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Autore: MaDeSt    12/09/2017    4 recensioni
Non è necessario leggere il prologo ma è caldamente consigliato.
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Sei ragazzini provenienti da un villaggio sperduto, cresciuti in un piccolo paradiso, ignoranti dell'orrore che li circonda, si ritrovano ad avere tra le mani sei uova di drago, di cui poi diventeranno amici... e la loro leggenda ha così inizio.
Dovranno salvare il mondo, ecco ciò che ci si aspetta da loro. Ma ne saranno all'altezza? Riusciranno a capire chi è il loro vero nemico prima che questo li distrugga?
Scopriamolo insieme, vi do il benvenuto nel nostro piccolo, grande, meraviglioso mondo!
Genere: Avventura, Drammatico, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Dargovas'
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Il colore del titolo del capitolo corrisponde al colore della regione in cui la storia al momento si svolge, tenete d'occhio la mappa per sapere dove ci troviamo!

MOTHER-IN-LAW'S MILK

Le lezioni nei panni di Apprendisti sarebbero cominciate il quarto giorno del mese di Vuulnas, in corrispondenza con l’inizio della prima settimana del mese. Dunque avevano ancora tre giorni liberi, perché loro al contrario di altri studenti non avrebbero dovuto ripetere esami falliti o tentare la fortuna con altre materie.
Mike insistette per non andare dai draghetti perché disse, a tutti meno che ad Andrew, di aver appunto intenzione di portarci il ragazzino per la sua festa della nascita che era il terzo giorno del mese.
Decisero perciò di andare da Iven il loro secondo giorno libero, giusto per condividere il loro successo con qualcuno e passare il tempo diversamente dal solito, e dopo pranzo lasciarono la scuola indossando comunque le loro vesti, su cui spiccavano i quattro simboli delle materie scelte da ognuno.
La notte prima aveva piovuto e la strada era ancora bagnata, così come l’aria era più fresca del solito, ma il cielo era limpido e il sole fece in tempo ad asciugare le ultime pozzanghere a terra prima che arrivassero alla casa della vecchia Iven nel distretto del Corvo, poco lontana dalla loro.
Fu naturalmente lei ad aprire loro la porta quando bussarono, essendo sola in casa, e sembrò sinceramente sorpresa di trovarseli sulla soglia ma li fece entrare con un largo sorriso. La trovarono bene come l’ultima volta, salutò con un abbraccio ognuno di loro prima che fosse entrato in casa, e Cedric come suo solito diede segni d’insofferenza.
Prendendosi ognuno un posto nel salotto iniziarono spiegando a Iven cosa ci facessero lì, dicendole che avevano passato i loro primi veri esami e potevano quindi proseguire con le loro lezioni; le mostrarono i simboli sulle casacche e le spiegarono cosa significasse ognuno di quelli, cercando anche di riassumerle ciò che si studiava in ciascuna materia. E naturalmente apprezzarono i numerosi complimenti che la vecchia fece loro, pur ammettendo che molte di quelle materie non riusciva a capire come funzionassero.
Passarono praticamente tutto il pomeriggio a discutere della scuola e delle materie cercando di spiegarle alla donna, tanto che finirono per bere un tè coi biscotti e Iven li invitò nuovamente per cena. Non ci furono litigi in cucina questa volta, anzi i ragazzini si ammassarono nella stanza con lei per cucinare tutti insieme e nel frattempo farle vedere come accendevano il fuoco, tagliavano i viveri o aggiungevano acqua nelle pentole con la magia, lasciandola ogni volta a bocca aperta; Iven spesso commentava quanto le piacessero i bagliori che coloravano sia gli elementi manipolati che i palmi delle loro mani.
Attesero che il figlio di Iven fosse tornato a casa prima di sedersi a cenare, e riconobbero che la loro presenza l’aveva molto sorpreso. Probabilmente era abituato a cenare da solo con sua madre, non a ben otto posti a tavola. Lui somigliava molto a Iven, tranne per il fatto che aveva i capelli ancora scuri e la pelle più chiara, e naturalmente aveva una corporatura meno fragile. Era un tipo molto simpatico e spigliato a cui raccontarono più velocemente tutto quello che avevano detto alla stessa Iven nel pomeriggio.
Mike si stancò presto di stare a sentire le stesse cose una seconda volta, perciò colse al volo l’occasione di alzarsi un attimo dal tavolo quando la caraffa dell’acqua si svuotò completamente, la prese dicendo che l’avrebbe riempita e chiese ad Andrew di accompagnarlo.
«Ma perché? Possiamo farlo con la magia!» protestò Susan sorpresa.
E lui fece una smorfia: «Tanto non mi costa nulla...»
Ma Iven lo interruppe dicendo: «Allora già che ci sei perché non ci prepari un tè al tarassaco per digerire? Si trova nella credenza a sinistra, c’è scritto sul barattolo.»
Il ragazzino annuì e posò la caraffa facendo cenno ad Andrew di seguirlo, e l’amico si alzò dal tavolo con uno sbuffo avviandosi insieme a lui in cucina.
Ci misero del tempo a trovare il barattolo indicato dalla vecchia aprendo diverse ante mentre l’acqua per il tè bolliva sul fuoco, e insieme al tarassaco essiccato trovarono svariate altre cose, tra cui liquori o boccette dai nomi ignoti che Mike provò a leggere.
«Questo non ha senso...» disse prendendo in mano una bottiglia con del liquido ambrato.
«Che c’è scritto?» domandò Andrew alle sue spalle.
«Latte di suocera. Deve essere qualcosa di strano...» rispose lui stappando la bottiglia, da cui uscì un odore stranamente caramellato «Ma perché si chiama così? Questo non è latte...»
«Forse hai sbagliato a leggere, sembra un liquore! Fammelo provare!» fece Andrew allungando le mani.
Ma Mike lo spostò abbastanza lontano perché non ci arrivasse: «Ce ne sono almeno altri tre, perché vuoi proprio questo? Questo lo provo io.»
«No! Aspetta!» lo fermò l’amico, prima che potesse nuovamente portarsi la bottiglia al naso, e Mike lo guardò incuriosito «Diamolo a Cedric!»
«E perché?» domandò l’altro, scettico.
«L’ultima volta che ha bevuto rideva e piangeva insieme, ricordi? Dev’essere divertente vedere come arriva a ridursi a quel modo!»
