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Autore: Nidafjollll    08/09/2017    6 recensioni
[STORIA INTERATTIVA; Iscrizioni chise.]
La mitologia greca, da sempre, suscita grande interesse e stupore nell'uomo.
Il mito del minotauro, di Polifemo, dei giganti... miti che, per secoli, hanno continuato a vivere, come impressi nella memoria degli umani.
I miti e le leggende più famose, ovviamente, riguardano gli dei. Dei capricciosi e viziosi che dimoravano sull'alto monte Olimpo. Ed era da uno dei vizi che si concedevano gli dei che nascevano i mezzosangue.
Grandi profezie e imprese spettano a questi ultimi. Le progenie degli dei sono gli unici a conoscere realmente i pericoli che minacciano la tranquillità e monotonia del mondo mortale.
Tocca a loro, dunque, compiere grandi imprese e sigillare nel Tartaro tutti i mostri mitologici, resuscitati.
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi, Yuri | Personaggi: Nuovo personaggio, Un po' tutti
Note: AU, Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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01:Night.”

 

 

 

 


 

 

 

La strada era deserta.
Deserta e quasi del tutto iniettata di oscurità, se non fosse per un unico e piccolo lampione dalla luce debole e soffusa.
Come molto spesso accadeva Avet si trascinava lentamente e pigramente tra le strade buie e desolate di quel quartiere malfamato, diretto a casa.
Ciocche di capelli color pece gli ricadevano sul viso lungo e affilato, coprendogli gli occhi arrossati e gran parte del viso chino. Si sentiva la terra tremare sotto i piedi e camminare – gesto quotidiano che dovrebbe non richiedere molto sforzo – gli risultava difficile, traballava e rischiava costantemente di perdere l'equilibrio e rovinare a terra.
Non era la prima volta che, finito il proprio turno di lavoro al bar, si lasciava andare ad una sigaretta non contenente propriamente tabacco, ma ogni volta era come se fosse la prima. Si sentiva leggero, libero dai problemi e da tutto – anche se l'effetto era solo temporaneo. Farlo lo faceva stare bene.
Goccioline di sudore gelido scendevano lentamente lungo il suo collo, giocando a chi arrivava per prima a bagnargli il colletto scuro della maglia e provocandogli piccoli brividi di piacere. Era tutto sudato; vampate di calore gli bruciavano il corpo.
La manica del suo giacchetto in pelle strisciava sul freddo e sporco muro, come a cercare sostegno in esso. Senza si sarebbe ritrovato, molto probabilmente, a terra.
Ormai mancavano ancora pochi passi e sarebbe, finalmente, giunto al suo appartamento. L'idea era al contempo sia rassicurante che demoralizzante: aveva un paio di rampe di scale da fare – e l'ascensore, da quel che ricordava, era guasto.
L'eco di un tintinnio metallico rimbombò, all'improvviso, lungo tutto il vicolo deserto. Avet immediatamente si fermò. Un colpo di tosse – tosse molto violenta – si fece sentire, seguita a ruota da un secondo tintinnio.
Non era più solo.
Il ragazzo, tuttavia, si disse che – con molte probabilità – si trattava solo dell'ennesimo ubriacone a spasso per la città in cerca di alcool – o di ragazzine da molestare.
Dopo essersi portato una mano alla fronte, scacciando le perline di sudore, Avet riprese a camminare; di certo un paio di colpi di tosse e dei tintinnii non gli avrebbero impedito di raggiungere la sua destinazione.
Tutto sembrava essere ritornato alla solita tranquillità notturna; il silenzio aveva ripreso ad aleggiare nell'aria. Tuttavia quell'incanto sembrò non durare troppo a lungo: una seconda serie di rumori – questa volta di maggiore intensità e di lunga durata – riprese a rimbombare, spezzando il silenzio.
Ne ebbe abbastanza. Quello snervante rumore – che, insolitamente, sembrava tanto trattarsi dello scalpitio di zoccoli a contatto con l'asfalto – gli stava dando alla testa.
Con un grugnito roco si fermò per la seconda volta, portandosi anche una mano al petto – come a tenere sotto controllo i battiti, già accelerati, del suo cuore.
Il rumore di zoccoli non cessava, anzi. Qualsiasi cosa fosse... si stava avvicinando.
Avet rimase, silenzioso, in attesa.
