, leggendo i suoi pensieri; la spia blu lampeggiò per tre volte consecutive.- La temperatura esterna è di otto gradi. Livello di umidità pari al 93%. Livello di acido nella pioggia: pH superiore a sei. Le condizioni atmosferiche permettono di uscire, ma suggerisco di restare in casa per non buscare un raffreddore come il mese scorso.
Natlee ridacchiò.
- Grazie, BK-12, ma non posso rimanere a casa. Ti occorre qualcosa?
- Affermativo. Un'oliatina alle giunture sarebbe gradita, Natlee.
- Va bene, vedrò cosa posso fare. Tu fai il bravo, sarò di ritorno fra qualche ora. Ah, se papà dovesse farsi vivo, per favore, digli di contattarmi sulla ricetrasmittente.
- Affermativo.
Natlee indossò i suoi soliti jeans e gli stivali di gomma. Sopra mise una maglia pesante e un k-way blu scuro con il cappuccio, e mise la borsa a tracolla. Infilato nella cintura e nascosto sotto la maglia, mise un coltello da cucina. Casa sua era collocata al primo piano sopra l'officina di suo padre, e l'unico modo per uscire era passare attraverso l'officina stessa. Natlee scese la scala a pioli e sollevò la serranda quel tanto che bastava per potervi passare sotto semplicemente chinandosi.
L'essere bassa di statura – quand'era piccola suo padre le misurava l'altezza segnando con delle incisioni i centimetri sullo stipite della porta che collegava le due stanze della casa; quei taglietti nel legno c'erano ancora, e Natlee poteva ogni volta constatare senza la minima briciola di orgoglio e contentezza di essersi bloccata a un misero metro e sessantatré – e smilza, in casi come quello, erano una fortuna. Natlee era magrissima, così magra che quando si spogliava di fronte allo specchio rotto del bagno poteva vedere le file di ossa del costato che premevano contro la pelle. Anche se, a dirla tutta, quasi tutti gli abitanti di Bordertown recavano i segni della denutrizione: difficilmente le persone superavano il metro e settanta e ancora più difficilmente mangiavano e bevevano abbastanza per avere una costituzione robusta. Molti bambini morivano ancor prima di compiere tre anni, e quasi tutti quelli che Natlee conosceva avevano un'aria stanca e malaticcia.
Lei non faceva eccezione: il trascorrere parecchio tempo fuori nella Palude, quando non pioveva, le aveva garantito un incarnato più scuro rispetto alla media delle ragazze che di solito passavano intere giornate chiuse in casa, ma le guance erano incavate, aveva perennemente le occhiaie e l'essere bassa e magra la faceva somigliare a uno spaventapasseri a cui erano stati messi addosso degli stracci troppo larghi.
Natlee aveva sempre indossato i vestiti di suo padre, da che ricordava. Johnath tagliava e ricuciva i propri pantaloni e le proprie camicie smesse – e non erano molte – modellandole sul corpo di sua figlia a mano a mano che lei cresceva. Le passava anche le giacche e i berretti, ma quelli non c'era bisogno di accorciarli.
Natlee tirò su il cappuccio del k-way non appena lasciò la tettoia della propria casa. Gli edifici in quella zona della città si somigliavano tutti: la maggior parte erano costruzioni tirate su alla meno peggio oppure ristrutturate come meglio si poteva. Quasi tutte le case erano a due piani, ma Natlee non conosceva nessuno che vivesse al livello della strada – sarebbe stato troppo rischioso, visto il frequente straripamento dei canali.
C'erano poche persone in strada, e quasi tutti andavano di fretta. Natlee vide un barcaiolo seduto sulla propria zattera a pochi metri da lei, bagnato fradicio. Accarezzò l'idea di farsi dare un passaggio, ma poi si disse che non valeva la pena sprecare delle corone per qualcosa di cui poteva fare a meno. Mise le mani in tasca e cominciò a camminare a passo svelto in direzione della zona del mercato.