«E se si accorgesse di qualcosa…?»
«Andiamo, credi abbia mai bevuto il tè al... qualunque cosa abbia detto Iven? Potrà pensare che abbia un cattivo sapore!»
«Ma se lui ha già bevuto liquori se ne accorgerà sicuramente.» protestò Mike.
«Allora lo mischieremo al tè. Dai, facciamolo! Ci facciamo due risate, tanto più se poi passa la notte in bagno!» alla sua smorfia poco convinta Andrew provò con un patetico tentativo di fargli gli occhi dolci: «Domani è la mia festa, per favore! Fai finta sia già domani, facciamoci due risate...»
«E va bene! Guarda che l’acqua sta già bollendo.» esclamò infine Mike tenendo la voce forzatamente bassa, anche se di là ancora si sentiva ridere.
Si dedicarono poi alla preparazione effettiva della bevanda aggiungendo alcune parti essiccate dal barattolo di cristallo alla teiera colma d’acqua fumante, e mentre attesero che l’infuso fosse pronto per essere versato scelsero otto tazze delle dimensioni di piccoli boccali dalla credenza. Non riuscirono a capire di quale materiale fossero fatte, ma sembravano coperte da uno strato di smalto lucido e di colori diversi, dunque per Cedric ne scelsero una tendente al marrone in modo che non potesse distinguere propriamente il colore del liquido al suo interno.
Poi versarono l’infuso nelle tazze e quella del ragazzo la riempirono per metà, mentre il resto lo occuparono con quello strano liquore ambrato; l’odore del tè in qualche modo riusciva a coprire quello dell’altro, ma non a nasconderlo del tutto, e sperarono che Cedric non se ne sarebbe accorto... e soprattutto dovevano riuscire a non ridere davanti a tutta la tavolata prima che il più grande avesse cominciato per primo.
Rimisero a posto tutto quanto e cominciarono a portare al tavolo le tazze quattro alla volta, fino a portare le proprie per ultime. Si sedettero come se nulla fosse sorseggiando il loro infuso a cui dovettero aggiungere due cucchiai di zucchero ciascuno, e si sforzarono di concentrarsi sulla nuova conversazione piuttosto che guardare Cedric in continuazione.
Il ragazzo in effetti dopo aver dato il primo sorso rivolse alla sua tazza uno sguardo perplesso e una smorfia di vago disgusto sentendosi la gola bruciare, poi si guardò intorno per osservare le reazioni degli altri, che tuttavia continuarono a chiacchierare e a ridere come se nulla fosse. Perciò concluse che dovesse trattarsi dei suoi gusti e aggiunse un cucchiaio di zucchero sperando ne migliorasse il sapore, e lo bevve a piccoli sorsi, lentamente. Ma nonostante lo nauseasse non se la sentiva di lasciarlo, già che aveva mangiato poco non voleva apparire maleducato.
La situazione cominciò a degenerare lentamente, quando a una battuta del figlio di Iven Cedric fece un verso col naso, cercando di reprimere una risata coprendosi la bocca col pugno chiuso, e tuttavia faticando a chiedere scusa perché si sentiva sul punto di scoppiare a ridere senza un apparente motivo. Non gli venne neppure da chiedersi il perché e temette di trovarsi in preda a una crisi di ridarella, cosa che non era mai successa in più di nove anni.
Fino a lì nessuno al tavolo notò niente, perché stavano tutti ridendo, ma quando scese il silenzio uno alla volta lo guardarono con curiosità o perplessità, e Mike e Andrew a un certo punto si guardarono tra loro trattenendo a stento le risate.
Cedric mascherò l’imbarazzo bevendo un altro piccolo sorso per nascondersi dietro la tazza, e a quel punto non badò più allo strano sapore della sua bevanda: gli girava la testa e si sentiva un poco stordito, come se in realtà non capisse esattamente cosa stesse succedendo intorno a lui e doveva sforzarsi, e pure si sentiva caldo e temette di essere arrossito. Senza motivo, non gli veniva in mente nulla che potesse giustificarlo. O forse era l’imbarazzo che provava. Sì, pensava di essere in imbarazzo.
Quando cominciò a ridere apertamente e senza controllo fino a lacrimare, dell’imbarazzo non gl’importava più già da un pezzo. A quel punto Mike e Andrew poterono finalmente lasciarsi andare alle risate a loro volta, avevano una buona scusa vedendo Cedric insolitamente ridotto in quello stato, mentre le tre ragazze cominciarono loro malgrado a preoccuparsi, trovandolo strano. Iven e suo figlio non sembrarono particolarmente in pensiero e continuarono a ridere a loro volta, ma loro nemmeno conoscevano bene il ragazzo.
Fu quando Cedric cominciò a faticare nel dire una qualsiasi frase di senso compiuto che Iven si fece più attenta e lo studiò meglio, chiedendogli poi cosa ci fosse dentro la sua tazza. Ma non ottenne risposta dato che il ragazzo nemmeno l’aveva ascoltata, e chiedere agli altri due ragazzini fu altrettanto inutile.
«Forse il tarassaco non gli fa bene?» propose Susan confusa.
Ma l’anziana scosse la testa: «Il tuo amico è proprio ubriaco.»
«Che avete combinato voi due?» fece Layla con tono severo rivolta a Mike e Andrew.
«Perché dovremmo essere stati noi?» domandò Andrew faticando a smettere di ridere «Magari ha soltanto voglia di ridere!»
«Ma se non parla nemmeno!» esclamò Jennifer.
«Sì che parla, solo che non pensa a cosa dire prima di parlare!» rispose il più giovane.
Jennifer volse prima un’occhiata a Cedric che cercava invano di darsi un contegno coprendosi il viso con entrambe le mani, poi tornò a guardare in direzione dei due ragazzini con sguardo eloquente.
«Non abbiamo fatto niente!» continuò Andrew.
«Va bene, sarà meglio che togliamo il disturbo.» disse Layla alzandosi, rivolta a Iven «Mi dispiace che dobbiamo andarcene così di fretta...»
«Potete restare qui per la notte...» cominciò la padrona di casa.
Ma lei scosse subito la testa e la fermò: «No, soprattutto se davvero è ubriaco. Saremmo tornati a scuola comunque.»
