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Autore: Autogoal    01/09/2017    2 recensioni
7 giorni, 7 delitti. Londra dovrà schierare il suo miglior detective per risolvere questo caso.
Dal testo:
"Signor Walsh, giusto lei. Abbiamo bisogno della sua consulenza per..."
"Un caso di estrema difficoltà. Ho intuito." Afferrò la felpa dal bracciolo della poltrona "Ebbene? Non vorremo mica dare vantaggio all'assassino?" E prese le scale.
Genere: Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Kiks and drugs
 
Cross your heart and say
You’ve never given up.
That you carried on
When every door was shut.
That you live,
You live with no regret!
Nelle mie poesie non ho mai parlato di lui, né ho mai avuto l’ardire di chiedergli un ritratto, non è mai comparso in una delle mie foto per i giornali ma lui è sempre stato là; un fantasma pallido agli occhi degli altri, un vaso di Pandora per i pochi che lo conoscevano, una fonte di ispirazione per me.
Sono sempre stata zitta, perché è stato lui a chiedermelo, non ha mai amato i riflettori. Ma ora non posso più tacere, dovessi guadagnarmi la sua eterna avversione per questo, il mondo ha bisogno di sapere. Il mondo deve sapere di Connie Walsh.
Le circostanze del nostro primo incontro furono certamente singolari e, avrei poi scoperto, presagirono molto della sua personalità che io ingenua com’ero quel giorno non riuscii a cogliere.
Era l’inverno dei miei 20 anni ed io, fresca di laurea, misi piede per la prima volta in una grande città. Londra, non sembrava vero, ad ogni passo mi guardavo intorno con gli occhi spalancati.
Inutile dire che mi persi… ancora oggi ricordo il mio smarrimento dopo essermi appisolata sulla metro a causa del lungo viaggio in bus, scesi alla fermata sbagliata e per quel poco che mi avevano raccontato e che avevo avuto modo di vedere attraverso foto e riviste Piccadilly Circus non aveva l’aspetto di un quartiere fatto di case popolari e locali di dubbia moralità.
Eravamo sotto Natale, nevicava ed un sottile vento sferzava l’aria sibilando, sommesse melodie confuse provenivano dai vari pub e discoteche.
Dopo un indefinito tempo di girovagare senza meta qualcosa ruppe la mia campana di vetro, un suono ovattato oltrepassò la neve ed attirò la mia attenzione. Mi avvicinai verso la fonte del suono, forse per trovare un appiglio che avrebbe potuto condurmi alla realtà, mi affacciai in un vicolo e strabuzzai gli occhi.
In un primo momento non riuscii a distinguere la scena, sembrava che un uomo stesse combattendo contro qualcuno, qualcuno di molto forte a giudicare di come questi per quanto grande e grosso si stesse lamentando. Ma non riuscivo ad intravedere il suo avversario.
Poi questi si voltò rivelando una figura atletica ma, ad esser sincera, molto bassa. Il colosso contro cui si stava battendo sferrava pugni alla cieca con la forza di un bisonte ma l’altro agile come una cavalletta li schivava facendolo sbilanciare, lo udii ridacchiare. Si stava divertendo.
“Finiamola con i giochetti.” Sbraitò il gigante riuscendo finalmente a colpirlo con un gancio ben piazzato sotto la mascella, l’altro ghignò mentre un rivolo di sangue gli oltrepassava le labbra “Hai ragione, finiamola.” Esordì fiero per poi balzare su di lui facendolo sbilanciare ed atterrandolo con una mossa che tutt’oggi non riesco a spiegarmi.
Senza fare troppi complimenti prese si avvicinò all’uomo ed estrasse un cellulare dalla sua giacca, una nuvoletta di condensa si creò non appena iniziò a parlare.
“Sorellina! Gentile da parte tua mettermi uno dei tuoi scagnozzi alle calcagna, peccato che fosse un bovino senza cervello, assoldane uno più intelligente la prossima volta. Ah, e di ai tuoi impiegati di abbassare i prezzi, non sono la dannata banca irlandese!” esclamò con un accento che non avrei saputo descrivere, sembrava familiare.