I secondi passarono, volarono, e – finalmente – dall'ombra uscì allo scoperto uno strano individuo. Aveva il respiro accelerato e il sospiro pesante e affannato, come se fosse reduce da una lunga e sfiancate maratona. Si teneva a malapena in piedi, appoggiato ad un lungo e ricurvo bastone tutto consumato.
Senza alcuna fretta né timore, Avet, si prese il suo tempo per scrutare attentamente colui che era appena apparso dalle tenebre. Nel complesso era decisamente un tipo strambo; tant'è che il ragazzo si chiese se avesse o meno le traveggole.
“Un asino...” un sussurro appena udibile sfuggì dalle labbra secche del corvino. “Un asino.” ripeté, ancora, con più sicurezza nella voce, non staccando gli occhi da quello strano individuo.
Quest'ultimo, nonostante tutta la stanchezza e devastazione che provava, si limitò a sorridere divertito; non era la prima volta che lo chiavano asino. Okay che aveva la parte inferiore del corpo che poteva vagamente ricordare quella di un asino, ma non credeva proprio di essere un asino. I ragazzini che lo chiamavano in quel modo proprio non li capiva.
Per quanto riguardava Avet, questo sembrava essere in trance. Teneva lo sguardo plumbeo fisso sulla sagoma umanoide che aveva davanti, non accennando a distoglierlo.
La camicia in flanella che indossava lo strano essere era tutta sporca e strappata in più punti, inoltre quello che pareva sangue colava, lento e denso, da un paio di ferite – una sulla zampa sinistra e l'altra all'altezza della spalla destra. Un flauto in legno ciondolava sul suo petto e – cosa più importante – in mezzo ai suoi lunghi ricci scuri spuntavano un paio di lucide e ricurve corna.
Capra.”
Avet quasi trattenne il fiato quando l'essere parlò.
“Come?” chiese quest'ultimo, aggrottando la fronte e iniziando a fare i complimenti alla sua mente che, col supporto della sua fervida immaginazione, aveva creato quell'allucinazione – con tanto di botta e risposta.
“Sono mezzo-capra, non asino.” rispose con apparente calma la creatura, ancora appoggiata al suo bastone e cercando di azzardare qualche passo traballante in direzione del ragazzo. “Sono un satiro.”
Il corvino annui, un sorriso divertito a increspargli le labbra. “Certo... un satiro, perché no?” ridacchiò, appoggiando la schiena contro al muro e allungando una mano al viso.
Era tutto frutto della sua immaginazione, pensò. Tempo di una dormita e tutto sarebbe sparito, come sempre.
“Devi venire con me!”
Il satiro parlò ancora, catturando del tutto l'interesse del suo interlocutore.
Quest'ultimo parve confuso; si prese un minuto per riflettere. “Come?” domandò, non sapendo che altro dire – anche perché sentiva di avere il deserto del Sahara in bocca.
Il ragazzo mezzo capra si concesse una sbirciata nervosa alle proprie spalle. Avet poté capire che era alquanto nervoso, forse impaurito.
“Non ho tempo di spiegare adesso” quasi balbettò. “Dobbiamo raggiungere gli altri prima che sia troppo tardi. Devi venire con noi, sarai al sicuro.”
Tutta l'apparente calma e tranquillità iniziale era andata pian piano scemando, lasciando spazio all'ansia e ad un pizzico di panico. Il satiro aveva l'aria a dir poco devastata e non aveva assolutamente le forze – né la voglia – di mettersi a discutere o convincere con la forza quel ragazzino a seguirlo.
Tuttavia, il satiro, rimase completamente spiazzato dalla risposta che Avet gli dette: accettava di seguirlo. Sinceramente non seppe se essere felice della risposta o esserne preoccupato; e se si trattava di una trappola?
“Seguimi” disse semplicemente, abbandonandosi al bastone e rigirandosi per puntare da dove era arrivato. “Seguimi, per favore...” sussurrò ancora, come se temesse di rimanere solo.
Avet sorrise amaramente prima di iniziare a camminare seguendo, come incantato, il satiro.
Era curioso. Era davvero curioso di sapere dove lo avrebbe portato il frutto della sua immaginazione. Molto probabilmente si sarebbe svegliato, il mattino seguente, in mezzo ad un bidone della spazzatura o in qualche parco, chissà, con un forte senso di nausea e terribile emicrania.
Tuttavia, quel che contava per lui in quel momento era di godersi appieno il suo delirio. Stava amando quel delirio; si divertiva.

