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Autore: EffyLou    11/09/2017    2 recensioni
Las Vegas pullula di creature sovrannaturali e mostri.
Phoebe Montgomery ha ventitré anni e lavora come barista al casinò dell'hotel Mirage, sulla Strip. È una ragazza socievole, spigliata, c'è solo un problema: è schizofrenica. O almeno così crede di essere. Fin da bambina, si imbottisce di pastiglie per allucinazioni pur di non vedere mostri e creature spaventose che, dodici anni prima, uccisero suo fratello in un vicolo.
Esseri che la guardano come se fosse oro, che la inseguono, la braccano, la aggrediscono, solo se lei non prende la pastiglie. Devono essere allucinazioni per forza.
Tuttavia, Phoebe Montgomery è una cosiddetta Esper con il dono della chiaroveggenza.
Grazie al fortunato incontro con Damon Darden, la ragazza entrerà nell'Ordine degli Esper, organizzazione sottoposta al Vaticano che lavora per studiare e comprendere mostri e creature, e per mantenere in equilibrio quel mondo fatto di due realtà sovrapposte che mai devono incontrarsi.
È un mondo insidioso. Non si deve abbassare la guardia per nessun motivo.
Chi perde la concentrazione, chi si lascia corrompere, chi guarda in faccia il Male...
Cade.
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La storia tratta della percezione extrasensoriale.
Genere: Dark, Horror, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Esper'
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Capitolo terzo.
Preda e predatore


 
 
Il giorno seguente, il prete le aveva portato le pasticche e le sue cose.
Anche Amy era andata a trovarla alla parrocchia. Avevano parlato, ma non delle allucinazioni. Il direttore aveva concesso a Phoebe cinque giorni di riposo, periodo in cui la ragazza restò con il prete di nome Adam.
Non credeva in Dio né in nient’altro, eppure era interessata alla spiritualità e alla religione in generale. Una curiosità viscerale. Vedeva quei racconti come leggende, non come “parola del Signore”. Era come ascoltare i miti greci, li trovava interessanti allo stesso modo.
Assisteva alle messe di Adam, cattoliche, ma in passato aveva assistito anche a quelle protestanti, ortodosse, mussulmane, ebraiche.
Assisteva in silenzio, in un angolo della parrocchia, non si univa né ai canti e nemmeno alle preghiere. Adam non aveva cercato in alcun modo di “convertirla” e dirle che il cristianesimo era la giusta via: l’interesse della ragazza verso la religione in generale era sinonimo di una spiritualità latente. Semplicemente, qualcuno come Phoebe non poteva legarsi ad un solo credo, era troppo poco, ma al contempo non avrebbe potuto abbracciarli tutti. Era convinto che un giorno quella ragazza avrebbe attinto un po’ da tutte le religioni senza concentrarsi su nessuna in particolare.

In quei cinque giorni, Phoebe non aveva preso le sue pasticche. Nei confini della parrocchia era al sicuro, ne approfittò quindi per dare sfogo alla sua schizofrenia, cercare di capire e studiare meglio il loro aspetto. Vedeva alcuni mostri passeggiare in strada durante il giorno, ma non erano poi molti. Prevalevano demoni e fantasmi, qualcuno di quelli con gli occhi gialli. Quelli con gli occhi rossi, che dovevano essere vampiri, non c’erano e quella fu la conferma delle sue teorie.
Qualcuno di loro quando passava davanti la parrocchia, fiutava la presenza della ragazza e l’adocchiava. Lei alzava il dito medio ogni volta che qualcuno di loro la fissava. «Che avete da guardare? Andate a farvi fottere.» perentoria.
Nella sala riservata ai ragazzini del catechismo, Phoebe si era messa a disegnare i mostri e li aveva mostrati al prete e ad Amy.

