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Autore: Marty_199    13/09/2017    1 recensioni
Cosa faresti se la tua vita venisse stravolta? Se a soli quattordici anni tutta la tua vita ti venisse strappata dalle mani, sostituita con quella che consideri pura follia. Eppure è ciò che è successo a Elena, poche parole pronunciate con agonia dal padre morente, le hanno rivelato chi gli ha strappato tutto.
“I demoni...”
Con tra le mani una lancia demoniaca più potente dell’immaginabile e uno zio mai visto prima, si ritroverà immersa in un destino più grande di lei.
Arages è un demone, uno dei quattro originali, nato dal caos e dal fuoco. Non c’è niente che non farebbe per riavere la lancia, non c’è nessuno che non ucciderebbe per vendicarsi di un passato pieno di rancori verso i sacerdoti, verso una famiglia precisa discendente dai sacerdoti.
***
Dio come sarebbe stato facile ucciderla, bastava allungare la mano, nutrirmi della sua energia, per poi distruggerla. Per un demone come me, la sua vita valeva meno di zero! Solo un legame di sangue ci univa.
Ne avrei potuto fare tutto di lei, ma non ancora. I sacerdoti e la sua famiglia mi avevano distrutto, avevano osato commettere questo errore. Ora io avrei distrutto loro, e questa ragazzina... era la prima sulla lista.
Genere: Mistero, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
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Tutto era riuscito ad accadere in un solo unico angosciante giorno, e mi era quasi impossibile ormai credere che una giornata potesse durare solo ventiquattro ore. Così poche.

La mattina ero stata aggredita nella mia nuova scuola, Arages mi aveva salvata aumentando in me quella sensazione di connessione e possibilità che tanto agognavo, mi aveva portata all’ospedale restandomi accanto, dopodiché ero andata a casa, Alain era comparso in un momento di solito astio tra me ed Arages, aveva dato la conferma ai miei dubbi sulla possibilità di creare sigilli, e infine mentre passavo la sera quasi inoltrata con Jonas... Arages lo aveva attaccato senza un motivo scatenante, dandomi solo la dimostrazione di ciò che poteva fare, di ciò che poteva essere.

In quel momento avevo il braccio di Jonas intorno alle spalle e lo sostenevo per fare in modo di rientrare subito in casa, Arages e il suo incantesimo dell’invisibilità sulla mente altrui erano scomparsi e l’ultima cosa che volevo in quel momento era ricevere domande da degli sconosciuti preoccupati. Avevo già sulla coscienza un innocente ucciso per colpa mia. E la sua figura mai mi abbandonava, tormentandomi la notte col suo sguardo pronto a darmi la colpa della sua prematura morte.

Tentai di scacciarne via il pensiero per concentrarmi nella salita di quelle poche ma alquanto scale, soprattutto con gambe molli e fianchi pieni di lividi violacei, non potevo lasciarmi andare al tremolio, od anche Jonas ne avrebbe risentito e dato che era ferito molto più di me, cadere sarebbe stato rovinoso. Le ferite sulla spalla mi bruciavano talmente tanto da essere infiammate come fuoco vivo, mi lasciava supporre che Arages avesse trasmesso parte della sua lava in me, ma ciò era impossibile, dato che per quanta energia e potenza le sue vene potessero contenere, nelle mie sarebbe esploso immediatamente, sarei dovuta ardere viva.

Era esclusa tale possibilità, ma ciò non impediva che qualche goccia di sangue continuasse ad uscire colandomi lungo il braccio, strinandolo di rosso, ma me ne preoccupavo poco, Jonas era messo decisamente peggio di me e ciò era l'unica cosa che mi importasse davvero. Perché era colpa mia, non mi ero allontanata da lui come mi ero ripromessa più volte nella mente.

Con uno sforzo mi allungai ed aprii la porta trattenendo un gemito di sfinimento, portai Jonas nel mio salone, ma lui improvvisamente si liberò dalla mia presa, modificando le nostre posizioni e facendo in modo di aiutare me, nonostante mi ribellassi un poco nessuno dei due stava davvero aiutando l’altro come allo stesso tempo ci eravamo indispensabili per rimanere in piedi senza crollare sul duro pavimento. Ci sedemmo entrambi sulle sedie del tavolino.

