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Autore: Yume in Wonderland    13/09/2017    0 recensioni
Una fuggitiva che porta sulle sue spalle il peso di un grande segreto di cui non è nemmeno a conoscenza e un misterioso ragazzo che vede nel forgiare armi la sua unica fonte di guadagno, è questa la premessa che dà vita a un intreccio di sentimenti e situazioni pericolose in cui si ritroveranno i due protagonisti.
***
«Cosa vogliono da te?»
Domandò, non avendo ancora molta chiarezza sulla faccenda.
«Ora come ora, uccidermi»
Rispose lei, cercando di non dare peso a quelle parole ma anzi dirlo con superficialità, come se fosse del tutto normale.
«Ucciderti e basta? Per il puro gusto di farlo? Con che crimini ti sei sporcata le mani?»
Dalle labbra delle ragazza uscì una risata sarcastica. Che crimini aveva commesso? Se lo era chiesto anche lei per tutta la sua vita.
«Sono nata con i capelli bianchi»
***
Storia scritta a quattro mani in collaborazione con Zapt~
Un nuovo capitolo ogni mercoledì~
Genere: Avventura, Azione, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Burning Daisy



Capitolo 7
La donna, confusa dall'improvviso bussare, si alzò dal tavolino e aprì un piccolo spiraglio. Da prima la giovane aveva avuto un pessimo presentimento, e le sue paure si trasformarono in realtà quando riconobbe la voce grossa e poco amichevole di colui che stava fuori dalla porta: era uno degli uomini che aveva il compito di sorvegliarla durante la notte. Si portò una mano al viso coprendosi la bocca per non emettere un fiato e si nascose in salotto, pregando che non entrasse in casa.
«Avete visto una ragazzina dai lunghi capelli bianchi?» domandò sgarbatamente e con voce grossa senza neanche salutare. La donna, per difendere la sua ospite, negò con la testa, cercando di non mostrarsi spaventata. «Beh, sappiate che chiunque copra o aiuti nella fuga quel mostro sarà punito»
E dopo quelle parole, l’uomo se ne andò senza scusarsi per il disturbo causato.
La signora fece un cenno con la testa, e vedendolo allontanarsi dalla sua casa richiuse la porta. La giovane fece capolino dal suo nascondiglio, con la pelle bianca come i suoi capelli, probabilmente a causa della paura appena provata. Con la voce tremolante, sussurrò: «Avete visto...? Non posso restare qui... Devo scappare. Lontano»
Non era sicuro uscire adesso, dato che se fossero davvero venuti a cercarla, quell'uomo non sarebbe stato di certo da solo, ma la ragazza non aveva alcuna intenzione di mettere nei guai quella piccola famiglia che gentilmente l'aveva accolta.
La donna sembrava dispiaciuta vedendo la paura negli occhi della giovane.
«Ascoltami, se vuoi fuggire da qui ti conviene dirigerti a nord: proseguendo per questa direzione troverai sempre meno villaggi, è il luogo ideale per chi come te ha bisogno di un nuovo posto in cui stare. Forse non verranno a cercarti se ti spingerai fino all’ultimo villaggio di questa regione»
La ragazza, a quelle parole, le mostrò un ampio sorriso.
«Grazie, grazie davvero» sussurrò, prendendo le mani della donna. «Se mai un giorno dovessimo rincontrarci, resterò volentieri a fare compagnia a voi e a vostro figlio per qualche giorno» le disse dolcemente.
La donna, prima di salutarla, prese dal salotto un lungo pezzo di stoffa marroncino e glielo porse.
«Avrei voluto cucirvi una maglia nuova per mio figlio, ma voglio donarlo a te. Sono sicura tu ne abbia più bisogno»
La ragazza sembrava commossa dalle sue parole, non credeva neanche possibile che una persona potesse essere tanto gentile con lei. La abbracciò stretta, ringraziandola e scusandosi per il disturbo causato. Si avvicinò poi alla porta per andarsene, ma prima che potesse aprirla, sentì nuovamente bussare. Era diverso da quello sentito poco prima, forse non era sempre lo stesso uomo, però la sua mano si irrigidì. La signora si avvicinò, e facendo un cenno alla ragazza per dirle di sbrigarsi a coprire i suoi capelli, aprì di nuovo leggermente la porta.
«Conosco quella ragazza. Sapete mica dov'è?»
