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Autore: maxxon    05/09/2017    0 recensioni
Un gruppo di ragazzini in campeggio. Un incidente cambierà loro la vita, a quasi tutti in peggio. Fenomeni mentali plausibili. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è puramente casuale.
Genere: Horror, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Basato su fatti veri. Ogni riferimento a fatti, cose, ideologie, religioni o persone è puramente casuale.
Se provate eccitazione anziché paura la colpa è vostra.
Ho scritto questo racconto solo in funzione apotropaica (scacciare il male),
non per trarne chissà quale piacere perverso.
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Sequoia National Park – California – 19 Luglio 1996
«Ragazzini, la storia che ora vi racconterò ha dettagli scabrosi, dettagli tanto raccapriccianti che potrebbero insinuarsi qui … nella vostra testa …».
Col suo indice, l’anziano toccò la fronte di una delle piccole campeggiatrici stese davanti a lui, e lei si impressionò, sentendo brividi correrle sul dorso delle mani.
«… proprio qui … nella vostra mente».
I maschi erano tanto giovani da non cercare nemmeno di sembrare virili.
Le loro pupille dilatate e le loro bocche semiaperte spiegavano tutto.
Il vento soffiava forte fuori dalla tenda da campo che racchiudeva il racconto.
Al di fuori di essa, il racconto avrebbe potuto essere vero.
Le pareti in tela verde scura della tenda erano le pareti dell’Universo, le sottili pareti della notte.
Aleph, uno sdentato ragazzino sui nove anni, dagli occhi nocciola e dai ricci corti e castani, alzò la mano come la si alza a scuola per prendere la parola, rimanendo steso, e disse:
«Mia mamma non vuole che sento le storie di paura».
L’anziano, sistemandosi il suo cappello da capo scout, gli disse: «Oh, ma qui tua madre non c’è».
Aleph sussurrò:«Ma secondo me è nascosta qui fuori e ci sente».
L’anziano disse ad alta voce, quasi cantando:«Signora Mac Alleeeen! … Mi senteeee?».
Ci fu un momento di silenzio interrotto da una violenta raffica di vento.
Anziano:«Visto? Tua madre qui non c’è. Potete stare tranquilli. Adesso devo andare a innaffiare un pino. Torno subito. Non uscite da questa tenda per nessun motivo».
Sussurri tra i ragazzini.
«Ha lasciato il marsupio» 
«Dai aprilo» 
«No, aprilo tu»
«Ok, visto che voi maschi non ce la fate, lo faccio io»
«La foto di una signorina in costume da bagno, hihihi»
«Che caramelle strane, non sono lucide, sembrano dei confetti»
«Mmm però sono buone»
«Ecco qua. I soliti ingordi»
«Facciamo una a testa e poi quelle che avanzano le dividiamo di nuovo»
«Io non le so fare le divisioni … chomp chomp»
Piccole mani innocenti dalle morbide dita si muovevano furtive tra i sacchi a pelo.
«Shhh! Sta tornando».
«Shhh! Dai, rimettete a posto il marsupio».
L’anziano rientrò gattonando nella tenda e non si accorse di nulla.
«Allora, dov’eravamo rimasti … ? Coff coff … Questa è una storia per chi crede nei demoni.
Voi credete nell’esistenza dei demoni?».
Leena, una ragazzina dai lunghi capelli scuri e dagli occhi neri rispose facendo sì con la testa e dicendo come una maestrina:
«La mia famiglia è cristiana fin dai tempi dei padri fondatori. Lo siamo sempre stati. È una tradizione di famiglia e nessuno ce la toglierà mai. Sissì».
Tom, un bambino dai capelli neri pettinati di lato tenne socchiusi i suoi occhi azzurri e disse con un filo di fiato
: «Mio zio è ateo, e se non lo convertiamo prima che muoia, brucerà per sempre. – il suo viso si imbronciò -  io non voglio che bruci per sempre».
Tom si rannicchiò nel suo sacco a pelo e sentì il suo piccolo cuore accelerare sempre di più. Accelerò fino a lacerarsi.
E poi il buio.
In quel momento nessuno si accorse di nulla.
Se ne andò così. Silenzioso.
L’anziano disse:«Che crediate in Dio o meno, questa storia è vera»
Aleph: «È vera nel senso che ci sono dei video e delle foto?».
L’anziano tentennò: «Ehm, non servono le prove. Devi crederci e basta. È per questo che si chiama fede. Non ha bisogno di dimostrazioni».
Aleph:«E i miracoli, allora? Quelli sono dimostrazioni. Cioè, lo sarebbero se fossero veri … Ahia, la testa, che male. Mi fa male l’occhio … e tutta la testa. Ahia».
Aleph si accovacciò in posizione fetale sul suo sacco a pelo e l’anziano gli disse con tono solenne:
«Questo è il Signore che ti punisce. Cambia idea e come per magia il dolore passerà».
Aleph disse subito:«Ci credo! Ci credo!».
L’autosuggestione, potenziata dall’effetto delle pillole, gli fece passare il dolore.
Aleph:«Ma allora è vero!».
L’anziano:«Ma certo che è vero. Ne dubitavi?».
Un tuono lontano fece tremare la terra.
L’anziano continuò:«Si dice che nei luoghi di perversione, come Sodoma, Gomorra e Las Vegas, vaghi spesso un demone che ha la missione di salvare i peccatori dal proprio istinto sessuale. Il demone castratore. A volte è esso in persona a tagliare il pisellino o la farfallina con la sua spada ardente affilata, a volte manda un serpente bianco a tranciare l’organo scelto con un morso. Un morso secco … zac!».
Tutti i bambini iniziarono a sentire gli effetti delle pillole. Aleph ne aveva mangiate due.
L’anziano continuò:«Se non siete sposati e avete voglia di giocare col vostro membro, non fatelo oppure potreste … Ahhh!».
Un serpentello bianco sbucò fuori da un sacco a pelo e gli morse il pene.
L’anziano si alzò di scatto storcendo la tenda e rompendo per sbaglio una torcia appesa lì dentro.
La tenda restò così immersa nel buio totale.
I bambini terrorizzati e impasticcati ebbero ognuno un’esperienza diversa.
Aleph ebbe una visione di Dio in costume da bagno che gli disse:
«Tranquillo. Se non penserai mai al sesso il mio serpente non ti morderà».
Leena si sentì immersa in un sacco pieno di serpenti che la mordevano dappertutto.
Gli altri, rivolti con la testa verso est, intravidero una potente torcia attraverso la tenda e la scambiarono per la spada del demone. In realtà era solo un giovane, anch’egli capo scout, di nome Matt.
Matt si avvicinò sentendo le urla dell’anziano, aprì la tenda illuminandone l’interno con la sua torcia e disse:«Howard! Che succede?».
Le parole di Matt vennero velocemente reinterpretate dai bambini, che videro una spada fiammeggiante al posto della torcia e un’aureola al posto del suo cappello. Aleph lo sentì dire:
«Il mio serpente punirà anche voi se non rispetterete la parola del Signore».
Dodici ragazzini erano nella tenda. Tutti morirono d’infarto, tranne cinque.
Immaginate di essere impressionabili come dei bambini e per di più drogati da un potente psicofarmaco per adulti. Negli anni ’90 gli psicofarmaci non erano sicuri come oggi. Per non creare preconcetti nei confronti degli psicofarmaci daremo al farmaco di Howard un nome fittizio: Vilnina.