Il quinto giorno ingurgitò le pastiglie e uscì dalla parrocchia con le sue cose nella tracolla. Doveva assolutamente farsi una doccia e mangiare gelato. Era una questione di priorità.
Tutto era tornato alla normalità, nessun mostro, nessuno sguardo famelico. Temeva che con il calare della sera e l’affollamento di mostri nelle strade l’avrebbero aggredita di nuovo.
Decise che, dopo la doccia e il gelato, sarebbe andata alla polizia a denunciare il fatto accaduto. Perché era vero che aveva una visione distorta della gente, ma qualcuno l’aveva rincorsa sul serio fin fuori la parrocchia. Se fosse accaduto di nuovo e fosse finita male, avrebbe avuto una garanzia. Come se mettesse le mani avanti.
Il getto d’acqua fredda scacciò via il sudore, i pensieri e le preoccupazioni.
Il gelato le restituì un po’ d’allegria e un po’ di ottimismo. Si sarebbe sistemato tutto.
Saltò in sella alla sua bicicletta e pedalò fino alla centrale di polizia di Las Vegas. C’erano alcuni membri della S.W.A.T. dentro. Phoebe ascoltò distrattamente alcune direttive: pareva che erano stati presi alcuni ostaggi all’interno di un albergo.
Mentre pronunciavano il nome dell’hotel, un poliziotto le si parò davanti. Aveva baffi bianchi e occhiali sul naso, una pancia tesa sotto la camicia blu. Mancava la ciambella glassata tra le dita.
«Posso fare qualcosa per lei, signorina?»
Cercò di darsi un tono sollevando il mento, e sembrare una persona affidabile e risoluta.
«Vorrei esporre denuncia per tentata aggressione.»
Il poliziotto fece segno ad un altro, più giovane, di seguirli in una stanza più tranquilla.
C’erano tre scrivanie con sopra computer e scartoffie, tre armadietti di metallo grigio scuro, quadri e fotografie. E una piantina mezza morta in un angolo.
L’agente più giovane doveva avere trentacinque anni, i capelli scuri e gli occhi altrettanto torbidi, sopracciglia folte e naso piccolo.
Phoebe gli dedicò un’occhiata più lunga del previsto. Era tenebroso, magnetico, ma non faceva niente per attirare l’attenzione. La camicia blu a maniche corte era stretta sul corpo scolpito, delineandone i muscoli.
I pantaloni neri, larghi e pieni di tasche, infilati negli anfibi. La cintura nera con agganciate manette e fondina. Sulla manica c’era un bollo di stoffa: “Las Vegas S.W.A.T. Police”.
Lui ricambiò la sua occhiata con cauta curiosità, la testa lievemente inclinata. Phoebe pensò che si stesse giustamente domandando cos’avesse da guardare.
L’ispettore si sedette dietro una scrivania, lei davanti e quello giovane seduto dietro un’altra scrivania con le gambe distese, le braccia sui braccioli della sedia.
«Bene, signorina, mi mostri il documento d’identità.» le disse l’ispettore riscuotendola dai suoi pensieri.
Phoebe glielo porse e lui gli lanciò un’occhiata fugace, controllando che fosse tutto in regola. Dopodiché, per una manciata di minuti, armeggiò con il computer e infine con un registratore.
«Racconti, cerchi di essere dettagliata.»
Lei prese un bel respiro e cominciò a raccontare.
Disse tutto: della prima aggressione a Nashville dodici anni prima, della schizofrenia, e poi della serata in sé che stava per trasformarsi in tragedia se non avesse scavalcato il cancello della parrocchia. Gli disse anche dell’ombra che vagava intorno casa sua.
Spiegò che era vero che aveva le allucinazioni, ma di fatto la sua mente si era limitata a distorcere mostruosamente i volti degli aggressori. Era stata inseguita sul serio, e il prete poteva confermarlo se avessero voluto certezze.
Le chiese se avesse comprato droga da uno spacciatore e non avesse pagato per tempo: rispose di no.
Le chiese se avesse fatto arrabbiare un malavitoso: rispose raccontando di Michael Bane, aveva paura che fosse lui il suo persecutore pur non essendo un delinquente. Almeno non all’apparenza.
«Michael Bane è il proprietario del The Hole. – cominciò l’agente della S.W.A.T. – È in quell’hotel che sono tenuti in ostaggio dodici persone.»
Ecco perché le squadre della S.W.A.T. erano state mobilitate con tanta urgenza.
Phoebe lo guardò allibita, gli occhi verdi sgranati. «Cosa…»
L’agente teneva il viso sul palmo della mano, la guardava con intenso interesse. Come se stesse cercando di studiarla e, al contempo, di comunicarle qualcosa con lo sguardo. La ragazza arrossì vistosamente e vide il poliziotto arricciare appena un angolo delle labbra. Distolse lo sguardo.
Maledetto fascino della divisa.
«Non è la prima volta.  – mormorò l’ispettore. – Molto bene, signorina Montgomery, è stata esaustiva. Stia attenta, non esca di notte. Buona giornata.»
Lei annuì e si alzò in piedi. Gli strinse la mano ringraziandolo della pazienza e fece un cenno col capo anche all’agente più giovane, prima di andarsene.
Avrebbe voluto non uscire la sera, come le era stato consigliato. Ma doveva lavorare, e i suoi turni erano quasi sempre di notte.
Sperò che chiunque si nascondesse dietro quei volti mostruosi, si fosse dimenticato di lei.

