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Autore: Rose in Fiamme    11/09/2017    1 recensioni
Come ogni giorno di ogni settimana di ogni mese di ogni anno, quella giornata era iniziata nel cuore della notte.
Genere: Drammatico, Mistero, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Come ogni giorno di ogni settimana di ogni mese di ogni anno, quella giornata era iniziata nel cuore della notte. Su un letto di un buco disperso da qualche parte della provincia, vicino ad una statale che conosceva a menadito ma di cui non sapeva il nome, con una bottiglia di whisky sul comodino e quattro-cinque mozziconi di sigaretta nel posacenere, con il telefono che squillava incessantemente e lui, disteso su un materasso ormai consumato dal tempo, che non voleva saperne di alzare le palpebre, pesanti saracinesche dai binari arrugginiti.
Purtroppo, però, i binari andavano forzati in qualche modo. L’orologio, ormai incollato alla pelle del polso sinistro, segnava le tre; prima o poi avrebbe dovuto svegliarsi, prendere la chiamata e sperare che non fosse il solito, vale a dire qualcuno che gli andasse dicendo dove dover andare. Prese il cellulare in mano e rispose alla chiamata, avviando una breve conversazione avente come contenuto esattamente ciò che non voleva sentire.
«Pronto?» disse lui, con una voce assonnata e una stanchezza che trapelava da ogni suono articolato.
«Signor Di Stefano, ho un incarico da assegnarle» rispose quella voce fin troppo familiare, con quella flessione che avrebbe riconosciuto tra mille, dall’altra parte del telefono.
«Sì, mi dica. Dove devo andare?»
«Via XX Settembre, numero 24.»
«Così lontano?! Non può chiamare qualcun altro?» chiese l’uomo, irritato dalla richiesta – povero, era appena riuscito ad addormentarsi.
«Lei è l’unico libero tra i tassisti in servizio, perciò si sbrighi e vada al lavoro!» disse, in modo perentorio, quell’uomo.
«D’accordo, sarò lì in mezz’ora.» Chiuse la chiamata, stizzito per come era stato trattato ma consapevole del fatto che avrebbe dovuto adempiere al proprio compito. Si rivestì in fretta – si era tolto solamente le scarpe e la cintura, poiché si era ridotto ad essere troppo stanco pure per spogliarsi e andare a dormire – e si lavò i denti con fretta ancora maggiore, prima di prendere le chiavi dell’auto e fiondarvisi dentro. Il peso della vecchiaia cominciava a farsi sentire; non riusciva più a nascondere i segni di un’esistenza così piena, così dissoluta – tra alcol e sigarette – e “notturna”, e come un circolo vizioso non riusciva però ad uscirne. Erano spuntati i primi capelli bianchi venti anni prima, le prime rughe quindici anni prima, ma lui aveva perseverato in quello stile di vita che non aveva fatto altro che procurargli danni a iosa.
Inserì la chiave, accese i fari e avviò il motore. Ingranò la retromarcia ed uscì dal posteggio, per poi immettersi sulla statale. Per arrivare nel posto indicatogli avrebbe dovuto invertire il senso di marcia, cosa che fece qualche chilometro più in là grazie ad uno svincolo; rientrato in città, si infilò in una serie di vie e viuzze che, sapeva per certo, gli avrebbero accorciato il tragitto. Fermatosi al numero 24 di via XX Settembre – con dieci minuti di ritardo sulla mezz’ora che aveva inizialmente pronosticato (colpa del traffico, lui non poteva materialmente farci nulla) – vide una coppia di quelli che sembravano fidanzati che aveva più o meno la sua stessa età. Lei, piccolina, con il viso solcato da rade rughe e i capelli di un nero corvino abbastanza innaturale; lui, molto più alto di lei, capelli grigi a spazzola e barba folta, anch’essa grigia. Erano entrambi vestiti secondo un gusto alquanto discutibile: in tenuta estiva, lei indossava una maglietta scollata e un pareo con infradito, mentre lui aveva indossato una canottiera abbinata a dei pantaloncini e dei sandali. Avevano con sé un paio di valigie abbastanza grandi, che comunque non si fece fatica ad incastrare nel portabagagli.
