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Autore: cignox1    06/09/2017    0 recensioni
In un periodo di particolare stress, alcuni anni fa, emersero in me ansie di vario tipo che cercai di esorcizzare tramite la scrittura. Un paio dei racconti che scrissi vertevano sulla paura di perdere prematuramente il legame con le mie figlie. Questo racconto mi é servito per esplorare e razionalizzare quelle paure, per dare loro una forma, per svestirle del loro mantello dell'invisibilitá, puntare loro l'indice contro e affermare: "non siete reali!".
Aurora é il nome che ho scelto per la figlia del protagonista. Sarebbe stata il nome della mia terza figlia, se non fosse nato un maschietto. Ma non é solo questo il suo significato.
Il protagonista della storia, senza nome, deve elaborare la perdita che sta subendo, secondo dopo secondo, davanti ai suoi occhi.
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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-Papi?-
La voce non era molto piú di un rantolo, ma bastó a svegliare il sonno irrequieto del padre.
-Dimmi tesoro- disse, raggiungendo subito la piccola manina.
-Avevo paura. Non sapevo se c’eri.-
-Tranquilla, sono qui.-
La bimba giaceva immobile sul letto. Tubicini e sensori si diramavano dal suo corpo.
Una piccola mosca per sempre intrappolata in una ragnatela pensó il padre.
No, non per sempre. Per poco ancora. Lo mettevano a disagio i sentimenti contrastanti generati da questa considerazione.
Con la mano libera le accarezzó delicatamente il volto, spostandole un ciuffo di capelli sudati dalla fronte. Aveva ripetuto spesso quel gesto, di recente. Non sempre era necessario, a volte era solo un movimento automatico, una abitudine nata tanto tempo prima, quando la piccola avrebbe risposto a quella tenerezza con un sorriso.
-Ho gli occhi aperti, papi?- domandó invece.
Il padre trattenne a stento un gemito, ma la sua voce tremó comunque quando le rispose.
-Si, Aurora. E sono splendidi occhi-
O almeno lo erano stati, ma questo non lo disse. Erano stati davvero occhi bellissimi, neanche tanto tempo prima, occhi nei quali di quando in quando aveva amato perdersi, anche se soltanto per rinnovare la meraviglia che provava di fronte al dono che sua figlia era stata per lui. ora, peró, quegli occhi erano soltanto stanchi e pallidi globi all’interno di profonde occhiaie scure.
La bambina rimase qualche istante in silenzio. I suoi respiri erano deboli e rochi.
-Vedo solo buio. Questo significa che é la fine?-
Si.
-No, non ti preoccupare. Sei solo un pó affaticata.-
Il padre fu contento che Aurora non potesse vedere le lacrime che ora gli scivolavano abbondanti sulle guance. Doveva mentirle? La bambina capiva ció che le accadeva: le speranze che le dava la aiutavano o la offendevano? Forse non lo avrebbe mai scoperto. Non c’é la soluzione giusta pronta all’uso. Non c’era mai stata, in quegli ultimi mesi.
La piccolina diede un breve colpo di tosse. Aprí la bocca come per parlare, ma ci riuscí solo al secondo tentativo.
-Tu non hai la medicina che mi guarisce, vero?-
Il padre strinse i denti tanto forte che temette di romperli. Non gli importava nulla, in quel momento: voleva solo evitare di scoppiare a piangere. Dove avrebbe trovato la forza per risponderle? Ma glielo doveva.
-No, tesoro. Mi dispiace- gemette infine abbassando lo sguardo per la vergogna. Mai un padre dovrebbe essere tanto impotente di fronte alla sorte di un figlio.
-Un pó anche a me- replicó Aurora, senza rabbia né disperazione.
-Sarebbe bello poter ricominciare da capo, vero? Da quando ero piccola e tu e la mamma mi insegnavate a camminare- aggiunse.
Ti prego piccola mia, non evocare questi ricordi! urló con forza e rabbia, ma senza emettere alcun suono. Se anche aveva stretto la sua fragile mano troppo forte, lei non se ne era lamentata.
-Un giorno lo faremo ancora- le promise invece.

