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Autore: Luxanne Andrea    09/09/2017    1 recensioni
"Noi due siamo uguali, anche se diversi, Zafiraa. Siamo uguali perché siamo stati rinnegati. Siamo diversi perché distruttivi in modo differente: tu come la neve, io come il fuoco."
Zafiraa ha diciotto anni e due problemi. È albina e una piratessa, una delle più temute ed odiate dei sette mari. Fattori questi che rendono il sopravvivere,  in una società fortemente maschilista e  superstiziosa, molto difficile.
Zafiraa ha un rivale che cerca di catturarla, direttamente imparentato con il sultano, che la vuole morta dopo il torto subito.
Ma non appena le loro spade affilate si incontreranno, capiranno di essere due animi affini i cui destini e passati sono fortemente collegati fra di loro.
Sono neve e fuoco.
Sono rinnegati dalla stessa terra.
Sono un uomo e una donna che non hanno un posto nel mondo e che cercheranno di crearselo. Insieme, separatamente, chi può dirlo?
L'importante è che due occhi verdi da cerbiatta e capelli rossi come il fuoco non muovano le carte in tavola, girandole a proprio favore. Perché il tempo passa per tutti, ma le abitudini restano.
Segreti mai rivelati, bugie, odi repressi e amori proibiti e immorali... siete pronti a rientrare a Palazzo Topkapi e vivere una nuova avventura?
Genere: Romantico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Violenza | Contesto: Rinascimento
Capitoli:
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Mustafà scese abilmente da cavallo, lasciando le redini ad uno degli stallieri. Zafiraa fece lo stesso, rivolgendo almeno un piccolo sorriso al giovane ragazzo, che arrossì.
Il principe bipolare, nel frattempo, era scomparso all'improvviso ed ella dovette correre per cercare di raggiungerlo e cercare di capire che cosa gli era passato per quel testone.
Lo afferrò per il braccio, cercando di farlo fermare, ma lui continuava a camminare, trascinandosi la ragazza appresso.
-Ti vuoi fermare, stupido testone? - Urlava Zafiraa. Tutti i servitori e le guardie li guardavano, alcuni sembravano addirittura essere spaventati dal modo in cui lei parlava al suo padrone. Non si udivano certe urla per il palazzo da vent'anni circa, da quando il Gran Visir era morto.
-Non intendo fermarmi e non intendo parlare con te al momento, stupida ragazzina. - Mustafà scrollò il braccio, continuando per la sua strada. Zafiraa si fermò per qualche secondo, allibita. Ma era impazzito all'improvviso?
-Mustafà, ti vuoi fermare, cazzo! - Le serve la guardarono come se avesse appena ucciso un uomo davanti a loro e la faccia che fecero in seguito, fu impagabile ai suoi occhi, un mix tra il terrorizzato e l'indignato. Infatti Zafiraa cominciò a correre e si buttò sopra l'erede al trono del Sublime Stato Ottomano, placcandolo per terra. - Ti ho fermato finalmente, stronzo. Adesso dimmi che diavolo ti è preso! -
La scena sarebbe stata anche abbastanza esilarante se quei due fossero stati due persone diverse, se Mustafà non fosse stato il principe ereditario e se il sultano e la sultana non si fossero materializzati all'improvviso davanti loro, trovandoli in quella posizione scomoda. Ovvero Mustafà in posizione prona per terra e Zafiraa sopra di lui, con le mani strette intorno ai suoi capelli per guardarlo negli occhi. E come se non fosse bastato quello, i due si minacciavano e si prendevano a parolacce come una vecchia coppia di sposati.
-Bene, devo dire che questa era l'ultima cosa che mi sarei aspettata di vedere quest'oggi. - Fu Hurrem a commentare per prima, con un mix di veleno e disprezzo. Era bellissima come al solito e i suoi capelli rossi erano stati intrecciati in una semplice acconciatura, sulla quale scintillava la corona. Era tutta seta rossa pregiata, scintillio di gioielli e disprezzo per il genere umano. Una bufera di neve pronta ad inghiottire il mondo. - Dov'è mio figlio?-
I due si apprestarono a rialzarsi e Zafiraa si inchinò, sbirciando il sultano con la punta dello sguardo, che la osservava, pallido e quasi impaurito.
