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Autore: ffancy    13/09/2017    0 recensioni
Ananke (gr. ἀνάγκη) Voce greca antica che significa «la necessità», «il fato» | 20 capitoli | modern!AU
Se l'Iliade fosse ambientata a New York negli anni Duemila;
se Hector fosse figlio di un ricco banchiere americano;
se Agamemnon e Menelaus fosse sponsor greci di una squadra di football;
se Achilles fosse il capitano dei Myrmidons;
se Homer fosse un insegnante di teatro e Apollo un musicista;
se Odysseus avesse imparato ad accettare un orizzonte;
se Cassandra, alla fine, avesse deciso di narrare la loro storia.
(Rimodernata e rivista)
Genere: Angst, Generale, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: AU, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Tematiche delicate
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I – L’erede

 

 

« Dove mi porti, Hector? » Il tono di Andromache era delicato, lieve, come una carezza, come l’autunno che viene spolverando le strade estive; e c’era tuttavia una vena divertita, in quella domanda, un sorriso nascosto che si impigliava agli angoli della sua bocca ed era lì sul punto di inondarle il viso di luce.

Come se avesse chiesto: “Dove mi porti, Hector? Mi fido di te. Anche se sei folle e sconsiderato come nessun altro al mondo, mi fido di te con ogni battito del mio cuore.”

« Zitta e seguimi, principessa, » scherzò lui, le dita intrecciate appena a quelle della ragazza, in una presa lieve e, al contempo, sicura come null’altra cosa sulla Terra. Ricordava il giorno in cui l’aveva conosciuta – Andromache con il viso che sembrava cesellato sul marmo, con quegli occhi profondi, vibranti, custoditi appena da una foresta di ciglia nere lunghissime, il sorriso scheggiato dai denti un po’ storti e quei suoi modi di fare misurati, eleganti, senza alcuna pretesa di attirare attenzione.

Era figlia, come lui, di ricchi proprietari aziendali che si erano rivolti a suo padre per motivi burocratici. I dipendenti dell’azienda la chiamavano “la principessa”, per quel vago atteggiamento da gran regina. Andromache non era vanitosa, ma era curata. Non voleva l’ammirazione di chi gli stava intorno, ma la otteneva inevitabilmente. Hector era scivolato nell’amore per lei come un bambino che sfrecciando sui pattini si getta sulla pista di ghiaccio, con lo stesso entusiasmo, la stessa distrazione, curandosi poco delle incertezze, dei rischi; lei si era rivelata molto più buona e dolce di quanto non sembrasse ed erano finiti insieme in quella maniera inevitabile con cui le farfalle sono attratte dalla luce.

Non chiamarmi principessa, gli aveva detto lei, una notte, uscendo dal bagno del suo loft spazioso con ancora il tailleur indosso e le pantofole e uno spazzolino da denti in bocca. Era inconsapevolmente bellissima, con quello sguardo un po’ appannato dal sonno e la semplicità con cui gli si era rivolto, e in quel momento Hector aveva deciso che sarebbe stata l’unica, l’unica per sempre, quella che avrebbe sposato e con cui sarebbe tornato a casa ogni sera.

Aveva confessato i suoi propositi ai suoi fratelli prima di parlare con genitori o amici o chiunque altro. Polyxena si era sciolta in lacrime e risate di gioia ma era stata Cassandra ad abbracciarlo, ore dopo, quella sera, dicendogli che in fondo Andromache doveva essere una principessa, per aver meritato un principe come lui. Gli aveva consigliato di portarla in città, a Downtown, dove avevano il permesso speciale – per una notte, una notte sola – di essere semplicemente innamorati, distanti anni luce dal resto del mondo.

La città pulsava come un cuore chiuso in un sacchetto, sul quale sia Hector che Andromache avevano appoggiato le loro mani, esitanti, pieni di speranze e promesse sulle loro labbra. Il ristorante che aveva scelto Hector era un delizioso insieme di pochi tavoli, grondanti di luci e faretti e candele, che si affacciava sulle strade brulicanti di New York, sulla gente che passava, ignara, e i due avevano cenato tranquillamente, parlando a bassa voce, ridendo, mentre le loro mani si sfioravano di continuo e così i loro visi, i loro sguardi, i loro cuori che battevano allo stesso ritmo folle della città su cui calava il sole.