L'area della città in cui lei, suo padre e BK-12 abitavano era quella più vicina alla Palude dopo che le aree circostanti erano state inghiottite dalle acque durante la Seconda Inondazione. La sua città si chiamava Bordertown proprio per questo, perché era stata la metropoli sulla costa a salvarsi quasi del tutto quando circa cinquant'anni prima i ghiacci polari si erano sciolti e molte aree del globo terrestre erano state sommerse. Johnath le aveva raccontato che una volta Bordertown si chiamava New Orleans, e che si estendeva per diversi chilometri ancora fra l'ex lago Borgne e l'ex lago Pontchartrain. Quella striscia di terra, comunque, era stata completamente sommersa, e ora al suo posto c'era la Palude.
A dire il vero, le aveva raccontato suo padre, la Palude c'era sempre stata – veniva chiamata il Bayou –, ma dopo la Seconda Inondazione qualcosa era accaduto alla fauna e alla flora, che si era espansa e ora la Palude ricopriva interi chilometri alla periferia della città. I Punitori avevano vietato l'accesso alla Palude – chiunque ci andasse veniva punito dai cyborg –, ma Johnath ci andava quasi tutti i giorni per pescare o per cacciare, e spesso anche Natlee ci faceva una capatina per vedere di raccattare qualche pezzo di metallo o cianfrusaglia gettata via da qualcuno e che avrebbe potuto rivendere al Mercato.
Natlee sfiorò con la punta delle dita la superficie della tracolla. Sperò che i pezzi che teneva al suo interno avrebbero potuto fruttarle qualche corona, o ancora meglio del cibo. Accelerò il passo.
Percorse tutta la via che costeggiava il canale. Bordertown era piena di canali d'acqua solcati di tanto in tanto da qualche zattera o barchetta – lei e suo padre non se ne potevano permettere una – e le case sorgevano ai lati dei canali. Johnath le aveva raccontato che prima della Seconda Inondazione esisteva un'altra città come Bordertown – si chiamava Venezia ed era nella parte nord di un luogo chiamato Italia, ma era molto più bella e più pittoresca, più pulita e abitarci, secondo Johnath, doveva essere meraviglioso.
- Esiste ancora Venezia, papà?
- Non credo.
Johnath le aveva mostrato delle immagini di quella città – le aveva chiamate cartoline – e le aveva mostrato i luoghi più belli di Venezia – piazza San Marco, la laguna, il Canal Grande, Palazzo Ducale...a Natlee sarebbe piaciuto visitarli, un giorno, ma aveva la netta sensazione che suo padre avesse ragione e che anche Venezia fosse stata sommersa com'era accaduto a molte città della Vecchia Europa. E poi, si ammoniva ogni volta, era proibito lasciare Bordertown.
Quel che era certo, era che Venezia era decisamente molto più bella del luogo in cui vivevano loro. Bordertown era una città quasi del tutto sommersa, attraversata da canali di acqua putrida che straripavano a ogni acquazzone troppo forte, con pontili e marciapiedi che a volte cedevano sotto la spinta delle acque e case cadenti dai tetti scoperchiati e dai muri appiccicosi di muffa, in cui l'umidità penetrava estate e inverno, e dove era molto difficile ammalarsi.
Natlee stessa aveva spesso il raffreddore, e non era raro che qualcuno morisse per una polmonite o per un'influenza curata male – le medicine erano merce rara e i dottori erano a disposizione solo di chi poteva permetterseli; il massimo a cui si poteva aspirare era qualche erba medicinale o una camomilla, sebbene qualche farmacista di tanto in tanto vendesse anche degli antidolorifici sottobanco, ma anche in quel caso i soldi per acquistarli al nero erano sempre troppo pochi.
Percorse la via quasi fino alla fine, e arrivò nella parte della città che meglio si era conservata dalle acque. Per accedervi bisognava attraversare un ponte di assicelle sospeso per almeno sei metri su quello che una volta era il fiume Mississippi – che era uscito dagli argini, ma che sorprendentemente non aveva allagato quell'area della città.