Doveva essere stato un bell'uomo, in passato, e notava la forte somiglianza con il figlio. Stessi capelli nerissimi e occhi scuri, barba folta e lunga, stessa altezza e stazza possente. Aveva tutta l'aria di essere un sultano, per come si vestiva e dal modo in cui i suoi occhi la soppesavano. Emanava, se possibile, ancor più potere di sua moglie Hurrem.
Sembravano una vecchia coppia sposata, il modo in cui camminavano, il modo dolce in cui si parlavano e il leggero sorriso che incorniciava loro le labbra quando erano assieme, persino il modo in cui si vestivano. Avevano dietro di loro tanti anni di matrimonio, amore, ma anche sofferenza e dolore. Quello, quello era la prima cosa che si poteva notare negli occhi chiari di lei e scuri di lui. Dovevano aver versato tante lacrime, se recentemente o tanto tempo prima, quello non sapeva dirlo, non conosceva la loro storia. Ma adesso erano felici.
La loro storia d'amore sarebbe durata nel corso dei secoli, nessuno l'avrebbe dimenticata e Zafiraa in un certo senso li invidiava, perché voleva essere fortunata come loro e avere una persona che l'avrebbe amata in modo incondizionato come quei due si amavano.
-Ibrahim... - Sembrò sussurrare la voce possente del sovrano. Zafiraa alzò lo sguardo, guardandolo negli occhi e il sultano fu come colpito da qualcosa, tant'è che le si avvicinò, scostandole i capelli dal viso. Aveva la mano grande e piena di anelli, pesante, ma liscia. - E' incredibile. Sembra essere uscita dalla sua costola... -
-Amore mio, ma che cosa dici? E' solo una serva. Ti sarai confuso con qualcun altro. - Hurrem sembrò deglutire all'improvviso e sembrava un criceto i trappola. Ma questo solo per pochi secondi, poiché allontanò il marito da Zafiraa, riassumendo la sua solita espressione. - Mi volete spiegare che cosa stavate facendo per terra? Mustafà, dovresti cercare di tenere a bada le tue serve e magari punirle quando è il bisogno. -
-Vedo che ella ha un brutto caratterino. - Il sultano rise, guardando prima la moglie, poi il figlio. - Mi ricorda qualcuno, amore mio, una certa rossa dalle manie di protagonismo. -
Hurrem gli sorrise, scuotendo il capo. Aveva una eleganza e una bellezza che Zafiraa non avrebbe mai avuto. - Fatto sta, che non può dare spettacolo davanti tutti i servi e le guardie. Con lei ci può fare ciò che vuole, ma non è modo di comportarsi. Non le dare troppa corda, Mustafà. -
-Zafiraa è di mia proprietà e io so come comportarmi con lei. E' molto testarda, questo è vero, ma dopo una degna punizione, saprà come comportarsi. Impara in fretta. -
Hurrem annuì. - Comunque ti stavamo cercando, Mustafà. Io e tuo padre vorremo parlarti di una questione importante. Riguarda il tuo futuro. -
-Certo, vado a darmi una ripulita e sarò subito da voi. Padre, Hurrem. Zafiraa, vieni. - Mustafà si inchinò e Zafiraa fece lo stesso, seguendo il suo padrone.
Era incredibile! Avevano parlato di lei come se fosse stata un oggetto, un pezzo di carne senza anima e senza sentimenti.
Il principe continuava a camminare, senza degnarla di uno sguardo e senza rivolgerle la parola, fin quando non arrivarono nella sua camera.
Egli diede di matto, buttando armi e vestiti per terra e rimanendo solo con i pantaloni neri e gli scarponi.