Rimasero lí qualche minuto in silenzio. Il padre accarezzava ora la mano, ora la testa, ora la guancia. E poi ripeteva il ciclo. Non c’era molto altro che potesse fare.
Un piccolo tremito attraversó il corpicino, ma lei non sembró accorgersene.
-Papi?-
-Dimmi, tesoro-
-Diciamo l’Angelo di Dio?-
Era sempre stata la sua preghierina preferita, ma il padre non avrebbe mai pensato che le sarebbe venuta in mente ora. Raccolse entrambe le piccole mani pallide con le proprie, in un gesto che Aurora dovette percepire come rassicurante, perché, per quanto poté, accompagnó il movimento. Il padre si schiarí la gola.
-Angelo di Dio, che sei il mio custode…-
La bambina tentó di articolare le parole, ma era troppo stanca e non riusciva ad emettere alcun suono.
Non importa, parlo io per entrambi.
-Illumina, custodisci, reggi e governa me…-
le labbra, magre e screpolate, si fermarono stremate.
-che ti fui affidato dalla pietá celeste. Amen-
A malapena si percepiva il petto gonfiarsi ad ogni respiro. Al padre venne in mente il giorno in cui nacque la piccola Aurora, e di quanto si trovó smarrito e spaventato, al ritorno a casa, nel doversi occupare per la prima volta di un neonato : davvero erano trascorsi anni interi da allora? Possibile che il tempo che era stato loro concesso per stare assieme fosse giá terminato? Sembravano essere trascorsi non piú di pochi giorni, ma affacciandosi dalla nebbia della tristezza iniziarono ad emergere i ricordi. Ed erano immancabilmente tutti belli. Non un rimprovero, o un capriccio. Eppure dovevano essercene stati di sicuro, ma non importavano piú e, probabilmente, non erano importati granché neppure allora.
L’uomo scosse la testa: comunque fossero stati quegli anni, erano stati pochi e distratti. Ma cosa mai avrá avuto da fare di cosí importante, da non poter trascorrere piú tempo assieme alla figlia? Sensi di colpa. Non i primi e certamente non gli ultimi.
Si accorse di avere le maniche della felpa completamente fradice, ma le lacrime continuavano a scendere.
No, non era vero: aveva svolto bene il proprio ruolo di padre. Avevano riso e giocato, e litigato, e corso e cantato. L’aveva aiutata con i primi passi e con le prime parole. Con i compiti e con i giocattoli. Le aveva insegnato ad andare in bicicletta e a nuotare. Un giorno, ne era convinto, avrebbe guardato indietro con mente piú serena e concesso a se stesso un giudizio piú clemente.
Non é il momento di ricordarla. Presto lo sará, ma non ancora.
Riprese ad accarezzarla con la destra, mentre con la mano sinistra si asciugó il viso. Non pensava a nulla mentre la fissava. Desiderava soltanto dilatare quel momento il piú a lungo possibile, forse in modo egoistico, forse soltanto in modo patetico. Ma non aveva alcuna intenzione di perdersi in speculazioni filosofiche: il padre sperava che piú tempo rimaneva lí a contemplare il volto della sua piccola, piú facile sarebbe stato rievocarlo nei suoi ricordi in futuro. Si sorprese a guardare spesso l’orologio appeso alla parete, a contare i minuti.
Ringrazio per ognuno di essi.
Continuó ad accarezzarla. Le lesse una breve storia. Pianse in bagno per non farsi sentire. Tornó ad accarezzarla.

-Papi?-
-Dimmi, Aurora-
Il padre appoggió sul letto il fazzoletto umido. Lo avrebbe gettato piú tardi.
-Sono qui, tesoro. Dimmi pure.- la incoraggió.
Il padre si irrigidí: sullo schermo, il puntino luminoso che non si fermava mai aveva deciso di riposare. Per un istante, breve ma infinito, il padre si sentí come su quella giostra in caduta libera su cui era salito anni prima.
-Aurora?- disse, la voce un sussurro incomprensibile.
Alle sue spalle sentí alcuni passi che si avvicinavano correndo. Riconobbe il suono delle scarpe di medici e infermieri.
Il padre tentó di frenare il proprio dolore, ma subito si ritrovó a sfogarlo accasciandosi sul corpo della figlia e abbracciandolo con una forza che non avrebbe mai osato usare soltanto pochi secondi prima. Forse l’ultimo abbraccio che poteva darle, prima che i medici arrivassero.
No, lasciatemi con lei un’ora. Lasciatemi una notte. Tutta la vita.
-Perdonami, bambina mia. Perdonami se non avevo la medicina. Perdonami. Perdonami!- Le avrebbe chiesto perdono per tutta la notte, e per quella successiva, se glielo avessero permesso, fino a quando la vergogna ed il senso di colpa non fossero fluiti via con le ultime lacrime che il suo corpo fosse riuscito a produrre.
Ma quattro braccia lo afferrarono e lo allontanarono dal letto, in quella che gli parve la piú dolorosa violenza che avesse mai subito in vita sua, mentre i primi raggi dell'alba, filtrando dalle tende, proiettavano ombre agitate sul muro.

   
 
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