Sahaj, mentre camminava per quella strada, aveva assistito a tutta la scena, riconoscendo quella che l’uomo aveva definito “una ragazzina dai lunghi capelli bianchi”. Era sicuro di aver visto la giovane tenere parte dei suoi capelli tagliati avvolti intorno al braccio, quindi intuì che se li fosse tagliati per essere meno riconoscibile. Non poteva essere qualche altra persona, i capelli bianchi erano un tratto raro che, per quanto lui avesse già visto, rimaneva sempre impresso.
A quanto pare era stato quello il motivo della sua fuga, delle persone le stavano addosso.
Forse poteva convincerla a stare dalla sua parte offrendole aiuto in cambio di averla con lei in viaggio. Nell'ultima battaglia il numero era stato un fattore decisivo, per quanto odiasse ammetterlo, in uno scenario boschivo non poteva contare più di tanto sui suoi poteri e sarebbe stato più saggio viaggiare con qualcuno, ora che le foreste si facevano molto più comuni.
Non aveva idea però che anche la ragazza fosse rintanata lì. In fondo la signora aveva negato spaventata di conoscerla, tuttavia non sembrava abbastanza coraggiosa da poterlo denunciare a lui per quello che stava per dire.
Vide qualcuno dietro la donna. Indossava un mantello che copriva interamente la sua figura, lasciandone vedere poco e niente, contando anche quanto poco aperta fosse la porta. Diede per scontato che non si trattasse affatto della ragazza, poiché era improbabile che si fosse nascosta proprio in quella casa, considerando che l'omone era passato a controllare ogni singolo edificio.
Sperava in una risposta affermativa da parte della signora: non aveva tantissima voglia di andarla a cercare, sapendo già che si sarebbe nascosta e come avrebbero faticato un sacco a trovarla gli uomini anche lui avrebbe faticato lo stesso.
La giovane, nascosta sotto il nuovo mantello, teneva il volto basso nella speranza di non essere riconosciuta e stringeva tra le mani l'arco, pronta a scoccare una freccia nel caso in cui le cose si fossero messe male, tuttavia quando sentì il tono di voce familiare, non esitò ad alzare lo sguardo.
«Sahaj...?»
Domandò confusa. Non riusciva a capire perché la stesse cercando, dubitava che fosse per qualcosa che l'avrebbe aiutata, considerando quanto lui detestasse stare con le persone e i loro trascorsi, per questo pensò subito al peggio.
«Hai intenzione di consegnarmi a loro per guadagnarci qualcosa? Beh, sappi che rimarrai deluso, dato che non amano dare delle ricompense quando si tratta di trovare una come me»
Affermò allarmata e con voce tremante, impugnando più saldamente dell'arco. Forse in quel momento era stata la paura ad averla fatta parlare, dato che non amava rivolgersi alle persone in modo sgarbato, e poi avrebbe sempre potuto sbagliarsi. E sbagliarsi in quel momento era la cosa che sperava di più.
Sahaj alzò un sopracciglio rendendosi conto dell'immagine che si era fatta di lui. Difficilmente avrebbe venduto una compagna di viaggio, per quanto fosse in cerca di soldi.
«Fidati che riuscirei a guadagnarci qualcosa... ma non è quella la mia intenzione. Non farò quest'offerta due volte, se vuoi dirigerti a nord con me sono in partenza»
Per quanto fosse scortese, sempre nervoso e violento rimaneva sempre un guerriero temibile, dato che aveva sacrificato la sua vita all'uso delle armi e alla fucinatura di quest'ultime. Oltretutto, se fosse stata sua intenzione consegnarla a loro non sarebbe di certo rimasto lì impalato per qualche minuto e anzi, avrebbe già sguainato la sua arma.
Sahaj pensava diffidasse dall'aggregarsi a lui nuovamente; l'avrebbe trovata una scelta comprensibile in fondo, era stato lui in primo luogo a comportarsi male con lei, ma non era qualcosa che era insolito fare.
Lei rimase sorpresa dalle sue parole, difatti sbarrò gli occhi, però poi sospirò rilassata, e gli mostrò di nuovo il suo sorriso cordiale.
«Va bene» disse semplicemente. Non nascose che era felice di sentirglielo dire, dopotutto sembrava sincero. Forse si era sbagliata sul suo conto.
Dentro di sé il ragazzo era un po' felice di averla al suo fianco, perlomeno viaggiando in coppia avrebbero potuto fare i turni di guardia la notte e procurarsi cibo ed equipaggiamento più efficacemente. Per curiosità le avrebbe chiesto di più sul suo conto, a partire dal suo nome che di cui non era ancora, ironicamente, a conoscenza.
«Allora un cuore, sotto la tua armatura di arroganza e scortesia, ce lo hai davvero»
Commentò allegramente, continuando a sorridergli.