La piazza del Mercato era sopraelevata rispetto al fossato d'acqua che la circondava come se fosse stata un castello medievale; era circolare e ricoperta da ciottoli scheggiati, sporchi e sbiaditi, ma di tanto in tanto qualche tratto di pennello o delle macchie di colore lasciavano intendere che sotto ci fosse stato un mosaico, un tempo; era grande, ma non abbastanza per contenere tutti i venditori e tutti gli acquirenti che vi si affollavano ogni giorno. Il Mercato era uno dei pochi luoghi di ritrovo di Bordertown; generalmente le persone preferivano farsi i fatti propri, non tanto per discrezione o scelta personale quanto perché più parlavi e più correvi il rischio di venire marchiato dai cyborg; ma se volevi racimolare qualcosa che ti serviva o avere informazioni su un evento in particolare, eri obbligato a recarti lì.
Natlee attraversò il ponte e si scansò appena in tempo per lasciare che un cyborg, venuto dalla direzione opposta, potesse passare. Tenne il capo chino sbirciando appena il volto pallido e inespressivo della macchina umana: aveva il collo completamente metallico così come lo zigomo e l'occhio sinistri erano circondati da placche di ferro; la pupilla era rossa e di vetro. Il cyborg marciò lungo il ponte senza dare segno di averla notata.
Solo quando ebbe raggiunto l'altro capo del ponticello, Natlee riuscì a tirare un sospiro di sollievo.
Il Mercato era pieno di gente. Si sarebbe aspettata un minore affollamento, data la vicinanza temporale degli attacchi, ma una seconda, rapida riflessione la indusse a convincersi che ormai non importava più granché a nessuno. Gli attentati della Tempesta Rossa avvenivano a cadenza quasi regolare, a intervalli di uno o due mesi. La gente c'era abituata.
Natlee si scansò nuovamente per lasciar passare due Punitori che trasportavano di peso un telo bianco imbrattato di sangue.
Si guardò intorno: il Mercato era pieno di Punitori, ciascuno dei quali aveva alle calcagna almeno un cyborg. Natlee conosceva abbastanza bene la prassi, e sapeva che le ronde non sarebbero cessate sino al giorno seguente.
Tutti quei cyborg in giro le mettevano agitazione. Solo a stare in quel luogo insieme a quelle...macchine, le metteva addosso una grandissima ansia. Un paio di volte fu sul punto di fare dietrofront e tornare a casa, ma poi s'impose di non fare la stupida e andò a cercare il suo solito angolo.
Poche persone potevano permettersi una bancarella fissa, e lei non era fra quelle. Si considerava fortunata per aver trovato un posticino tutto per sé e che nessuno fosse ancora riuscito a soffiarglielo. Trovare un posto al Mercato era una lotta, nessuno ti garantiva che il giorno seguente quel posto sarebbe stato ancora tuo, ma per fortuna suo padre e il rispetto che gli altri mercanti avevano nei suoi confronti l'aveva aiutata. Johnath Delariva non era famoso a Bordertown, ma chi lo conosceva lo stimava abbastanza come meccanico e riparatore di droidi da fargli il favore di cacciare via chiunque cercasse di usurpare quell'angolo incastrato fra una bancarella di abiti usati e un tavolino tarlato su cui il proprietario riparava oggetti di legno.
Quest'ultimo, un ometto basso e ossuto che aveva sempre una tosse catarrosa, alzò lo sguardo e scosse il capo bagnato quando la vide.
- Ehi, Nat!- raschiò, cacciando un colpo di tosse che sembrò schiantargli il torace. Natlee fece un cenno con il capo in segno di saluto mentre buttava la borsa a terra, apriva la cerniera ed estraeva un telo di lana grezza di forma quadrata. Lo stese sul pavimento fradicio della piazza. La pioggia non sembrava volersi fermare, anzi, più i minuti trascorrevano e più aumentava.- Come sta tuo padre?