Si erano fermati in un parco, un luogo completamente sconosciuto, che non custodiva alcun ricordo di loro; Hector non aveva saputo resistere e aveva afferrato con forza la vita di Andromache e si era gettato sulle sue labbra, facendo scontrare nasi, fronti, denti, e l’aveva sentita ridacchiare nel bacio e volgere gli occhi al cielo prima che rispondesse con lo stesso impeto.

« Completamente pazzo ... » canticchiò Andromache, nel bacio, mordicchiandogli giocosamente il labbro inferiore. « Insomma, Bowden, datti un contegno. »

Afferrò i lembi della sua giacca elegante, cercando di aggiustarlo per gioco, per quanto poteva, e con le mani eleganti spolverò un poco le sue spalle. Improvvisamente sentì qualcosa che scivolava dal taschino della giacca del ragazzo, qualcosa di piccolo e solido color pervinca che cadeva a terra fra l’erba.

Si chinò in fretta a raccoglierlo, e prima che Hector potesse protestare, o anche soltanto accorgersi di cosa fosse successo, Andromache si trovò fra le mani una scatolina minuscola di velluto viola rifinita in argento. Le si spalancarono gli occhi e mascherò l’imbarazzo e la gioia in una smorfia che doveva sembrare un sorriso. « Questa è tua, » disse, volendo risultare un poco ironica nonostante la sua voce fosse spezzata.

Hector si riprese in fretta, aprendosi in un ampio sorriso: « Non credo, principessa, » replicò. « Penso proprio che appartenga a te, invece. »

Le prese dolcemente la scatolina e la aprì, mostrandole un piccolo anello d’argento, semplice, elegante come la donna che l’avrebbe indossato, ornato solamente da un minuscolo fiore di diamanti.

Davanti al silenzio meravigliato della fidanzata, Hector si schiarì la voce: « Insomma, non sono esattamente il principe azzurro, per quello avresti dovuto trovare qualcuno che ti chiedesse di sposarlo nel miglior ristorante ad Uptown, ma – »

« Stai zitto tu, adesso, » lo interruppe Andromache, infilandosi da sola l’anello per poi intrecciare le mani dietro la nuca di Hector, « se avessi voluto il principe azzurro non ti avrei più rivoto la parola da quando mi hai rovesciato addosso una fetta di Red Velvet prima del mio colloquio di lavoro, cosa che è successa al nostro secondo incontro. » Si concesse un attimo di tempo per ridere, cristallina e pura. « Ma ti amo da morire, Hector Priam Bowden. » Il bacio che si scambiarono fu lungo, passionale e intenso, seguito da tanti altri dati a fior di labbra, come un continua carezza che sapeva di rassicurazione e gioia.

La notizia del fidanzamento ufficiale fu data alla famiglia di Hector il mattino seguente, ma ormai tutti in quella casa conoscevano Andromache, tanto che addirittura Priam e Hecuba la consideravano una figlia alla stregua di Cassandra e Polyxena. Vi fu in ogni caso un’atmosfera speciale, mentre Alexander batteva un po’ impacciato una mano sulla schiena del fratello maggiore e la futura sposa e le due sorelle minori del fidanzato si stringevano in continui abbracci.  La notte precedente Hector e Andromache avevano dormito insieme in una stanza lussuosa di un albergo nel cuore di Manhattan, lontano abbastanza da Long Island e da Troy – il quartiere residenziale dove abitavano i Bowden – e si erano spogliati di quegli abiti semplici, così inusuali per loro, e dell’odore tenace della città che portavano addosso: un odore di fritto, di sudore, di deodoranti commerciali e dolci e gas di di scarico. Hector non aveva fatto in tempo a finire di sbottonare la sua camicia sportiva che Andromache si era aggrappata alle sue spalle, inciampando nella cravatta allentata, mentre una gamba si intrufolava fra le sue; avevano preso a indietreggiare alla cieca nell’oscurità della stanza, fra morsi e baci e gemiti soffocati e sospiri: « Hector ... ah, fai piano, » aveva sospirato Andromache, sentendo le mani forti del ragazzo armeggiare insistentemente con la zip del suo abito estivo. Ma Hector non poteva fare piano – come, come avrebbe potuto, con le mani sottili di Andromache che si infilavano nelle pieghe dei suoi vestiti e quell’anello di diamanti che gli graffiava la pelle, ricordando che lei era sua, solo sua e di nessun altro al mondo?

