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Autore: miryam19    12/09/2017    0 recensioni
Qual'è la differenza tra fantasia e realtà? Tra il sogno e la vita ad occhi aperti. Per me, ormai non esiste più alcun confine a dividerli. Ero nato, su questo non avevo alcun dubbio, e la mia era stata un'esistenza felice finché ero riuscito a distinguere quei due mondi. Poi, tutto è cambiato con l'arrivo delle ombre.
Non sapevo cosa fossero, né perché solo io avessi la facoltà di vederli. Erano delle figure longilinee, coperte da un tessuto spesso e nero, talmente lungo da nasconderli per intero. Il primo impatto con uno di loro, mi lasciò stordito e tremante. Da quella notte, ebbe inizio la mia rovina.
Genere: Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Fin da bambino, mi è sempre stato detto che i sogni sono qualcosa di irreale, di immaginario. Un mondo creato dalla nostra mente come proiezione delle proprie emozioni. Io non ho mai avuto una vita difficile e sebbene avessi sopportato diversi lutti, non riuscì a spiegarmi la presenza di quelle tre lapidi davanti ai miei piedi.
Quei blocchi di pietra liscia catturarono completamente la mia attenzione, al punto che non feci nemmeno caso al campo di grano che vi cresceva intorno. Era così familiare quel luogo, potevo addirittura sentire il tocco freddo e pungente del vento serale, che a tratti colpiva la mia pelle, facendola rabbrividire. Sembrava tutto così vero, eppure, sapevo che non poteva esserlo.
Le tre lapidi d'avorio non portavano incisa alcuna scritta, né sembravano sottostare ai voleri del tempo. Erano perfette, ma la loro immortalità rendeva solo meno veritiera la loro presenza, tanto che per confermare la mia teoria, non esitai a sfiorarne una. Fu il tempo di poggiare un dito, sentire che non aveva alcuna consistenza, e poi vederla sparire. La pietra si dissolse in una nube di fumo e da quella macchia scura e densa, prese forma la prima ombra.
Questa si chinò verso di me fino ad avere il volto a qualche centimetro dal mio. La guardai di rimando, incapace di muovermi tanto ero incredulo dinanzi a ciò che avevo appena visto. Fu quello che "lei" vide nei miei occhi, però, a farla scattare e mentre passava attraverso il mio corpo, percepii che qualcosa in me stava cambiando.
Il cuore prese a battere al ritmo di mille tamburi mentre la testa ardeva, come se qualcuno mi avesse dato fuoco con un accendino. Le gambe non riuscirono a reggere la pressione, così caddi in ginocchio, incapace di reagire a quelle sensazioni che mi stavano corrodendo. Guardai oltre la mia spalla, ma non vidi nessuno. Il responsabile era scomparso!
Mi trascinai lontano dalle lapidi, non volevo nemmeno vederle tanta era la sofferenza che provavo. Aggrappandomi alle spighe di grano, cercai di rimettermi in piedi, ma ogni mio tentativo col passare dei secondi, diventata più doloroso da sopportare.
«Perché mi hai fatto questo? Cosa vuoi da me?»
Mentre le mie parole si perdevano nel silenzio, la mia mano per poco non sfiorò anche la seconda lapide, improvvisamente comparsa dal nulla. Disgustato cercai di spostarmi nella direzione opposta, ma eccola comparire di nuovo.
Finché non l'avessi toccata, lei avrebbe continuato a cercarmi. Era una consapevolezza che mi distrusse più delle emozioni che stavo provando. Il respiro si bloccò nella mia gola ed io rantolai a terra, soffocato dalle mie stesse urla.
Quando riaprii gli occhi, continuai a iperventilare per un paio di minuti, finché non fui in grado di mettermi seduto. Accesi d'istinto la luce sul comodino, accorgendomi di essere nel mio letto, apparentemente vittima di un incubo. La sveglia segnava le quattro del mattino e sebbene fossi più stanco della sera prima, nulla mi avrebbe convinto a riprendere il sonno.
Saltai la colazione perché lo stomaco non avrebbe accettato nulla e decisi di organizzare alcuni appuntamenti di quel giorno. Sicuramente, in quel modo avrei impegnato la mia mente altrove e sarei riuscito a rilassare i nervi quel tanto che bastava a farmi riprendere. Con mio grande sollievo, funzionò. Le ore passarono in fretta e dopo essermi preparato, mi recai allo studio.