Il suo viso era sporco di sangue che andava a mascherare fin troppo le sue poche lentiggini, esattamente come la maglietta, impregnata dal sangue fuoriuscito dalle sue ferite, l'occhio destro si stava gonfiando in modo innaturale, l'occhiaia era già di un leggero e preoccupante colorito violaceo. Non potevo ancora credere a ciò che Arages aveva fatto. Lo zigomo destro di Jonas era attraversato da un taglio verticale dai bordi rossi che  si stavano lentamente gonfiando col passare dei secondi, il labbro spaccato circondato da sangue appena seccato. Da sotto la stoffa intravedevo sul suo petto la forma allungata di una ferita forse non abbastanza profonda da essere grave, ma era pur sempre malmesso, inferta da artigli che sarebbero potuti appartenere ad una delle tigri più feroci mai viste, ed invece no, erano di Arages, lui aveva compiuto ciò, e non sapevo darmi un motivo scatenante, era la parte di tutta quella situazione che mi mandava fuori di testa.

<< Era uno dei quattro>> sentenziò improvvisamente Jonas, la voce grave e lo occhi fissi davanti a sé, persi nel vuoto ma contenenti tempeste e battaglie.

Ma certo, per lui una scoperta del genere doveva essere sconcertante, i quattro demoni superiori erano per i sacerdoti l’incarnazione di ciò che loro dovevano combattere, ciò che avevamo giurato di cacciare per la salvaguardia di tutti, per un fine ed un bene superiori anche a noi stessi. Il male supremo da distruggere, che per fortuna era stato seppellito al di sotto della protezione di un sigillo creato da una delle più grandi sacerdote mai esistite. Ora tutta la sicurezza di quel pensiero era svanito davanti i suoi occhi con un crudo risveglio... Arages si era fatto scoprire, tale consapevolezza mi gelò il sangue nelle vene.

Voltai lo sguardo verso Jonas, fingendo che il terrore dipinto nei miei occhi fosse per le sue parole, e dovetti essere convincente. In realtà mi sentivo solo sporca, mi riflettevo nei suoi limpidi occhi verdi come un mostro ricolmo di fango all’interno dell'anima, io sapevo chi era per tutti noi, e se gli avessi rivelato tutto mi avrebbe odiata. Tutti mi avrebbero odiata, e ne avrebbero avuto del tutto ragione. Ora il mio segreto non era più allo oscuro, tutte le protezioni intorno erano crepate se non addirittura crollate, e mi stavano precipitando direttamente addosso senza alcuna pietà.

Rifiutai immediatamente l’idea di essere preoccupata per lui. Non dopo quello che aveva fatto.

<< Devo avvertire gli altri, tutti devono sapere ad Horatium che loro stanno tornando o sarà...>> la sua frase rimase in sospeso nell'aria carica delle sue preoccupazioni, bloccata da un gemito di dolore mentre si alzava in piedi con sforzo. Ma potevo intuire il continuo direttamente dalla sua espressione.

Alla mia mente si riaffacciò un ricordo di un sogno ormai lontano, mentre ero nella casa fuori di mio zio. Una città in fiamme, uno scenario di morte e battaglia, quattro figure che si stagliavano su di essa.

Forse doveva essere lo stesso timore che provava Jonas in quel preciso istante, eppure io non riuscivo del tutto ad ammettere dentro me stessa che Arages sarebbe stato in grado di compiere un'azione del genere. E mi detestavo profondamente per ciò.

Ma perché non ci riesco?

Volevo urlare al cielo di farmi smettere di essere così sbagliata. Non volevo più sentirmi fuori posto con coloro che avrebbero dovuto condividere tutto con me.

<< Elena il tuo braccio... >>

Abbassai lo sguardo sulla mia spalla, spostando la stoffa rotta della maglietta per osservare meglio il danno, i tre tagli che si stagliavano sulla mia pelle non erano lunghi, assomigliavano più a tre fori, ma erano profondi quanto bastava e mi dolevano, sentivo le pulsazioni venire da quella zona come se vi si fosse stabilizzato un nuovo cuore, ed esse si riversarono ovunque, potevano della pulsazioni scagliare così tante stilettate di sofferenza su di un corpo palesemente martoriato dalla vita stessa?