- Bene, grazie, Agust...- Natlee sbuffò e si asciugò la fronte dall'acqua. Nonostante il cappuccio del k-way, i capelli castani erano completamente fradici. Natlee li aveva lisci e dello stesso colore dei suoi occhi, e li portava lunghi fino alle spalle, sebbene spesso li tenesse nascosti sotto un cappuccio o un berretto oppure raccolti in una coda per non sporcarli; spesso aveva pensato di tagliarli – non se ne faceva poi molto di una bella chioma –, ma Johnath glielo aveva sempre proibito.
- Ha mandato te a fare il lavoro sporco, oggi che piove?- Agust ghignò, ma non c'era beffa o malizia nella sua voce. Un altro colpo di tosse catarrosa lo fece tremare da capo a piedi.
- Ha preferito restare in officina - mentì Natlee.- Deve finire un lavoro entro stasera.
- Vuole tenersi buoni i Punitori? Fa bene. Quei bastardi mi hanno portato via metà della merce, il mese scorso.
Natlee s'inginocchiò sul telo e iniziò ad estrarre la merce dalla borsa. Finse di non essersi dimenticata che quello era il Giorno dell'Ispezione. L'esplosione, la paura per Johnath, glielo avevano fatto passare completamente dalla testa.
Avvertì un'altra ondata d'ansia al pensiero che papà non sarebbe potuto essere in officina per le sei di quella sera. Non avrebbe saputo come giustificare la sua assenza, e avrebbe passato dei guai seri se i Punitori e i cyborg non l'avessero trovato dove si aspettavano.
Cercò di tranquillizzarsi mentre riascoltava mentalmente il messaggio che Johnath aveva lasciato nel database di BK-12. Aveva detto di aspettarlo verso le cinque, ricordò; sicuramente lui non si era dimenticato dell'Ispezione, sarebbe stato di ritorno in tempo.
La preoccupazione comunque non se ne andò. Natlee cercò di tenersi impegnata nel sistemare sul telo e proteggere dall'acqua e dalla ruggine i pezzi di ricambio e la ferraglia che era venuta a vendere. Aveva sistemato sul telo una cassetta degli attrezzi in cui era riposto un po' di tutto, da cacciaviti Tri-Wing, Polydrive e One-way, qualche dinamometrica e chiavi ad anello, fino ad arrivare a svariati tipi di viti e bulloni, dai dadi alle rondelle; accanto a essa, aveva riposto in tre file ordinate pezzi di ricambio di svariato genere, da quelli per i droidi ad alcune parti esterne dei flight starter e anche un paio per le carrozzerie delle navicelle; il motore di una Space X-Driver era stato coperto con parte del telo e un paio di carcasse di droidi pulitori erano ammassate in un angolo.
Natlee coprì quest'ultime come meglio poteva con il borsone a tracolla, e si sedette al centro del telo. L'acquazzone, fortunatamente, si sfogò in pochi minuti per poi trasformarsi in una pioggerellina fine e fastidiosa, ma sempre meglio delle bombe d'acqua a cui erano abituati. A Bordertown pioveva quasi tutti i giorni, e quando non pioveva il cielo era sempre coperto di nuvole e il clima era umido. D'inverno non era un grande problema, ma l'estate era il periodo più rischioso per le ondate di zanzare che dalla Palude migravano nella città portando la malaria. L'afa mista all'umidità pregnante erano il veicolo migliore per la polmonite.
La prima mezz'ora trascorse senza novità. Natlee da quella posizione poteva avere una visuale abbastanza completa del Mercato, e vide che i cyborg erano in ogni dove. I Punitori si fermavano alle bancarelle e agli spazi di vendita, esaminavano a proprio piacimento e se qualcosa non quadrava prelevavano l'oggetto in questione e lo facevano esaminare dai cyborg; naturalmente anche il proprietario veniva passato al laser di scanner e perquisito.