Essere a capo di un team di avvocati era un lavoro impegnativo e difficile, che non lasciava spazio a indecisioni o errori. Avevo ricevuto quella promozione circa sei anni dopo essere stato assunto. Mio padre, direttore per circa trentasei anni, aveva lasciato l'intera organizzazione a me e a quel ruolo, ero stato educato fin dalla tenera età. La cronaca parlava ancora di me come" il più giovane erede di un impero legale", ed io avevo sempre dimostrato di esserne all'altezza. Sebbene non fossi nelle mie condizioni migliori quel giorno, nulla mi avrebbe impedito di presentarmi alla mia scrivania.
L'edificio contava cinque piani e più di una trentina di stanze.
Ero orgoglioso di quello che avevo ottenuto e le statistiche non smentivano la mia efficienza. Dopotutto, non sarei dove sono ora se non ne fossi stato all'altezza.
Messo piede nel corridoio, salutai con un cenno alcuni dipendenti che erano rimasti a lavorare quella notte. Io esigevo il massimo da loro, e fino a quel momento, la lista dei licenziamenti si era notevolmente ridotta con me a capo dello studio. Vantarmi delle mie qualità non mi rendeva di certo meno attento. Ero sempre ben informato su chi faceva richiesta di un nostro intervento in tribunale e mi riservavo dall'accettare, se il cliente non era in grado di pagare quanto avevo stabilito. Non mi sentivo responsabile per i rifiuti, né per le poche lamentele che ci erano state rivolte da alcuni in quegli anni. In fondo, erano loro sciocchi a presentarsi se non potevano permettersi un avvocato di alto livello come quelli che io stesso avevo preso a lavorare nel mio studio.
Volevo il meglio e, come tutti sanno, non è mai gratuito.
«Buon giorno Signor Daison»
La signorina Luisson, la mia segretaria, mi venne incontro con passo deciso ed elegante. Lei era una delle poche donne presenti nell'edificio e sebbene avessi ancora qualche riserva sulla sua presenza, finora aveva sempre portato a termine ogni lavoro assegnatogli nella maniera più efficiente. Come ho accennato, anche il più piccolo ingranaggio deve fare la stessa fatica degli altri. E lei, era stata un'eccellente scoperta.
Presi la cartella che mi offrì e vi diedi una rapida occhiata. «Signorina Luisson, ha qualche telefonata per me?»
«Non per questa mattina, ma è atteso nel suo studio da qualche minuto. Ci sono degli agenti che vorrebbero parlarle»
Sollevai gli occhi dal foglio. «Agenti?»
Luisson annuì. «Si, hanno detto che si tratta di qualcosa di urgente, così li ho fatti accomodare in sua attesa. Non potevano aspettare, erano fermamente decisi ad incontrarla».
Richiusi la cartella e la congedai. «Vedrò subito di cosa si tratta. Può tornare al suo posto»
La donna fece un cenno con la testa e riprese ad occuparsi del telefono. Stava già squillando di nuovo quando entrai nel mio ufficio.
«Signori» dissi invitandoli a prendere nuovamente posto sulla sedie dinanzi alla mia scrivania. «Come posso esservi utile?»
I due agenti mi squadrarono con attenzione, apparentemente sospettosi della mia cordialità. Sicuramente dovevano essere arrivate alle loro orecchie voci diffamanti sulla mia persona e questo mi portò ad essere il più distaccato possibile. Avevano già un'idea bene precisa su di me, perciò non gli avrei fatto cambiare opinione con qualche moina. Non sarebbe servito con queste persone.
«Siamo qui perché dobbiamo farle alcune domande, Signor Daison. Da quel che ci risulta, lei ha assunto nel suo studio una certa Elisabetta Wilson un paio di mesi fa» cominciò il più anziano dei due, all'apparenza anche quello più rilassato.
«Si è vero» confermai, ricordando a mala pena il volto di quella donna.
«La donna in questione, risulta scomparsa da tre mesi e nessuno ha più sue notizie dal tre di marzo. Noi sappiamo che è stata licenziata proprio lo stesso giorno... »
«Quindi siete venuti a interrogarmi per saperne di più» conclusi per lui.
L'altro uomo, seduto alla mia destra sembrava quasi un novellino alle prime armi. Non si trattava di nervosismo il suo, ma di una più che visibile irritazione nel dovermi rivolgere parola. Mi giudicava e non si fidava per nulla della mia parola, questo era evidente.
«Signor Daison, noi cerchiamo delle risposte. Sono certo che può darci qualche informazione utile vista la sua posizione a capo dello studio, per cui non indugi oltre. In che rapporti era con la vittima? ».
