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Autore: bulmasanzo    10/09/2017    0 recensioni
Alfred ha accantonato il suo sogno di diventare un musicista per aprire un negozio di ciambelle, ma fatica ancora a definirsi un fallito. Le cose si fanno particolarmente bizzarre quando crede di concludere un affare per l'ottenimento di un ingrediente segreto per rendere le sue ciambelle più dolci, che però causa un effetto completamente inaspettato.
Genere: Commedia, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 3

 

Il venditore del negozio di taglie forti lo aveva guardato con sospetto già quando era entrato, ma si era chiaramente trattenuto a stento dal ridergli in faccia, quando aveva chiesto aiuto per trovare una tuta full body della misura massima che avevano...

I clienti, di solito, lì chiedevano qualcosa che coprisse le loro esagerate rotondità, Alfred invece cercava qualcosa che le esaltasse, massimizzando la differenza con il sé magro.

Nessun altro avrebbe dovuto indovinare che fossero la stessa persona.

Al ci era rimasto un po' male per la reazione del commesso, sapeva di non essere bravo a cucirsi gli abiti da solo, altrimenti non si sarebbe mai arrischiato a varcare quella porta nei panni del ciccione volante. Aveva morso la ciambella solo per essere sicuro della taglia.

Gli abiti che aveva, per quanto larghi, non erano comodi abbastanza da permettergli movimenti fluidi, se ne era accorto quando aveva mandato a terra il ladro di ciambelle.

Era piuttosto a disagio.

Ma tutto ciò che sapeva era di volere dei colori brillanti, e alla fine se ne andò soddisfatto dopo aver acquistato due tute, una verde evidenziatore e una arancione brillante.

Entrambe erano semplici e senza nessuna decorazione, il colore le rendeva già abbastanza eccentriche di per sé.

La seconda tappa fu il negozio di animali, ma appena si soffermò sulla vetrina gli mancò il coraggio e la voglia di comprarne un altro.

Non si seppe dare altra spiegazione se non che Harvey era già entrato nel suo cuore, lo aveva preso come cavia e non come animale domestico, e quello si era autonominato amico.

Amico!

Lo aveva conquistato, con una dolcezza e fedeltà che facevano concorrenza a quelle di qualsiasi cane.

Sentiva come se prendere un altro animale sarebbe stato una specie di tradimento, una negazione di quella amicizia. Almeno per il momento, non voleva rovinarla.

Forse, in futuro, gli avrebbe potuto prendere una fidanzatina, ma probabilmente Harvey se la sarebbe mangiata... è una cosa che i criceti fanno, no?

Non si era chiesto neppure se fare altri esperimenti sarebbe potuto essere pericoloso.

Così aveva cambiato destinazione ed era entrato invece in un negozio di giocattoli.

In quanto doveva restare in casa, Harvey aveva bisogno di esercizio.

Acquistò una macchinina elettrica e una pista per farcela correre su. Sarebbe stato più interessante di una semplice ruota per criceti. Meno umiliante.

Stava per uscire dal negozio, ma poi impazzí quando vide la bambola con il giacchetto dello stesso identico colore arancione della tuta che aveva comprato per sé.

Tornò indietro e la batté alla cassa senza esitare.

Arrivato a casa, la spogliò e regalò anche quel giacchetto ad Harvey.

La bambola finí su una mensola come soprammobile e sarebbe rimasta lì per sempre.

Harvey era così contento che si mise a correre ovunque con la sua macchinina, sfoggiando il suo nuovo giacchetto tutto fiero di se stesso, Al passò tutto il primo pomeriggio a cercare di rimetterlo sulla pista, ma il criceto preferiva deviare e sfrecciare di stanza in stanza, investendo tutte le cose che trovava, devastando l'intera casa.

Sembrava particolarmente felice quando andava a sbattere contro i muri, o qualsiasi altra cosa incontrasse lungo la sua strada. Rideva ogni volta così forte che sembravano le risate di un vero bambino.

Sembrava, in particolar modo, che abbattere le sedie fosse diventato il suo più grande divertimento. Ogni volta che ne urtava una, urlava "Ecco lo schianto!" e poi strizzava gli occhietti quando essa finiva sul pavimento con un botto, e rideva di cuore.

Forse, per un essere così piccolo, era esaltante distruggere delle cose più grosse di lui.

Non è che Al avesse una casa poi così grande, era piuttosto modesta, ma per Harvey doveva sembrare gigantesca.