Raggiunsero il letto e Hector vi cadde di schiena, Andromache sopra di lui, con le braccia strette attorno alle sue spalle e le gambe agganciate ai suoi fianchi, entrambi ancora per metà vestiti, impazienti, mentre la voce limpida di Andromache andava sciogliendosi sotto i tocchi decisi di Hector, fino a ridursi a un mormorio sconnesso intervallato dai gemiti. Strattonò con forza i pantaloni del fidanzato, facendoli scivolare lungo le sue cosce. « Però ... » ansimò Hector, elargendole un sorriso a mezza bocca, appena accennato, « e poi ero io quello che doveva darsi un contegn – oh, oddio, A – andromache ... »

Erano entrambi sordi, folli, assurdamente folli e giovani mentre la notte lieve di New York riempiva quella suite d’albergo e fuori le macchine inchiodavano, lungo le strade gremite, la musica continuava a suonare, la gente si muoveva, i cartelloni pubblicitari pulsavano con quelle frenetiche intermittenze di luce e nessuno sapeva di loro due, Hector & Andromache, dei loro baci e dei loro sussurri.

Hector l’aveva rovesciata sotto di sé, cercando velocemente un modo per slacciarle il reggiseno senza ripetere il mezzo disastro che aveva fatto con il suo vestito, mentre Andromache si perdeva nel suo sguardo languido e nella sensazione di calore che sentiva sul viso, sulle labbra che pulsavano umide di saliva, sulle scosse bollenti che avvertiva nel bassoventre e che si irradiavano lungo le cosce e su fino al cervello. Sentiva Hector, l’odore dei loro corpi che mi mescolava, il calore della sua pelle scivolosa a contatto con la sua, sentiva Hector su di lei, dentro di lei, attorno a lei, come lo stesso ossigeno che respirava e di cui non poteva fare a meno.

« Sto impazzendo ... » confessò, in un singulto che le spezzò la voce, perché – diamine – doveva sbrigarsi, a slacciarle il reggiseno e rimuovere quegli odiosi vestiti che si erano incollati ai loro corpi costituendo una barriera insopportabile fra loro.

« Anche io, » riuscì a risponderle Hector, roco, « mi fai uscire di testa ... Andromache, amore ... »

Fu talmente lungo e insieme talmente intenso che quando finì ricaddero entrambi esausti, sul letto, fra i loro vestiti, confusamente abbracciati come ci si abbraccia dopo aver pianto a lungo o dopo aver fatto l’amore. E in realtà Andromache si sentiva come se entrambe queste cose fossero accadute: l’unica cosa che ancora indossava era l’anello di fidanzamento, quello che un giorno avrebbe sostituito con una fede che non avrebbe tolto mai più. Hector si era addormentato stretto a lei, e lei aveva avvertito un brivido leggero percorrerle la pelle, dove il sudore andava raffreddandosi. Le luci della città che brillavano al di là della finestra si ricorrevano lunghe e spettrali fra le ombre sul muro opposto e Andromache aveva improvvisamente avvertito quella sensazione di abbandono che le aveva fatto distendere le labbra in un sorriso e riempire gli occhi di lacrime. Quanta strada, pensava. Quanta strada da percorrere, insieme, da quella notte; il mattino dopo Hector si sarebbe svegliato, baciandola piano, ridendo le avrebbe chiesto scusa per il vestito, avrebbero ricominciato a punzecchiarsi e a camminare tenendosi la mano per strada, o ancor meglio a spintonarsi come bambini, a mormorarsi all’orecchio cose irripetibili quando si incrociavano nei corridoi della banca dei Bowden, lei avrebbe avuto modo di approfondire l’amicizia con le sue cognate e tutto il resto. Ma quella notte – oh quella notte esistevano solo loro due, insieme, di fronte a quel mondo ricco e meraviglioso che sembrava essere stato modellato apposta per loro, per i loro desideri e i loro sogni. Fratelli maggiori, responsabili, adulti ormai, gli eredi ... il principe e la principessa di una favola che al contrario delle favole per bambini iniziava con una promessa di matrimonio anziché finire. Immaginò lei e Hector in piedi, sulla cima di un grattacielo che si affacciava nel vuoto, mano nella mano, timidi, inesperti, e già veniva chiesta loro l’abilità di costruire il loro futuro.