«Siamo costretti ad avere un cuore, ma non credere che lo stia facendo per puro altruismo»
Lo stava facendo principalmente per suo tornaconto. Era completamente squattrinato e quindi si sarebbe appoggiato almeno durante quel viaggio sulla ragazza, sperando che avesse guadagnato qualcosa in quel lasso di tempo, anche se ne dubitava.
La giovane salutò poi nuovamente la donna abbracciandola ancora una volta e uscì dalla sua casa, stando ben nascosta sotto il suo nuovo mantello.
Lei iniziò a camminare lentamente, tenendo lo sguardo basso, cercando tuttavia di sembrare disinvolta. Non voleva sembrare qualcuno di losco, soprattutto perché il viso era quasi interamente coperto. Sahaj la seguì con un passo piuttosto lento, quello che era abituato a tenere sia fuori che dentro la città.
Quando però fu già abbastanza lontana dalla casa, la voce grossa dell'uomo fu di nuovo alle sue orecchie. La sentiva chiara come se fosse alle sue spalle, ma era molto lontana, e dal suo tono sembrava infuriato. Non era preoccupata per sé, perché da ciò che sbraitava ancora non l'aveva riconosciuta, quanto lo era per colei che l'aveva ospitata.
«Dopo mi racconterai tutto»
Esternò poi quella sua curiosità Sahaj, con un tono secco e un'espressione piuttosto seria. Voleva anche sapere quanto nei casini si stesse mettendo accompagnandola nel suo viaggio, non voleva avere troppi problemi diplomatici.
La ragazza si voltò lentamente, seguita poi da Sahaj, ignorando le parole che le aveva appena detto il ragazzo, soltanto per assistere a ciò che temeva di più: l'uomo aveva sfondato la porta di quella casa, urlava, come impazzito e accecato dalla rabbia stava dando alla donna della bugiarda.
«Mi hanno riferito che una ragazza dai capelli bianchi è stata ospitata qui! L’avete ospitata e nascosta! Ne pagherete le conseguenze per aver mentito!»
La ragazza si portò una mano alle labbra, iniziando a tremare di nuovo. Non voleva che gli altri soffrissero a causa sua, e proprio quando stava per muovere un passo in direzione di quella casa, per fermare l'uomo, le urla agghiaccianti della donna raggiunsero le sue orecchie pietrificandola, e a seguire, quelle di suo figlio, che svegliato di soprassalto a causa del rumore causato, in lacrime gridava disperato il nome di sua madre, vedendola morire davanti ai propri occhi sotto la mano di quello straniero.
«Non posso crederci...»
Sussurrò la giovane con occhi sbarrati, mentre le lacrime iniziarono nuovamente a rigarle il volto. Non capiva se l'accelerare dei battiti del suo cuore era dovuto alla rabbia che provava in quel momento o al terrore.
Strinse di più la presa dell'arco, fino a far diventare le nocche bianche, e con l'altra mano prese una freccia. Non riusciva a parlare né a urlare, fissava solamente inorridita la casa in cui era stata appena poco prima, e sebbene uccidere fosse una cosa che odiava, in quel momento sembrava che l'unica cosa che si potesse leggere nei suoi occhi era il desiderio di vedere quell'uomo morto.
Sahaj sapeva quanto voleva vendicarsi, sapeva che era giusto e plausibile ciò che stava provando. Ma sapeva anche che non sarebbe stato affatto saggio. Sarebbe servito solo a spargere altro sangue. Difficilmente quell'uomo sarebbe stato da solo, e lei si sarebbe resa palese a tutti, attirando l'attenzione dei suoi compagni. Probabilmente ci sarebbero andate di mezzo altre persone, andarsene era l'unico modo per evitare altri spargimenti di sangue. Bisognava puntare al risparmio di vite umane, non tanto alla giustizia, in quel momento. Era molto bellicoso lui stesso, tendeva spesso a finire una lite con un fendente di daga, ma in quel caso sapeva che non potevano andarci di mezzo altri innocenti.
Doveva fermarla, avessero avuto più soldi non si sarebbe fatto problemi a spezzarle l'arco prima che potesse rendere chiara la sua posizione. La afferrò violentemente per un braccio, iniziando a tirarla con una forza che rispecchiava appieno la sua totale assenza di grasso e il fisico piuttosto atletico nascosto sotto gli abiti di tela.
«Andrà di mezzo altra gente. Non essere egoista»
Era anche quella una forma di egoismo. Voleva vendicare le persone a lei care, noncurante di quante altre persone ci sarebbero potute andare in mezzo ingaggiando una battaglia lì. Sicuramente lei lo stava facendo con volontà di aiutare quelle persone e lui la comprendeva, a volte bisognava fare scelte così difficili.