-Sei contenta adesso, Zafiraa? Mi hai appena messo in ridicolo davanti tutto il palazzo, davanti a mio padre e soprattutto davanti a quella maledetta puttana! - Sbraitò, tirando un calcio al letto a baldacchino, che tremò in maniera preoccupante. - Che cosa devo fare con te? Ti ho offerto la mia amicizia, una tregua e tu mi ripaghi così? Ti devo la vita, è vero, ma non a questo prezzo. Sei talmente sconsiderata e stupida a volte, da farmi innervosire! Dovrei ricordarmi più spesso dell'età che hai! -
-E tu avresti dovuto fermarti e parlarmi! Sei impazzito all'improvviso, mi hai tirata via e sembravi essere appena uscito da Dio sa cosa! - Mustafà la guardò, alzando un sopracciglio.
-Non è una motivazione, cazzo! Non siamo più in campo di battaglia che puoi mettermi le mani addosso, placcarmi così in mezzo a tutti, senza passarla liscia. Sai, che se non fosse arrivato mio padre, le guardie ti avrebbero spedito direttamente nelle segrete? E se mio padre non provasse chissà quale simpatia per te, ti avrebbe riservato un destino ben peggiore. -
-Sono in grado di proteggermi da sola. -
-Smettila, Zafiraa, smettila di fare la superdonna. Non la dai a bere a nessuno. - Mustafà sospirò, cercando di calmarsi. - Devi solo finirla, va bene? E devi farti entrare in quella dannata testaccia che in un palazzo ci sono delle gerarchie da rispettare, così come c'erano sulla tua nave. Io sono quello che tuo fratello era e tu non sei nient'altro che un dannato moccio. Il rispetto, solo questo ti chiedo. Cerca di dimenticare i tuoi dannati modi da pirata ubriacone, perché in quel mondo non vi tornerai mai più. Forse dovrei ricordartelo più spesso. -
-Quindi dovrei smettere di essere me stessa? Dovrei dimenticare la libertà che avevo una volta? Fingere... è questo che mi chiedi? Essere una persona che non sarò mai? Mi stai anche dicendo che morirò tra queste quattro mura, dietro il tuo dannato culo turco? -
-Esatto, sto dicendo proprio questo, Zafiraa. E prima te ne renderai conto e ti metterai l'anima in pace, meglio sarà per tutti noi. Io, soprattutto. Il mio posto a palazzo è in gran pericolo, devo essere perfetto e tu me lo rendi molto difficile. -
-Io? Io sono solo una serva. Un moccio. L'ultima della catena alimentare, come hai appena finito di ripetermi. -
-Ti piacerebbe esserlo e mi piacerebbe pensarlo fino in fondo. Ma per te sono andato oltre più del dovuto. Avrei dovuto picchiarti ora, per farti capire la lezione, invece di parlarti. Io non discuto con i servi, non sono amico dei servi e soprattutto non sono in debito con loro, facendomi scorrazzare come una guardia per i boschi. Avrei dovuto ucciderti e non portarti qui di nascosto con tuo fratello. - Mustafà sospirò. -Quindi no, non sei solo una semplice serva, come ti ho già ripetuto, l'altra volta in camera di mio fratello. -
Zafiraa gli si avvicinò, prendendo uno dei completi di Mustafà e aiutandolo a metterselo. Mentre gli abbottonava la camicia, lo guardava, cercando di trovare le parole.
-Scusami, non avrei dovuto comportarmi in modo così infantile. Spesso mi dimentico ciò che sono e il mio posto, non accadrà mai più, o almeno non in presenza di persone. - Mustafà annuì, afferrandole una ciocca di capelli, mentre lei finiva di sistemarlo, chiudendogli i lacci dei pantaloni scuri.
-Tutta questa situazione mi farà diventare pazzo. -




-Selim, devi fare qualcosa con tuo figlio. - Hurrem si voltò verso il marito, passandogli una tazza di tè caldo in una tazzina dipinta a mano.
Il sultano la guardò, sorseggiando lentamente e assaporandone il sapore dolce, prima di parlare.