Sollevai le mani per chiudere la faccenda. «Lo capisco, ma posso solo dirvi che non sono stato io a cacciare quella donna. Non si è presentata allo studio durante il periodo di prova e da contratto, una sola mancanza comporta l'immediata sospensione dall'incarico. È una nota che specifico sempre ai miei nuovi assunti»
«E lei sa perché la signorina Wilson è mancata dal lavoro?» continuò il principiante, insistendo ad interpretare la parte del poliziotto cattivo.
Era uno spettacolo patetico, al quale risposi con tono altrettanto freddo e distaccato. «Non indago sulla vita privata dei miei dipendenti, agente. Io mi occupo di giustizia, non di identità private»
«Comunque, siamo sicuri che lei conosca perfettamente chi assume. Almeno a livello lavorativo e di esperienza» continuò il collega, cercando di frenare la lingua del suo compagno.
«Questo si. Al mio studio possono ambire solo i migliori avvocati della città, non faccio eccezioni per nessuno, né li scelgo sulla base di qualche rapporto personale. Presumo però che voi siate venuti qui per scoprire se avevo una qualche relazione intima con la signorina Wilson. Be, posso confermarmi il contrario».
«Ne è sicuro? Alcuni testimoni l'hanno vista in compagnia della donna qualche giorno prima della sua scomparsa. Chi è abituato ad avere tutto, non accetta di buon occhio un rifiuto».
Quell'agente stava cominciando a seccarmi. «Se eravamo insieme, sicuramente sarà stato per motivi legali. Ricordo che venne a chiedermi una consulenza su un caso e anche in quell'occasione non eravamo soli. Può confermarlo la mia segretaria, era presente anche lei al colloquio».
«Parleremo tra poco con la signorina Luisson. Ci illumini, qual'era questo consiglio che l'ha fatta restare al lavoro fin mezzanotte tarda?»
Si erano studiati per bene il caso, questo dovevo ammetterlo, peccato io non fossi disposto a servirgli la mia condanna su un piatto d'argento. «C'è il segreto professionale agente e voi non avete l'autorità per chiedermelo. Come ho detto, sul lavoro non faccio eccezioni».
Era palpabile la tensione che si era venuta a creare. Era impossibile trovare un punto d'accordo, soprattutto dopo che avevano fatto irruzione nel mio studio con già l'attestato di colpevolezza. Senza delle valide prove, però, rantolavano ancora nel buio ed era lì che li avrei lasciati.
I due uomini si scambiarono un'occhiata reciproca, giungendo alla medesima conclusione che non avrebbero ottenuto nulla dal sottoscritto. Così si alzarono e diedero termine a quella partita.
«Per ora abbiamo finito, ma torneremo con un mandato e allora dovrà parlare».
Uscirono dalla stanza come tori inferociti, ma ebbero almeno il buon gusto di non sbattere la porta con troppa violenza. Se quei due credevano di spaventarmi, avevano davvero sbagliato persona. Ero abituato a trattare con gente molto più indisponente e aggressiva, perciò due divise dell'ordine, non sarebbero bastate a intimorirmi.
Riflettendo per un attimo, mi resi conto di ricordare giusto qualcosa di quella donna. Una mente brillante con un curriculum incredibile, che avrebbe fatto gola a qualsiasi studio legale. Ed io ero riuscito a portarla dalla mia parte. Peccato che poi si fosse rivelata una completa delusione.
Proseguì il resto della giornata completamente preso dagli appuntamenti con dei potenziali dipendenti. Tutti abbastanza bravi, ma nessuno che meritasse davvero un posto nel mio staff. Quando anche l'ultimo aspirante lasciò lo studio, si era ormai fatto pomeriggio inoltrato. Decisi dunque di fare un controllo a sorpresa nei piani bassi, così avvisai Luisson del programma per il resto della serata e mi avvia verso l'ascensore. Farsi cinque piani a piedi non era un problema, ma avevo fatto installare apposta quel mezzo per rendere più tranquillo il via vai di gente. Era stata un'dea ingegnosa e utile, perfetta per non creare troppo disordine.
Una volta dentro la cabina, premetti il pulsante per il primo piano e rimasi in attesa. Starmene dentro uno spazio tanto chiuso non mi piaceva, ma avevo imparato a sopportare con pazienza quei pochi secondi che servivano per raggiungere la mia destinazione. Mentre leggevo i numeri tingersi di giallo, sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Fu un attimo, un sospiro sul mio collo e l'ascensore si bloccò. Le luci traballarono, fino a scurirsi completamente. Rimase esclusivamente accesa la luce rossa d'emergenza, avvisaglia di un potenziale pericolo.
Spinsi nuovamente il tasto per scendere, ma inutilmente. Quell'aggeggio si rifiutava di ripartire.