 
* * * 

Nessun attacco nelle due settimane che seguirono dalla denuncia alla polizia. Solo sguardi da parte di molte persone al casinò.
Michael Bane non si fece vedere al Mirage. Era un sollievo. Quell’uomo nascondeva qualcosa di oscuro, doveva essere un malavitoso, ed era convinta che c’entrasse qualcosa con la tentata aggressione di due settimane prima: guarda caso era al Mirage proprio quella sera. Attirava le persone in quel buco d’hotel che gestiva e le teneva in ostaggio. E forse anche il suo amico aveva fatto la stessa fine, per questo non era scosso.
Perché i giornali o la televisione non ne parlavano? Non era giusto: la gente doveva sapere, non doveva mettere piede al The Hole. La città si rendeva complice dei rapimenti, in questo modo. E gli ostaggi? Una volta che venivano liberati non potevano passare parola?
Troppi pensieri, troppe domande. Phoebe era spaventata dal mondo oscuro e nascosto di Las Vegas, così apparentemente divertente. Era lì da due anni e non aveva mai sospettato niente. Era lì da due anni e solo quella fatidica sera in cui aveva avuto le allucinazioni aveva, paradossalmente, aperto gli occhi e venuta a contatto con una realtà così diversa da quello che le era sembrata.
Las Vegas era come il Paese dei Balocchi: tutto bello all’apparenza, ma poi diventavi un asino come nella favola di Pinocchio, restavi fregato. Non voleva conoscere i segreti di Sin City, forse erano troppo grandi per lei.
Con Amy non aveva più passato le serate libere. Aveva paura di tutto, non riusciva più a fidarsi di nessuno da quando aveva scoperto di Bane. La notte dormiva nella parrocchia di Adam. Non si fidava a restare in casa sua, aveva paura. Il minimo rumore la faceva saltare, la minima ombra, a volte persino la sua.