Saliti entrambi sul sedile posteriore, il tassista chiese: «Dove vi porto?»
«All’aeroporto» risposero i due in coro. Aggiunse lei: «Abbiamo un volo tra un paio d’ore, siamo piuttosto di fretta.»
Quella voce attivò qualcosa nella mente del signor Di Stefano: un lontano ricordo che rievocava vecchie immagini confuse e sbiadite, che non sapeva collegare in nessun modo tra loro e che non sapeva attribuire a nessun periodo della sua vuota esistenza. Vuota di qualunque cosa non fosse il suo lavoro, s’intende.
Conosceva la via per l’aeroporto ormai a memoria, ma non sapeva se la strada che aveva in mente fosse la migliore – come tassista aveva il dovere di seguire il percorso più breve – e perciò impostò il navigatore, imponendosi di seguirlo qualunque strada quell’aggeggio infernale gli indicasse, quell’aggeggio che ormai era diventato un compagno di vita. L’autoradio era spenta: risultava essere una distrazione per il vecchio tassista, il quale gradiva il silenzio più totale durante il servizio – solo il navigatore poteva interromperlo, prescrivendo meccanicamente di girare a destra, proseguire diritto per 1,3 chilometri o di tenere la sinistra.
La stanchezza si era impossessata di lui, ma il vecchio non demordeva e anche quella volta avrebbe portato a termine il lavoro. Tuttavia, proprio quella sera ebbe bisogno di un modo per scacciar via il sonno; alternativa migliore non ci fu, secondo lui, al parlare direttamente con i suoi passeggeri. Solo che lui, in più di trent’anni di servizio, non aveva praticamente in nessuna occasione parlato con i suoi passeggeri, perciò non seppe come iniziare una conversazione che non fosse banale e sciatta.
Per fortuna intervenne il fidanzato, il quale intraprese una conversazione poco coinvolgente con la donna: «Sei felice? Andiamo in vacanza, finalmente!»
«Sì, felicissima…» rispose la donna distrattamente, assorta nei suoi pensieri mentre guardava fuori dal finestrino. Sembrava lontana. Il tassista drizzò le orecchie.
«Mostra meno entusiasmo, eh!» controbatté lui, a dire il vero infondendo nella frase ironia a chili. «Insomma, stiamo riuscendo a permetterci finalmente una destinazione costosa come le Maldive, passeremo due belle settimane in spiaggia a rilassarci, cosa vuoi più di questo?»
«Non saprei» disse lei, girando la testa verso di lui e facendo spallucce guardandolo. Non era un gesto di sfida, ma di assoluta sorpresa: l’espressione del suo viso, almeno, lasciava trasparire questo – o questo vide il conducente dallo specchietto retrovisore. Tornò a guardare fuori, giungendo la mano destra con la sinistra, sul cui dito anulare aveva un anello, come d’abitudine.
Il compagno, accortosi del quasi impercettibile gesto di lei e accortosi del gioiello, sbottò palesemente alterato: «Porti ancora quella fede?! Scusami, Bea, ma sono ormai dieci anni che viviamo insieme, perché diavolo non ti sei ancora disfatta di quell’inutile pezzo di metallo che ormai non rappresenta più nulla?! Quante volte ti ho detto di farlo? Stiamo per andare in vacanza insieme! È o non è importante, questo, per te?»
«Non è vero che non rappresenta nulla» rispose lei, con gli occhi spalancati e pieni di un certo timore reverenziale. La paura si svelò anche nell’atteggiamento di difesa che assunse pronunciando quella frase. «Rappresenta la mia vita di prima, di cui non voglio dimenticare nulla. È un monito, e spero lo possa diventare anche per te. Mi ricorda di non fidarmi mai di certi uomini che danno poche garanzie, se non nessuna.»