 

 

*

 


La sua vita faceva ufficialmente schifo.
Non erano nemmeno passate le ventiquattro ore da quando sua madre, pazzamente, l'aveva costretto ad andare via con un satiro – così l'aveva chiamato lei; una creatura mitologica con l'aspetto caprino – che già si ritrovava immischiato in affari decisamente non suoi e col desiderio impellente di fare dietrofront e scappare via, da tutto e tutti.
“Alexander, te ne prego, sei la nostra unica speranza!”
La voce fastidiosamente implorante e piagnucolosa del satiro arrivava alle orecchie del giovane ragazzo, voltato di spalle e deciso a ignorarlo. Improvvisamente trovava il muro di quel freddo e buio vicolo molto interessante e degno di tutta la sua completa attenzione.
“Se non lo fai tu rischiamo di mandare a monte tutta la missione.” esclamò, ancora, il satiro, cercando di arrivare ad un punto d'incontro con il ragazzo.
Quest'ultimo semplicemente lo snobbò; quelli non erano decisamente affari suoi.
La creatura ormai era sul punto di una crisi di nervi. “Alexander, tu sei molto potente e il tuo odore potrebbe attirare molti mostri” disse, una mano portata nervosamente a grattarsi la testa. “Se non accetti di collaborare rischiamo di fare una brutta fine. Entrambi.”
Il ragazzo sospirò di frustrazione, passandosi nervosamente una mano in mezzo ai ricci biondi. Normalmente, a sentire un tale discorso, non si sarebbe posto troppi problemi e avrebbe volgarmente riso in faccia a chiunque dicesse tali sciocchezze; tuttavia quella non era una situazione normale.
Solo poche ore fa si era ritrovato a dover affrontare un mostro grottesco e dall'aspetto simile ad una gelatina gigante, sulla sua pelle portava ancora il segno di quello scontro.
“Va bene” sbuffò, il fastidio palese nella voce. “Ma lo faccio solo perché non voglio morire.”
Il satiro, immediatamente, si aprì in un grande e luminoso sorriso. “Hai fatto la scelta migliore, amico.” sorrise, eccitato e sollevato allo stesso tempo.
Alexander si lasciò andare ad un'altra serie di sbuffi e borbotti, mentre il suo compagno si frugava freneticamente nelle tasche.
“Ti ricordi la ragazza che abbiamo pedinato prima, sì?” chiese, puntando i suoi due occhioni scuri in quelli chiari del biondino che annui svogliato. “Devi trovarla e persuaderla a venire con te. Dopodiché potremo finalmente andarcene.” spiegò, breve e conciso.
Senza dargli il tempo di ribattere, mise nelle mani del giovane ragazzino un pugnale dalla lama bronzea. “Usalo in caso di pericolo” disse con fare estremamente serio. “È bronzo celeste, letale per i mostri ma innocuo per i mortali. Non usarlo sui mortali.” spiegò velocemente, stringendo le mani del suo interlocutore in segno di ammonimento.
Alexander si accigliò non poco:
“Mi arresteranno se vedono che vado a spasso con un pugnale in mano!”
“Non preoccuparti di ciò, la foschia camufferà il tutto.”
“Ah, certo, se lo dici tu.” sussurrò il biondo, poco convinto e assai confuso. Il satiro aveva provato a spiegargli un paio di cosette su come girava realmente il mondo, ma a lui serviva tempo per metabolizzare e capire il tutto.
“E sappi che se provi a scappare... ti troverò. Ti troverò e allora ti ucciderò io con le mie stesse mani.” lo avvisò un'ultima volta il suo custode.
Dopo avergli augurato buona fortuna e – dopo un piccolo spintone d'incoraggiamento – osservò speranzoso Alexander allontanarsi svogliato, il pugnale luccicante assicurato alla cintura.