I cinque sopravvissuti (Aleph, Leena, Jeff, Emma e Tasha) scapparono ognuno in una direzione diversa perdendosi nel bosco.
Matt era leggermente fatto, aveva rubato una delle pillole di Howard qualche ora prima, così riuscì solo a urlare:«Ci sono gli animali feroci nel bosco!».
Nelle povere menti dei ragazzini la frase suonò come:«I miei animali feroci vi daranno la caccia per gioco».
Nel buio rischiarato appena dalla Luna oltre l’alto fogliame, Aleph andò a sbattere contro un pino e svenne. Fu raggiunto da Matt che lo portò in salvo, o meglio, portò in salvo il suo corpo, mentre la mente del piccolo veniva distorta da sensazioni impossibili da raccontare.
Per gli altri il destino fu diverso.
I passetti veloci dei bambini si sparpagliarono per la foresta. C’era solo natura selvaggia nel raggio di 20km. Le ali scure di un gufo si delinearono in contrasto con la Luna davanti agli occhi di Leena.
La Luna, fissa nel cielo, sembrava seguirli a ogni falcata. E più cercavano di sfuggire alla Luna, più essa sembrava inseguirli.
Al campo, Matt sparò un bengala di segnalazione per avvisare le guardie forestali.
«Il demone! - urlò Leena, vedendo la propria ombra apparire nell’alone rosso creato dal bengala alle sue spalle –
Signor demone non farmi del male! – disse piangendo mentre correva –
Non ho fatto niente, non ho fatto niente di niente. –
In quel momento si convinse totalmente e irremovibilmente di essere la migliore cristiana del mondo.
Una bambina pura.
E disse, prima timidamente, poi con sempre maggiore sicurezza –
Io andrò in paradiso. Io sì! Andrò in paradiso! –
Aprì le braccia, guardò verso l’alto e sentì la sua anima sgusciare via dal suo corpo raggiungendo il cielo.
Un cielo bianco e terso, oltre le stelle, oltre la cappa insopportabile della notte.
Un cielo in cui i suoi antenati la stavano aspettando. In quel momento svenne.
Aveva solo creduto di urlare. In realtà la sua bocca era chiusa e tremante, e le sue frasi erano state solo pensate.
Matt giunse nelle vicinanze correndo. Era a cinque metri da Leena e non si accorse della sua presenza. Lei era finita in un anfratto tra due massi imponenti e umidi, illuminati per un attimo dalla torcia di Matt ed era perfettamente immobile tra di essi.
-
Jeff era un caso particolare.
Si dice che chi ha i capelli rossi non abbia l’anima.
Si dice che i mancini siano in qualche modo sbagliati.
Jeff era mancino e aveva i capelli rossi, tagliati corti.
La sua maestra gli diceva sempre:«Usa la destra. La sinistra è la mano sbagliata, è la mano del diavolo».
Lui cercò istintivamente di correre verso un posto alto, su una collina, per scappare dal demone castratore poiché, notoriamente, l’inferno è in basso e il paradiso è in alto.
Ma lui pensava di non meritare il paradiso.
“La mia mano è la mano del diavolo … la mano del diavolo”. Si ritrovò a ripetere lo stesso pensiero ossessivamente mentre sudava freddo.
Guardò la sua mano sinistra e la vide trasformarsi in un arto demoniaco rosso ricoperto di scaglie. Ogni dito era un artiglio nero.
La guardò con paura, la percepì dotata di vita propria. La mano si avvicinò alla sua faccia. Jeff cercò di controllarla, ma era come addormentata.
La mano gli afferrò il collo e iniziò a stringerlo con la forza di un adulto.
-
Vicino alla tenda dove tutto iniziò, Aleph tremava in preda a forti convulsioni. Matt cercò di svegliarlo scuotendolo, poi schiaffeggiandolo, poi, in mancanza d’altro, prese un tizzone ardente da un falò lì vicino e gli bruciò la mano per mezzo secondo.
Nella sua mente Aleph interpretò l’ustione come un segno del destino. Ebbe l’impressione di varcare la porta dell’inferno.
Una creatura fatta di ossa attaccate l’una sull’altra alla rinfusa gli urlò con una risata agghiacciante:«Benvenuto, Aleph! Ah, sì! Mettiti comodo, rimarrai qui per tanto tempo».
Aleph:«Tu non puoi essere vero! Tu non esisti!».
Demone d’ossa:«Ah davvero? E allora come mai sono qui accanto a te?».
Migliaia di braccia spuntarono dal terreno rosso scuro e trascinarono Aleph giù verso una valle di lacrime.
Demone d’ossa:«Guarda qui, Aleph, è una bella donna vestita. Ora si spoglierà pian piano e io sarò qui a controllare che il tuo uccellino non si alzi. Sei pronto?».
Un fantasma dalle sembianze della popstar Madonna si dimenava su un piedistallo di diamante, lanciando pezzi dei suoi jeans verso Aleph.
Ma Aleph non era molto attratto dai sederi.
Demone d’ossa:«Uhm … stai superando la prova, ma bene, bravo».
Madonna guardò Aleph negli occhi e si strappò la maglietta, mostrando di non avere indosso il reggiseno.
Aleph si sentì pervaso da un’ondata di calore e lussuria per la prima volta e il suo membro si alzò.
Demone d’ossa:«Ah ha! Eccolo qua il nostro peccatore. Madonna, tagliali il fallo, ma fai con comodo».
Aleph si sentì bloccato dalle mani spuntate dal terreno che lo afferrarono per braccia e gambe, curvando la sua schiena all’indietro e lasciando il suo fallo ben in vista.
Madonna sorrise compiaciuta avvicinandosi ad Aleph strisciando sull’aria e dicendogli:«Zac zac zac … quando avrò finito con te rimarrai bello piatto e pulito».
Aleph urlò:«Nooooooo!».
Madonna prese un coltello seghettato e segò via il suo fallo.
Aleph pianse, e nel mondo reale le lacrime scendevano sul suo volto immobile.
-
Emma e Tasha, afroamericane, dalle sottili treccine lunghe fino alle spalle, si tenevano per mano mentre correvano a perdifiato. Emma aveva meno resistenza di Tasha, e così cadde esausta per terra. Erano a trecento metri dalle tende.
Tasha si voltò e disse ad Emma:«Non fermarti!».
Emma:«Non ce la faccio più».
La foresta si incurvò attorno ad Emma. Rami, cespugli e terreno erano tutti un vorticare impazzito di sensazioni negative.
Tasha:«Forse ci lascerà stare se promettiamo di essere caste e pure per sempre».
Emma urlò:«Siamo brave e faremo le brave!».
Una voce profonda e distorta rispose nella mente di Emma:«E per quanto tempo?».
Emma:«Per quanto tempo, dici? Per sempre! Per semprissimo! Sempre!».
Tasha:«Con chi parli?».
Emma vide un demone fatto di fuoco avvicinarsi a lei. Era il bengala sparato da Matt;  era atterrato vicino a loro due.
Demone di fuoco:«Avanti, ecco la mia spada. Prendila e taglia la farfallina della tua amica».
Emma:«No! Fallo tu! È il tuo compito. È il compito che Dio ti ha dato! Non posso farlo io al posto tuo».