Quella sera aveva fatto cadere un paio di cocktail a terra, ed era stata rimproverata da Amy. Era troppo distratta. Troppi pensieri, troppe domande. Era tanto tempo che non succedeva, di solito era una barista impeccabile.
Appese la divisa nello spogliatoio del personale e sciolse i capelli. Ingoiò una pastiglia senz’acqua, e uscì con la borsa a tracolla per tornare alla parrocchia. Nella Strip affollata, piena di Lamborghini parcheggiate e camminatrici notturne, riusciva a notare gli sguardi che molta di quella gente le rivolgeva. Come predatori affamati. Leoni. E lei era la gazzella.
Si avviò verso la chiesa, accelerando il passo. Qualcuno aveva cominciato a seguirla senza dare nell’occhio, sgusciando all’ombra senza incontrare la luce dei lampioni.
Ingoiò un groppo.
«Quanta fretta. Dove vai?» la voce di Michael Bane le arrivò attutita. Era seduto al posto del guidatore dentro una Porsche viola, parcheggiata. Il finestrino nero abbassato, il braccio che penzolava fuori e le dita strette su una sigaretta mezza consumata.
«Signor Bane.» esalò, esangue.
«Adoro l’odore della paura, il tuo in particolare è inebriante. Mi temi.»
Tirò forte su col naso, cercando un po’ di coraggio. «Come non potrei? Tu rapisci la gente in quella topaia che chiami hotel.»
«Sei scortese. – la guardò famelico, passando la lingua sulle labbra. – Ti hanno riempito di menzogne. Io non rapisco nessuno. Sono loro che vengono nel mio albergo e poi non se ne vogliono più andare. Vuoi venire a vedere con i tuoi occhi?»
Phoebe scosse forte la testa, e riprese a camminare. Sentì il rombo del motore della Porsche che si accendeva. Ingoiò un groppo, accelerò il passo.
La seguiva lentamente, con la macchina. Le andava dietro a passo d’uomo.
«Lasciami in pace!» gli urlò, senza voltarsi.
Arrivò davanti al cancello della parrocchia. Fece per aprirlo. Bane fu più veloce, non avrebbe saputo dire come se lo ritrovò davanti, alla velocità della luce. Le tirò i capelli e la costrinse a tirare indietro la testa, esponendo il collo sottile.
Le annusò la pelle, strofinandoci il naso.
«Ah, mia dolce Phoebe. Ora tutti sanno chi sei, in città. Tutti ti bramano. Quelli come te… si nascondono. Ci controllano. Ma sono le prede più prelibate, e capisci che quando uno di voi si espone come hai fatto tu l’altra sera, per noi è festa. Voi Nostradamus Solitari, poi, siete così adorabili quando siete convinti di essere schizofrenici.»
Phoebe tentò di divincolarsi. «Ma di che cazzo stai parlando? Nostradamus? Solitari? Ma ti senti?» ma l’unica cosa che ottenne fu uno strattone più forte che le lanciò fitte lancinante alla cute.
«Quindi non sai proprio niente? Notizia flash, tesoro: non sei schizofrenica. – le labbra si avvicinarono al suo orecchio. ─ È tutto reale. Mi hai dato bei grattacapi: non capivo se ci eri o se ci facevi. Quella maledetta clozapina vi nasconde completamente. Un farmaco odioso, di cui vi imbottite e ci rendete la caccia più difficile. Il problema di voi Nostradamus Solitari è che agite tutti nello stesso modo: vi credete schizofrenici, vi imbottite di clozapina, e cadete puntualmente nelle trappole di chi vi cerca. Basta togliervi le pastiglie per mandarvi in tilt, spingervi ad uscire per comprarne altre, ed entrate nelle fauci del lupo.»
Le leccò il collo: la lingua, le labbra, la saliva, era gelido come un pezzo di marmo. Phoebe ebbe un fremito per il disgusto e il freddo ma non riuscì a muovere un muscolo. Si sentiva paralizzata, aveva una paura irrazionale per quell’uomo. Nella sua testa, i campanelli d’allarme sembravano impazziti.
Sentì le zanne affilate di Bane sfiorarle la pelle. Mugolò per la paura mentre stringeva gli occhi e scacciava le lacrime, lui cercava di rabbonirla con un flebile sussurro.
«Il vostro sangue… è delizioso.» sibilò al suo orecchio.
«Fermo, polizia!» urlò una voce, puntandogli contro una torcia e una pistola.
Phoebe ringraziò tutto ciò che era divino per quell’intervento.
Bane si allontanò da Phoebe di un passo, alzando le mani. «Qualcosa non va, agente?»
La ragazza non riusciva a vederlo in viso, ma dietro di lui c’erano due auto della polizia con le luci rosse e blu lampeggianti sul tettino.
«Documenti.»
Bane gli passò la carta d’identità con riluttanza. Non degnò di uno sguardo Phoebe, nonostante lei non smettesse di fissarlo allibita.
È un fottuto vampiro e si arrende così! Maledizione, sarà mica imparentato con Edward Cullen?
L’agente controllò, dopodiché fece un segno a due dei suoi e sganciò le manette dalla cintura.
«Michael Bane, eh? Dovrà rispondere ad un bel po’ di domande.»
Gli strinse le manette sui polsi, fermandole dietro la schiena, e lo affidò ai suoi colleghi.
Quando spense la torcia e si avvicinò a Phoebe, lei notò che era l’agente della S.W.A.T. che aveva conosciuto alla centrale di polizia due settimane prima. Beh, conosciuto era una parola grossa. Non sapeva il suo nome. Ancora.
Notò che non era in servizio, era vestito con abiti comodi: jeans, anfibi, una t-shirt attillata, polsini di cuoio e un bracciale fatto in piccole sfere di legno.
Il prete corse fuori dalla parrocchia, allarmato dalle auto della polizia.
«Phoebe! Che è successo?»
Lei non si voltò a guardarlo. I suoi occhi si sollevarono fino ad incontrare quelli neri dell’agente, incastrati sotto sopracciglia folte ed espressive.
Le rivolse un piccolo sorriso. «Abbiamo una lunga chiacchierata da farci, io e te, Phoebe.»




ANGOLO AUTRICE
Buonsalve e ben trovati! Tutto sarà spiegato meglio nel prossimo capitolo, e alcune cose verranno specificate o riassunte più avanti, in modo da rendere più chiaro questo mondo strano (?)
Volevo specificare, se ci sono fan di Twilight, di non prendersela, non ho niente contro Edward Cullen. La saga piaceva anche a me quand'ero più piccola, anche se io ero team Jacob SKUZATE detesto i vampiri HAHAH
BTW fino a qui... Che ne pensate? Presto scopriremo ROBE, conosceremo PERSONE e tutto il resto(?)
Poi che io sono bastarda e vi tronco il capitolo prima delle spiegazioni.. è un altro discorso. PERO' EHI, almeno Bane ha parlato ;^) vi svelo un segreto: Michael Bane non è l'unico Bane di questa storia HEHEHE

Se ci sono errori di impaginazione oppure ripetizione che sono sfuggiti ai miei controlli, sappiate che cercherò di correggere ma purtroppo ho un problema con la tecnologia. Non so perché, ma quando apro efp mi si impalla tutto e pubblicare i capitoli diventa un travaglio. 
Voi comunque fatemi notare tutto ciò che vedete, così io me lo appunto e quando il pc deciderà di collaborare sistemerò!

Grazie a chiunque decida di seguire questa storia e chiunque mi scriverà, mi fa sempre piacere sapere cosa ne pensate!
Alla prossima ♥
   
 
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