 

 

*


Affascinante.
Selyse ormai non riusciva a pensare ad altro tranne a quanto fosse affascinante e bello il segno rosso di rossetto che le sue labbra avevano lasciato sul bordo del bicchiere. La sua attenzione era completamente calamitata su quel piccolo particolare. Forse per noia, forse perché era ubriaca.
Con un gesto pigro e lento della mano ordinò al barista che le fosse riempito nuovamente il bicchiere; il suo corpo, la sua mente, esigevano più alcool.
Il ragazzo al bar eseguì l'ordine della sua giovane cliente, il naso arricciato e non del tutto convinto nelle sue azioni. Ormai quella ragazzina stava seduta a quel bancone da ore, tracannando un bicchiere dietro l'altro come se fosse acqua.
Come le volte precedenti, Selyse circondò il bicchiere – di nuovo pieno – con le sue lunghe e affusolate dita portandoselo alle labbra; il rossetto ormai completamente sbafato. Quando anche l'ultima goccia di tequila le fu scesa lungo la gola la ragazza si abbandonò completamente al bancone, il bicchiere lasciato cadere violentemente sopra di esso.
La musica – generalmente forte e assordante – le arrivava alle orecchie come un eco lontano, ovattata. Iniziava a sentire una diversa percezione del tempo e di ciò che la circondava.
Le mani – a volte calde, altre fredde e sudate – che avevano cercato il contatto fisico con la sua pelle non erano state poche, ma ogni volta che qualcuno cercava di avere un qualche contatto con lei, Selyse, non si tirava indietro dall'usare la violenza. Voleva semplicemente restare sola.
Il telefono nella sua tasca iniziò, di nuovo, a vibrare. La ragazza semplicemente lo ignorò; suo fratello ormai cercava di contattarla da ore, invano. Era scappata da lui e, almeno per quella sera, voleva stargli il più lontano possibile. Alle conseguenze ci avrebbe pensato il giorno dopo.
Il rumore metallico della sedia accanto a lei che strisciava sul freddo pavimento echeggiò prepotente nelle orecchie di lei, avvisandola che qualcuno si stava sistemando vicino a lei.
Era già pronta a liquidarlo, chiunque esso fosse, in caso costui tentasse un qualche approccio.
Cercando di passare inosservata girò il capo in direzione dello sconosciuto che si era accomodato accanto a lei, la massa informe di capelli scuri a coprirle il viso.
Non male, pensò.
Il ragazzo che stava scrutando poteva avere all'incirca la sua età, se non di più, ed aveva un aspetto a dir poco intrigante e affascinante.
Dei ricci biondi gli ricadevano in disordine sulla fronte, coprendoli un poco i grandi e brillanti occhi – occhi che erano di un profondo e intenso blu; una spruzzata di lentiggini a cospargergli le guance e il piccolo naso alla francese. Teneva una postura dritta e quasi fiera.
Troppo impegnata a studiarlo Selyse non si rese nemmeno conto che il ragazzo in questione aveva puntato i suoi occhioni su di lei, fissandola in silenzio.
Il silenzio tra loro, tuttavia, durò poco.
“Senti...” esclamò all'improvviso il ragazzo, portando una mano sulla sua spalla.
Immediatamente venne interrotto. Selyse, bruscamente, scattò a sedere, schiaffeggiando la mano del biondino.
“Che cazzo vuoi?” domandò, scurrile, senza troppi giri di parole e lasciando il ragazzo allibito; non si aspettava minimamente una risposta del genere da una ragazza che sembrava tanto avere l'aspetto di bambolina.
“Ehm, io sono Alexander e-”
“Non mi interessa chi sei.” lo zittì immediatamente, posando un gomito sul bancone per sorreggersi la testa. “Non vedi che sono depressa?” domandò, in tono leggermente più pacato.
Il biondino rimase interdetto. “No?”
“Beh, lo sono. E ora lasciami deprimere in pace.” sbuffò, infastidita, facendo segno al ragazzo di sparire.
Alexander, tuttavia, rimase fermo sullo sgabello; lo sguardo puntato sull'esile figura della ragazzina. Quella che sembrava una semplice missione si stava rivelando un'ardua impresa. Sicuramente al prossimo favore che il satiro gli chiedeva lo avrebbe mandato, senza troppi giri di parole, a quel paese.
Aveva due scelte: cercare di convincere quella ragazza a venire con lui o rapirla. Per quanto non approvasse la seconda opzione non si sarebbe di certo tirato indietro.
“Non te ne vai?”
La voce leggermente rauca e impastata di Selyse fece ritornare Alexander coi piedi per terra, costringendo lo sguardo su di lei.
Lui scosse la testa.
“Allora me ne andrò io.” brontolò, passando esasperata una mano sul volto pallido e cercando di saltare giù dallo sgabello su cui era seduta. Impresa che si rivelò non tanto facile.
Appena ebbe poggiato i piedi per terra una forte nausea e senso di vertigini s'impossessò del suo corpo, costringendola a rovinare a terra.
Alexander agì d'istinto, afferrando per un braccio la ragazza ed evitandole una caduta troppo violenta. “Stai bene?” chiese, non realmente preoccupato, cercando di mettere in piedi la giovine.
In tutta risposta il biondino si ritrovò le scarpe scarpe piene di vomito.
Magnifico.