Agust sputò a terra.
- Credono davvero che li troveranno qui?- raspò, mentre Natlee stava lucidando una delle carcasse di droide.- I pezzi di merda che hanno fatto saltare il ponte stamattina.
- Quale ponte è saltato?- domandò Natlee.
- Quello che portava alla vecchia cattedrale. Una delle bombe di stamattina lo ha fatto saltare in mille pezzi - Agust stava parlando del vecchio quartiere francese; Natlee sapeva da Johnath che una volta quella zona si chiamava Jackson Square e che c'era una cattedrale dedicata a St. Louis; adesso la piazza era totalmente allagata; si era salvata solo la cattedrale, che comunque era stata danneggiata dai bombardamenti della Quarta Guerra Mondiale circa cinquant'anni prima, ed era scoperchiata e le guglie erano crollate così come mezza parete a ovest. L'ex cattedrale era stata prima un ospedale e un rifugio per i superstiti della Seconda Inondazione, poi alternativamente un ospedale militare e una caserma nei periodi compresi fra la Terza e la Quarta Guerra Mondiale e infine da un ventennio circa era stata adibita a fabbrica di mitragliatrici e fucili di precisione SAKO TRG 42.
Natlee c'era stata un paio di volte. Aveva accompagnato Johnath per aiutarlo a trasportare un droide operaio che si era rotto e che gli avevano commissionato perché lo riparasse, e aveva visto che l'unico modo per raggiungere la ex cattedrale era attraversare uno dei pochi ponti in pietra di Bordertown, lungo almeno un chilometro. Era sospeso sull'acqua fetida da cui spuntava, a un certo punto, la statua rovesciata e ricoperta di alghe e melma di Andrew Jackson.
Natlee attese che due cyborg passassero di fronte a lei e si allontanassero, prima di rispondere.
- Perché far saltare il ponte?- bisbigliò.
- L'obiettivo infatti era la cattedrale. Quella era la terza bomba. La seconda l'ha centrata, ha abbattuto la parete frontale. Dodici poveri diavoli ci hanno lasciato le penne. Non so dove sia caduta la prima, però...
- Vicino a casa mia - disse Natlee, passando a strofinare l'altro droide.- E' esplosa una finestra.
- Sembri in forma, però. E tuo padre?
- Sta bene anche lui.
Natlee decise che non era prudente continuare quella conversazione con i cyborg in circolazione, così si mise a strofinare la carcassa con più enfasi. Per almeno un'ora nelle sue orecchie non ci fu altro che il brusio sommesso delle voci delle persone che affollavano il Mercato e la voce, più altisonante e chiara, proveniente dal maxischermo innalzato sopra la piazza.
Si trattava di uno schermo piatto largo almeno cinque metri, alto tre e sopraelevato di sei o otto sopra le loro teste. Era una delle poche forme di energia elettrica a Bordertown. La Seconda Inondazione aveva causato un black-out mondiale; l'elettricità era tornata circa tre anni o quattro dopo il disastro, ma in quel periodo la Terza Guerra Mondiale era alle porte, così come lo era l'Impero, e durante il conflitto il governo aveva imposto che tutta l'energia – elettrica e non – fosse preservata – ancora non funzionava in modo efficiente e nessuno sapeva quanto e se sarebbe durata – per essere impiegata nella guerra contro la neonata Repubblica delle Due Asie Unite. Quando tutto era finito, il Primo Imperatore aveva imposto delle norme restrittive sull'energia elettrica – così come su tutto il resto. L'elettricità e il suo utilizzo erano riservati soltanto all'Impero e ai suoi funzionari o diretti dipendenti, come i Punitori. Chiunque utilizzasse energia elettrica senza autorizzazione veniva condannato a morte o degradato alla casta Zeta. Era concesso utilizzare candele e fuoco per riscaldarsi e cucinare, o illuminare la notte, ma non batterie – le uniche permesse erano quelle ricaricabili autonomamente applicate insieme al microchip ai droidi, ma anche in quel caso si doveva passare sotto l'occhio dell'Impero. Ogni droide doveva essere schedato e approvato, prima di essere creato o messo in funzione.