«Che razza di scherzo è?! Fatemi uscire da qui» gridai apparentemente al nulla.
Picchiai con forza le porte perché qualcuno mi sentisse, ma non ci fu alcuna risposta dall'altra parte.
«Aprite maledizione!»
Un sussurro appena accennato e il mio corpo si paralizzò. I lati dell'ascensore erano di un metallo semi lucido, come uno specchio distorto. Nonostante l'assenza di luce, non fu difficile per me distinguere le due figure che vidi riflesse. La mia stessa immagine fissò con occhi sbarrati l'ombra che mi sovrastava, intenta ad avvicinare quello che doveva essere il suo volto al mio viso.
Mi girai di colpo per impedirglielo, ma lei era già scomparsa.
Presupponendo si trattasse di un'allucinazione, guardai allora l'altra parete per averne conferma. Per quanto mi rifiutassi di accettare quello che i miei occhi mi stavano mostrando, rividi di nuovo la medesima scena. Quella figura torreggiava sempre su di me, minacciosa come una presenza silenziosa e letale.
«No! Aiutatemi. Aprite vi supplico!» ripresi a picchiare i pugni contro ogni superficie che mi capitò sotto mano. Ero disperato.
Mentre l'ombra si faceva ancora più vicina, le mie urla mi avevano già costretto a piegarmi su me stesso, finché non finii per terra.
«NON SEI REALE» gridai nuovamente, ma quell'essere lo sembrava davvero. Ero spaventato come mai in vita mia e sebbene fossi consapevole che non era realmente possibile vedere una simile creatura, lui era ancora lì al mio fianco.
Quando finalmente l'ascensore si fermò, io non mi ero nemmeno accorto che fosse ripartito. Ero rimasto rannicchiato in un angolo, con la testa tra le mani, supplichevole di un qualsiasi intervento divino.
«Signore, non vi sentite bene?»
Aprendo gli occhi, scoprì di avere non pochi spettatori intenti a guardarmi con curiosità e preoccupazione. Almeno tre avvocati sentendo le urla erano venuti in mio soccorso, cercando di capire cosa fosse successo al loro direttore. Mi aiutarono a rimettermi in piedi, ma non osarono avvicinarsi di più. Per loro, non ero altro che un bambino impaurito da un incubo e la cosa non poté mortificarmi di più.
Imbarazzato ed umiliato dal mio stesso comportamento, uscì in fretta dall'edificio senza dare spiegazioni. Nessuno provò a fermarmi e appena sentii l'aria fresca sul mio viso, fui in grado di respirare di nuovo. Allentai il nodo della cravatta e rimasi lì fuori per circa una ventina di minuti. Quando mi fui veramente calmato, decisi che avrei chiesto a Luisson di portare di sotto la mia giacca e la valigetta, così da non dover dare ulteriori spiegazioni a chi aveva assistito allo spettacolo. Potevo giocarmi la carriera per uno scherzo dei nervi!
No, avevo bisogno di una serata libera e me la sarei presa.
Per fortuna tenevo sempre il telefono in tasca, una vecchia abitudine che conservavo fin dall'adolescenza. Composi il numero dell'ufficio e avvisai la segretaria di raggiungermi al parcheggio riservato. Ovviamente, diligente com'era, la donna non si azzardò ad indagare oltre e mi confermò che entro cinque minuti sarebbe scesa per consegnarmi quanto avevo richiesto. Io la precedetti, deciso almeno a fare quattro passi per distogliere la mente.
La mia jaguar metallizzata era un vero splendore, sempre lustrata a dovere. Mi sistemai di fianco all'auto e attesi impaziente l'arrivo di Luisson. Sforò di un ben due minuti e non mancai di farglielo notare.
Incrociai le braccia assumendo un'espressione contrariata. «È in ritardo»
Lei si schiarì la voce, mascherando il suo apparente disagio. «Mi scusi Signore, ma i dipendenti al piano di sotto hanno bloccato l'ascensore. Ho sentito delle voci, e... Sembra che qualcuno abbia graffiato le pareti con le unghie»
«Con le unghie?»
«Si, era poco leggibile però il numero tre balzava decisamente agli occhi. Non so quale fanatico abbia pensato che fosse divertente uno scherzo simile. In ogni caso, col suo permesso Signore, chiamerò subito qualcuno per farlo sistemare»
«Va bene» presi le mie cose e salì in fretta nell'auto. Non salutai Luisson, né attesi che si fosse allontanata prima di partire. Sfrecciai in strada con un unico e incancellabile pensiero.
Ero stato io a scrivere quel numero e non ne avevo nemmeno memoria.
"Che cosa mi sta succedendo?"
   
 
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