Demone di fuoco:«E allora la taglierò a te».
Emma si protesse istintivamente le parti intime e disse in fretta e furia:«No no! Lo faccio. Lo faccio io».
Il demone di fuoco diede la sua spada ad Emma e lei la scagliò in mezzo alle gambe di Tasha, che non mosse un dito.
Emma:«Ma non senti dolore?».
Tasha:«Dolore? No … dovrei?».
Ma poi Tasha si concentrò sulla parola “dolore” così tanto che iniziò a sentire una fitta all’ombelico.
Era tanto giovane e inesperta da non sapere nemmeno la posizione esatta dei suoi genitali.
Tasha si premette le mani sull’ombelico e disse:
«Mi pento! Il poster di Chris O’Donnel vestito da Robin lo tolgo appena torno a casa, promesso!».
-
In quel momento i genitori di Aleph, Leena, Jeff, Emma, Tasha e degli altri sette che erano morti nella tenda, stavano in piedi davanti a un ricco buffet nel salone del padre di Tasha, al pianoterra di una bella casa alla periferia di Las Vegas.
Padre di Tasha:«Che benedizione l’aria condizionata. Ma come facevamo senza?».
Madre di Tasha:«Chissà come stanno i bambini».  
Padre di Tasha:«Non preoccuparti, staranno bene tra tutti quegli alberi, sai che fresco …».
Madre di Tasha:«Non mi riferivo a quello. Parlavo in generale, se sono al sicuro, ecco».
Il padre di Tasha le prese dolcemente l’avambraccio e le disse infondendole sicurezza:
«Tranquilla, sta andando tutto bene. Godiamoci questo momento finché dura. Dici sempre che hai bisogno di staccare. Tasha se la caverà. Dopodomani arriverà qui con l’autobus e sarà come se non se ne fosse mai andata».
Il padre di Tom, un ricco costruttore, aveva in mano due flute di champagne. Ne passò uno a sua moglie, la madre di Tom, e notò che lei non si sentiva bene. Era sbiancata in viso.
La madre di Tom si sistemo i lunghi capelli, grigi come i suoi occhi, e disse:«Oh dio, ma come facciamo stare qui a festeggiare mentre i nostri figli sono in chissà quale bosco … ci sono lupi, orsi, o magari un maniaco. Sono solo dei bambini … - le cadde una lacrima - … come abbiamo fatto a mandarli in campeggio?».
Padre di Tom:«Adesso puoi fare due cose. Telefonare all’organizzatore del campeggio e interrompere la vacanza di Tom rovinandogli l’estate, oppure distrarti. Andiamo al casinò?».
Il padre di Tom si mise in piedi su un grosso cubo di legno porta libri, fece tintinnare il suo anello sul suo flute richiamando l’attenzione dei presenti, e disse:
«Signori e signore … casinò! Si va tutti al Luxor! Mi raccomando, puntate poco e con furbizia».
Più di uno dei presenti esulto:«Uoohoo!». Qualcuno fischiò in segno di approvazione.
-
Al Sequoia National Park, Matt aprì la tenda dove Howard era stato morso dal serpente. Fuori dalla tenda Howard si stringeva il pene per evitare di sanguinare e cambiava mano ogni tanto per non stancarsi troppo le dita. L’ambulanza sarebbe arrivata nel giro di un’ora su un sentiero lì vicino.
Matt:«Siamo fottuti … non so come sia potuto succedere ma siamo fottuti». Si voltò verso Howard e gli disse:«Dovrai allo sceriffo un sacco di spiegazioni».
Howard fece mente locale. Si vedeva già dietro le sbarre fino alla fine della sua vita. Non gli rimaneva tanto da vivere. Così disse a Matt:«Prova con la respirazione bocca a bocca. Massaggio cardiaco e robe del genere».
Matt iniziò a provare a rianimare Tom.
Approfittando della distrazione di Matt, Howard andò dietro a un cespuglio e di proposito lasciò andare la presa, iniziando a morire dissanguato.
-
3 ore dopo.
Sceriffo Payton:«Allora, ripetimelo Rogan, che cos’abbiamo qui?».
Vicesceriffo Rogan:«Sette bambini morti in questa tenda, apparentemente senza segni di violenza, e un capo scout anziano morto dissanguato dietro a questo cespuglio a causa di un serpente che lo ha morso nella zona pelvica, a quanto dice il capo scout Matt Sullivan».
Sceriffo Payton:«Sai che significa questo?».
Vicesceriffo Rogan:«Che dovrà dirlo alle …».
Sceriffo Payton:«Alle famiglie. Sette famiglie, se gli altri sono ancora vivi. Ma che cazzo».
In quel momento tre agenti perlustravano la zona in cerca degli altri cinque.
Il vicesceriffo Rogan si avvicinò illuminando i corpi senza vita con una torcia e dopo una breve ispezione disse:«Pillole. Ce ne saranno una ventina in questo marsupio, sono sfuse nella tasca superiore».
Sceriffo Payton:«Impossibile che sia droga. Il vecchio ci sarebbe rimasto secco. Ne rompo una, vediamo … potrei sbagliarmi, ma questa è Vilnina. Ha un tipico odore, simile a quello della cannella. Mio cugino ne prende una quando sta male, ma veramente male».
Payton si guardò intorno e decise:«Rogan, perquisisci la tenda di quel tizio, Matt. Sono sicuro che non c’entra niente, ma almeno così ti fai le ossa. In questi campeggi la gente crede di essere fuori dalla civiltà, fuori da ogni forma di controllo».
Matt era in piedi, tra la tenda della tragedia e la sua. Vedendo Rogan avvicinarsi alla sua tenda incrociò le braccia e sospirò preoccupato.
Rogan:«Capo, venga qui, ce ne sono delle altre».
Matt si gettò per terra stendendosi urlando:«Mi arrendo! Mi arrendo! Non oppongo resistenza!».
Payton estrasse il suo manganello e lo sbatté con forza sulla nuca di Matt.
-
A mezzanotte e un minuto del 20 luglio 1996, la madre del piccolo Tom, Venice Thompson, varcò la grande entrata della piramide del casinò Luxor, triste in viso.
Suo marito le chiese:«Hai voglia di un poker?».
Venice continuava a pensare a suo figlio e, dopo aver creato un elenco mentale di dieci possibili incidenti che potevano succedere in campeggio, si ritrovò seduta a un tavolo da poker.
Le mani passarono via come acqua. Venice arrivò a un gruzzolo di 100.000$.
Ultima mano. Heads up con un barbuto signore del Kentucky.
Lei aveva un 3 e un 7: quasi la mano più scarsa in assoluto. A terra il croupier scoprì un 2 e un altro 7.
Venice puntò, e il suo avversario vide. A terra il croupier scoprì un asso.
Il tizio del Kentucky puntò tutto, poiché aveva in totale tre assi: uno a terra e due in mano.
Venice si distrasse pensando al suo Tom e vide, puntando tutto a sua volta. Alla fine della partita Venice si ritrovò con un poker di 7.
Il signore del Kentucky non disse niente, si alzò dal tavolo lasciando tutte le sue fiche e camminò rapido verso la sua stanza d’albergo sempre all’interno del Luxor. Andò in bagno, si fece una rapida doccia e pensò che non aveva più un soldo. Aveva risparmiato una vita intera per darsi al poker e poi era stato battuto da un 7 contro due assi. Si tagliò le vene con un rasoio da barbiere e pensò:“Finalmente”.