«Mi scusi se mi intrometto, signora Bea, ma di cosa sta parlando?» chiese il tassista con la massima curiosità – e, per la cronaca, con un po’ di supponenza. Non fu carino irrompere così nella discussione, ma non poté trattenersi: aveva l’impellente bisogno di sapere, ma anche di tentare una vana difesa del genere maschile.
«Preferirei non parlarne… Diciamo solo che quest’uomo l’ho sposato e non l’ho praticamente mai visto in casa» rispose lei, tagliando corto. «È come se non mi fossi mai sposata.»
Il compagno rimase stranamente in disparte, tacito, attento al breve scambio tra il vecchio tassista e la sua amata Bea. Alle ultime parole scattò di nuovo: «Capisco la questione del monito e tutto il resto, ma perché portare ancora quella fede? Ora la togliamo, che ne dici?»
«Giuseppe…» sussurrò lei, ancora con quello sguardo di timore reverenziale, allungando la mano sinistra sulle sue gambe. Era un chiaro segnale: glielo stava lasciando fare, gli stava dando il proprio assenso. Allora il compagno prese quell’elegante mano tra le sue, sfilò quella maledetta fede dall’anulare e la ripose sul sedile, per poi non pensarci più. A dire il vero, non ci penso più nessuno dei tre.
Il viaggio proseguì in silenzio: si sentiva, oltre al motore, solo il navigatore che di tanto in tanto dava le sue indicazioni. Il tassista era lì lì per addormentarsi, ma riuscì a tenere duro. Per fortuna il tragitto rimasto era breve e in cinque minuti arrivarono all’ingresso principale dell’aeroporto.
«Fanno trenta euro» disse il tassista, particolarmente scocciato. Odiava dover chiedere soldi per il servizio, gli sembrava un gesto vile; ma d’altronde quei soldi non sarebbero stati intascati da lui stesso. Lui era solo l’esattore, il braccio meccanico di un macchinario di inaudite proporzioni. Giuseppe pagò la cifra senza battere ciglio, per poi scendere dalla macchina, prendere le valigie dal portabagagli e salutare il tassista con un sorriso: «Arrivederci!»
Il vecchio non riuscì nemmeno a rispondere, era veramente stanco morto. Tutto ciò che volle fare, e che fece, fu cercare un posto vuoto nello sterminato parcheggio dell’aeroporto, allo scopo di cercare di rosicchiare un paio d’ore di sonno. Un’abitudine che aveva preso sin dall’inizio, quando si trovava troppo lontano da un motel o da casa – casa? Aveva davvero una casa, il signor Di Stefano?
Come ogni volta spense il motore e le luci, inserì il freno a mano, sganciò la cintura e aprì lo sportello. Avrebbe dormito sui sedili posteriori, come sempre, senza una coperta o un cuscino. Entrato in macchina dallo sportello posteriore sinistro si distese, ma stavolta aveva un fastidio all’altezza delle gambe: un piccolo oggetto che gli premeva contro i pantaloni, incidendogli quasi la carne. Tastò il sedile con la mano sinistra, alla ricerca dell’impiccio; lo trovò. Toccandolo, sentì che si trattava di un oggetto dalla forma circolare. Se lo portò davanti agli occhi: era l’anello di Bea, quello che evidentemente Giuseppe aveva lasciato in quel taxi. Forse se lo era dimenticato, forse lo aveva lasciato intenzionalmente…
La fede era molto semplice, un anello d’oro non molto sottile senza incastonature di nessun tipo. Dentro, però, presentava un’incisione, che il tassista lesse sussurrando, con le palpebre ancora pesanti e la vista quasi annebbiata.
«Antonio e Beatrice, 22/05/1988…»
Il suo nome.

   
 
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