Poi si schiantò contro il mobile nel salottino sopra il quale stava la sua fisarmonica, anch'essa spogliata della sua funzione originaria e tenuta come semplice ornamento.

Al la afferrò per un pelo prima che cadesse a terra e si rompesse.

Non l'aveva più neppure strimpellata da anni, ma se si fosse rotta si sarebbe messo a piangere, ci era affezionato, era la stessa con cui aveva preso lezioni da bambino.

"Adesso basta!" si irritò, afferrando la macchinina e mettendola sul tavolo, ribaltandola.

Harvey cadde giù, stava ancora ridendo come se non si fosse mai divertito tanto in tutta la sua vita. Probabilmente era proprio così.

"Smettila di ridere, se rompi questa mi farai davvero arrabbiare!" sbottò rimproverandolo.

Harvey comprese il suo tono e si fermò, tornando serio.

"Mi dispiace" disse "Non intendevo fare il cattivo"

"Devi solo... Stare più attento!" Al si ammorbidí nell'udire il suo tono compìto.

"Prometto che starò più attento" disse Harvey "Farò il bravo"

"D'accordo" tagliò corto Al, rimettendo lo strumento al suo posto.

Ne accarezzò il dorso con una mano, togliendo un po' di polvere che vi si era depositata sopra. Rimase assorto per qualche secondo.

"Non ce l'hai con me, vero Alfred?" ruppe il silenzio Harvey.

Al emise un piccolo sospiro, esitando "No, tranquillo, non ce l'ho con te"

"Ma posso chiederti che cos'è?"

"È una fisarmonica"

"A cosa serve?"

"Serve a fare musica"

"Che cos'è la musica?"

Al fu colpito.

Harvey sapeva parlare, distingueva sicuramente tutte le parole del dizionario, sapeva che quando le cose cadono fanno rumore, sapeva che quelle cose che mangiava si chiamavano semini di girasole, ma non aveva idea di cosa fosse la musica.

"La musica è... " iniziò Al, ma poi si bloccò. Come poteva spiegarlo?

Un insieme di note che si diffondono nell'aria e che divengono piacevoli quando raggiungono le orecchie?

Volendo essere didascalici, l'avrebbe definita come "l'arte e la tecnica della combinazione dei suoni in un insieme armonico e unitario", ma dubitava che Harvey avrebbe capito.

Senza voler essere troppo poetico, avrebbe detto che la musica era stato il modo in cui si esprimeva, il riflesso del suo stato d'animo.

"È quando i suoni sono in armonia tra di loro e... ti fanno diventare felice... e ti fanno venire voglia di cantare"

"Cos'è armonia? Cosa vuol dire cantare?"

Si passava alle domande spinose.

"Non so spiegartelo" ammise "Te lo farò ascoltare"

Harvey si mise in una posizione seduta, sollevando il musetto che tendeva a tremargli per natura, mentre Al imbracciava lo strumento e infilava braccia e collo dentro le fibbie.

Incominciò così a premere su quei tasti di avorio che non venivano premuti da troppo tempo.

Era una sensazione strana, quasi si stupì di ricordarsi ancora il modo in cui si faceva.

Le sue dita presero il ritmo e la musica riempì la stanza.

Successe una cosa strana, i movimenti erano meccanici, ma la mente di Al li seguiva uno per uno, li riconosceva, li elencava, ed era come affamata di trovarne di nuovi, di sperimentare.

Il suo cervello si espandeva, come una galassia con miliardi di stelle che si allontanavano l'una dall'altra alla velocità della luce, come se fossero in ogni istante alla ricerca di qualcosa.

Alla fine della canzone, Harvey era rimasto in un innaturale silenzio.

"Allora, cosa te ne pare?" gli chiese. Non capiva come mai, ma aveva un po' di fiato corto.

"Tu... fai davvero pena" disse l'animale. Ma lo disse in un modo in cui si capiva che non diceva sul serio, era sinceramente impressionato.

"Forse sarò più bravo come supereroe?" scherzò Al.

"No, neppure quello, non ci pensare neanche" scosse la testolina "Sai tante cose, ma non hai idea di quello che dovresti cercare di essere."

"Ah, sì? E invece tu, con tutta questa energia che hai addosso, cos'è che cerchi di essere?"

"Non saprei, io so solo che a me piace fare molto rumore. E rompere le cose."

Al diede uno sguardo alla sua povera casa mezzo devastata.