Si voltò verso Hector e vide il suo petto scolpito alzarsi e abbassarsi lentamente a ogni respiro, tracciò con le dita le linee dure del suo viso, gli zigomi, le palpebre roventi, i ricci bruni ancora umidi adagiati mollemente sulla fronte. Era così bello, così speciale, il suo Hector ... suo, suo, solo suo. Non di quel mondo che tanto ardentemente lo desiderava: solo di Andromache.

« Ti amo, » bisbigliò un’ultima volta, prima di addormentarsi anche lei. Non sognò nulla e dormì fino a mattina inoltrata, avvolta dal calore del corpo di Hector e da quel buio tiepido che aleggiava nella stanza e sembrava vegliare su di loro.

°

 

« Un dollaro per i tuoi pensieri, Cassie, » canticchiò Polyxena, allegra, volteggiando come qualche farfalla fra i manichini vestiti all’ultima moda; « è da questa mattina che hai quell’aria persa ... »

Era bellissima, Polyxena, considerò Cassandra con un’inevitabile punta di invidia. I capelli rossi, il viso tondo e liscio di un bianco talmente puro da dare le vertigini, gli occhi allungati, dolci, espressivi, dello stesso colore caldo e intenso che avevano quelli del fratello maggiore. Neanche Alexander, che in fondo era suo gemello, era insignificante quanto lei; era nel complesso un ragazzo piacevole, sportivo, con quel fisico asciutto e atletico e il viso dai lineamenti delicati, gli occhi umidi color del ferro e i capelli castani, vagamente simile al fratello ma più – grazioso?, più incline ai flirt e quelle sciocchezze stucchevoli che facevano tremare le ragazzine invaghite della sua bellezza fresca e giovanile.

Cassandra non era affatto bella quanto loro, quanto nessuno di loro. « Nulla, Xena. Solo, mi chiedevo cosa volesse papà ... dico, per chiamare Hector dopo aver saputo di Andromache con tanta urgenza, deve essere successo qualcosa di grave. Di importante. Spero non troppo grave, in realtà. »

Polyxena riappoggiò accuratamente un golf color crema sullo scaffale da cui l’aveva preso, premurandosi prima di piegarlo con cura. Le piaceva tenere ordine fra i vestiti. Anche il suo armadio era così, perfettamente ordinato e pieno di capi all’ultima moda. « Credo sia ancora per via di quel conflitto di interessi con Devine, sai? Hector – oh mio Dio, non posso crederci! Hanno scontato anche i giubbotti! Cielo, Cassie, quel giubbotto con collo di pelliccia ... »

« Xena? Cosa è successo con Devine? Cosa ti ha detto Hector? »

« Mh ... nulla, ha detto che papà sta avendo dei problemi con due fratelli ... sposor, » spiegò distrattamente, « sponsor greci che vogliono acquistare delle azioni. »

Polyxena aveva raggiunto il suo meraviglioso giubbotto con collo di pelliccia: era azzurro, morbido, metteva in risalto lo splendido rosso tiziano dei suoi capelli e fasciava divinamente le sue forme.