-Che vuoi dire, mia stella? -
-Prima di tutto, deve portarmi più rispetto, poiché mi sembra e ne sono certa che io non glielo abbia mai negato. L'ho sempre trattato come un figlio, fin da quando era piccolo e odorava ancora di latte materno. - Hurrem si sedette accanto al consorte. Si trovavano nella loro stanza matrimoniale, l'unico posto nel quale non potevano essere disturbati da funzionari, politica, visir e problemi statali di vario genere. - E poi deve imparare a prendersi le sue responsabilità. -
-Mi sembra che lui se le sappia prendere le sue responsabilità, mia cara. Io alla sua età ero molto più immaturo e ribelle. -
-Non credo tu abbia dato spettacolo a quel modo, alla sua età, mio caro amore. - Hurrem gli sorrise, accarezzandogli la guancia.
-Tu non hai idea delle cose che io e mio fratello Ibrahim abbiamo combinato. - Selim, come spesso accadeva in quegli anni, si inabissava in ricordi passati; il suo sguardo si spegneva e lacrime scendevano sulle sue guance. Hurrem perse il suo sorriso e una fitta le colpì dolorosamente il cuore.
Sarebbe mai finita quella tortura? Avrebbero mai dimenticato il loro amore per quell'uomo ormai diventato polvere? Diventava ogni giorno più difficile, soprattutto con l'arrivo di Zafiraa. Anche Selim si era accorto della incredibile somiglianza con la giovane e tutto quello non andava bene.
Un brutto colpo di tosse la colpì e la donna sputò sangue sulla mano. Gemette di disgusto, guardando la malattia che la divorava da più di un anno.
Selim le pulì la mano con della stoffa bianca e la guardò preoccupato. L'unica cosa che riusciva a distoglierlo da quei ricordi passati e dolorosi era solamente lei. La causa scatenante di tutto.
-Pesavo che stessi meglio, Hurrem. Faccio chiamare un Guaritore? -
-No, Selim non ti preoccupare, sto bene. Mi passerà. - Hurrem gli fece un sorriso forzato, lasciandosi abbracciare dal marito.
-Oh, amore mio, se dovessi perdere anche te, io smetterei di vivere all'istante. Ti prego, non morire. - Selim le baciò la fronte dolcemente, ripetendole parole dolci, confortanti e cullandola nel suo amore. Hurrem chiuse gli occhi e si lasciò coccolare dall'amore della sua vita; avrebbero mai smesso di darle fastidio le farfalle nello stomaco?
-Non morirò, Selim, non morirò. Vivrò solo per te e per i nostri figli. -
Quando riaprì gli occhi, lo vide. Ibrahim, fermo davanti a loro, ricoperto di sangue e pallido come solo una creatura morta sa esserlo, che li guardava. Sorrideva dolcemente, sinceramente. Era sempre al loro fianco, non li aveva mai abbandonati.
Hurrem allungò la mano e Ibrahim gliela afferrò.
Richiuse gli occhi, sorridendo. Adesso si sentiva veramente bene, al sicuro, viva, con i due unici uomini che avrebbe mai amato in tutta la sua vita. Per sempre. Per l'eternità.




Mustafà andò a trovare Mehmed, che come suo solito, leggeva davanti al fuoco uno degli innumerevoli libri che la biblioteca conteneva.
-Dovrò farmi pagare per ricevere tutte queste visite. Magari divento più ricco di mio padre. Ma per cosa mi avete preso tu e Zafiraa, fratello? -
-Ah, sta zitto, che ti fa solo piacere vedermi. Sono l'unico qui dentro che non è costretto a venirti a trovare. - Mustafà baciò il fratello sulla fronte e gli sorrise. Era una cosa che faceva da quando erano piccoli, da quando l'aveva visto per la prima volta, il fratello maggiore aveva sentito l'impulso di difenderlo da qualsiasi cosa, di proteggerlo dal mondo.
Si sedette sulla sedia al suo fianco e si guardarono per qualche secondo.