Qualsiasi altro uso di batterie o fonti di energia erano proibite alle caste inferiori alla Delta. Le navicelle funzionavano a diossido di plutonio-238, ma nessuno dalla classe Eta avrebbe comunque potuto permettersi una navicella.
Lo schermo nella piazza del Mercato era una delle poche cose che a Bordertown funzionava con l'elettricità, e naturalmente era l'Impero a ordinare che fosse acceso o spento, e quando. Era in attività praticamente tutto il giorno: veniva attivato la mattina alle quattro e spento solo la sera a mezzanotte. Il volume era talmente alto che si riusciva a sentirlo anche allontanandosi di parecchio dal Mercato.
Ciò che veniva mostrato era sempre lo stesso: immagini di Vegas, la capitale di Archès, con le sue luci sfavillanti; parate di soldati e cyborg in onore dell'Impero e della pace; immagini idilliache delle città dell'entroterra. Una voce maschile, a volte esaltata e a volte monocorde, ripeteva sempre le stesse frasi intrise di patriottismo. Raccontava la storia della Seconda Inondazione, della vittoria dell'Impero nella Terza e nella Quarta Guerra Mondiale, di tutto ciò che la dinastia regnante aveva fatto per il popolo e di come la vita fosse migliore per tutti, sotto la sua protezione.
La voce, quella mattina, sembrava concentrata sulla Tempesta Rossa.
Lo schermo faceva scorrere le immagini di esplosioni e di persone che scappavano e si nascondevano; persone a terra; e poi tutto si tingeva artificialmente di rosso, mentre la voce declamava il suo sermone.
- La Tempesta Rossa attenta non solo alle vite dei cittadini di Archès. La Tempesta Rossa attenta all'ordine. La Tempesta Rossa attenta alla pace e alla felicità costruita e guadagnata dopo sacrifici, sudore e sangue. La Tempesta Rossa mette in discussione l'autorità di Sua Maestà il Quinto Imperatore di Archès. I cittadini fedeli all'Imperatore aborrono la Tempesta Rossa, i suoi seguaci e il pensiero che sta dietro a questa macchina di morte.
L'attività al Mercato continuava come se nulla fosse. Nessuno o quasi prestava attenzione alle parole e alle immagini nel maxischermo.
Johnath diceva spesso che la gente non voleva grane. Alle persone piaceva vivere tranquille, sosteneva, non interessava niente a loro dell'Impero o della Tempesta Rossa, fintantoché non li avessero colpiti direttamente.
Lo schermo smise di mandare le immagini riguardanti la Tempesta Rossa, si oscurò per un istante e dopodiché presentò uno sfondo color rosa shocking, così intenso da risultare quasi accecante. Subito dopo, di fronte agli occhi dei presenti cominciarono a sfilare scene che riprendevano delle ragazze giovanissime in abiti da sera, in quello che sembrava essere un castello, mentre sorridevano, ballavano, mangiavano tutte insieme sedute a una tavola lunghissima e apparecchiata con piatti di porcellana e bicchieri di cristallo. Sembravano felici di essere lì.
La voce maschile divenne femminile e calma, quasi leziosa.
- Ogni anno, ogni ragazza ha l'opportunità di essere felice. Ogni anno, ogni ragazza di Archès ha la possibilità di contribuire alla prosperità dell'Impero...
Diverse persone si voltarono verso l'annuncio pubblicitario. Questo, sì, questo interessava. Natlee, invece, distolse lo sguardo e si sarebbe anche rotta i timpani, pur di non sentire.
Agust ridacchiò.
- Tocca a te - gracchiò.- Quest'anno. Tocca a te.