Lo vidi voltarsi, col volto sporco di sangue, e rivolgersi a me con fare tranquillo “Esca pure allo scoperto. Le sta squillando il cellulare.”
Caddi dalle nubi, le orecchie mi fischiavano, la fastidiosa suoneria del mio cellulare faceva da sottofondo a quella situazione fuori dall’ordinario.
“Mi sono persa…” non so perché lo dissi, gli squilli del telefono continuavano ad irrompere nell’aria gelida, la neve scricchiolava ad ogni movimento mentre lui andava a sedersi contro un  muro del vicolo.
“Farà meglio a rispondere”
“Uh? Sì…”
Presi il cellulare dalla giacca e risposi, dall’altro capo c’era Maria: un’amica, ci saremmo dovute incontrare a Piccadilly ma a causa mia l’appuntamento era saltato.
Dopo essermi scusata e aver balbettato qualcosa riguardo al nome della fermata a cui ero scesa e che avevo (ovviamente) dimenticato.
“Brixton!”
“Cosa?”
“Mi ha sentito. Si trova a Brixton. Certo che è una forestiera che sa bene come cacciarsi nei guai…” poi continuò a mugugnare qualcosa in una lingua che non conoscevo mentre io riprendevo la chiamata con Maria: “Come a Brixton?! E a quest’ora poi… ti sei cacciata nei guai, Nida!”
“Come?”
“Nulla. Sto arrivando.”
Mi voltai verso lo sconosciuto del vicolo ma lui si era alzato ed era già sparito come un soffio di vento, lasciando a testimonianza solo le impronte sul tappeto innevato.
La mia amica arrivò pochi minuti dopo, evidentemente con ancora gli abiti professionali indosso, sbraitando sulla mia sbadataggine, i capelli rossiccio-castani legati in una crocchia. L’atmosfera all’interno dell’auto era calda, la radio sputava fuori note natalizie, Maria aveva finito di rimproverarmi ed eravamo semplicemente rimaste in silenzio.
Quando arrivammo a casa sua, a Kingston, la portiera della palazzina si avvicinò a lei: era una donna bassa e grassoccia con una vestaglia a fiori e degli assurdi bigodini.
“Signorina Walsh! Oh sapesse, signorina Walsh! E’ tornato, ha bussato che era quasi tramortito!”
“Signora Palmer, per l’amor del cielo! Sa dirmi se era fatto?”
“Non vedo altra spiegazione. Aveva i soliti occhi allucinati. Quel ragazzo la farà morire di crepacuore!”
Io, francamente, non riuscivo a capirci niente, mi limitai a seguire Mary su per le scale senza fiatare.
La risposta non si fece attendere, appena aperta la porta dell’appartamento trovammo una figura raggomitolata su di una poltrona con ancora addosso il giaccone sporco di neve. La mia amica si avvicinò alla suddetta figura e prese a scuoterla bruscamente chiamandola per nome, Connie.
Lui si voltò tenendo a malapena gli occhi aperti e mugugnando qualcosa, fu allora che lo riconobbi, il ragazzo del vicolo!
“Mary… chi è lui?” Chiesi mentre lei lo metteva a sedere e prendeva una cassetta con delle medicine.
“E’ mio fratello, Connie. O Corrado se preferisci.”
“Io lo conosco. Era a Brixton, ha steso un tipo alto almeno 190 centimetri.”
“Ah, è così! Hai di nuovo fatto a botte con uno degli sgherri di Andre?” esclamò tirandogli un cazzotto subito dopo avergli fatto ingoiare delle pillole, lui sobbalzò.
“Non urlare, dannazione! Mi ha fatto pedinare, quel deficiente!” sbottò prima di alzarsi e barcollare fino alla camera da letto e stramazzare sul materasso.  SPAZIO ME Ma buonsalve! Dunque, dopo aver ampiamente mancato l'aggiornamento e aver incontrato quel vecchio amico del blocco dello scrittore ho scoperto di non sapere una mazza di come funzioni l'html, signore e signori sono un genio! Ma questo mi fermerà dal dar fastidio con le mie storie? Nossignore! Difatti ecco qui il capitolo sistemato sperando di riuscire almeno a far vedere i dialoghi. A presto (spero).
   
 
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