«Ma è tardi, ragazzi abbiamo due stanze libere. Arrangeremo sei giacigli, non me la sento di lasciarvi andare a quest’ora da soli.» insistette Iven preoccupata, con il costante sottofondo di Cedric che faceva strani versi nel disperato tentativo di trattenere le risate; per cosa stesse ridendo poi, lo sapeva solo lui.
«Non preoccupatevi, non ci toccherà nessuno con queste vesti.» replicò Layla affiancandosi a Cedric per costringerlo ad alzarsi dalla sedia.
«Siete sicuri?» domandò l’uomo esitante, e anche Susan cominciò a preoccuparsi guardando Layla in attesa della sua risposta.
La ragazza sbirciò dentro la tazza marroncina trovandola vuota e fece una smorfia, poi tornò a rivolgersi ai due adulti: «Andrà tutto bene, grazie per l’ospitalità.»
«Sì, è stato divertente.» ghignò Mike alzandosi a sua volta «Grazie.»
La più grande gli rivolse un’occhiataccia mentre cercava di far rialzare il ragazzo, il quale però sembrava non riuscire a mantenersi dritto sulle proprie gambe e si appoggiò a lei facendola barcollare. Si vide costretta a doverlo tenere su ringhiandogli un rimprovero sussurrato che lui naturalmente ignorò, e anzi dopo un po’ le cinse le spalle in un debole abbraccio.
A quel punto Layla passò prima dall’essere pallida come un lenzuolo al diventare rossa come un lampone, gli occhi sgranati, e se lo scrollò di dosso con veemenza guardandolo scura in volto.
«Se lo farai di nuovo dovrai camminare per conto tuo. È chiaro?» esclamò a un palmo dal suo naso, puntandogli contro un indice.
E Cedric annuì appena dicendo: «Scusami.» poi scoppiò di nuovo a ridere e sembrò cambiare idea «Ma tanto cammino bene anche da solo, tranquilla.»
«Sì, proprio.» commentò la ragazza asciutta, rivolgendosi poi di nuovo a Iven per ringraziarla ancora.
Uscirono salutando all’unisono la padrona di casa, Mike e Andrew aprendo la fila e continuando a parlottare e ridere tra loro, Susan e Jennifer rimanendo in silenzio con sguardo torvo e Layla a chiudere la fila aiutando Cedric a stare in piedi. Non c’era molta gente per strada data l’ora tarda, perciò ad un certo punto Layla suggerì agli altri di andare avanti e raggiungere la scuola, che con Cedric se la sarebbe vista lei da sola.
«No!» protestò subito Susan con un grido acuto «Non ti lasceremo da sola con lui in queste condizioni! E di notte poi!»
«Stai tranquilla Susan, io e lui staremo benissimo.» le rispose ostentando tranquillità, mentre sostenere il ragazzo cominciava a pesarle. Le fece poi cenno di avvicinarsi e le sussurrò all’orecchio: «Vorrei che voi due riportaste indietro quei mascalzoni. Verrei con voi, se non fosse che qualcuno deve rimanere con lui... e non voglio che lo prendano in giro tutta la sera.» concluse indicando Cedric con un cenno del capo.
E proprio in quel momento Mike esclamò: «Oh no, Layla. Non ti lasceremo da sola con lui, figurati!»
«E invece sì.» disse Susan d’un tratto, facendo ridere Cedric «Se lui è ubriaco io non voglio vederlo vomitare per strada, se ci tiene se la vedrà lei.»
«Ha bisogno di noi.» disse il ragazzino, a fatica nascondendo un ghigno.
«Non ho bisogno proprio di nulla.» ribatté Layla «Voi piuttosto dovrete dormire. Non avete tempo di aspettare che gli passi, io sì.»
«Nessuno ha lezione domani.» obiettò Andrew «Possiamo dormire quanto ci pare.»
«E allora mettiamola così, voglio parlare da sola con lui per capire bene cos’è successo.» replicò lei cominciando a perdere la pazienza, e il suo fastidio dovette essere evidente perché Andrew perse il sorriso.
Ma Mike provò a insistere, nonostante faticasse a sostenere lo sguardo della più grande senza sentirsi accaldato: «Non c’è niente da sapere Layla, gli è preso un momento di ridarella.»
«Oh no, non è così semplice, ne sono sicura. E ora lasciateci in pace.»
«Layla, perché sei così cattiva con loro? Sono solo preoccupati per te.» disse Cedric, con una vena di divertimento nella voce.
E la ragazza guardò lui: «Non mettertici anche tu. Quelli vogliono solo vederti dare di matto, capito?»
«Sto... dando di matto? Non mi sembrava...» fece in un sussurro pensieroso.
«Ti hanno fatto uno scherzo! Ci arrivi almeno a questo, sì?» gli domandò irritata.
E Cedric non le rispose, evidentemente perso a pensare a chissà cosa, e non per forza a ciò che lei aveva appena detto. Finché scosse piano la testa e rispose qualcosa che suonò simile a ‘Non lo so’.
«Sei proprio sicura di voler rimanere da sola?» insistette Jennifer.
Layla sospirò: «No. Tantomeno a quest’ora. Ma alla fine dovremo solo trovare la via Maestra, camminare tutto dritto e poi girare a destra fino a trovare i cancelli della scuola. Ce la caveremo.»
«Oh, andiamo! Lasciaci restare con te!» si lamentò Mike.
E la ragazza ribatté freddamente: «Vi siete già divertiti abbastanza. E ora sparite.»
«Non è carino quello che avete fatto.» disse Susan in un sussurro mentre si allontanava con gli altri tre che finalmente sembravano aver smesso di voler insistere, forse avendo capito di averla fatta arrabbiare.
«Ma non abbiamo fatto niente!» si difese ancora Andrew.
«Bugiardi. È chiaro che avete combinato qualcosa. Ci siete stati voi in cucina un’infinità di tempo, nessun altro!» li rimproverò Jennifer, e dopodiché Layla non fu più in grado di distinguere le loro parole, perché erano già troppo distanti.
Rimase in silenzio a guardarli camminare verso il centro della città sperando davvero che le vesti avrebbero scoraggiato gli assalitori di notte come di giorno, non poco inviperita per ciò che era successo, per di più sotto al naso di tutti.
«Possibile che non ti sia accorto di nulla?» domandò poi a Cedric, ancora aggrappato a lei per stare dritto.