« Come sta, Cassie? Mi ingrassa? No, vedi, qui ... sui fianchi. Me li ingrossa un po’, non trovi? »

Cassandra, che sapeva quanto la sorella fosse sinceramente inconsapevole quanto bella, la rassicurò dolcemente su quanto quel giubbotto le donasse e la rendesse assolutamente elegante – e per nulla grassa. « Non dire idiozie. Stai benissimo. Senti, Xena, Hector ti ha detto qualcosa di più su questi sposor? Sai che mi preoccupa, ora lui dovrebbe pensare soltanto ad Andromache e ad essere felice e invece – »

« Ha detto che me ne avrebbe parlato questa sera, » la interruppe Polyxena, improvvisamente seria, dolce, come se quel giubbotto avesse avuto il potere di ammansire quella vena frivola e distratta che ogni tanto prendeva a pulsare nel suo spirito. Sospirò. « Papà avrà a che vederne per un bel po’. La loro squadra di football viene ad allenarsi alla high school di Troy. Ovviamente noi non abbiamo il permesso di guardarli neanche in faccia. Ha – ha, Cassie, immagina se il capitano dei Myrmidons dovesse innamorarsi di te ... »

L’idea le parve talmente ridicola che Cassandra dovette zittirla appoggiandole l’indice sulle labbra, come quando erano bambine. « Un super manzo che gioca da quarterback e viene ad allenarsi in una scuola privata in centro a New York, » ridacchiò, « è molto più probabile che si innamori di te, Xena. »

Tornando a casa, quella sera, Cassandra e Polyxena camminarono tenendosi prima a braccetto e poi per mano, completamente spensierate e su di giri, mangiucchiando dolci comprati dai furgoncini ai lati delle strade e con le braccia piene di borse. Cassandra aveva comprato per sé soltanto un completo grigio perla, elegante, che dava una certa importanza al suo viso spigoloso e al taglio un po’ obliquo che avevano i suoi occhi di acciaio. Aveva intenzione di indossarlo il primo giorno di scuola del suo ultimo anno in quella deprimente, lussuosa, grigia high school privata che frequentava insieme al gemello.

Polyxena aveva finito da due anni, Hector da sei. Cassandra non vedeva l’ora di chiudere con quell’incubo di scuola per poter andare a studiare recitazione da qualche parte della città che non fosse il quartiere di snob in cui era cresciuta. Fra i vari corsi extrascolastici aveva pensato di prendere parte alle lezioni di teatro che quell’anno erano tenute da Homer, l’insegnante di musica cieco. Era pressoché l’unico essere provvisto di parola presente in quella scuola superiore che Cassandra sopportasse. In fondo alla sua lista compariva senz’altro il nome del suo gemello, perché fra tutte le altre cose non riusciva a concepire che i loro genitori investissero ancora gran parte del loro patrimonio per finanziare gli studi di un ragazzo i cui interessi comprendevano solamente fare il cascamorto con le ragazze più piccole e tormentare lei con qualche ridicola presa in giro. Arrivate a casa trovarono Hecuba in soggiorno, seduta accanto a una Andromache dal piglio serio che teneva la testa fra le mani.

« ... Cassie, » la salutò la futura sposa di Hector, stupita di vederla lì, insieme a Polyxena di ritorno da una sessione sfrenata di shopping sulla Fifth Avenue. « Come stai? Ho incontrato Alexander, prima. Stava andando agli allenamenti. »

« Si sentirà in dovere di dimostrare di essere più bravo del nuovo quarterback greco, » considerò a mezza voce, accorgendosi dall’occhiata della madre di aver appena fatto un commento poco opportuno.

« Per favore, Cassandra. Non ricominciare con queste storie su tuo fratello, » la rimproverò stancamente.

Ma Cassandra era troppo impegnata nell’abbracciare e il discorrere con la futura cognata per prestare attenzione a quelle parole, mentre Polyxena disponeva orgogliosa i suoi acquisti sul grande divano, così da poterli mostrare alla madre. Si sentirono dei passi distanti nel corridoio, e Hector e Priam comparvero in soggiorno ancora nel mezzo della loro conversazione.

