Storie originali > Storico
Segui la storia  |       
Autore: IndianaJones25    13/09/2017    0 recensioni
Mar dei Caraibi, fine del XVII secolo. L’epoca d’oro della pirateria, ormai, volge al proprio termine. Ma tra bottiglie di rum, tempeste, racconti, naufragi, abbordaggi, fughe precipitose e spacconate varie, le vite di vecchi pirati, irosi marinai, arditi viaggiatori, abili spadaccini, prostitute di mezza età e giovani sognatori si intrecciano in un’ultima avventura.
La storia si suddivide in cinque sezioni:
Storie di taverna (capitoli 1 - 3)
Oltre l'inferno d'acqua (capitoli 4 - 8)
L'ultimo viaggio d'un marinaio (capitoli 9 - 18)
Le straordinarie imprese d'un nobile di Castiglia (capitoli 19 - 36)
La chiamata delle sirene (capitoli 37 - 38)
Con un mio personale e piccolo omaggio ad Emilio Salgari.
Genere: Avventura, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti | Contesto: Epoca moderna (1492/1789)
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Capitolo diciottesimo

   Sette giorni andarono per mare, senza alcun incidente, veleggiando tranquillamente verso la loro destinazione, nota solo al vecchio ed ignota agli altri due; il clima si mantenne tranquillo, evidentemente appagato dalla tempesta delle settimane precedenti che, se nel villaggio da cui erano salpati si era manifestata solo con pioggia e vento in maniera relativamente mite, ben diversa cosa era stata per le isole delle Piccole Antille, dove l’uragano aveva imperato con tale violenza da rovesciare foreste e distruggere intere città. Alberi e foglie, strappati alla terra da quei venti impetuosi, erano stati rinvenuti a decine di chilometri di distanza dal luogo in cui erano nati e cresciuti.
   Alla fine, celata da una leggera foschia giallognola, una piccola lingua di terra apparve all’orizzonte, facilmente intuibile nell’azzurro brillante del mare e del cielo. Il primo a scorgerla fu Manoel, che si era arrampicato sull’albero del dogger per sbrogliare delle corde che si erano aggrovigliate tra loro.
   «Ci siamo, dunque?» borbottò tra sé e sé il giovane portoghese. «Quella è la nostra meta?»
   Poi, alzata la voce, urlò con quanto fiato avesse in gola: «Terra di prua!»
   Il vecchio e Giselle abbandonarono immediatamente i loro posti per correre a vedere ciò che il ragazzo indicava.
   «Io non vedo nulla!» esclamò la prostituta che, essendo in basso, non poteva ancora vedere ciò che dall’alto era invece visibile ma che, avvicinandosi sempre di più, presto sarebbe stato possibile intravedere anche dalla sua posizione.
   Il marinaio, invece, notò la nebbiolina giallastra.
   «Sì, è là! Guarda la foschia! È l’isola del Teschio, l’abbiamo trovata, finalmente!»
   Corse al timone e gridò: «Stringere il vento! Poche ore e saremo a destinazione!»
   La piccola imbarcazione, adesso, filava sempre più rapidamente, quasi che essa stessa avesse fretta di raggiungere quell’isola; troppo tardi, però, il vecchio si accorse della verità.
   Le correnti impetuose che spiravano attorno a quel luogo l’avevano catturata e, inesorabilmente, l’attraevano verso gli scogli. Ogni tentativo di resistenza fu inutile: l’isola, poco prima così distante, all’improvviso fu vicinissima, e l’imbarcazione, scagliata sugli scogli, vi naufragò contro con un colpo violentissimo, che rovesciò ovunque il carico e mandò a gambe all’aria l’equipaggio.
   Manoel, ancora arrampicato sull’albero, fu gettato fuori bordo dall’impatto e terminò il suo volo sulle sabbie dorate, coperte da cinque o sei dita d’acqua purissima e calma, che si trovavano oltre gli scogli, dove la corrente violenta cessava di colpo.
   Giselle, gridando, fu sbattuta come una bambola sul ponte, e le si rovesciarono addosso parecchie casse, mentre il vecchio marinaio, ancora abbarbicato al timone, si ritrovò steso sulle assi, con l’acqua che minacciava di ricoprirlo.
   «Dannazione!» urlò, riuscendo a fatica a rimettersi in piedi.
   Camminando tutto storto lungo il ponte rovesciato, si incamminò verso gli scogli, consapevole di doverli attraversare per raggiungere la salvezza; ben presto, infatti, il legno sarebbe affondato in quelle acque profondissime. Passando accanto alle casse rovesciate, udì i gemiti provenire dal loro interno e, scostatele velocemente, recuperò la prostituta.