Natlee non si degnò neanche di guardarlo, tantomeno di rispondergli. Si tirò ancora di più il cappuccio sul capo e fissò le proprie ginocchia. Attese che l'annuncio pubblicitario terminasse; per fortuna non era più lungo di un paio di minuti e finì presto, e Natlee alzò lo sguardo solo per vedere la scritta elaborata e dorata apparsa sullo sfondo fucsia al termine della pubblicità.
 
L'Estrazione
 
Il maxischermo tornò a proiettare le solite immagini e la voce ritornò a essere maschile.
Natlee non poté fare a meno di tirare un sospiro di sollievo, ma sapeva che era un sollievo falso. Lo sguardo le corse istintivamente verso le poche donne presenti al Mercato. Alcune di esse – la maggior parte – indossavano un vestito color verde smeraldo, dalla gonna lunga e stretta e dalle maniche svasate, con una fascia del medesimo colore stretta appena sotto il seno; il capo era coperto da un telo bianco che nascondeva interamente i capelli, la cui coda arrivava fino a metà schiena. Alcune di esse erano sole, altre invece accompagnavano altre donne, quest'ultime abbigliate in modo più consono.
Le donne in verde appartenevano alla classe Zeta. Erano schiave. Natlee sapeva che, qualsiasi piega avrebbe preso l'Estrazione, lei non sarebbe finita come loro, ma vedere quelle donne non faceva altro che aumentare l'ansia che l'attanagliava a fasi alterne da un anno, ormai.
Un paio di stivali di cuoio nero si piantarono di fronte a lei. Natlee alzò lo sguardo.
L'uomo che le stava di fronte indossava la divisa dei Punitori: stivali di cuoio, pantaloni neri di taglio militare e una giacca nera pesante abbottonata fino al collo e che arrivava fino alle cosce. Tre strisce dorate oblique all'altezza del cuore ne segnavano il grado di capitano.
C'era un cyborg al suo fianco.
- Tuo padre ti ha mandata al Mercato anche oggi, Nat?- domandò il Punitore; era un ragazzo giovane, non doveva avere più di trent'anni, ma i lineamenti spigolosi lo facevano apparire più vecchio. Aveva gli occhi azzurri come il ghiaccio e i capelli castani tagliati corti, con un ciuffo tenuto fermo da della lacca.
- Signorsì, capitano - rispose Natlee, tranquillamente, evitando di dargli troppa importanza.
- Non sei una mia sottoposta - il Punitore fece un sorrisetto sghembo e inclinò il capo di lato.- Ed essendo una civile non mi devi il saluto militare.
- Desidera comprare qualcosa?- domandò Natlee, ignorando il commento.
- Sono qui per assicurarmi che tutto sia in regola - il Punitore fece un cenno al cyborg, il quale mosse un passo avanti. Natlee trasalì, ma cercò di non darlo a vedere. Trattenne il respiro mentre gli occhi rossi del cyborg s'illuminavano e un fascio di laser la scannerizzò da capo a piedi.
Il cyborg passò poi a esaminare gli oggetti esposti sul telo, passando anch'essi allo scanner. Non trovò niente d'incriminato o fuori dalla norma. Il Punitore gli fece cenno di tirarsi indietro, e solo quando la macchina umana si ritirò appena dietro le spalle del giovane capitano Natlee cominciò a respirare regolarmente.
- Tutto in ordine. Ma non avevo dubbi.
- Bene - bofonchiò Natlee; desiderava solo che se ne andassero; non avrebbe saputo dire se fosse più infastidita dal Punitore o più impaurita dal cyborg.
Il giovane capitano, comunque, non si mosse. Rimase a guardarla con fare sornione.
Natlee si spazientì.
- Se non vuole comprare niente e non ha più nulla da controllare, le chiederei di fare spazio, per favore - scandì con calma controllata.- Per permettere agli altri clienti di avvicinarsi - precisò.