«No... cioè... pensi davvero sia ubriaco? L’ultima volta non è finita bene.» rispose lui, con un’aria vaga e lo sguardo perso al cielo.
«Lo sei, decisamente. Forse ora stai un po’ meglio, che hai respirato dell’aria fresca. Ma come hai fatto a non accorgertene?!»
L’altro scosse appena le spalle: «Non lo so. Credo mi sia sembrato strano, ma... non sono esattamente un esperto in questo campo.»
«Non te ne sei accorto e hai bevuto lo stesso.» completò lei con un sospiro esasperato «Maledette piccole pesti, guarda ora che mi tocca fare.»
«Sei sempre così insofferente con me.» sospirò lui a sua volta, e la ragazza si limitò a fissarlo a labbra strette, ma non fece in tempo a figurarsi una risposta prima che lui di nuovo parlasse: «Mi è sempre piaciuto guardare le stelle di notte.»
«Avrei detto le guardassi di giorno...» commentò appena più tranquilla, ma ancora scura in viso.
«Non credo di aver mai provato.»
«E vorrei ben vedere! No, forse non stai poi così bene.» esclamò avviandosi lentamente, e lui la seguì senza curarsene.
«Non trovi anche tu che siano belle? Mi sono sempre domandato cosa fossero, e perché si vedessero solo di notte e non di giorno.»
«E per questo stai studiando astronomia, ti piace proprio eh?»
«Sì. Prima di allora ho sempre pensato fossero le anime dei morti che ancora sentivano di avere un dovere nei confronti di chi invece viveva, e che quindi ci guidassero di notte quando la luce del sole non poteva farlo.»
Layla lo guardò di sbieco nascondendo la sorpresa che provò nel sentirgli dire quelle cose, scoprendo che ancora stava guardando in alto e smise di camminare per imitarlo; sì, le piaceva guardare le stelle, ma non aveva mai realmente pensato che fossero qualcosa al di fuori di puntini luminosi stagliati sul firmamento e messi lì dagli dei, forse da Maerah che era la padrona della notte.
«Le guardavo per cercare di consolarmi, e spesso sentivo la voce di mia madre. La gente diceva che ero pazzo, ma io la sentivo davvero.»
«Cedric... stai straparlando.» lo ammonì Layla preoccupata, con un tono di voce più cauto e gentile.
«Ah? Mi dispiace.»
Quando ricominciarono a camminare entrambi abbassarono lo sguardo sulla strada e rimasero in silenzio piuttosto a lungo, lei non sapendo come iniziare una nuova conversazione, e in fondo non volendolo realmente, e lui invece pensando ai fatti suoi. Talvolta la ragazza lo sentì mormorare qualcosa, e cercò tuttavia di non darvi peso dicendosi che stesse pensando ad alta voce.
Fin quando si mise a canticchiare una canzone che Layla non aveva mai sentito, attirando lo sguardo di un passante, e quando lei gli chiese dove l’avesse imparata il ragazzo si limitò a rispondere che gliel’aveva insegnata sua madre molto tempo prima. Poi sghignazzò e s’infilò in una via laterale ignorando i suoi rimproveri, e anzi spesso girandosi per controllare che lo stesse seguendo.
Lei non fece altro che richiamarlo, perché non se la sentiva di prendergli un braccio per trascinarlo verso la via della Magia anche se probabilmente avrebbe avuto la forza di farlo – o almeno aveva dalla sua il fatto che lui non fosse stabile sulle gambe. Ma sgridarlo a parole non servì a nulla, e fu costretta a camminargli a fianco.
Chiedendogli dove stesse andando ottenne come risposta un semplice: «Un posto dove sono stato una delle volte che siamo venuti a Eunev io e lei. È divertente, fidati.»
«Dobbiamo tornare a scuola!» gli sussurrò angosciata.
«Abbiamo tempo.» disse lui con noncuranza, e da lì proseguirono nuovamente in silenzio.
Non lasciarono il distretto del Corvo, anzi Cedric la portò più a nord fino a giungere davanti al cimitero minore; era uno spazio chiuso dietro un muro alto almeno due braccia, con un ingresso ad arco subito dopo il quale c’era una piazza con al centro una statua di Despada – le grandi ali nere spiegate dietro di sé, una lunga falce in una mano e una clessidra nell’altra. Da quella piazza poi partivano diversi sentieri che si snodavano attraverso il cimitero, dove anche nella notte si potevano intravedere le strutture dei sepolcri, dei piccoli altari, delle nicchie che ospitavano i vasi con le ceneri o le lapidi che segnavano la posizione di un corpo sottoterra.
«Cosa ci facciamo nel cimitero?» domandò la ragazza.
«Te l’ho detto, è divertente.» si limitò a ripetere il ragazzo, conducendola in un posto che evidentemente conosceva.
«Sei sicuro di stare andando dalla parte giusta? Quanti anni fa ci sei stato l’ultima volta?»
Lui fece un verso, pensieroso, e alla fine rispose: «Sì, è stato l’ultima volta che siamo venuti. Nove anni fa. O forse dieci.»
Layla si lasciò condurre senza più ribattere, fino a che lui cominciò a ridere indicando le lapidi, e lei non capì cosa ci fosse di tanto divertente finché Cedric stesso glielo spiegò: a quanto pareva ricordava che alcune di quelle lastre di pietra, o targhette sotto a statue, recassero delle frasi divertenti al posto dei classici epitaffi d’addio seri e strappalacrime.
«Leggi questa!» le disse il ragazzo fermandosi davanti a una di quelle, rimanendo abbastanza distante perché lei potesse inginocchiarsi e leggere da sé.
Sospirò: «Non so leggere Cedric, lo sai.»
«Ah già. E poi è troppo buio. Beh, qui c’è scritto ‘Ero qualcuno. Chi, non è affare tuo.’» e detto ciò di nuovo rise. La ragazza invece si lasciò andare a una smorfia perplessa, e appena lui la notò riprese: «Va bene, aspetta. Ce ne sono altre, vieni.»
«Ti ricordi a memoria cosa c’è scritto su quali lapidi?» gli chiese mentre lo seguiva, dando per scontato che anche per lui fosse troppo buio perché leggesse.
Il ragazzo annuì distrattamente e dopo alcuni minuti si fermò davanti a una tomba sovrastata da una statua di Despada in marmo nero, gliela indicò e disse: «Qui c’è scritto ‘Tranquilli, è solo sonno arretrato.’» e non ottenendo la reazione sperata, Cedric provò a insistere: «Sonno arretrato Layla, capisci? Dormirà per un bel po’...»