"Lo avevo immaginato, questo"

Si grattò la testa, poi guardò l'orologio da parete, che era stato sul punto di staccarsi e cadere, e si rese conto di che ora fosse, erano le quattro del pomeriggio.

Si ricordò di avete un impegno per le cinque e mezza, doveva muoversi.

Si chinò sul criceto.

"Senti, Harvey, adesso devo uscire di nuovo, mi prometti che non romperai niente, mentre starò via?"

Harvey arricciò il musetto. "Dov'è che devi andare?" chiese.

"C'è ...un congresso di pasticceri, starò via solo qualche ora" si inventò. Non voleva dirgli dove in realtà stava andando...

"Va bene" fece l'animaletto "Ti aspetterò" sembrava triste.

Alfred gli accarezzò la testolina con il dito e vide che Harvey la piegava di lato, contento di quella coccola.

Poi andò in bagno per prepararsi e la prima cosa che fece fu guardarsi allo specchio.

Un uomo di ventotto anni gli restituì lo sguardo.

Si soffermò sui dettagli del proprio viso ovale, incorniciato da una massa ingarbugliata di capelli castani, ricci, crespi e troppo lunghi perché non li tagliava da almeno cinque anni.

Né riusciva a pettinarli, l'ultima volta che ci aveva provato la spazzola si era incastrata e aveva dovuto estrarla, facendo forza, e gli si erano staccati un sacco di capelli dal cranio, in modo piuttosto doloroso.

Così aveva lasciato perdere, quando gli davano noia li legava in una coda di cavallo o li teneva fermi con un berretto, oppure se li ficcava direttamente dentro la cuffia da lavoro.

Il mento era un po' pronunciato, ma in compenso non ci cresceva sopra nessuna barba.

Aveva tentato più volte di farsela crescere, ma ogni volta l'unica cosa che gli spuntava erano dei ciuffetti sparuti, orribili a vedersi, così li radeva subito.

Il naso era la parte che gli piaceva di meno del suo aspetto, perché era assolutamente anonimo, avrebbe voluto il setto un po' più largo e poi non gli andavano a genio le narici perché erano piuttosto allungate.

Insomma, Alfred era convinto di essere brutto, o non particolarmente interessante.

E infatti non aveva avuto tutte le ragazze che aveva avuto Steve, anche se a Steve non piaceva vantarsene.

Ma Steve era un bel ragazzo, quando uscivano insieme, con quegli occhi azzurri magnetici, il sorriso dolce e la fronte spaziosa, ma armoniosa, era lui quello che le ragazze si giravano a guardare. Al se ne accorgeva, ma non diceva mai nulla.

Diciamo che lo invidiava, ma non lo voleva ammettere.

Sbuffò piano, mentre cercava di sistemarsi i capelli con le mani, a volte si fissava e iniziava a sciogliere i nodi che si formavano, uno per uno, e si trovò a farlo di nuovo. A metà di quella operazione completamente inutile, si ricordò che non aveva tutto il giorno e così accelerò i movimenti, ma fu troppo frenetico e riuscì a ficcarsi un dito dentro l'occhio.

Imprecò a bassa voce per la propria stupidità e si mise a saltellare, abbandonando il bagno.

"Che fai, Alfred?" chiese Harvey alzando il musetto verso di lui.

Lui si teneva l'occhio con la mano, aspettando di recuperare la vista e cercando di alleviare il dolore che si era autoprocurato "Gioco ai pirati" rispose sarcastico.

"Ma non dovevi prepararti per il congresso?"

"Forse ci andrò con una benda, sai, per fare il misterioso"

"Che vuol dire 'misterioso'?"

"È tipo quando... Vedi una cosa che non capisci cosa sia e ti intriga perché vuoi scoprirlo"

"Che vuol dire 'intriga'?"

"Che attira la tua attenzione, che ti fa venir voglia di..." si interruppe "Devo sbrigarmi, smettila di farmi domande stupide!"

Andò nella sua stanza e si cambiò in meno di un minuto, si mise una camicia celeste pulita e dei pantaloni neri, e sopra la sua giacca rossa di pelle. Era in procinto di uscire.

"Queste non ti servono?" lo fermò l'innocente voce di Harvey, che lo aveva seguito.

Al si spiaccicò una mano sulla fronte e si slanciò a prendere le scarpe che aveva lasciato per terra accanto al letto.