-
Venice non riuscì a sentirsi felice, mentre tutti i genitori dei campeggiatori LDC del Sequoia National Park  facevano baldoria attorno a lei.
«Lo hai sbancato! Ma che mossa azzardata! Sei pazza! Un 2 e un 7! Adesso ti puoi togliere qualche sfizio. Che vorresti fare?».
Venice guardò suo marito negli occhi e disse:«Voglio mio figlio».
Suo marito la guardò negli occhi e capì.
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I coniugi Thompson salutarono gli altri e guidarono per 400km nell’arco di 4 ore fino ad arrivare alla baita degli organizzatori LDC, a 20km di distanza dalla tenda dove giaceva il corpo di Tom, assieme agli altri sei.
 Erano le cinque di mattina, iniziava ad albeggiare.
Esausti, i Thompson si addormentarono in macchina.
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Dopo qualche ora, il vicesceriffo Rogan bussò al finestrino sul lato di Venice Thompson. Lei si svegliò e dopo qualche secondo di disorientamento gli chiese:«Siamo parcheggiati in divieto di sosta? Abbiamo fatto qualcosa di male, agente?».
«No – rispose triste il vicesceriffo – non avete fatto niente di male».
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21 luglio 1996, ore 10:00, cimitero di Woodlawn, Las Vegas.
Jeff, Emma e Tasha fissavano il vuoto oltre le piccole bare dei loro amichetti.
L’invidia era malcelata negli occhi dei genitori dei sette passati a miglior vita.
I bambini sopravvissuti dovevano aver fatto qualcosa di male.
Il cielo nuvoloso e le statue degli angeli non aiutavano.
Il prete ridusse il discorso all’osso. Sapeva che in certi casi i parenti delle vittime tendevano a diventare atei nel giro di poco tempo.
Le bare scesero lentamente nella terra polverosa.
Aleph e Leena erano ricoverati al Mountain View Hospital, 16km a est del cimitero, ancora persi dentro se stessi.
-
10 dicembre 2005, ore 19:09, Paradise Road, Paradise.
Leena era diventata maggiorenne solo sulla carta.
Pensò alla sua prima bocciatura, poi alla seconda, e alla terza.
Dopo le prime due volte non ti sorprendi più quando leggi “non ammessa” sulla bacheca scolastica.
“Fede e ragione non vanno mai insieme”.
Camminava con passo incerto su un marciapiede lungo la trafficata Paradise Road,  poco a sud di Las Vegas, cercando di ricordare la missione divina che gli angeli le avevano dato nel 1996 durante il suo coma.
Brandelli di scene luminescenti, voci bianche sovrapposte l’una sull’altra.
Aver visto il paradiso è qualcosa da raccontare a pochi eletti.
Come un angelo caduto dal cielo, aveva visto la vetta dell’Universo e poi era precipitata nel suo letto d’ospedale. La realtà le stava male addosso come una felpa grigia fatta di spine.
Riviveva quel momento nei dettagli mentre passeggiava verso nord come un cadavere.
Ma sulla Paradise Road, quella sera, gli aerei in decollo dal vicino aeroporto McCarran sembravano messaggeri divini, con le loro luci bianche intermittenti.
Leena si inginocchiò guardandoli scorrere oltre le fronde delle palme.
Sussurrò verso di essi come ad un confessionale: «Che cosa devo fare?».
Un barbone a due passi da lei la vide assorta, si avvicinò alle sue spalle, le sfilò 30 dollari dalla borsetta e iniziò a correre via, con le gambe anchilosate; attraversò la strada e sentì un camion inchiodare ad alta velocità. Troppo tardi. Fu investito in pieno.
Lei non se ne accorse.
Aveva sempre l’espressione di una bambina a cui avevano appena rubato il gelato.
«Datemi solo un segno». Sollevò la sua mano destra cercando un contatto, un qualche tipo di conforto.
Un vento fresco e polveroso le portò un vortice di volantini verdi tutti uguali che le girarono attorno.
Uno di essi le arrivò in mano e lei lo prese.
Sul davanti c’erano foto e indirizzo del Wynn Resort e Country Club, sulla Las Vegas Strip, la via principale dei casinò più rinomati.
Sul retro, c’erano foto e indirizzo della Guardian Angel Cathedral, a pochi passi dall’imponente Wynn.
La chiesa ricordava vagamente una grossa tenda, con la sua struttura a forma di “A”.
C’era anche una mappa della zona. Leena era sempre stata una frana con l’orientamento, ma il suo subconscio si orientava benissimo.
Una bambina fatta di luce atterrò silenziosamente davanti a lei e disse: «Ihihih… prendimi».
Leena si fece forza ma non riuscì a correre e disse concitata: «Aspetta».
Passo dopo passo, angolo dopo angolo, arrivò sulla strada che divideva l’area del casinò Wynn dalla cattedrale. La bambina si moltiplicò in due ed entrò nei due edifici.
“Piccola chiesa o enorme casinò? Chiesa o casinò …”. Leena si bloccò e iniziò a tremare per l’indecisione.
Un aereo lontano sorvolò la cattedrale, dal punto di vista di lei. Si sentì sollevata. Senza un segno non ce l’avrebbe mai fatta.
Attraversò il parcheggio della cattedrale come un’ingegnera attraversa l’entrata di un’azienda che l’ha implorata di accettare un lavoro.
Sentiva di essere la persona giusta nel posto giusto e che niente l’avrebbe fermata. Davanti alla porta d’entrata, una voce nella sua testa le disse:
“Piccolo particolare: nella Chiesa cattolica le donne possono diventare al massimo suore”.
Si fermò. Era un oltraggio. Ma forse, sentendola parlare in nome degli angeli, il vescovo avrebbe fatto un’eccezione.
Entrò.
Piccoli altoparlanti sul soffitto diffondevano un sottofondo rilassante di organo a canne. Aria condizionata. Lei non vide nessuno.
Da dietro al pulpito si alzò una ragazza asiatica vestita con un saio bianco, dai capelli neri corti raccolti in un codino. Le funzioni del giorno erano finite da un paio di ore. Guardò Leena stupita e disse:
«Salve, desidera?».
Leena chiese candidamente:«Perché le donne non possono farsi prete nella chiesa cattolica?».
La ragazza si coprì la testa con un velo bianco e rispose senza scomporsi:
«Ci sono varie chiese in cui si può diventare prete essendo donna».
Leena si lamentò:«Ma non nella Chiesa cattolica. Non nella più importante. C’è forse qualche requisito speciale? Perché io credo di averlo. Parlo con i piani superiori».
La ragazza dal saio bianco la guardò con sospetto. Era in ritardo a un appuntamento e rispose:
«Può parlare col vescovo se vuole. Apra la porta alla sua destra e percorra il corridoio fino alla fine. Bussi. Se nessuno le risponde vuol dire che non è il momento opportuno. Adesso vado, buonasera»
Il corridoio era buio. Alla fine di esso si vedeva uno spiraglio di luce trapelare da sotto la porta dello studio del vescovo.
Leena sporse in avanti il suo braccio destro per bussare, ma prima di farlo rimase in attesa origliando.