Doveva fermarla, prima che tutto il suo lavoro per nascondersi venisse reso vano. Sahaj aveva un'espressione truce, non pareva essere molto aperto al confronto sulla decisione presa.
La ragazza distolse lo sguardo, scuotendo violentemente la testa.
Cosa pensava di fare? Andare lì e farsi giustizia da sola? Per quanto le costasse accettare l'accaduto, Sahaj aveva ragione: il suo era un atto di puro egoismo, dopotutto.
Rimise la freccia al suo posto, e continuò a camminare, col volto basso, senza proferire parola, sfruttando il mantello per nascondere i suoi singhiozzi. Sembrava che ovunque andasse, ogni cosa finiva con l'essere rovinata o distrutta. Prima la foresta in cui era scappata venne rasa al suolo dalle fiamme, ora aveva causato la morte di una donna, lasciando un bambino piccolo che già aveva perso la sorella maggiore senza sua madre... Più passava il tempo, più iniziava davvero a credere di essere un mostro come sempre le avevano detto.
Provava le stesse cose che sentì quando scoprì che la bambina che le aveva dato il nome era stata punita per aver parlato con lei. Iniziò quasi a temere che continuando a viaggiare con quel ragazzo, avrebbe causato anche a lui problemi ben più gravi di semplice assenza di cibo o vestiario.
Tuttavia, tutti questi pensieri, tentò di nasconderli sotto quel mantello, continuando a camminare senza fiatare, e stringendo i pugni quasi fino a conficcarsi le unghie nella carne, cercando così facendo di trattenersi dall'urlare. Per quanto fosse coperta dal mantello e dal cappuccio, però, tutto ciò era palese.
Sahaj poteva capire quanto fosse frustrante vedere morire della gente sotto i propri occhi senza poter fare assolutamente nulla.
Quando una persona si crede colpevole e ci sta male è la sensazione peggiore. Una vita andata non è più recuperabile, neanche la più arcana delle magie riuscirebbe a riportare in vita un'anima oramai andata via.
Certo, i necromanti tentavano di riportare in vita i corpi, ma di sicuro non sarebbero stati che una frazione di ciò che poteva essere quella persona, come un'immagine fossilizzata che serviva solo da promemoria della sua morte.
«Non importa quanto forte tu sia... ogni tanto qualche vita va sacrificata. Oggi è quella altrui, un giorno sarà la nostra»
Oramai ci aveva fatto l'abitudine. Lo disse come qualcosa di scontato, con un tono piatto ma tutto sommato comprensivo, non era una sgridata.
Sahaj non vedeva più l'uccidere come un tabù, soprattutto se aveva buone ragioni per farlo. L'unico problema è che il suo potere era uno dei più scomodi da utilizzare senza danneggiare innocenti, il manovrare fiamme di quelle dimensioni causava sempre disastri in cui alla fine ci rimettevano sempre persone che non c'entravano nulla.
La ragazza apprezzava il fatto che stesse cercando di consolarla, anche se forse non lo faceva volontariamente, ma quelle parole la fecero riflettere. Non tanto sul loro significato, quanto al tono con cui l'aveva detto: dava l'idea di qualcuno che l'aveva provato sulla propria pelle.
Se i singhiozzi non le avessero impedito di parlare probabilmente glielo avrebbe chiesto, ma forse era meglio così. Sapeva che lui non amava fare conversazione, e anche se quello non era il modo migliore per farla tacere, tra di loro ci sarebbe stato un lungo silenzio, che forse non sarebbe dispiaciuto a Sahaj.
Di tanto in tanto si mordeva il labbro, nella speranza di trattenere un singhiozzo più grande degli altri. Neanche quando la foresta prese fuoco, riportandole dei ricordi passati, aveva pianto così a lungo: sembrava soffrire di più con il dolore altrui che con il proprio. Per quanto lei stesse tentando di nascondere quei singhiozzi, era ovvio quanto fosse rimasta ferita da ciò che era accaduto poco prima. Non era facile soffocare dei singhiozzi rendendoli totalmente inudibili, standole così vicino Sahaj poteva chiaramente distinguerli nella quiete dei sobborghi del villaggio. Il ragazzo la capiva ma sembrava di no, era imperturbabile nella sua forma ferrea e seria. Lo si vedeva sorridere sadicamente solo in battaglia, fuori da quel contesto era davvero raro. Forse solamente quando era ubriaco poteva sorridere di piacere.