   «Che è successo?» chiese la donna, terrorizzata, guardando la nave devastata. Poi, accorgendosi dell’assenza del giovane portoghese, aggiunse: «Dov’è il piccino?»
   «Una disgrazia, è successa!» sbraitò il vecchio. «E non ho idea di dove sia finito il ragazzo. Forza, seguimi!»
   La condusse oltre la prua, e si arrampicarono sugli scogli; una volta giunti, con una certa fatica, sulla loro cima, videro le acque calme sull’altro lato, in netto contrasto con la violenza dell’acqua a cui si erano appena sottratti, e notarono la figura del giovane che stava cercando di rialzarsi dal basso fondale su cui era adagiato.
   Discese con prudenza le rocce, lo raggiunsero rapidamente.
   «Come stai, piccino mio?» chiese Giselle, preoccupata.
   «Qualche botta, niente di che preoccuparsi…» rispose il giovane, tenendosi lo stomaco; ebbe un conato di vomito, si volse ed espulse l’acqua salata che aveva ingerito.
   «Niente di cui preoccuparsi per te, forse!» brontolò il filibustiere, tirando un calcio all’acqua con fare indispettito. «Ma molto di cui preoccuparsi per noi, dannazione! Sono stato un idiota, ho scordato le correnti assassine dell’isola del Teschio!»
   «Non possiamo recuperare la nostra nave?» domandò la prostituta, guardandolo in viso.
   «No, dannazione, no! È perduta! Noi siamo bloccati qui!» bofonchiò il vecchio, avviandosi da solo verso la spiaggia, con aria avvilita.
   Lo seguirono da lontano, lentamente, camminando nell’acqua.
   Quando finalmente lo ebbero raggiunto, lo trovarono fermo, gli occhi fissi sulla folta foresta che copriva l’isola quasi intermente, come se fosse in contemplazione di qualche cosa che egli solo poteva vedere.
   «Ma, allora, le nostre provviste? E i nostri attrezzi?» domandò la donna.
   «E, soprattutto, come faremo ad andarcene?» chiese invece il portoghese.
   Il vecchio sembrò non badare a nessuno dei due; fu solo dopo qualche istante, che rispose. Dalla sua voce, era sparito il tono irritato di poco prima, e le sue parole si erano fatte, d’improvviso, più tenui: «A questi dettagli, ora, non dobbiamo badare. Non attribuiamo loro importanza prima del tempo! Non vedete? Siamo sull’isola del Teschio!»
   Ed allargò le braccia, come se volesse abbracciare quegli alberi; poi, d’improvviso, con una vitalità che non si sarebbe mai potuta indovinare in un uomo tanto avanti con gli anni, il filibustiere cominciò a correre, rapidissimo, come una lepre braccata dai cani e dai cacciatori, urlando che lo seguissero, perché il tesoro era vicino, più vicino di quanto lo fosse mai stato.
   L’idea del tesoro, fece scordare rapidamente anche a Giselle e Manoel i dubbi sollevati dalla loro condizione di naufraghi; quindi, quasi ridendo, tennero dietro a quel vecchio, che li avrebbe ben presto condotti al bottino delle rapine del leggendario capitano pirata Jason Edwards.
   Abbandonata molto speditamente la spiaggia, si inoltrarono nella foresta, un intrico di verzura in cui era assai difficoltoso farsi strada; tra le numerosissime piante che in quel luogo crescevano, si potevano facilmente discernere imponenti banani, i cui frutti di un giallo acceso, molto nutrienti, crescevano in pesanti caschi che sembravano allungarsi verso il suolo, grandi piante di avocado, le cui grosse bacche verdi, così come il resto dell’albero, sono pericolosissimi e letali per diverse specie animali, che trovano la morte consumandoli, gigantesche palme real, le cui lunghissime foglie toccavano addirittura i dieci metri di lunghezza, secolari palme corcho, alberi di mogano, di cedro, ceibe e manghi, nonché un infinito numero di orchidee, piante erbacee perenni, crescenti abbarbicate sui rami degli alberi, i cui fiori coloratissimi regalavano un tocco di bellezza a quel bosco altrimenti inospitale. Tra il fogliame frusciante, s’udivano forti e stridenti i richiami delle diversissime specie di uccelli che lì nidificavano, tra cui diversi tipi di pappagalli, che si zittivano prontamente al sopraggiungere dei tre umani, specie vivente, questa, con la quale da lungo tempo avevano perduto ogni contatto, e che quindi li rendeva irrequieti al punto di zittirli.
   Ad un certo momento, s’imbatterono in un ruscelletto, entro il quale guizzavano pescetti quasi microscopici di colore azzurro ed argento; il vecchio prese a seguirlo fino a quando esso, buttandosi da un’altura di circa un metro d’altezza, creava una cascatella scintillante, piccola ma affascinante.