 

*


Era in ritardo.
Alexander stava tardando. Gli scenari più improponibili e inimmaginabili presero vita nella mente contorta di Charles, il suo custode. Forse si stava pentendo di aver spedito un semidio così potente – e altrettanto facilmente rintracciabile – a cercare, da solo, un'altra mezzosangue; il loro odore avrebbe sicuramente attirato l'attenzione di qualche mostro.
Tuttavia non aveva avuto molta altra scelta: o andava Alexander o ci rimetta la pelliccia lui. La foschia era potente, sì, ma un satiro che camminava senza travestimento tra i mortali era comunque un grande rischio.
Un rumore improvviso fece scattare sull'attenti Charles, destandolo dai suoi pensieri e dalle sue preoccupazioni. Che si trattasse di Alexander? Probabile.
Ansioso si voltò di scatto in direzione del suono.
Ah” esclamò, la delusione palpabile nella voce. “Sei tu.”
Dall'oscurità della notte venne fuori un suo simile, un satiro. Charles, nonostante fosse felice di rivedere il suo amico sano e salvo, non poté sopprimere la delusione di non vedere Alexander. Se il semidio moriva non se lo sarebbe mai perdonato.
“Anche io sono felice di rivederti.” sorrise sarcastico il nuovo arrivato, zoppicando in direzione dell'amico; due ragazzi al suo seguito. “Sono riuscito a recuperare loro due.” annunciò successivamente indicando orgoglioso i due ragazzi.
Charles si concesse qualche minuto per studiare attentamente i due giovani mortali. Erano una ragazza e un ragazzo.
“Perché la ragazza è legata?” chiese curioso, alzando il mento ad indicare un groviglio di fusti rampicanti che tenevano legate le mani dietro la schiena della ragazzina.
Quest'ultima aveva un'espressione rabbiosa dipinta sul volto, i capelli color ciliegia ad incorniciarglielo.
Il satiro, custode dei due ragazzi, ridacchiò. “Ha opposto resistenza” spiegò brevemente, alzando un capo della corda che legava le mani della giovine. “Così non scappa.
“Ottimo.” annui Charles. “Come vi chiamate?” chiese, un pizzico di dolcezza nella voce, rivolgendosi ai due.
Il ragazzo, con una scrollata di spalle, asserì di chiamarsi Axel mentre la rossa semplicemente si rifiutò di rispondere. “Muori.” sibilò semplicemente lei, linciando con lo sguardo i due satiri.
Owen – così si chiama il satiro che l'aveva rapita – semplicemente rise. “Dov'è Wyatt?” chiese successivamente rivolgendosi al suo compagno satiro, alludendo al loro amico custode.
“In giro a cercare il mezzosangue.”
“Sei solo.” constatò infine, lanciando uno sguardo attento attorno a lui.
Charles si chiuse nelle proprie spalle. “Non per molto.” affermò con sicurezza, certo che Alexander non lo avrebbe deluso.