Sentì ripetuti click di mouse e sentì una voce maschile bofonchiare:«No, nove, porca Eva».
Lei bussò. Il vescovo uscì dalla sua partita di poker online, spense lo schermo del PC e disse:«Avanti».
Leena aprì la porta e vide lo studio. Controsoffitto illuminato, varie palme da appartamento, pavimento in marmo bianco.
Il vescovo era un afroamericano slanciato, più bello di quanto lei si sarebbe aspettata. Il subconscio di lei corresse subito la situazione facendolo apparire brutto e sdentato. “Così va molto meglio” pensò lei.
Leena:«Salve, mi chiamo Leena Lewis, e sono venuta qui seguendo le indicazioni dei volantini. Me li hanno dati gli angeli, e non dico metaforicamente o per esagerare. Me li hanno dati gli angeli. Io ci parlo ogni giorno».
Il vescovo si prese il mento con indice e pollice e disse scettico:«Che cosa?». Fece una breve pausa per pensare e poi disse senza alcun trasporto:«Allora dimostramelo».
Leena vide la bambina fatta di luce scendere dal soffitto spiegando un paio d’ali trasparenti.
La bambina si rivolse al vescovo e disse:
«Solo chi è puro mi vede».
Leena si riempì di autostima e disse al vescovo:«La vede?».
Vescovo:«Non vedo niente in particolare. Pensi che ci sia un angelo qui?».
La bambina di luce prese la mano di Leena e le disse:«Non è puro … uuuh che vergogna».
Leena le chiese:«Che cosa devo fare?».
Bambina di luce:«Ci sono telecamere in questa chiesa. Invitalo a uscire e convertilo alla castità. Allora mi potrà vedere. Altrimenti conducilo al purgatorio. La morte è solo un passaggio».
Un tuono rombò feroce.
In quel momento nella città di Henderson, poco a sud est di Las Vegas…
Villetta a schiera bianca. Chinato a concentrarsi nella sua mansarda, Aleph si distrasse un attimo, usò due specchi per vedere il suo nome tatuato sulla nuca in caratteri finto celtici. Il tatuaggio era ancora lì. Pulviscolo. Capelli rasati. Muscoli massicci e definiti. Naso da pugile. Si era allenato per tre giorni nell’inferno della sua mente, combattendo contro demoni veloci, creativi e violenti. Dalla sua uscita dal coma aveva speso il suo tempo a diventare un demone a sua volta.
La voce di sua madre:«Aleph … sta iniziando a piovere. Porta Wolfram dentro o gli puzzerà il pelo».
Aleph si affacciò alla finestra, guardò Wolfram, il suo cane, da lontano, con fermezza, digrignò i denti e ricordò a Wolfram chi era il capobranco. Wolfram abbassò le orecchie e a coda bassa entrò nel garage al pianterreno.
Aleph scese in cucina tenendo in mano un borsone nero col logo “Tapout” bianco su entrambi i lati.
Sua madre stava guardando Fox News alla TV, dandogli le spalle. Si voltò, vide il borsone, si alzò di scatto e disse ansiosa:«Dove stai andando?».
Aleph non si scompose:«Ad allenarmi».
Madre:«Con la pioggia?! Non vedi che tra poco c’è una tempesta?».
Aleph:«Vado alla palestra al chiuso».
Madre:«Ma avevi detto che era all’aperto».
Aleph:«E adesso è al chiuso. Contenta?».
Madre:«Guardati le mani, ti tremano le dita – il suo viso diventò la maschera della preoccupazione – Dimmi che non stai andando al torneo. La settimana scorsa un tizio alto più di te ci è morto in quella gabbia di matti. Morto! La sai la differenza tra vivo e morto? Dopo la morte non si torna indietro».
Aleph:«Ma non eri cristiana? Andrò di sicuro al purgatorio, un miliardo di scalini me li faccio. Tutta salute, cardio e quadricipiti».
Madre:«Ma che cazzo parli a fare di salute?! Sempre a parlare di carboidrati, sangue, ormoni, melatonina e cazzi vari. Parli di salute ogni volta e ogni volta ti prepari per rischiare la salute. Guarda che  il cervello è morbido. Ed è morbido per tutti, anche per te. Ogni colpo è un anno in meno di vita».
Aleph:«Proprio un anno di vita esatto? Né di più né di meno?».
Madre, alzandosi in piedi a pugni stretti, braccia tese lungo i fianchi:
«Io sono tua madre, non ti attaccare ai cavilli e non girarmi le parole contro».
Aleph prese il borsone, si tirò su il cappuccio ed uscì di casa a testa bassa. Sotto la pioggia fece sei passi verso l’uscita del giardino. Sua madre aprì la porta e urlò con voce strozzata:«Torna indietro».
Aleph chiamò col cellulare un taxi e aspettò cinque minuti sotto a un abete dall’altra parte della strada.
Sua madre chiamò la polizia, disperata.
911, una voce femminile:«Nove uno uno, è un’emergenza?».
Madre:«Sì, mio figlio sta andando a un torneo di arti marziali e …».
911:«Suo figlio è maggiorenne?»
Madre:«Lo so che è maggiorenne, ma rischia la vita. Dio, ma perché certi sport sono legali?»
911:«Se vuole cambiare certe regole c’è un solo modo. Entri in politica».
Madre:«Come?».
911:«Voglio dire che le leggi in materia sono chiare. Le arti marziali sono legali in questo stato. Niente da fare. Adesso riattacco, ha altro da aggiungere?»
Madre, guardando il soffitto sbuffando:«No»
Rumore di chiamata chiusa. Lungo suono della linea telefonica libera.
 -
Il logo Tapout venne riconosciuto dal tassista quando Aleph si sedette accanto a lui. Il tassista aveva i capelli  corti, di un arancione sbiadito, occhi freddi e portava singolarmente un guanto nero sulla mano sinistra, ma non sulla destra.
Tassista, con voce asettica:«Dove la porto, signore?».
Aleph tirò un grande respiro e sbuffò, poi disse risoluto:«All’MGM Grand».
Il tassista guida con prudenza.
Aleph:«Non puoi andare più veloce?».
Tassista:«Se vado veloce faccio incidente, e se faccio incidente perdiamo tempo. Quindi, se vado veloce vado lento, più o meno – silenzio, pioggia battente, niente radio, rumore ovattato del motore – Ehi, aspetta un attimo, ma tu sei Megaton, quello della WWE! Dai, che forza! Ti ho seguito all’incontro contro Facetoface. Lo so, lo so, è tutta una finzione, non ho due anni, ma alla gente piace e anche a me. È una cosa da vedere così, per ammazzare il tempo. Sono stati dei deficienti a non farti continuare».
Aleph, con orgoglio ben nascosto:«Non mi hanno cacciato. Me ne sono andato io».
Tassista:«E chi mai lascerebbe la WWE? È una pacchia: non fai un cazzo tutto il giorno, mantieni il fisico, fai qualche coreografia davanti ai fan, e sei famoso. Chi può volere di più?».
Aleph:«io»
Tassista:«Quindi vai al Grand per l’MMA? Fiuuu, non è roba per me. Ho visto qualche incontro e non ci ho capito niente. Sì, le parti in cui si combatte in piedi sono belle, ma quando si arriva al grappling a terra è tutto un groviglio. Non si capisce chi sta vincendo e chi sta perdendo. Ma dico io: paghi il biglietto, almeno devi vedere qualcosa di comprensibile, mi spiego?».