   Agilmente, discese le rocce a lato della piccola cascata e pose i propri piedi sul terreno sottostante; attese che i due compagni lo ebbero raggiunto, quindi cominciò a costeggiare il terrapieno, il quale sembrava essere artificiale, tanto che le pietre che lo formavano sembravano essere poste ad incastro.
   Finalmente, si fermò dinnanzi allo sbocco d’una galleria, da cui proveniva un soffio d’aria gelida; lì a fianco, appollaiato sopra una radice, stava fermo un ara, all’apparenza vecchissimo che, come li vide, iniziò a ripetere, in maniera cantilenante: «Andate via, o incontrerete la morte sul vostro cammino! Andate via, o incontrerete la morte sul vostro cammino! Cra cra! Andate via, o incontrerete la morte sul vostro cammino!»
   Degnandolo solo di uno sguardo e di un sorriso, il vecchio, incredulo, incapace di proferire verbo, indicò al giovane portoghese ed alla prostituta l’accesso della grotta, con gli occhi colmi di lacrime. Lacrime di felicità e di commozione, le stesse che sono solite imperlare gli occhi del soldato tornato al proprio tetto dopo anni e anni di durissima campagna bellica. Il vecchio filibustiere aveva fatto rientro al proprio covo, dopo quasi tre decenni di distacco.
   «Entra prima tu, vecchio» gli disse Manoel. «È un tuo diritto, dopotutto.»
   Annuendo, il vecchio pose piede nella grotta e cominciò a percorrerla lentamente.
   Ogni angolo, ogni pietra, risvegliava dentro il suo animo ricordi lontanissimi, eppure indelebili e nitidi come se non fossero appartenuti non già ad anni, ma solo a pochi istanti prima: gli sembrava di riudire il vociare dei pirati e le canzoni che urlavano mentre, sotto il peso delle casse colme d’oro e di gioielli, avanzavano tutti insieme con allegria verso il luogo in cui avevano accumulato il proprio bottino, in attesa che arrivasse il giorno felice di iniziare a spenderlo. Giorno che, però, per quasi tutti loro non era mai arrivato, e che per lui era stato rimandato di moltissimo tempo. Ma che importava, ormai? Quei quarzi e quei cristalli enormi e colorati, i quali si levavano dalla roccia in forme fantastiche, erano la prova che egli, ormai, era quasi giunto a destinazione, al tesoro.
   Poi, arrivato sopra una specie di balconata naturale e guardato dritto sotto di sé, lo vide, ancora più brillante e fantastico di come lo ricordasse. Oro, diamanti, rubini, calici, monete, piastre, e pure dipinti, paramenti e sete raffinate e preziose, che si erano conservate quasi intatte grazie alla frescura della grotta. Al proprio fianco, avvertì Manoel e Giselle, stupiti quanto lui. Non riusciva a togliere gli occhi da tutte quelle ricchezze, quasi ipnotizzato; però, ricordando di come la brama d’oro avesse indotto il corsaro Samuel a spingere di sotto Jennifer per ucciderla, si mantenne in guardia. Non poteva certo dimenticare, infatti, che la stessa avidità di Samuel poteva scorrere nelle vene della sorella.
   C’era qualcosa di stonato, però, nel tesoro che stava vedendo. Qualcosa che non gli tornava, ma poi capì di cosa si trattasse: il fagotto d’ossa e stracci che stava adagiato sulle monete, quello che i due precedenti visitatori avevano scambiato per lo scheletro di un qualche avventuriero che, giunto sull’isola senza possibilità di andarsene, si era lasciato morire in compagnia del tesoro che aveva scoperto.
   Ma, ciò che vide, lo lasciò interdetto.
   «L’elsa!» gridò all’improvviso. «Guardate quell’elsa!»
   Gli altri due, non capendo a cosa intendesse alludere, lo guardarono stupefatti mentre, presa la rincorsa, cominciava a scendere velocemente le scale incise nella pietra, che menavano all’oro sottostante.
   Il vecchio marinaio le percorse in fretta, poi corse sull’oro, facendolo tintinnare allegramente con i propri passi. Si fermò solo quando fu accanto allo scheletro, lasciandosi cadere in ginocchio accanto a quei poveri resti. Tolse la spada ancora attaccata alla cintura ormai marcita e la prese tra le mani, in contemplazione, quasi con venerazione, come se stesse toccando qualche santa reliquia.
   «Ma che accade, vecchio?» chiese la prostituta, quando lei e Manoel lo ebbero raggiunto.
   Il filibustiere scosse la testa con incredulità, poi si mise a sedere, col fiato corto, incapace di rimettersi in piedi. Mostrò loro la spada.