 

Ormai era passata un'ora e del giovane Alexander ancora nessuna traccia. Charles iniziava, davvero, a temere il peggio.
“Sicuro che non sia scappato?” chiese Owen, infastidito. “Come hai fatto ad essere così sciocco da fidarti!” quasi urlò, colpendo un pugno contro al muro di mattoni.
Il compagno non volle rispondere, semplicemente lo ignorò.
Quando ormai temevano entrambi di non rivedere più ritornare il mezzosangue ecco che questo comparì alle loro spalle; una ragazza dall'aspetto distrutto attaccata al suo braccio che cercava di non cadere sul freddo asfalto.
Dii immortales!” esclamò Charles, euforico. “Sei vivo!”
Alexander, udite quelle parole, si accigliò non poco. Nessuno gli aveva detto che avrebbe rischiato la morte.
“Eccoti la ragazza” disse semplicemente, volgendo lo sguardo sulla mora – mezza incosciente sulla sua spalla. “Mi ha vomitato sulle scarpe.”
Il suo custode, tuttavia, sembrò ignorare le sue ultime parole. In preda all'estasi staccò delicatamente Selyse di dosso al ragazzo per farla sedere accanto ad Axel. “Che ha?” domandò poi, alzando lo sguardo scuro verso la figura del suo mezzosangue.
“Semplicemente ubriaca.”
“Allora non necessita del nettare, si riprenderà.”
Alexander scosse le spalle, indifferente. Guardandosi attorno con maggiore interesse si accorse di tre nuovi arrivati, tra cui un satiro.
“Chi sono?” domandò, non riuscendo a staccare lo sguardo da Owen.
“Loro due sono semidei, proprio come te” spiegò Charles, indicando Axel e la ragazza dai capelli rossi. “E lui è Owen.” si girò verso il satiro.
“Perfetto.” quasi sussurrò, ironico. “Quando ce ne andiamo? Non voglio morire.”
Ormai da quando il suo satiro gli aveva spiegato di un posto sicuro in cui andare, nascosto all'occhio di tutti e da tutto, Alexander non poteva pensare ad altro. Lui non voleva davvero morire; era troppo giovane e carino per la morte!
Owen ridacchiò, una mano ad accarezzarsi la barbetta scura sul mento. “Appena ci avrà raggiunto un nostro amico.”
“Ma non è pericoloso?” sbottò il biondino. “Insomma... l'hai detto tu, no? I mostri ci rintracceranno.” quasi balbettò, lo sguardo implorante puntato sulla figura di Charles.
“Wyatt non tarderà ad arrivare. Ci manca ancora un mezzosangue all'appello.” cercò di rassicurarlo quest'ultimo, posando una mano sulla spalla del giovane e mettendolo a sedere vicino agli altri semidei. “Cerca di dormire un po', nel frattempo.”
Alexander non ebbe più modo di protestare, semplicemente se ne restò seduto – il broncio a increspargli le labbra rosee. Col cavolo che dormiva, si disse. Avrebbe dormito solo una volta raggiunto la sua tanto sognata e agognata destinazione; la vita per strada non faceva assolutamente al caso suo.
Durante l'attesa di Wyatt il biondino si concesse di studiare attentamente quelli che erano diventati i suoi due nuovi compagni semidivini.
Il ragazzo – Axel – era in tutto e per tutto simile a lui, tranne per l'assenza di lentiggini e la carnagione – a differenza sua – era chiara e lattea; all'orecchio destro vi era un orecchino che, alla debole luce di un lampione, sembrava quasi brillare. A primo impatto non sembrava essere un tipo antipatico o arrogante.
La ragazza seduta accanto a lui, invece, aveva tutta l'aria di avere un carattere peperino. Ed era pure legata e immobilizzata a terra; Alexander ringraziò di non essersi ribellato e di non aver avuto un simile destino.
Come Axel anche lei aveva una carnagione abbastanza pallida, messa maggiormente in risalto grazie alla sua lunga e – apparentemente – morbida chioma rossastra; gli occhi plumbei che fissavano minacciosamente i due satiri.
Per quanto riguardava Selyse, quest'ultima aveva completamente perso conoscenza sulla spalla di Axel – che la guardava divertito.