Aleph, guardando lo scorrere delle villette a schiera oltre il suo finestrino:«Ma infatti hai ragione. Solo chi fa grappling può capire il grappling»
L’MGM Grand si avvicinava al taxi, e il taxi si avvicinava ad esso. Ad Aleph sembrava di essere un astronauta in partenza per Giove.
La mira di uno spadaccino, il fiato di un maratoneta, il sangue di un pugile, la durezza ossea di un lottatore di muay thai, ad Aleph mancavano molte di queste qualità, ma credeva di avere la mentalità giusta.
Aleph pagò il tassista con tante banconote da un dollaro e il tassista lo salutò:«Ti auguro di spaccare, Aleph».
Aleph aprì la portiera accolto da una raffica di pioggia fredda e rispose:«Tanti auguri anche a te per il lavoro … ehm».
Tassista:«Jeff».
Aleph si ritrovò davanti al grande leone d’oro dell’MGM e camminò verso l’entrata. Meglio non pensare.
Alle sue spalle, dall’altro lato della strada, un tizio più alto della media, rasato, occhi azzurri, naso da pugile, fisico massiccio, gli disse a bassa voce con accento russo:«Aspetti, signore».
Aleph pensò:”Come ho fatto a sentirlo con tutta questa pioggia? E mo che cazzo vuole questo? Devo fare l’incontro. Cos’è? Uno sbirro? … Con accento russo? Naah…”
Il tizio gli si avvicinò e un’auto bianca lo trapassò come un fantasma andando via veloce e lasciando un’onda d’acqua piovana al suo passaggio.
Aleph strizzò gli occhi, pensando di aver visto male. Il tizio si avvicinò. Sembrava Fedor Emelianenko, pluricampione di pesi massimi di varie arti marziali, MMA compresa. Fedor si sgranchì il collo e mettendosi in posizione da pugile disse ad Aleph:«Beh, ci siamo solo io e te, signor Mc Allen. Hai sempre sognato di battermi. E dire che nemmeno mi conosci».
Aleph si distrasse un attimo, ma i suoi occhi restarono vigili e i movimenti automatici delle sue braccia deviarono un diretto che gli avrebbe spaccato il cranio in due. Aleph diede un ginocchiata in mezzo al pube di Fedor e questi rispose beffardo:«Non sai, signor Mc Allen, gli angeli non hanno sesso».
Aleph si sentì sollevato. Qualunque cosa era meglio che sfidare Fedor Emelianenko, anche sfidare un angelo sotto il diretto comando di Dio.
Fedor cambiò volto e diventò una donna dai lunghi capelli ricci e biondi. La freddezza degli occhi azzurri rimase identica.
Aleph:«Non mi batto con una donna».
L’angelo si abbassò di scatto e gli sferrò un diretto ai testicoli, tirò fuori una spada e disse:«Su, rialzati. Te l’ho detto. Noi angeli non abbiamo …».
Aleph balzò all’indietro e una macchina sportiva lo mancò di un dito, trapassando l’angelo che fece vibrare la sua lama tra le gocce di pioggia.
Aleph:”È una battaglia impari”. Corse verso l’entrata dell’MGM sapendo inconsciamente che all’interno sarebbe stato al riparo. Giunse davanti alle bodyguard e rallentò. Le due guardie pensarono che stesse correndo a causa della pioggia e non si scomposero.
Aleph:«Sono qui per il torneo».
Le guardie riconobbero il logo Tapout e capirono in un attimo che non si trattava del torneo di bridge.
La più bassa delle guardie disse:«Vai sempre dritto. Gli spogliatoi sono indicati dai cartelli».
Dopo una camminata tra le slot machine su un infinito tappeto dai disegni confusi, Aleph vide un cartello con una freccia su cui c’era scritto “spogliatoio Mc Allen”. Era di vitale importanza non andare a finire nello spogliatoio dell’avversario. Aleph guardò la freccia che indicava lo spogliatoio dell’uomo con cui, nel giro di un’ora, avrebbe combattuto. Pesatura permettendo.
Aleph:”Weaver… Weaver… Ma perché mi ricordo questo cognome? In effetti è molto diffuso”. Prese il suo blackberry andando a testa bassa nello spogliatoio e aprì la foto di Ron Weaver. Il volto nella foto si tramutò ringiovanendosi.
Aleph pensò sorpreso:“Il bullo delle elementari. Quante sono le probabilità che sia proprio lui?”.
-
Non pioveva, cadeva acqua a gocce grosse. Leena non aveva grandi doti di strategia e decise di farsi guidare dalla bambina angelo.
Bambina angelo:«Digli che ti vuoi confessare».
Tempo un minuto e Leena disse attraverso la superficie di ferro a forellini del confessionale con atteggiamento civettuolo:«Fiuuu, eccoci qua. Prima posso sapere come ti chiami?».
Vescovo:«Arthur Mabata».
A Leena piacque la sua voce profonda e si sentì subito in soggezione.
L’angelo bambina disse subito:«E no. Devi essere tu a comandare. Fidati, gli piaci, devi solo rompere il ghiaccio per bene».
Leena:«Perdonami perché ho peccato». Evitò di chiamarlo “padre” apposta.
Arthur:«Qualunque sia il tuo peccato ricordati che ne ho sentite di storie. Ho parlato con persone di tutti i tipi».
Leena ci pensò su. “Tutto ciò che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas. Un modo elegante per dire venite qui per andare a puttane senza che vostra moglie lo sappia”.
Leena:«Non sono sposata e sono andata a letto con due ragazzi. Uno era afro, voce grave, però era un po’ troppo giovane. Era energico, ma non mi dava nessun senso di sicurezza».
Arthur:«Se hai usato il preservativo diciamo che è un peccato a metà. In fondo non hai fatto male a nessuno. Sono ben altri i peccati che …».
La bambina angelo sussurrò qualcosa a Leena.
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Leena:«Io non riesco a provare attrazione per qualcuno se prima non ci ho chattato».
Arthur:«E nemmeno questo è un peccato. Ma parliamo delle tue visioni. Quando sono iniziate?».
Leena:«Non riesco a parlarne qui. Se potessimo chattare sarebbe meglio».
Arthur:«Do conforto ad alcuni bisognosi che non possono muoversi di casa. Malati terminali, invalidi eccetera. Pensi che chattando sarebbe l’unico modo per aprirti?».
Leena guardò la bambina angelo incrociare le dita speranzosa e rispose:«Sì».
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Boom boom clap, boom boom clap. Dagli spogliatoi si sentiva il pubblico pestare il pavimento e battere le mani. Uno della sicurezza si affacciò allo spogliatoio di Aleph e gli disse:«Prova peso. Mi segua».
Aleph era stato attento per mesi alla sua linea. Arrivò sulla bilancia vestito solo di un costume da bagno a slip, per pesare il meno possibile. L’ago segnò 90kg esatti. Il notaio lo guardò da dietro ai suoi spessi occhiali e gli disse:«Signor Mc Allen, lei pesa esattamente 90kg, pertanto può scegliere se andare in categoria 85-90kg o in 90-95». A quei livelli cinque chili di muscoli fanno una differenza enorme. Aleph si voltò e vide che in fila dietro di lui c’erano tre demoni: uno fatto di filo spinato, uno di pietra e uno di mazzette da 100$. In coro dissero:«Se non batti uno che pesa più di te figurati che cosa puoi fare contro di noi».