Provai un minimo a sollevarlo, ma ciò mi risultò impossibile come se mi fosse letteralmente impedito smuovere l’intero braccio, provai a piegare le dita ed una fitta mi risalì fin alla spalla, riempiendomi di aghi fantasma la carne. Ma non erano reali, e non potevo sfilarli via dalla mia pelle affinché smettessero di pungere, il fuoco attraversato in me prendeva lentamente il comando.

I bordi erano rossi e gonfi, delle piccole venature del medesimo colore iniziavano la loro corsa dalla ferita e si allungavano al di sotto della mia pelle come edera velenosa.

<< Sto bene... lo... lo posso guarire io, tu va ad avvertire chi devi>>  ricoprii la ferita con la maglietta, impedendogli di scorgere altro, io cominciavo ad osservare velocemente ciò che mi circondava, mentre lui perso nelle sue ovvie preoccupazioni ed angosce non aveva potuto davvero scrutare la pericolosità di quella ferita, aveva un altro intero popola da porsi sulle spalle, io avrei atteso, potevo farlo, dovevo... e lo volevo.

Lo avevo messo in pericolo, avevo mantenuto il mio oscuro e sporco segreto, non potevo rivelargli la verità ma non lo avrei trattenuto un secondo di più lì con me. Doveva avvertire gli altri, era il suo compito, e per quanto una parte di me mi urlasse nella testa non lo avrei mai fermato farlo rimanere.  

Lui scosse la testa in segno negativo.

<< Non se ne parla, potrebbe infettarsi.>>

Si mise al mio fianco per osservarla, ma i suoi occhi fremevano per l’inquietudine e la preoccupazione mentre spostava la manica, lo bloccai poggiando la mia mano sulla sua e facendo in modo che non potesse vedere niente che l'avrebbe costretto a restare.

Il peso di un popolo sulle sue spalle. Va via.

<< Jonas vai.>>

No, rimani solo un altro po'... ti prego.

<< Puoi venire con me, in modo che ti guariscano nel metodo adeguato.>>

Sarebbe stata una buona idea, la più logica, la più serena ed invitante, anche per me, ma non me lo potevo permettere. Così pensai alla migliore delle scuse, qualcosa con la quale avrei potuto terminare lì il discorso una volta per tutte.

<< Non posso lasciare William, se mi sentirò male ti chiamerò, ma potrai comunque tornare a controllare come sto, io non mi muoverò da qui>> tentai di essere più convincente possibile, volevo che andasse perché desideravo ardentemente rimanere sola con i soli pensieri a distruggermi, ad annientarmi sempre di più. Ma in un impeto di egoismo volevo disperatamente che si fermasse con me.

<< Se ti dico che sto bene è la verità, non sono stata io ad affrontarlo ma tu, mi sono ferita quando mi ha colpito, niente che non si possa guarire da soli>> spostai la mia mano sul suo petto, indicando le sue ferite, ben più importanti, perché Jonas non poteva morire, ed anche lui lo sapeva.

<< pensa alle tue, anzi corri a fartele vedere.>>

Il suo sospiro espresse la frustrazione profonda del non avere idea di cosa fare, come la conoscevo bene, vi convivevo ogni ora della mia vita da quando tutto era sprofondato.

<< Sarò di ritorno entro un paio di ore>> vedevo che non era assolutamente convinto, il verde dei suoi occhi esprimeva confusione pura che affievoliva la loro luce, non sarebbe andato via se io non lo avessi spinto, e così per provare a fargli capire una volta per tutte che quella era la decisione più giusta, annuii vigorosamente schiudendo le labbra in un sorriso dolce e rassicurante, le guance mi dolerono per lo sforzo ma niente di ciò si intravide.

Avrei voluto poterlo almeno accompagnare, ma in tale modo la mia farsa non avrebbe retto molto, ed in più non avevo davvero le energie per farlo, il fuoco alla spalla aumentava la sua intensità spandendosi lungo tutto il mio corpo. L'edera velenosa cresceva avida allungandosi lungo tutto il braccio. Sudavo sin troppo.