- Quali clienti?- il Punitore aveva l'aria di volerla prendere in giro.- Io non ne vedo.
- Quelli che verranno.
- Sai bene che sarà difficile che venga qualcuno, Nat. Nessuno compra da una donna.
Natlee si morse l'interno della guancia, ma non disse nulla. Il capitano aveva ragione; qualche amico di suo padre si avvicinava comunque a lei perché sapeva che poteva fidarsi, ma in genere nessuno o quasi comprava merce venduta da una donna. Specialmente se questa merce erano pezzi di ricambio, viti e bulloni; erano cose necessarie, di tutti i giorni, e molti pensavano che una ragazza giovane non fosse affidabile perché non ne capiva abbastanza.
- Dev'essere frustrante.
- Ho i miei clienti e ce la faccio benissimo, capitano.
- Perché non mi chiami Alren come ti ho già detto di fare?
- Perché non siamo amici né in confidenza.
Il Punitore fece una risata sommessa. Il cyborg, invece, restò impassibile: guardava fisso di fronte a sé, dritto sull'attenti e in allerta. Era un soldato senz'anima.
Natlee si era domandata spesso se i cyborg provassero emozioni umane, o se avessero gli stessi bisogni ed esigenze di un uomo o una donna, ed era giunta alla conclusione che no, non era possibile. In diciotto anni non aveva mai visto un cyborg parlare con qualcuno, mostrarsi interessato a qualcosa o protestare contro un ordine. Non l'aveva mai neanche sentito raccontare.
Erano delle macchine in tutto e per tutto, come quelle di prima della Seconda Inondazione.
BK-12 era più umano di loro.
- Dev'essere difficile per te.
- Le ho già detto che me la cavo più che bene.
- Per fortuna tutto cambierà, fra una settimana - il Punitore sembrò ignorarla.- Tocca a te, quest'anno.
Natlee tacque di nuovo. Aveva capito dove Alren Kamron voleva andare a parare.
Solo, non comprendeva cosa gl'interessasse.
- A me, e a molte altre ragazze di Archès.
- Naturalmente. Comunque, colgo quest'occasione per comunicarti che ho presentato domanda anch'io, quest'anno.
A quel punto, Natlee capì. Sentì che il sangue le si era gelato nelle vene e si rese conto di essere impallidita. Aprì la bocca per replicare, ma uno strillo proveniente dal fondo della piazza attirò la sua attenzione e quella di tutti i presenti. Perfino il capitano Kamron e il cyborg si voltarono nella direzione da dove era provenuto il grido.
La gente si scansava o veniva spintonata perché facesse spazio. Natlee si alzò in ginocchio e si sporse per vedere meglio: un ragazzo poco più vecchio di lei, vestito con una tuta da lavoro grigia e unta di grasso, stava cercando di scappare facendosi strada fra la folla.
Le urla divennero più distinte.
- Al ladro! Al ladro!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Angolo Autrice: So che ho molte altre storie in corso e che dovrei fare una cosa per volta, ma è un periodo abbastanza stressante e quando ho ritrovato questa vecchia storia nel PC – iniziata più di un anno fa – non ho resistito e l'ho messa a posto per pubblicarla.
E' la prima volta che pubblico nella sezione Fantascienza; non so se sono nel luogo giusto, in tal caso correggetemi e la sposterò.
Dunque, questa storia è stata scritta circa un anno fa ma è in cantiere da molto più tempo, circa da quando frequentavo la quarta o la quinta superiore. I romanzi distopici mi piacciono molto, e per questa storia ho preso ispirazione dalla mia fiaba preferita, BatB, da Star Wars e alla rivolta degli schiavi di Spartaco nell'antica Roma.
Fatemi sapere cosa ne pensate del primo capitolo e se volete che continui questa storia. Le recensioni sono un ottimo feedback e fanno sempre piacere, anche se critiche :).
Un bacio, e a presto con questa e le mie altre storie.
 
Beauty
  
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