Aleph si voltò verso il notaio e disse:«Scelgo la categoria 90-95».
Il notaio lo fissò e gli rispose:«Ti ricordo che il premio in denaro è sempre quello».
Aleph:«Lo so. Ho scelto. Posso andare?».
Notaio:«Vada pure. In bocca al lupo».
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Boom boom clap. Boom boom clap.
La folla faceva rumore con lo stesso ritmo usato per le pubblicità pseudo motivazionali degli integratori per sportivi. Quelle in bianco e nero e al rallentatore, dove il protagonista sei tu, e tu vincerai, perché ce la metti tutta. “C’è sempre qualcuno che ce l’ha messa più di te. Bravo Aleph, pensa queste frasi demotivanti proprio ora”.
Aleph si batté i palmi sulle tempie. C’era da mandare al tappeto il bullo delle elementari.
«All’angolo rosso Aleph McAllen, all’angolo blu Ron Weaver … il bullo delle TUE scuole elementari».
Aleph parlò tra sé e sé (tanto con il rumore del pubblico non l’avrebbe sentito nessuno):«Ok, l’annunciatore è posseduto da un demone e mi vuole demotivare, avrei dovuto immaginarmelo».
Ron Weaver si fece scrocchiare tutte le articolazioni dal collo alle caviglie.
Aleph: «Psicologia inversa? Durante il saluto coi guantoni devo dirgli “Sono quello che picchiavi alle elementari”?».
Round 1: Aleph e Ron toccarono l’uno il “guantone” destro dell’altro a pugno chiuso.
Quei guantini da MMA servono solo a evitare che il ring si trasformi in un tappeto di sangue prima del dovuto. I due contendenti sono a tutti gli effetti dei pugili professionisti, ma la gente crede che quei guantini diano una sorta di protezione e sono tutti contenti così.
Ron iniziò caricando e Aleph, per non andare in sudditanza psicologica, caricò a sua volta. I due sbatterono l’uno contro il cranio dell’altro e il loro cervello fu suonato come campane a morto. L’arbitro, per una semplice questione medica, avrebbe decretato la fine dell’incontro in quell’istante. I due a terra.
«Ma ecco che McAllen si rialza! E anche Weaver! Che tempra, l’arbitro stava quasi per decretare …».
Weaver, complice la semi infermità mentale dovuta allo scontro tra crani, improvvisò una mossa di capoeira, che Aleph nemmeno si filò di striscio.
Aleph:“Da così lontano? Hai le gambe di sei metri? Ma vai a fare in culo, bullo”.
Bullo… bullo… bullo… la parola gli si fissò in mente in modo ossessivo e più gli saliva la voglia di batterlo, più gli saliva il timore di ripetere la sconfitta delle elementari.
«Super man punch di Weaver, a segno, ma non in piena potenza. Calcio frontale allo sterno da parte di McAllen».
Aleph:“Ma no, scemo! Il bersaglio è la testa. Dopo quella testata da incidente stradale il primo che colpisce la testa dell’altro, anche solo di striscio, vince per ko”.
Weaver:“Alla testa, alla testa! Ma guardalo, si difende quasi come quello scemo della scuola… Mc … Mc… McAllen!”.
«Una serie di montanti e ganci. I due sono testa a testa e l’incontro si concentra nello spazio di un metro quadrato».
Colpo pieno. A segno. Colpo pieno di Weaver. A segno. Il ring cominciò a tingersi di rosso.
Weaver si esibì in una serie di finte e mosse di simil kungfu cinese da due soldi, e Aleph fu così pollo da cascarci. Un russo non ci sarebbe mai cascato, nemmeno un novizio.
Fine primo round.
Aleph:“Quanti cinesi sono campioni di boxe, MMA o grecoromana? Eppure ce ne sono anche di molto alti e muscolosi, non sono mica giapponesi. Il kung fu è una leggenda. E non a caso funziona in “The Matrix”, cioè in un mondo finto. Il cervello consuma zuccheri, smettila di pensare”.
Un respiro profondo e utilissimo. E cominciò il secondo round.
I due si avvicinarono per conquistare il centro del ring, cioè il posto tatticamente più conveniente.
Nella mente di Aleph il suo montante sinistro sfondò il muro del suono.
KO.
Nella mente di una persona normale il jingle della vittoria sarebbe stato come una doccia della migliore droga esistente. Ma Aleph non sembrava contento, e pensava:“I demoni avranno sicuramente seguito la diretta, se non sono in mezzo al pubblico. Chissà se li ho intimoriti con la mia performance”.
Su un vagone che percorreva la monorotaia di Las Vegas, la voce della bambina angelo: «Ah… ma bene… arthurmabata@ququ.com . Ququ.com è quel vecchio servizio di email senza protezione dal brute forcing».
Leena, con un auricolare all’orecchio per fingere di stare al telefono disse:«Bruteforcing? Non so di che parli».
Bambina: «Dai, da qui in poi comando io, lasciami fare e scopriremo tante cose su padre Arthur Mabata».
Leena:«Mi affido a te»
Le dita magre di Leena si misero a provare qualsiasi password con un minimo di senso logico. Arthur123, Arthur321 ecc. , mentre lei sognava a occhi aperti in stato ipnagogico. Alcune fermate dopo era dentro.
Bambina angelo:«Ta daaan…».
Leena si svegliò di soprassalto spalancando gli occhi e prendendo un grosso respiro con la bocca.
Si guardò intorno, nessuna reazione da parte dei passeggeri.
Leena:«Sì, pronto? Dimmi».
Bambina angelo:«Siamo entrate. Dai spulcia, spulcia!».
Leena pensò per un momento:“Ma se sei un angelo perché hai bisogno di entrare nelle email di Mabata per capire i suoi segreti? Non dovresti leggere nella mente o altro?”.
Leena si zittì mentalmente per due secondi. Meglio non mettersi contro un emissario di Dio.
-
Ancora il 10 dicembre 2005.
Aleph era curvo su di sé a pensare, a lasciare che le immagini del suo incontro da poco finito scivolassero veloci su di lui come gocce di pianoforte di un video motivazionale. Le dita tremanti mimavano le sue mosse, ogni suo pugno, ogni schivata al millimetro.
«Aleeeph… - un richiamo di tentazione lugubre, femminile. Aleph alzò la testa appesantita e fece caso di essere in cucina, a casa - … Aaaaleeeph»
Qualcuno, di sicuro una ragazza, dietro al frigo, voce da idiota fastidiosa. «Gnam, gnam … ma perché mangio e rimangio ma rimango sempre uguale?».
Aleph si alzò e trovò una ragazza bionda, coda di cavallo, magra, vestita in tenuta da aerobica, con tanto di polsiere bianche. «Dai, Aleph, scusa se sono entrata così di soppiatto ma sono una tua fan, e poi avevo un po’ di fame».
Aleph si alzò lentamente e chiese sottovoce:«Ma chi cazzo sei? – e poi, alzando la voce – E poi che ci fai qui? Come sei entrata? Era chiuso».