«L’ho capita.» lo interruppe premendosi una mano sugli occhi «Solo che non lo trovo divertente. I morti si devono rispettare, non prendere in giro.»
«Io non prendo in giro nessuno. Loro hanno deciso di incidere queste frasi nella pietra, non io. Evidentemente volevano che chi le leggesse si divertisse.»
«No, forse volevano soltanto morire come sono vissuti, ovvero da ottimisti o cinici visionari. Andiamo adesso, coraggio.» gli disse pazientemente, come se stesse cercando di convincere un bambino a lasciare a terra un giocattolo.
«Va bene, aspetta. Ti faccio vedere l’ultima.» ribatté il ragazzo cominciando ad allontanarsi con l’indice destro vagamente puntato contro di lei.
«Cedric...» sospirò Layla seguendolo svogliata «Dobbiamo andare, altrimenti i ragazzini restano da soli e si preoccupano.»
Ma lui la condusse davanti a un’altra tomba, che di nuovo indicò e recitò a memoria: «Se solo non avesse perso la testa...» attendendo poi la reazione di Layla.
Una volta che ebbe compreso il significato di quest’ultima la ragazza ridacchiò suo malgrado, dando a lui la scusa per ricominciare a ridere spezzando il breve silenzio.
«Questa era carina.» ammise quando finì di sogghignare «Ma adesso andiamo, dai.»
Cedric sbuffò, stranamente non compiaciuto dalla sua poca voglia di scherzare, ma alla fine con passo ancora incerto le fece cenno di seguirlo e la ragazza sperò vivamente che si sarebbe ricordato quali strade prendere per tornare sui loro passi. In effetti sembrò essere così perché se non altro lasciarono senza intoppi il cimitero, ora restava da vedere se sarebbero riusciti a tornare sulle strade principali.
Come prima rimasero avvolti in un silenzio rotto soltanto dai sussurri o dai canticchi del ragazzo, fino a quando tuttavia lei chiese: «L’ultima volta non è andata bene...?»
E Cedric si riscosse da qualsiasi cosa stesse pensando, rispondendo dopo qualche attimo: «No, in effetti no. Ma soprattutto per te, non è così?»
«Soprattutto per me cosa?» fece confusa.
«Beh, l’ultima volta che abbiamo girato la città da soli non hanno tentato di stuprare me.»
Layla non rimase sorpresa soltanto dal fatto che avesse tirato fuori quella cosa dal nulla, dato che lei si riferiva a ciò che aveva detto lui precedentemente, all’ultima volta che aveva bevuto, anche se non tanto quanto poco prima. Ma soprattutto da come gliel’aveva sbattuto in faccia, senza mezzi termini o senza provare a farla arrivare da sé coi suoi soliti giri di parole.
Si fermò in mezzo alla strada con gli occhi sbarrati a riflettere su ciò, e lui tranquillamente andò a sedersi sul muretto che circondava il piccolo cortile di una casa, come se non avesse detto nulla più di un banale commento sui suoi capelli.
«Cosa... non stavamo parlando di quello.» sussurrò la ragazza infine, quando ritrovò la voce.
«Ah no? Beh, adesso sì.» fece lui scrollando appena le spalle, poi fece una smorfia e si lamentò di qualcosa, forse relativo ai giramenti di testa.
«Non c’è niente da dire.» tagliò corto la ragazza.
«Oh, no, c’è molto da dire. Siediti qui.» le disse allungando una mano sul muretto, ma dal momento che Layla esitò a lungo aggiunse: «Non ti va di farmi sapere che cosa pensi di quei quattro trogloditi senza cervello?»
«Onestamente? No.» rispose lei «Non ce n’è bisogno, sto bene.»
«Come vuoi, a me non sembra.» disse lui tornando a guardare il cielo.
Layla strinse le labbra e non disse niente, pensando che in effetti lui aveva ragione, e si chiese da quanto tempo lo sapesse e non gliel’avesse mai detto, forse soltanto per non creare imbarazzo o per non farla soffrire, o ancora per evitare una brutta discussione. Ma al momento non gliene importava nulla a quanto pareva, decisamente non era in sé per arrivare a dirle certe cose così schiettamente. Eppure la ragazza non aveva intenzione di parlarne, tantomeno con lui considerando la sua buona memoria, e non era detto che aver bevuto fino a ubriacarsi l’avrebbe precluso dal ricordare l’intera conversazione.
«Comincia tu.» lo provocò infine, in modo che se lui si fosse rifiutato avrebbe avuto un’ulteriore scusa per non dire nulla.
«Io?» fece Cedric sorpreso, tornando a guardarla «Non ho nulla da dire a riguardo.»
«No, magari non su quello. Ma lo vedi? Ti sfido a dirmi cosa ti turba sempre. Tu non lo faresti, perché io dovrei?»
«Perché poi mi dici che straparlo. Io non te lo direi mai.»
Alla fine Layla scosse la testa e sospirò: «Siamo qui solo per tornare a scuola. Non ho voglia di farmi un’altra chiacchierata da sola con te, chissà cosa ne verrebbe fuori. Andiamo.»
Cedric sbuffò di nuovo e si alzò barcollando un poco, ma non cercò il suo sostegno e i due camminarono a un passo l’uno dall’altra per conto proprio. Alcune persone gli rivolsero delle occhiate torve e Layla seppe che avevano compreso la situazione, sebbene in effetti il ragazzo al suo fianco non si comportasse in modo troppo strano né camminasse troppo storto; ogni tanto rischiava di perdere l’equilibrio, ma camminando molto vicino alle case alla fine gli bastava fermarsi un attimo e appoggiarsi per riprendersi e continuare la marcia.
«L’altra volta è andata male, sì. Ma non vuoi sapere il perché.» disse lui dopo qualche minuto, rompendo il silenzio.
«E allora perché me l’hai detto?»
Il ragazzo scosse le spalle: «Rispondevo alla tua domanda.» lasciò passare altro tempo, poi di nuovo parlò: «Perché desideri che Despada mi prenda?»
«Cosa?» domandò colta alla sprovvista.
«Sì, insomma, l’hai detto l’altro giorno.»