Mi starà arrivando la febbre.

Quando poco dopo percepii il botto della porta che si chiudeva alle sue spalle, mi sentii libera ed addolorata al contempo stesso. La ragione di un bene superiore aveva vinto sul volere profondo dell'animo, ed era un qualcosa di difficile da compiere, più di quanto qualcuno potesse credere, più di quanto io avessi mai creduto.

Libera di provare tutto ciò che volevo, di sfogarmi in qualsiasi modo e di rimanere sola, completamente sola.

“ Ma tu sei sola.”

L’unico pensiero che la mia ingrata mente sapeva riversare da una parte all’altra, come se non mi fosse già una consapevolezza assoluta integra nella mia esistenza. Ero sola, e non era più tanto quello a spaventarmi, ma il periodo di tempo che vi sarei rimasta, nei momenti con Arages, qualcosa, non sapevo dire di preciso per poterlo esprimere a parole, ma qualcosa mi aveva fatto credere che non sarebbe durato per sempre. Ora quella certezza rischiava di scivolarmi via dalle dita come granelli di sabbia, inarrestabile nella sua corsa ed io troppo lenta per chiudere le dita ed afferrarla.

Singhiozzai senza lacrime, in quel terribile nuovo modo che avevo di piangere, mi aveva sempre spaventato vedere che alcune persone riuscivano a disperarsi senza più lacrime da poter utilizzare, ed ero appena divenuta una di loro. Riuscivo a scorgermi da fuori come fossi circondata di specchi, sporca e disperata, il mio semplice riflesso mi spaventava più di qualsiasi altra visione.

Chiusi gli occhi e respirai affondo, tentando di sciogliere il nodo che avevo in petto, mi faceva male, stringeva sempre più e non allentava, dovevo riprendere il controllo, ma se allentavo il nodo allora erano le lacrime ad uscire, non ero in grado di gestire tutte e due. Ed il silenzio intorno a me mi stava facendo impazzire. Schiacciandomi.

Il respiro era il mio solo ed unico compagno nel nulla.

Improvvisamente le mani cominciarono a prudermi, con le unghie spezzate presi a grattarmi i palmi. Ma ciò non bastò a farlo smettere, qualcosa simile ad un liquido caldo mi scorreva lentamente sotto la pelle, procurandomi non dolore... ma quel fastidio che sembrava aumentare col passare dei secondi. Qualcosa nel mio intuito mi faceva intendere che non era una reazione provocata dal mio corpo, o almeno che non potesse essere eliminata in un modo tanto semplice.

Con fatica mi sollevai dalla sedia rizzandomi in piedi, il braccio fermo lungo il fianco, paralizzato, le ginocchia in un primo momento si piegarono sotto il peso dello sfinimento. Mi allungai verso il divano, lasciandomi ricadere sulla sua morbida stoffa, emanando un sospiro di sollievo. Il prurito aumentata tanto da non permettermi di ragionare lucidamente, le mani tremolarono appena, e con l’aumentare di tali sintomi… nella mia mente esplose un intreccio di linee confuse e senza un filo logico... chiudevo le palpebre e potevo scorgerle disegnate dietro di esse. Linee spesse che andavano intrecciandosi creando degli spigoli singolari, mi accigliai, spalancando gli occhi. Era il fuoco nelle mie vene a darmi alla testa?

Sapevo che non avevano senso, eppure avevo la ferma certezza che quelle linee fossero lì per un senso, uno scopo ben preciso, sembravano essere loro stesse a suggerirmelo mostrandosi. E con esse lievi mormorii riecheggiarono intorno a me. Poteva una visione di delirio essere tanto precisa?

Mi voltai di scattò, sia a destra che a sinistra, improvvisamente gelata all’idea che Arages fosse ricomparso. Ma non c’era nessuno, e quei sussurri non appartenevano alla mente di Arages, la cadenza del suo tono era differente. Eppure li udivo, non erano parte della mia immaginazione. Bisbigli nell'aria intorno a me.