-Hai... Hai detto che Zafiraa viene spesso da te per parlarti, no? -
-Sì, perché ti interessa? -
-Non mi interessa, era semplice curiosità. Adesso so dove cercarla quando non la trovo. -Mustafà scrollò le spalle. - Abbiamo fatto una tregua. Io aiuto lei e lei aiuta me, diciamo. Siamo ciò che, in modo molto astratto, puoi definire amici. -
-Perbacco! Non credevo avreste bruciato le tappe così velocemente. Pensavo che prima di rendervene conto, vi sareste picchiati e ripicchiati in malo modo. Che cosa sarà mai successo? -
-Mi ha salvato la vita, quando poteva benissimo lasciarmi morire. -
-Zafiraa è molte cose, fratello, ma non lascerebbe mai morire una persona in difficoltà, persino se si tratta del suo nemico. Dell'assassino dei suoi genitori. -
-Provo del rimorso per quello, caro fratello. Forse avrei dovuto lasciarli vivere... e portarli da mio padre a corte. -
-E cosa credi che nostro padre avrebbe fatto loro? Due nemici della corona? Sarebbe stato molto creativo, lo sai bene. Hai dato loro una morte veloce e soprattutto indolore, per quanto la morte lo possa essere. - Mehmed lo guardò, sorridendogli. - Sei molto più umano e gentile di quanto tu cerchi di nascondere, caro fratello. Sei una brava persona, alle volte sei un po' pazzo, ma hai fatto la cosa giusta. -
-Se la metti su questo lato, probabilmente hai ragione. -
-Ma che cosa ti fa stare più male? Il fatto di aver ucciso un uomo e una donna o il fatto che quei due erano i genitori di Zafiraa? -
-Oh, andiamo! Che cosa vorresti insinuare adesso, che io provi dei sentimenti amorosi nei suoi confronti? Non essere ridicolo, è solo una serva. -
-Certo, che non lo è per te. Altrimenti non l'avresti nascosta a nostro padre e dopo tutto quello che ha combinato a corte e ai tuoi figli, adesso non sarebbe ancora viva. - Mehmed lo guardò, serio. Mustafà era impallidito all'improvviso e sembrava sul punto di vomitare. - Non è una semplice serva per te, caro fratello. -
-E anche se fosse? Non posso pensare a lei in quei... quei termini. Nostro padre non ce lo permetterà mai e poi lei, non sto dicendo che tu abbia ragione, non prova lo stesso per me. - Mustafà sembrò arrossire all'improvviso. Mehmed gli sorrise, stringendogli la mano. Quanta fragilità e insicurezza c'era dietro un uomo così forte?
-Che cosa vuoi sentirti dire da me, Mustafà? Io più che ascoltarti, non posso. Sono solo uno storpio, che non ha mai amato nessuno e che non è mai stato amato da nessuno. Non sono nella testa di Zafiraa e non so che cosa lei provi nei tuoi confronti. - Mehmed fece una pausa. - Ma se è lei quella che desideri, dovrai farti in quattro per averla e dovrai farti in dieci per convincere nostro padre. -
Mustafà scosse il capo, come se si fosse risvegliato da un sogno. - Ma adesso non importa più. Mio padre ha in mente un altro matrimonio, un'altra donna da affibbiarmi per sfornare altri eredi. -
-Te ne ha parlato lui? -
-No, ho sentito le serve parlarne. Domani giungerà a corte una principessa, proveniente Allah sa solo da che parte del mondo. - Mustafà sospirò, alzandosi. - A proposito, sono in ritardo, devo andare da lui adesso. Sicuramente mi darà la lieta notizia. -
Mehmed lo guardò uscire e sospirò.
-Potevo scoppiare da un momento all'altro, Mehmed. - Alexandros comparve da sotto il letto, tutto impolverato. - Non pensavo fossi così bravo. -
-Sta' zitto, Alexandros e vieni qui. - Il ragazzone gli si avvicinò, baciandolo dolcemente sulle labbra. Mehmed sorrise, togliendoli della polvere dai capelli. Gli occhi blu del fratello della sua migliore amica, se così Zafiraa poteva essere definita, lo guardarono con tanto amore che si sentì morire. -Dovremmo dirlo a tua sorella? -
-Non è ancora il momento. Meno persone lo sanno, più al sicuro sarai Mehmed. Non voglio che ti succeda nulla.
   
 
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