Ci mise alcuni attimi a ricordare della loro breve chiacchierata dopo la fine dei loro esami e scosse velocemente la testa: «No, ma non intendevo sul serio! Era solo un modo per dirti di piantarla con le fesserie. Perché mai dovrei volerlo davvero?»
«Non lo so. Non saresti la prima.»
«Non ti ho mai davvero voluto morto Cedric, non ne avrei motivo. Non sono così meschina.»
«Oh. Va bene. Grazie.»
Gli rivolse un’occhiata stranita, non sapendo bene se le cose che stesse dicendo fossero dovute al fatto che non pensava bene come al solito a cosa dire prima di parlare.
«Nemmeno quando ho fatto male a Emily?» riprese lui dopo un po’.
«No... insomma ho avuto paura, e lei mi ha sempre parlato male di te... ma non fino a quel punto, no. Chi altro ti voleva morto?»
«Oltre all’intero villaggio? Gli orsi.»
La risposta così sciocca e inattesa la lasciò sorpresa: «Seriamente? Ma gli orsi sono animali...»
«Sì ma c’è stato un periodo in cui ho creduto volessero accanirsi tutti su di me. Credo di averne incontrati ventidue a cui poi sono sfuggito. Forse ero solo paranoico. Non che ora non lo sia...»
«Probabile, forse ti sei solo avvicinato troppo ai cuccioli...» non volle indagare su come si fosse salvato ogni volta, non volendo immedesimarsi in una situazione del genere. E dopo un altro silenzio si convinse a chiedergli con titubanza: «Allora cos’è successo esattamente con... con Emily? Io so solo una metà della storia...»
«Che sarebbe? Io che mi metto a urlare come un pazzo e la spingo giù cercando di ucciderla?» esclamò, meno arrabbiato di quanto Layla si sarebbe aspettata.
«Più o meno.» rispose cautamente, sperando che lui avrebbe comunque risposto alla sua domanda.
«Cosa cambierebbe se te lo dicessi?»
«Non lo so. Mi hanno sempre detto di starti alla larga e ti ho sempre creduto pericoloso, per questo non mi fidavo. Ma... alla fine non sei poi così male. Quindi forse vuol dire che loro sbagliavano…?»
«Beh, che fossi pazzo forse era vero. Parlavo da solo e solo a sentir nominare mia madre facevo delle scenate incredibili. Però in realtà non ho mai avuto intenzione di fare del male a Emily, volevo solo che smettesse di farmi quelle stesse domande che tutti ripetevano, e lei si sentiva in diritto d’insistere perché era la mia migliore amica... così l’ho spinta perché volevo si allontanasse.»
Il ragazzo fece una piccola pausa infilandosi in un vicolo per sedersi su un altro muretto e di nuovo guardò verso l’alto, mentre Layla incrociò le braccia al petto con una smorfia preoccupata, ricordando da sé che il tutto era successo nella stalla, più precisamente sul piano rialzato dove loro avevano nascosto le uova. E dove lui in effetti, per diverso tempo dopo che i draghetti erano nati, era andato a nascondersi smettendo di rispondere a loro o a qualsiasi stimolo esterno, rimanendo perso in chissà quali pensieri.
«Non mi sono nemmeno reso conto che fosse caduta giù. L’ho capito solo quando Jorel è venuto a riprendermi, e lì c’era Mos che gridava cercando di rianimare Emily. Pensavo fosse morta, ma alla fine è rimasta solamente immobile per... non lo so, forse un paio di mesi. Tutte le mie scuse non sono servite a nulla, naturalmente, e Mos non ha più voluto vedermi nemmeno quando avevo davvero bisogno di un medico. ‘Veditela per conto tuo’, capisci? Lo so che non è giustificabile, ma... è andata così.» concluse scrollando piano le spalle e tornando a guardarla.
«Non... non te ne sei reso conto...» ripeté lei, non sapendo se considerarla propriamente una domanda.
E lui scosse piano la testa: «No Layla, non capivo niente. Ero sconvolto.»
«Sconvolto da cosa? Insomma non puoi essere impazzito all’improvviso, giusto?»
Questa volta Cedric non rispose, distolse lo sguardo e scosse impercettibilmente la testa ma non sembrava voler approfondire la questione.
«Non volevo dirlo in questo modo, mi dispiace.» si affrettò a dire lei, pensandolo sinceramente «Solo che... pensavo ti sarebbe stato più facile capire dove volessi arrivare. Era per tua madre? Se non sbaglio il periodo...»
«Sì, lo era.» la interruppe «Nel caso specifico di Emily, era per quello. Il resto è dovuto all’inutile vita di merda che ho vissuto di lì in poi.»
Di nuovo la sua schiettezza la sorprese, al contrario di ciò che aveva detto; non ne sapeva molto perché nessuno al villaggio ne parlava apertamente, nonostante tutti sapessero cosa succedeva tra lui e Jorel pur senza alzare un dito per aiutarlo, e non se la sentì di indagare più a fondo. Non sarebbe stato utile alla loro conversazione né alla loro amicizia, piuttosto Cedric avrebbe dovuto sentirsi libero di potersi fidare di lei al punto da dirglielo spontaneamente.
Tuttavia lui continuò da sé: «Penso che Jorel fosse quello che mi voleva morto più di tutti. Non mancava mai di incolparmi di aver ucciso mia madre e di farmela pagare per qualsiasi cosa. E col fatto di Emily c’è andato davvero vicino, mi ha picchiato così forte che non sono riuscito a muovermi per giorni. Ancora adesso mi fa male, a volte.»
A quelle parole Layla fece nuovamente una smorfia sentendo un brivido lungo la schiena e si trattenne dal dirgli che aveva ricominciato a straparlare, lasciandolo sfogare invece. Verosimilmente non ne aveva mai parlato con nessuno prima d’ora e nemmeno se ne stupì considerando la brutta nomea che s’era attirato negli anni.
«Oh, non guardarmi così.» sbottò poi il ragazzo, evidentemente avendo capito di averla turbata «Non me ne faccio niente della tua compassione.»
«Beh, diciamo che da oggi andrà meglio allora. No?» disse infine cercando di risollevargli l’umore.
E Cedric di nuovo scosse le spalle: «Sì, forse. Non so che farmene della mia vita, a Darvil non ho alcuna intenzione di tornare... ma vivere da solo qui sarà difficile.»