Le parve improvvisamente invecchiato, Priam. Suo padre aveva quasi quarant’anni quando Hecuba era rimasta incinta di lei e di Alexander Paris, e in quel momento, così simile alla copia invecchiata e canuta del figlio maggiore, le parve vecchio quasi quanto Homer e altrettanto stanco. Hector si sporse sul viso di Andromache e sfiorò con un bacio appena accennato le sue labbra.

“Tutto bene?” lesse Cassandra nel labiale di Andromache. « Ora ti spiego tutto ... » aveva replicato suo fratello, gentile e confidenziale. Era giusto che togliessero il disturbo, a quel punto, e che Andromache, col suo temperamento dolce e al contempo deciso, venisse a conoscenza degli affari della famiglia del futuro marito, ai quali avrebbe preso parte negli anni a venire.

« Cassandra, » la chiamò improvvisamente suo padre, « posso parlarti un secondo? Mi piacerebbe poi che tu riferissi a Paris tutto quanto. » Paris, lo chiamava Priam. Il giovane di casa Bowden era da tutti conosciuto come Alexander, ma i suoi genitori avevano deciso di affiancare a quel nome un altro nome, inusuale, utilizzato solamente da loro e ogni tanto da Cassandra quando si divertiva a prenderlo in giro.

Priam aveva gli stessi occhi di Cassandra, la stessa postura, e sembrava aver passato i suoi geni dividendoli perfettamente a metà fra il maggiore e la minore dei suoi figli.

« E’ successo qualcosa, papà? »

« Forse Hector o Polyxena te ne hanno già parlato, » iniziò lui, « ma volevo soltanto ribadire il concetto: non voglio assolutamente che né tu né tuo fratello abbiate a che fare con i Myrmidons e in particolare con il loro capitano. Quei maledetti cani greci, » si lasciò sfuggire, « e i loro affari qui, in America, dove – » s’interruppe un secondo. « Non fa nulla. Ma state alla larga da quel ragazzo, Achilles, e da quella maledetta squadra di football. Hector ed io ci siamo trovati una bella gatta da pelare, questa volta. »

Hector, Hector. L’erede di suo padre. Il futuro della famiglia Bowden. Polyxena era quella bella, Alexander il ragazzino sportivo e spensierato perfetto per la scuola superiore in cui l’avevano parcheggiato e per gli incontri di football della domenica, Cassandra era quella intelligente, sì, quella con ottimi voti a scuola e un’innocua passione per la recitazione e la scrittura.

« Papà? » esitò. « Posso chiederti una cosa? »

« Certo, Cassandra. Dimmi. »

« Volevo chiederti riguardo al corso di teatro: ho saputo ... ho saputo che le lezioni si terranno fuori dal liceo. Homer ha assunto un ragazzo straniero che fa da musicista a Broadway per assisterlo durante le prove. So che tu e mamma non siete d’accordo che io mi sposti da sola, qui a New York, ma ho quasi diciotto anni e – »

« Non preoccuparti, » la interruppe Priam. Un vago sorriso aleggiava sul suo volto, e con un tuffo al cuore Cassandra si rese conto che era lo stesso sorriso che di tanto in tanto scorgeva nell’immagine che le restituiva lo specchio. « Ho trovato qualcuno che possa accompagnarti. Si chiama Aeneas, è figlio di un mio vecchio amico. Si sono appena trasferiti qui da Mahwah; è un ragazzo per bene e quest’anno frequenterà la tua stessa scuola. » Sospirò appena e Cassandra non poté fare a meno di immaginare quel ragazzo che piaceva tanto a suo padre, quell’Aeneas, come un ragazzetto slavato troppo simile ad Alexander e probabilmente anche più splendido e atletico e tutte quelle cose che piacevano ai suoi genitori. Aveva idea che sarebbe stato un lungo ultimo anno di scuola.

   
 
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