"Alfred" lo chiamò di nuovo il criceto, proprio quando stava per mettere un piede fuori casa.

"Che c'è, che c'è?" fece esasperato, sarebbe arrivato in ritardo se continuava così.

"Ti voglio bene" disse Harvey.

Alfred restò senza parole per qualche secondo, spiazzato.

"Ehm" borbottò "Okay" e si richiuse la porta alle spalle.

Anche io ti voglio bene! Pensò subito dopo, perché non era riuscito a dirlo, era così semplice! Forse era solo perché non se lo era aspettato, si prese in giro da solo.

Alfred sapeva di avere sempre avuto problemi a dire una cosa del genere, a esprimere i propri sentimenti, con tutti, perfino con i suoi genitori, con suo fratello, perfino con gli amici, e a quanto pare non ci riusciva neppure con gli animali.

Eppure, per Harvey era stato del tutto spontaneo.

Forse era vero che gli animali avevano un circuito mentale molto più semplice degli umani e riuscivano per questo a essere molto più felici.

Lui era il suo padrone, gli dava il cibo e gli aveva regalato un giubbetto e una macchinina.

Gli voleva bene. Era la conseguenza più naturale del mondo.

"Archivia questo pensiero, non è niente di grave, stai facendo progressi" si ripeteva mentre guidava, ma invece continuava a pensarci "In fondo è anche per questo che stai andando dove stai andando, no?"

Arrivò appena un minuto dopo le cinque e mezza e la segretaria aveva già chiamato il suo nome, e lo aveva ripetuto scocciata proprio mentre lui entrava trafelato nella sala d'aspetto.

"Eccomi!"

"Stavo per chiamare il prossimo" fece quella antipatica squadrandolo, sotto gli occhiali a mezzaluna.

"Sono in ritardo solo di un minuto!" protestò. Non gli era mai piaciuta quella lì, aveva la faccia di chi odia il proprio lavoro e non si era mai sforzata di essere gentile con lui.

Ma Alfred sapeva che comunque era inutile discutere, così entrò nello studio senza aggiungere altro.

"Buon pomeriggio, Alfred, come ti senti, oggi?" disse la dottoressa.

Era seduta sulla sua poltrona e indossava, come spesso accadeva, una gonna tagliata al ginocchio, che scopriva le sue belle gambe, snelle e allenate.

Alfred gliele sbirciava sempre senza farsi notare, o almeno sperava che lei non se ne fosse mai accorta.

"Ciao Vanna. Ho un sacco di pensieri per la testa" fece Al, sedendosi sul lettino, non si sdraiava mai perché non riusciva a rilassarsi comunque.

"Hai voglia di raccontarmeli?" lo esortò la psicologa.

Alfred non poteva raccontarle ciò che era successo nella pasticceria, di quella specie di gnomo, della sostanza e men che mai del fatto che diventava una persona obesa, tutto per via del contratto, così tentò di spiegare come si sentiva senza però essere troppo specifico.

"Mi stanno succedendo cose davvero strane, ultimamente, mi sento come se avessi ottenuto un talento da sfruttare, ma non so bene come..." cominciò "Ho preso un criceto" disse "Sai che è proprio una bella compagnia?" e anche "Oggi ho suonato la mia fisarmonica! È stato bello..."

Alfred aveva iniziato ad andare in terapia da poco più di anno, e su consiglio di Steve.

Precisamente, il motivo per cui ci andava non era il suo blocco emotivo. O almeno, non era solo quello. Ce lo aveva sempre avuto e ci aveva convissuto più o meno per tutta la sua vita.

Il motivo era Emily.

Emily era stata la sua migliore amica, l'aveva incontrata in quel disgraziato periodo in cui lui e Steve si erano allontanati.

In pratica, Steve lo aveva buttato fuori dalla band che avevano costituito insieme e se ne era fatto un'altra, insieme a quelle compagnie che Alfred non approvava, quelli che si radevano le sopracciglia per moda, si impiercingavano la lingua da soli e andavano in giro a fare scherzi idioti alla gente. E che, ovviamente, si drogavano.

Era stato allora che lui aveva abbandonato la musica e aveva continuato gli studi.

Lei frequentava l'università con lui, avevano dei corsi in comune e si erano laureati insieme.

Il giorno in cui era morta, avrebbero dovuto incontrarsi.

E lui avrebbe dovuto prendere coraggio e confessarle che avrebbe voluto trasformare la loro amicizia in qualcosa di più.