   «Guardate questa lama, quest’elsa, insomma tutta quest’arma. La riconoscerei tra mille altre. Questa è la spada del capitano Jason Edwards. Ed osservate gli abiti dello scheletro: per quanto rovinati, sono quelli che egli indossava abitualmente. Sembra impossibile.»
   «Impossibile? Cosa è impossibile? Ma che vuoi dire?» domandò il giovane portoghese.
   «Non capisci? Questa è la prova che Jason Edwards non annegò nel Grande Maelstrom, della qual cosa io fui convinto per anni ed anni, ma riuscì a salvarsi. In qualche modo, scampò a quelle acque tumultuose, e tornò qui, per morire insieme al suo tesoro!» urlò il vecchio pirata, facendo tremare la barba.
   Manoel e Giselle si lanciarono uno sguardo, credendo che il marinaio stesse delirando.
   «Egli si è salvato, è sopravvissuto!» gridò il vecchio, in preda ad un’incontenibile agitazione. «Jason Edwards ha vinto il Grande Maelstrom, ed il diavolo del mare è tornato qui, sull’isola del Teschio, per vegliare eternamente sul suo tesoro! Ecco perché Jennifer non è morta e tuo fratello sì! Perché solo uno degli Edwards può ambire a questo oro! Ed ecco perché, anche noi, abbiamo naufragato, e non potremo mai lasciare questa terra, a meno di non rinunciare al tesoro!»
   Adesso egli sembrava davvero impazzito. Il suo fiato era affaticato, la sua voce andava facendosi rauca e, incapace di mantenersi seduto, s’era accasciato in fianco alle ossa di Edwards, reggendosi il braccio sinistro, che doveva dolergli parecchio; poi, si premette il petto, in preda a dei terribili spasimi. Una bava scura aveva cominciato a colargli dalla bocca semiaperta.
   «Si sente male!» gridò Giselle, terrorizzata.
   Pur non sapendo che fare per poterlo aiutare, Manoel gli si inginocchiò accanto, prendendogli la mano destra tra le sue.
   Coll’ultimo fiato rimastogli in corpo, il vecchio pirata mormorò: «Rinunciate al… tesoro… ad ogni… singola… moneta… andatevene… la vostra vita conta di più dell’oro… di… Jason… il pirata…» poi rovesciò il capo all’indietro e spirò, giacendo insieme al suo capitano sul bottino che, insieme, avevano accumulato in anni di saccheggi.
   Come lo ebbe veduto morto, Manoel gli lasciò andare la mano, mentre Giselle lo fece immediatamente rialzare, quasi temesse che anche lui non riuscisse più a mettersi in piedi.
   «Andiamo via, piccino mio, ti prego!» lo implorò. «Andiamocene subito, finché siamo in tempo!»
   «Ma il tesoro…» balbettò il portoghese, volgendo lo sguardo su tutto quell’oro.
   «Lasciamolo, come ha detto lui. È maledetto, è l’oro dei ladri, abbandoniamolo su quest’isola malaugurata! Ricordi? Abbiamo le monete che ti ha detto quel tizio che era stato con la mia amica Esmeralda, in casa mia, dopo che avevi atterrato Guy. Ci basteranno per sposarci e vivere decentemente!»
   Manoel si volse a guardarla negli occhi.
   «Davvero vorresti sposarmi, Giselle?»
   «Sì… se lo desideri anche tu…»
   Il giovane cinse la donna in un abbraccio strettissimo e la baciò con infinita dolcezza.
   «Andiamocene» le disse. «Costruiremo una zattera, o nuoteremo, insomma in qualche modo riusciremo ad allontanarci da quest’isola, vedrai. Non sarà facile, certo, ma non impossibile. Ma forse Jason Edwards ci aiuterà. Gli lasciamo tutto il suo tesoro e…»
   Tolse dalla tasca il borsellino di pelle che gli aveva regalato il cavaliere José Hernandez de Alicante y Léon, ne estrasse una moneta e la lasciò cadere tra le altre, dove si confuse.
   «…e gli paghiamo anche un pegno perché sia dalla nostra parte!»
   Rivolsero un ultimo sguardo ai resti del diavolo del mare ed al corpo ancora caldo dell’ultimo dei suoi filibustieri, poi si incamminarono, senza più neppure un po’ di voglia di appropriarsi del tesoro. E, quando furono all’esterno ed ascoltarono nuovamente l’avvertimento del vecchio pappagallo, sembrò loro che mai frase fosse stata più veritiera: «Andate via, o incontrerete la morte sul vostro cammino! Andate via, o incontrerete la morte sul vostro cammino!»
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Storico / Vai alla pagina dell'autore: IndianaJones25