Non era la prima volta che mi capitava, in un altro momento un qualcosa del genere era già successo, mentre ero a scuola per il primo giorno... mi ero messa a disegnare quelle medesime linee sul foglio del mio quaderno, ero soppressa della sensazione di solitudine, dalla tristezza, e mi ero messa a scarabocchiare nel tentativo di non pensarci. Quelle parole sussurrate mi avevano riempito e chiuso in un bozzolo solo mio, ed anche se solo per pochi istanti, mi era parso di essere meno sola.

Una punta di coscienza si accese come una lampadina... che fossero... le linee di un sigillo? Era dunque vero, una certezza con la quale avrei dovuto imparare a fare l’abitudine, ma cominciavano ad esservi troppe certezze, schiaccianti come massi.

Le voci aumentarono, costringendomi a tapparmi le orecchie... inutile, perché come potevo scacciare via qualcosa che era solo nella mia testa?

Erano lì per aiutarmi nel bene... o nella caduta?

Lo squillo improvviso del mio cellulare mi fece sobbalzare dallo spavento, sospirai tirandolo fuori col braccio che ancora riuscivo a muovere, lo schermo era crepato in modo irrecuperabile, gli rimaneva poca vita. Ma non mi interessava, non mi era di alcuna utilità, era incredibile come in una vita solitaria un oggetto apparentemente utile perdesse ogni qualità.

Il numero sullo schermo risultava sconosciuto, pensai subito a Beatrice e per non creare il minimo dei sospetti risposi. La voce che parlò però, non era la sua.

Era più acuta e squillante. Con un leggero sentore di preoccupazione che mi sorprese.

<< Elena.>>

Corrucciai la fronte.

<< Laura?>> Non riuscii a nascondere l’incredulità nel sentirla, d’altronde per quale motivo avrebbe dovuto telefonarmi? Non mi consideravo sua amica.

<< Sì sono io, non sei venuta a scuola...>>

<< Come hai il mio numero?>> fu la domanda che mi uscì d’istinto, io non glielo avevo lasciato, non l’avevo detto a nessuno, esattamente come Beatrice e William mi avevano chiesto ero nascosta nel migliore dei modi nell’anonimato.

Lei sospirò appena, anche se mi parve appena divertita.

<< L’ho chiesto in segreteria, sai quando lasci il numero di qualcuno in caso ti ammali? B’è tu hai lasciato questo, non credevo fosse il tuo però.>>

Tentai invano di ricercare una scusa, ma Laura non me ne diete il tempo, molto probabilmente non interessata alla mia spiegazione.

<< Allora, perché sei mancata?>>

<< Stavo male... sto ancora male>> e non mi servì come scusa, perché era la cruda realtà, io stavo male. La profonda ferita sulla spalla pulsava viva e lanciava fitte di dolore lancinanti.

<< Sì lo sento...>>

La testa scoppiava, come se il cervello si stesse espandendo senza avere altro spazio in cui muoversi, le tempie mi martellavano con insistenza  simili ad un martello pneumatico, le parole e la voce di Laura facevano solo che aumentare quella sensazione sgradevole. Una punta di conforto si espanse nel petto regalandomi quel calore a me ormai sconosciuto.

<< Laura... ci possiamo sentire un’altra volta?>>

<< oh, certo... a dopo, riposa>> lessi nella sua voce un sorriso, e calde lacrime scivolarono sulle mie guance. Lasciai ricadere il telefono sul divano.

Riposa.

Dio come volevo riposare, non me ne ero resa nemmeno conto. Le palpebre si fecero pesanti mentre il fuoco mi inondava il dietro degli occhi, irritandomeli, chiuderli mi avrebbe dato conforto. Dormire me ne avrebbe regalato di sicuro.

Mentre respiravo il singulto del mio respiro mi inondava le orecchie, i muscoli tremano per la debolezza nonostante io sia sdraiata, un dolore cocente mi sale alla testa, come se tutto il sangue avesse indipendentemente deciso di affluire verso lì. Il dolore si attenuò con l'arrivo di un torpidio soave, mi racchiuse come una calda coperta in un giorno d'inverno.

il buio mi accolse, mentre il busto scivolava sdraiato senza più le forze per sostenersi dritto. Per un attimo mi sentii sospesa ma avvinta, come un palloncino ad elio impigliato ai rami di un albero...

Ma poi una voce.

" ELENA."

   
 
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