Le aveva chiesto di incontrarsi, ma la ragazza non si era mai presentata all'appuntamento, perché era stata investita da un'auto mentre vi si recava.

Era stata una fatalità, eppure Alfred si era convinto di essere lui il responsabile.

Perché, se non avesse aspettato tutto quel tempo per dichiararsi, se non fosse stato colto da tutti quei dubbi, se non si fosse fatto tutti quei problemi, non avrebbe avuto bisogno di organizzare a puntino quella uscita, non l'avrebbe invitata da nessuna parte e lei non sarebbe mai stata investita.

Aveva in fondo avuto un sacco di tempo per dirle quello che provava, ma non lo aveva mai fatto semplicemente perché non lo sapeva fare.

Dopo la sua morte era caduto in depressione.

Almeno, questo era ciò che aveva diagnosticato Steve, tornato nel frattempo nella sua vita anche per stargli accanto dopo quella tragedia.

Perché Steve non era un cattivo amico, aveva soltanto fatto l'errore di non capire quanto avesse ferito Alfred, andandosene in quel modo. Si era comportato da stupido, ma poi si era pentito e Alfred lo aveva giustificato.

Lui non pensava di esser stato depresso, non poteva dire che si sentisse perfettamente bene, ma non aveva mai pensato di suicidarsi o di farsi del male.

Lui si era semplicemente oberato di lavoro.

La sua ossessione per la creazione della ciambella più dolce della Terra era nata soprattutto da questa situazione.

Nella sua concezione mentale, raggiungere quell'obbiettivo gli avrebbe addolcito la vita.

Vanna si mostrò come sempre incoraggiante e apprezzò sia il fatto che avesse preso un animale da compagnia, sia che avesse ricominciato a suonare.

"Non ho ricominciato" precisò "L'ho fatto oggi perché non trovavo le parole..."

"Perché non lasci che sia la musica a parlare per te?" gli propose Vanna "Ti posso dare un compito, se vuoi. Potresti provare a scrivere una canzone."

Alfred ci pensò su "Potrei. Ma chiederei aiuto a Steve" disse, perché con i testi non era mai stato molto bravo. Poi però scartò subito quella idea "No, lui penserebbe che voglio rimettere insieme la band..."

Continuò a rimuginare sul compito che Vanna gli aveva assegnato anche quando il tempo a sua disposizione scadde, e alla fine decise di lasciare perdere i consigli della psicologa e di non toccare mai più la fisarmonica.

Quel capitolo della sua vita era chiuso, in fondo. Perché avrebbe dovuto riaprirlo?

Quando ritornò a casa la trovò allagata.

"HARVEY!" urlò "Che cosa hai combinato?"

Harvey si trovava a pancia all'aria in una pozza di zucchero sciolto.

A quanto pareva, aveva rubato un ghiacciolo alla frutta dal freezer e aveva lasciato aperto lo sportello, così il ghiaccio si era squagliato e si era bagnato tutto il pavimento.

Harvey aveva fatto indigestione ed il suo piccolo stomaco era rimasto congestionato.

Alfred rimase di sasso.

Versò qualche piccola lacrima silenziosa mentre lo raccoglieva e lo andava a seppellire dietro casa, nel giardino. Era ancora caldo.

Si sentì come sbeffeggiato dal destino, ecco qualcun altro che moriva prima che lui potesse dirgli che gli aveva voluto bene.

Proprio come Emily.

La seduta di terapia cui aveva appena partecipato non aveva allora avuto senso di esistere...

Aveva scavato la piccola buca utilizzando una vanga per il giardinaggio, quella che usava per piantare i fiori. L'aveva fatta abbastanza profonda e tonda, voleva che Harvey stesse il più comodo possibile.

Quindi, stava per poggiare il corpicino nella buca, poi lo avrebbe ricoperto di terra e sarebbe andato a letto presto e forse avrebbe morso il cuscino tutta la notte senza riuscire a dormire...

"Va tutto bene, Alfred?"

Restò a bocca aperta e sentì come se il meccanismo che muoveva le sue rotelle si stesse inceppando.

Harvey era completamente vivo e lo guardava con curiosità, ignaro di ciò che era stato sul punto di fare.

"Harvey!" gridò "Sei ancora vivo, oddio, stavo per... Oddio..."

Sembrava che non riuscisse più a respirare, aveva la sensazione che le sue vene fossero attraversate da delle scariche elettriche.