«Non è detto che tu debba essere da solo per sempre. Pensaci.» gli sorrise, facendogli cenno di riprendere a camminare, e infatti lui si alzò e la seguì, così la ragazza poté notare che camminava meglio di prima.
«E saresti tu la fortunata pretendente?» le chiese a bruciapelo.
«Cosa? No!» esclamò subito lei.
«Lo so, stavo scherzando. Ma non potrei mai essere un buon padre comunque.» sospirò poi.
«E questo chi te lo dice? Certo sei particolare, ma in fondo sei premuroso e responsabile. E sei disposto a rischiare sempre tutto per noi. Sono anche sicura che non commetteresti gli stessi errori di tuo...» s’interruppe appena in tempo evitando di definire padre un uomo che non lo era realmente e comunque non lo era mai stato per lui. Si sentì strana dopo aver detto quelle cose, che in fondo pensava davvero, ma che non avrebbe mai voluto ammettere. Tantomeno davanti a lui. Forse l’aveva detto inconsciamente per farlo sentire meglio.
«Oh, questo è un giorno da ricordare! La sputasentenze che fa i complimenti al disturbato.»
Layla aprì la bocca scandalizzata: «La... come mi hai chiamata?» quando lui scoppiò a ridere nonostante si sentisse un poco offesa non poté fare a meno di sorridere a sua volta «Beh, tu ti sei dato del disturbato... posso passarci sopra.»
Come completamente dimenticandosi della discussione di poco prima, Cedric ricominciò a canticchiare e poi a saltellare con lei che era costretta a stargli accanto in quella danza senza senso per non perderlo di vista. Gli sbalzi d’umore a quanto pareva erano rimasti.
«Cedric! Ti prego smettila, sei imbarazzante!» sussurrò guardandosi intorno.
«Oh andiamo, lasciami divertire! Stai certa che non berrò mai più, non ricapiterà di nuovo. Goditi questo momento e smettila di fare la ragazza seria e composta!»
«Ma... è più forte di me! Ah! No! Lasciami giù!» gridò; il ragazzo l’aveva presa in braccio e riprese a saltellare con lei in spalla «Cedric! Dico davvero, guarda che ti picchio!»
«Fallo! Vediamo se riesci! Come se tu potessi farmi qualcosa.»
Layla strinse il pugno e fece per darglielo dritto in testa, ma vederlo ridere in quel modo la fece sentire una stupida egoista nel desiderare che smettesse. In fondo non le stava mancando di rispetto per farla sentire impotente, stava solo cercando di far divertire anche lei. Così sbuffò sorridendo, piantò i gomiti sulla sua spalla e rimase lì con la testa tra le mani guardando in alto, aspettando che si stufasse di tenerla sollevata. Finché finalmente lui fece un giro su se stesso e poi la lasciò con cautela a terra, gli girò la testa e si sdraiò sulla schiena.
«Ti senti bene?» gli chiese subito Layla preoccupata.
«Mai stato meglio credo. Davvero. O non negli ultimi anni.» le rispose sorridendo.
«Non ti credevo capace di ridere tanto.» ammise sedendosi accanto a lui.
«Io sì. Dipende da molte cose. Di solito non riesco perché... diciamo che ora non penso davvero a nulla.» allungò la parola davvero pronunciandola anche con un tono più acuto «O meglio sì che penso, ma non mi soffermo. Voglio dire, laggiù c’è un uomo che mi guarda. Ma non me ne frega niente. Io faccio lo stesso lo stupido anche se so che penserà che sono un idiota. E di solito credimi, non lo farei.»
«Lo so, sei come me. Per ragioni diverse, ma entrambi vogliamo fare una bella impressione alle persone… Cos’hai?» gli chiese poi, vedendo che si era messo a sedere con una smorfia.
«Mi sento sul punto di dover vomitare. Dopo tutti quei saltelli...» Layla scoppiò a ridere a quelle parole, e dopo alcuni attimi il ragazzo riprese: «Allora, mi trovi così davvero odioso?»
Si volse di scatto smettendo di ridere e lo fissò dritto negli occhi, come stava facendo anche lui: «Sei ubriaco, non sei davvero in te.»
«Questo sono io. O forse dovrei dire che sarei io, se non avessi sempre tutti quei brutti pensieri per la testa… O meglio, no, va bene forse non sarei così. Sarei così ma... meno stupido?»
Lei inevitabilmente riprese a ridere: «Sarebbe difficile essere più stupido di così... guardare le stelle di giorno!»
«Tecnicamente si potrebbe, se non ci fosse il sole. Ma che dico, il sole è una stella! Una stella che si vede solo di giorno.»
«Ehi hai proprio ragione! Non ci avevo pensato! Sei un genio!»
«Genio? Ma quale genio, si chiama Astronomia. Sono solo sveglio e ho letto molto, tutto qui. Potresti essere al mio livello se avessi letto quanto me.»
«Oh certo!» esclamò ironica, ma non poté fare a meno di prendere realmente in considerazione ciò che aveva detto «Lo pensi davvero?»
«E perché no? Chi può dire il contrario? Sei sveglia anche tu mi pare.»
Layla distolse un attimo lo sguardo per non fargli vedere che era arrossita: «No, mi mancherebbe comunque la tua bella memoria.»
«Bella è relativo, io l’ho sempre odiata.» ammise lui.
«Comunque ti prendevo in giro. Lo so che il sole è una stella, mi hai riassunto le tue lezioni di Astronomia, genio.»
«Ah, è vero. Dov’è finita la mia bella memoria?» fece Cedric facendola ridere ancora una volta, poi cambiò argomento: «Sei sicura di non volerti sfogare?»
Layla annuì piano tornando seria: «Sì. E tu? Vuoi dire altro?»
«Meglio di no. Ho già detto troppo, solo che non ci penso. Ti prego non farmi altre domande.»
«Come vuoi. Allora andiamo per davvero questa volta, si sta facendo troppo tardi.»
«Hai paura?» le chiese rialzandosi.
«Un po’. Credo ci salvino solo le nostre vesti da quelle bestie...»
«Ah! L’hai detto.» Cedric si lasciò andare a un sorriso beffardo.
E Layla dovette ammettere che in parte aveva ragione, ma non aveva alcuna intenzione di sfogarsi. Riprese a camminare sperando di non sbagliare strada, ma appena le capitò di prendere la svolta errata il ragazzo dietro di lei la richiamò per correggerla. E così raggiunsero la via Maestra, che non ebbero problemi a percorrere tutta dritta.