Quanto tempo era passato ormai? Troppo.
Alexander non intendeva mettere ulteriormente a repentaglio la sua sua vita – come se già non fosse abbastanza in pericolo.
Era giusto sul punto di lamentarsi, ancora, che una figura ricurva e traballante uscì alla luce, alle spalle dei sue satiri – spaventandoli un poco.
Si trattava di un terzo satiro, come se due non fossero già abbastanza! 
“Wyatt!” esclamò Charles, la voce un misto tra il sollevato e il preoccupato.
“Che ti è successo?” chiese invece Owen, notato il suo aspetto trasandato e le diverse ferite sul suo corpo.
Il nuovo arrivato semplicemente crollò a terra, stremato, sollevando un gran polverone. I due amici accorsero preoccupati.
È morto?
Una voce maschile, roca e cupa, attirò l'attenzione di tutti i presenti – distogliendoli per un attimo dalla figura sofferente di Wyatt. A parlare era stato un ragazzo dalla capigliatura scura e gli occhi taglienti.
“È morto?” chiese una seconda volta, non staccando gli occhi dai satiri. “Un serpente gigante lo ha morso.” disse con tutta la tranquillità del mondo nella voce, chinando la testa di lato per contemplare meglio quelle strane creature asino.
Per quante volte Wyatt gli avesse detto che era mezzo capra, non asino, lui continuava sempre e comunque a vederlo come un somaro.
“E tu chi sei?” domandò Axel, curioso, alzandosi da terra e spazzolandosi i jeans chiari dalla polvere.
“Perché ora vedo tre asini? Prima c'è n'era solo uno.” quasi brontolò lo sconosciuto, passandosi una mano sul volto pallido. “Tuttavia... un asino sta per morire, tra un po' ci saranno solo due asini.” sorrise dopo un po', la mano tra i capelli color pece.
“È un pazzo.” sussurrò Alexander, osservando il ragazzo.
È fatto.” una voce femminile lo corresse, costringendo il suo sguardo su di lei.
La rossa aveva finalmente parlato, stupendo non poco i due ragazzi biondi.
Una risata rimbombò all'improvviso tra quelle due mura: il corvino era scoppiato istericamente a ridere.
“Ragazzino, dimmi cos'è successo!” Owen si levò in piedi, posizionandosi davanti la figura sogghignante del ragazzo e scrollandolo per le spalle. “Cos'è successo a Wyatt? Parla!”
Quest'ultimo immediatamente smise di ridere, puntando lo sguardo gelido in quello scuro e caldo del satiro. “Non chiamarmi ragazzino. Ho un nome.” sibilò, il sorriso sarcastico ormai scomparso.
“E quale è?” domando Charles, intromettendosi nella discussione e cercando di raffreddare l'animo del ragazzo.
“Avet.”
“Bene, Avet, ci puoi dire cosa è successo? Perché pensi che Wyatt stia morendo?” chiese ancora il satiro, avvicinandosi a Owen e staccandolo dal corvino.
Quest'ultimo fece comparire sul volto un sorrisino sarcastico. “I serpenti sono velenosi.” disse, trafiggendo con lo sguardo il suo interlocutore. “Lui è stato morso. Morirà.” ridacchiò. “L'asino morirà.” cantilenò.
Owen e Charles, con esattezza, non avevano la benché minima idea di perdere altro tempo prezioso dietro ad un ragazzino fatto che parlava di serpenti e asini, ma se quest'ultimo diceva il vero... loro doveva affrettarsi vero al Campo. Non volevano perdere un altro compagno.
“Alzatevi tutti, si parte! Dobbiamo andarcene da qui.” ordinò brusco Owen, costringendo tutti i semidei ad alzarsi.
Charles corse ad aiutare Selyse – ancora mezza frastornata – a mettersi in piedi, affidandola ad Alexander, mentre Owen prese per un braccio Avet e lo trascinò verso Axel.
“Non perderlo di vista.” si raccomandò. “Io sarò impegnato ad impedire che Savannah non scappi.” disse, raccogliendo da terra la fune in rampicante che teneva legata la ragazza dai capelli rossi.
Finalmente Alexander scoprì come si chiamava; un nome decisamente interessante.
Charles si coricò in spalle il corpo incosciente di Wyatt, facendo cenno ad Owen di partire.
Quest'ultimo si girò un'ultima volta verso il piccolo gruppetto di semidei, contandoli. “Scappate e morirete.” disse semplicemente, un sorriso poco rassicurante sulle labbra.
Il concetto era chiaro. Nessuno avrebbe tentato la fuga – a parte Savannah, forse;
 non ora che iniziavano a venire a conoscenza degli orrori che il mondo riservava loro. Annuirono.
Il Campo Mezzosangue li stava attendendo – per grande gioia di Alexander.