A quale razza di pericolo era appena scampato, Harvey non ne aveva neppure la più pallida idea.

"Che gioco stiamo facendo, Alfred?" fece il criceto, in tono allegro.

"Eh... Ah..." aveva anche perso la capacità di parlare, adesso?

Prese un profondo respiro.

"Non stiamo giocando. Pensavo che fossi morto e stavo per seppellirti" sussurrò.

Harvey sembrò non capire sul serio. Era meglio così, la prospettiva di venire seppellito vivo per errore lo avrebbe di certo terrorizzato, se l'avesse afferrata appieno.

Lo riportò in casa e lo lasciò giocare con la sua macchinina, non prima di avergli fatto promettere di non fare altri danni. E di aspettare lui, se gli veniva di nuovo fame.

Per fortuna, i ghiaccioli, anche se non sono indicati per la loro alimentazione ideale, non sono letali per i criceti.

Il cioccolato, quello sì che è tossico!

Gli venne un brivido, e se avesse deciso di mettersi a cercare proprio quello?

Si ripromise di mettere sotto chiave la sua scorta, non poteva assolutamente permettersi un'altra simile imprudenza di quel genere.

Mentre si lavava le mani dal terriccio che vi era rimasto sopra, gli venne dentro una specie di rabbia, non riusciva a credere a ciò che era appena accaduto, si sentiva un vero idiota.

Ma poi si ricordò che comunque Harvey era solo un animaletto, e si sa che gli animali durano poco, ma la cosa che lo aveva fatto arrabbiare era che ci aveva pure parlato ed era stato così incauto da rischiare di perderlo in questo modo!

Non sentirti in colpa, ordinò a se stesso mentre stava asciugando il pavimento, Devi sentirti sollevato, non arrabbiato, senza contare che non hai fatto nulla per causare questa cosa... Non questa volta.

Gli sembrò di sentirsi un po' meglio.

Si preparò una cena molto leggera, un petto di pollo e una semplice insalata, e diede ad Harvey un pezzetto di carota.

Era davvero carino il modo in cui se la mordicchiava tutta, era pieno di vita.

Mentre mangiavano, prese una penna e appuntò alcune note che gli venivano in mente, direttamente sul tovagliolo.

Scrisse di getto un breve brano che iniziava malinconico e poi diventava allegro, seguiva il flusso delle sue sensazioni, e poi lo suonò sulla fisarmonica facendolo ascoltare ad Harvey, anche se poco prima si era ripromesso di non suonarla mai più, ma questa era una occasione particolare, poiché era ancora spaventato, ma contento di aver scongiurato qualcosa di irreparabile.

Quando finì, rimase per un po' immobile a fissare il vuoto, in attesa di non sapeva nemmeno lui che cosa.

Forse di un applauso.

Forse di qualcuno che gli gettasse in faccia un secchio d'acqua.

Ma naturalmente Harvey non fece nulla.

In realtà si stava chiedendo se non avrebbe dovuto comporre un requiem in onore di Emily.

Una canzone in cui esprimere quello che a suo tempo non era riuscito a dirle.

Forse questo lo avrebbe aiutato ad alleggerirsi un po' la coscienza.

A vederla da un'altra prospettiva, sembrava una idea piuttosto ridicola, e probabilmente avrebbe ribaltato il senso del suggerimento di Vanna, perché avrebbe acuito la sua melanconia, invece di placarla.

E poi, qualcosa gli diceva che ormai era troppo tardi e che non sarebbe servito a niente.

L'anima di Emily era andata in cielo da tempo.

E lui l'aveva accettato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Author's corner:

Ehi picciriddi, chi lo avrebbe mai detto, sono riuscita a pubblicare un capitolo prima di tornare in Italia per le vacanze. Che cosa ne dite, vi è piaciuto, vi sareste aspettati questi risvolti nella backstory di Alfred, le sue azioni e/o atteggiamenti vi sembrano verosimili, o è sempre tutto troppo forzato? Mi sa che questa commedia sfiorerà temi un tantino più seri, d'altra parte lo faccio sempre, è il mio stile.
Voglio ringraziare l'utente Skycendre del duo Sagas per le sue gentilissime recensioni, ma se anche qualcun altro decidesse di farmi conoscere il suo giudizio sul mio lavoro non mi dispiacerebbe affatto! E allora vi aspetto!
Un grande kiss dalla vostra british dottoressa bulmasanzo!

  
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