Prima di raggiungere la seconda cerchia di mura la ragazza dovette rimproverare l’amico più di una volta, perché lo beccò giusto in tempo prima che bussasse alle porte delle case che si affacciavano sulla strada principale.
Questo non può essere Cedric si disse sospirando spazientita Sono solo gli effetti collaterali di una bevuta devastante. Ma se invece avesse ragione? Se lui in realtà sarebbe così? Mi domando cosa ti abbia realmente fatto perdere la testa... E tutto sommato alla fine è meglio così concluse, dicendosi che non avrebbe sopportato di dover tenere a bada pure lui insieme a tutti gli altri. Almeno adesso un poco la aiutava a tenere l’entusiasmo dei più giovani a freno.
Come al solito grazie alle vesti non ebbero problemi né con la gente che alla peggio li guardava insistentemente né con le guardie al cancello che non fecero domande, e raggiunsero la scuola relativamente in fretta.
«Trogloditi senza cervello mi è piaciuta, comunque.» disse Layla all’improvviso, una volta attraversato il doppio cancello che conduceva al distretto grigio della seconda cerchia di mura.
«Anche a me.» ridacchiò il ragazzo.
Lei si morse l’interno delle guance, combattuta se sfogarsi o meno in sua presenza; non se la sentiva di farlo perché in un certo senso se ne vergognava, e perché lui avrebbe ricordato ogni parola, ma in fondo sapeva anche che non l’avrebbe giudicata, e dirlo a Iven le aveva fatto bene... con Cedric avrebbe potuto anche essere più specifica, perché lui aveva assistito dall’inizio alla fine. Era la sua ultima occasione, mancava poco perché entrassero effettivamente nella struttura. Doveva decidersi in fretta.
«Io... per quanto mi sforzi non riesco a trovare degli insulti adatti.» sussurrò infine.
«Sono sicuro che in realtà tu ne abbia pensati un’infinità, ma rifiuti di ammetterlo a te stessa. Sei troppo gentile, quelli non lo meritano.» rispose lui con tono neutro senza guardarla.
«Tu quanti ne hai pensati?» gli domandò guardandolo con la coda dell’occhio.
E Cedric scosse le spalle: «Vuoi tutta la lista?»
«Sì, grazie.»
Il ragazzo smise di camminare improvvisamente per guardarla stralunato, evidentemente aveva buttato giù la domanda aspettandosi una risposta negativa. Ma alla fine riprese a camminare scuotendo le spalle e cominciò a elencare tutta una serie d’insulti, dal più classico ‘Bastardi senza spina dorsale’ a un più colorito ‘Inutili ammassi di letame buoni nemmeno a concimare’.
Il che fece ridere Layla molto più degli strani epitaffi sulle lapidi, tanto che a un certo punto cominciò a interromperlo ogni tanto per esclamare tra le risa gli insulti che le venivano in mente a sua volta, eppure neanche lontanamente creativi quanto i suoi.
Si costrinsero a smettere quando ebbero raggiunto l’ala delle stanzette comuni per evitare che qualcuno li sentisse ridere, e la ragazza sospirando felice disse: «È stato divertente. Grazie.»
«Figurati. Era ora che lo facessi.» ribatté Cedric «Visto? Ne hai detti parecchi alla fine.»
«Mai quanto te! Ma sono riuscita a lasciarmi andare.»
Appena prima che si avvicinassero alle loro stanze Cedric le afferrò il braccio e la fermò. Non le diede il tempo di dire nulla che subito parlò: «Devo chiedertelo, non dire niente a nessuno di quello che è successo stasera. Io... non ero del tutto in me, potrei aver straparlato un po’.»
Annuì: «Non c’è problema, non preoccuparti. Anch’io ho qualcosa da nascondere ai ragazzini, alla fine, potresti minacciarmi se dovesse per sbaglio scapparmi qualcosa.»
Cedric le sorrise grato: «Non succederà, ma comunque già lo sapevo.»
Layla stava per augurargli la buonanotte e dargli le spalle quando lui senza preavviso l’abbracciò. Lei ricambiò imbarazzata pensando che ancora non fosse propriamente in sé per fare una cosa del genere, ma poi le diede anche un fugace bacio sulla guancia.
La ragazza si staccò immediatamente e lo guardò dritto negli occhi a bocca aperta, non in grado di commentare. Allora lui le posò un dito sulle labbra e le fece l’occhiolino, poi riprese a camminare e lei lo seguì, incapace di pensare che stava per sdraiarsi sul suo comodissimo letto dopo quello che era appena successo e dopo gli scambi di parole che avevano avuto; mai avrebbe immaginato di potersi divertire, sfogare tanto, con sincerità e disinvoltura. Con lui. Il ragazzo dal quale i suoi genitori ed Emily avevano insistito tanto nel tenerla lontana. Di sicuro non gli sarebbe piaciuto sentire di quell’episodio, per quanto ne sapeva avrebbe persino potuto perdere per sempre la stima di Emily.
Layla fece infatti molta fatica a prendere sonno, non riuscendo a non pensare a ciò che si erano detti quella sera. Ma soprattutto a quel bacio che seppur fosse stato appena accennato l’aveva mandata completamente in confusione. Avendone già parlato con lui immaginava si trattasse solamente di una sorta di strano modo di ringraziarla, o salutarla, o più semplicemente un banale gesto d’affetto. Eppure per un solo attimo le tornò alla mente la possibilità che lui le avesse mentito, e che pur di nascondere i suoi sentimenti preferiva ripetere a se stesso di non essere in grado di amare.
Scosse la testa cercando di non darvi peso, rigirandosi nel letto; qualunque cosa quel gesto volesse dire era sicura che il giorno successivo non avrebbe più avuto alcuna importanza, che tutto sarebbe tornato esattamente come prima. E se anche lui fosse stato abbastanza disinibito da fare una cosa del genere, l’indomani sarebbe tornato a essere il solito ombroso pessimista che non dimostrava mai affetto a nessuno; in fondo Cedric sapeva che lei non era interessata a una relazione, e l’aveva sempre rispettata, non vedeva perché soltanto per una notte senza freni sarebbe dovuto cambiare tutto improvvisamente.

  
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