La ragazza per tutta risposta sfoderò dal frigo un grosso hamburger caldo e fumante, pieno di patatine e ketchup, e disse sognante: «Mmmh… che bello mangiare in compagnia, senti che profumo».
Aleph le andò incontro dicendo serio: «Devo mantenere la linea, vattene con quell’hamburger, hai già rotto, dai vattene».
Lui tentò di prenderla per un polso, ma lei agilissima schivò la presa.
Il post incontro è uno dei round più difficili. Allenarsi ma non troppo, mangiare ma non troppo, non bere, non fumare.
Aleph ci pensò mentre la ragazza mangiò quel grosso hamburger con quattro morsi tanto piccoli da sembrare finti, da pubblicità.
Aleph era esausto, i muscoli gli bruciavano come corde di violino, così disse :«Va bene, senti, sei una fan? Perfetto, grazie della visita, se vuoi ti autografo un braccio, ok?».
La ragazza, in modo sovrannaturale, stappò una bottiglia di birra usando una sigaretta per fare leva sul tappo, e disse sorridente: «Senti, se non te la fumi ora una sigaretta per festeggiare non so proprio quando la fumerai».
Aleph:«Quando sarò vecchio, per ora … aspetta, ma perché ti parlo? Esci! Vai via!». Urlò come un pitbull rabbioso; si scaraventò contro di lei, lei sparì in una nuvola di fumo di tabacco e lui sbatté la testa contro il muro, esausto. «Mi dici “esci” del tipo “esci da questo corpo”? Ih ih ih».
“Ok – pensò lui deciso – è un demone. Bestia! Non li ho spaventati per niente, l’incontro è stato inutile”.
 Crampi allo stomaco. Mangiò due chili di verdura, bevve una camomilla tripla e si buttò su un divano.
Fissò il soffitto con il pugno destro sulla fronte e il braccio sinistro abbandonato fuori dal divano.
Non riuscì a dormire. Per il nervoso ringhiò e si alzò.
-/ / /-
Le email di Mabata scorrevano davanti agli occhi increduli di Leena…
“Non ci posso credere. Arthur Mabata non è un pedofilo. Niente foto di bambini. Pazzesco”.
Bambina luminosa: “Sei mai stata violentata da un prete?”.
Leena: “No”.
Bambina: “E allora …”.
Leena: “Ma se non ha fatto niente perché mi hai fatto entrare nella sua posta?”.
Bambina (fece due secondi di silenzio, poi disse mentalmente) :“Scava a fondo, chiedi e ti sarà dato”.
-
Leena tornò a casa emozionata con lo smartphone che le tremava tra le mani. Nessuna vibrazione. Salì di corsa le scale coperte di moquette grigia, entrò nella sua stanzetta illuminata di rosa tenue, si chiuse a chiave e si buttò sul suo letto. «Si? Pronto? – disse Leena per fare finta di stare parlando con qualcuno al telefono – Allora … - proseguì a bassa voce – una mail da parte della banca, non sembra navigare nell’oro. Poi ancora, una dice AiutamiArthurTiPrego … tutto attaccato … altre mail da fedeli … oh porca … qui dice “Sono posseduta da un angelo, ma forse è un demone”. È da parte di Tasha Trazier. Magari c’è su Facebook o magari su Netlog».
La bambina di luce ricomparve appollaiata sulla lampada rosa sopra la testa di Leena, levitando, emettendo il suono di una bolla che scoppia, e disse: «Ho letto tutta la mail lunga migliaia di parole in questo mezzo secondo. Se vuoi leggila, ma ti faccio risparmiare tempo, ecco quello che devi fare.
-
Jeff parcheggiò in uno spiazzo chiuso su tre lati a Downtown. L’illuminazione era dovuta solo a un paio di lampioni giallini.
Un vero riposo per i suoi occhi dopo tutte quelle luci sgargianti lampeggianti multicolore. Era a ridosso del caos.
“Addobbi natalizi – ne vide un paio su un balcone – , qualcuno sente in anticipo la voglia di festeggiare il … – sentì dei chicchi di neve freddi sulle sue guance, sollevò lo sguardo – … il Natale”.
Aprì un portone nero con vetrata scura, salì a piedi fino al primo piano, fece scattare due volte la serratura della porta blindata di casa sua, ed entrò.
Le luci delle insegne dall’altro lato della strada facevano sembrare il suo salotto la casa di una prostituta. Chiuse la finestra e accese il riscaldamento.
La televisione e il suo frigo erano stati chiaramente rovesciati e presi a colpi di cacciavite e spranga, o qualcosa di simile, da qualche ladro.
Ormai Jeff non ci faceva più caso. La televisione non la guardava, e quanto al cibo mangiava sempre take-away. I ricconi della zona che giocavano a Risiko versione Las Vegas tentavano in continuazione di abbassare il valore delle case circostanti per comprarle a prezzo ridotto.
Si facevano ronde improvvisate la sera, ma Jeff aveva capito da qualche mese che chi organizzava le ronde erano sempre loro.
Andò nella stanza alla fine del corridoio principale e disse:«Ciao John, ti sono mancato?».
Jeff era la dimostrazione che la sanità mentale è dovuta, oltre che alla genetica che è decisa dalla fortuna, a una serie di eventi che ci capitano, decisi anch’essi dalla fortuna.
Non sono certo pochissimi i mancini coi capelli rossi dalla traumatica educazione piena di stereotipi cristiani, o ritenuti tali. Sono invece di certo pochissimi quelli che, tra loro, hanno avuto un incidente con una qualche sostanza psicoattiva in gioventù. E sono ancor meno, uno per l’esattezza, quelli che nel 2005 avevano, o credevano di avere, un “entangled twin”, un gemello che, per motivi ignoti alla scienza, avrebbe avuto alcune parti del cervello (o della mente) connesse non localmente con le sue.
Per autoconvinzione o per tale raro fenomeno mentale, Jeff sentiva di avere a disposizione una riserva di capacità di pensiero ben nascosta e messa al sicuro nel suo gemello John. Uguale a lui in tutto, coma irreversibile a parte.
Mosso da una lucida logica utilitaristica, Jeff prese John, magrissimo, in spalla e lo portò in bagno. Iniziò a lavarlo e gli disse:«Aloe Selvatica. Il tuo preferito. Pizzicotto … nessuna reazione. Oggi ci riposiamo, vecchio mio. Oggi non ti userò nemmeno un po’. Sei libero di sognare quello che vuoi. Immagino che non sia facile vivere così, lo so, lo so … se l’ho detto è solo per informarti che stasera c’è un aiutino. Un aiuto speciale, come lo scorso capodanno».
John fu asciugato bene e poi vestito con un completo di felpa blu sportivo con loghi in bella vista. Jeff:«Lo so, è un po’ fuori tema per uno che non può muoversi. Ma così almeno sei più comodo. Mi piace pensare che senti il tessuto morbido. I vestiti eleganti sono di uno scomodo …».
Jeff prese dell’erba da un portasigarette di metallo spazzolato, ne girò una lunga e si mise a fumarla davanti a John, soffiandogli di tanto in tanto un po’ di fumo verso il naso. «Questa mi sa che la senti. Buon viaggio. Anzi, no, aspetta. Facciamoci due chiacchiere. Sai, sei l’unico con cui posso confidarmi».

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