Con il cappuccio che le copriva gran parte del volto, per lei non era semplice vedere i dintorni, né tantomeno incrociare lo sguardo del ragazzo. Si chiedeva che espressione avesse in quel momento, se seccata dal suo continuo singhiozzare, se comprensiva oppure impassibile.
Però cercò di sopprimere quella curiosità, preferendo stare con lo sguardo basso. Non si era resa conto neanche di quanto avessero camminato, era come se nel suo piangere avesse perso la cognizione del tempo e dello spazio, non potendo vedere altro se non il suolo, non poteva orientarsi.
«Siamo ancora... nel villaggio...?»
Chiese tra un singhiozzo e l'altro, cercando di nascondere il dolore nella sua voce con un tono freddo.
«Svegliati, non è ancora tempo di dormire»
Disse Sahaj bruscamente, senza rispondere direttamente alla domanda della ragazza. Lei era pur sempre in fuga, doveva rimanere vigile. Non sapeva nemmeno dove si trovava, come pensava di poter evitare un attacco a sorpresa?
Lei non rispose a quella frase, e anzi, iniziò a ridere in modo abbastanza frustrato. Dopotutto lui aveva ragione, di nuovo, anche se il tono con cui glielo aveva detto non era dei più carini. Ma dopotutto era la sua indole, e stava iniziando ad accettarla, forse anche a piacerle: avere un carattere forte era sicuramente un vantaggio in quel tipo di situazione, e se non ci fosse stato lui a fermarla o a risvegliarla da quello stato di trance, probabilmente avrebbe commesso qualcosa di cui si sarebbe poi pentita.
Si asciugò le lacrime dagli occhi, sperando che facendo così avrebbe smesso di piangere, e alzò lo sguardo. Vide ancora le case del villaggio attorno a sé, ma non sembravano essere troppo lontani dal confine. L'unica cosa che poteva sperare era che nessuno le chiedesse di togliersi il cappuccio per vedere chi stesse uscendo dal villaggio, poiché in quel caso l'avrebbero riconosciuta subito. Rimase sorpresa di se stessa quando, dopo essersi asciugata il volto, aveva davvero smesso di piangere, anche se i singhiozzi non se n'erano ancora andati.
La ragazza non osò aprire bocca di nuovo, continuò a camminare in silenzio, ma stavolta tenendo gli occhi ben aperti, scrutando nell'ombra del suo cappuccio ogni angolo della strada, tuttavia, senza alcun sorriso a mascherare la sua rabbia.
Dentro di sé Sahaj era compiaciuto per quel cambiamento, preferiva avere compagni di squadra attivi che pesi morti da difendere. Non gli dispiaceva il silenzio, ma non sapeva ancora il suo nome poiché quando lei gli chiese come si chiamasse Sahaj aveva risposto in maniera talmente brusca da quasi impedirle di presentarsi a sua volta.
«Qual è il tuo nome?»
Chiese di punto in bianco di conseguenza, non preoccupandosi di iniziare la conversazione in maniera meno rudimentale. Con la coda dell'occhio le guardava il volto. Aveva ancora gli occhi leggermente arrossati dal lacrimare e singhiozzare, il sorriso dolce che riservava sempre per tutti non era che un ricordo.
La ragazza non si aspettava quella domanda, si era perfino dimenticata di non essersi presentata a sua volta quando aveva conosciuto Sahaj. Non le capitava spesso di dire il suo nome, forse non aveva mai neanche avuto bisogno di dirlo, e non lo sentiva neanche come suo proprio per quel motivo, ma era l'unico appellativo senza disprezzo che poteva ricordare. Non aveva avuto un nome per i suoi primi nove anni di vita, e anche dopo che le fu donato da una bambina del villaggio, non sentì mai il bisogno di doverlo dire.
«Yu… me. Mi chiamo Yume»
Rispose con un po' di incertezza nel tono della voce, ma senza aggiungere altro. Non aveva risposto in modo secco o brusco, ma la sua voce era comunque più bassa e fredda del suo normale tono. Sapeva di essere fragile, ma non amava mostrarsi tale di fronte agli altri, se non in rare occasioni in cui essere protetta non le sarebbe dispiaciuto. Non ce l'aveva di certo con Sahaj, il tono freddo era più indirizzato a sé stessa, poiché aveva intenzione di darsi un po' di contegno. Sospirò, facendo dei lunghi e meditati respiri, tentando di fermare così anche i singhiozzi; di tanto in tanto si mordeva le labbra, sforzandosi di fare anche solo l'accenno di un sorriso, che nonostante tutto alla fine tornava sempre, anche se in questo caso sembrava volerci più tempo del solito.

 
   
 
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