 

 

 

 

 

Glossario:

  • Foschia: essenza magica, foschia, che ricopre l'intero mondo mortale, rendendoli cechi. Distorce la loro mente per impedire che vedano mostri o creature mitologiche di qualsiasi tipo.
  • ​​Bronzo celeste: bronzo fabbricato sul monte Olimpo per gli dei, utilizzato dal dio Efesto (dio della metallurgia) nelle sue creazioni. Pezzi di bronzo celeste, talvolta, cadono dalle fucine del dio fabbro finendo nel regno mortale. Questi pezzi vengono successivamente trovati e lavorati dai semidei rendendoli armi e scudi. Il bronzo celeste è letale per i mostri; li rimanda nel Tartaro (luogo sotterraneo, situato nel regno dei morti). Tuttavia è innocuo per i mortali.
  • Nettare: la bevanda degli dei. Ha proprietà curative per i giovani semidei, tuttavia, se consumata in grandi dose può portare all'autocombustione. 

 

 

 

 

 

Angolo autrice;
 

Hii.
Finalmente eccomi qua con il primo e vero capitolo della storia!
Perdonate il mio ritardo (potete benissimo incolpare le serie TV).
Da come avrete notato non tutti gli oc compaiono in questo capitolo, ovviamente. Fin ora ne ho presentati solo cinque, gli altri cinque avranno il prossimo capitolo tutto dedicato a loro! Non temete.
Spero davvero di non aver deluso le vostre aspettative, che questo capitolo sia soddisfacente e – sopratutto – spero tanto di essere riuscita a cogliere l'essenza, il carattere, dei vostri bambini. In caso contrario non esitate a farmelo notare.
Ammetto di aver avuto delle piccole difficoltà nell'inserire alcuni personaggi – infatti ho scritto e cancellato il capitolo per tre volte – quindi posso benissimo capire se tutto ciò non vi aggrada (se così fosse, ve ne prego, fatemelo notare).
Inoltre inizio già adesso al chiedere perdono per gli eventuali errori che mi sono lasciata sfuggire – pardon!
Credo di aver finito con le cose da dire, sì.
Vi auguro una buona giornata e io, intanto, incrocio le dita e spero di aver fatto centro con i vostri amati oc!
Fatemi sapere cosa ne pensate!

P.S.  Dovrete pazientare ancora un pochettino prima di scoprire i tanto agognati genitori divini degli oc canon. Non odiatemi, questa volta non l'ho fatto apposta.

Nida.

  
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