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Autore: MedusaNoir    29/06/2011    1 recensioni
[Il Richiamo di Cthulhu]
Ellen, ventiquattro anni, studentessa con un difficile passato alle spalle.
Michael, trent'anni, criminale che si spaccia per medico, ma in realtà è anche altro.
Ellen e Michael si scontrano, si conoscono, uniscono le loro vite senza amarsi mai; lei diventa la pupilla del giovane dottore, ma i sentimenti fanno fatica a uscire. Forse non lo faranno mai o, quando saranno pronti per farlo, uno dei due - se non entrambi - sarà già morto: perché tutto questo è possibile, ad Arkham, tra Abitatori del Profondo, Vampiri Siderali e libri oscuri... soprattutto quando ci si ritrova coinvolti in una lotta tra parenti.
La storia narrata dal punto di vista di Ellen, che nel frattempo si ritrova controvoglia a cercare di uscire dalla propria solitudine.
[GDR "Il richiamo di Cthulhu", ispirato ai racconti di H. P. Lovecraft]
Genere: Horror, Mistero, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Questa storia è tratta da un gioco di ruolo, quindi solo ciò che tratta di Ellen Lawliet (nome originale, lo so... Un tributo a un grande personaggio dei manga/anime!) è puramente frutto del mio cervello; per quanto riguarda gli altri personaggi, sono "romanzati" cercando di rispettare l'IC di ciascuno.
La storia principale è presa dai manuali del GDR de "Il richiamo di Cthulhu", ma intorno ad essa sono state create altre avventure da una seconda persona, il Master, quindi ciò che racconterò non è, ripeto, tutto frutto della mia immaginazione (per gran parte non lo è, io lo "romanzo").
L'immagine è stata fatta da Dark Aeris (su EFP), che ha creato anche il personaggio (che entrerà in scena più tardi) di Lylian Aidil. Ho scelto questa canzone perché mi fa pensare ai due protagonisti principali ogni volta che la ascolto, perché Ellen deve ancora capire che il sole esiste anche per lei.

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Il sole esiste per tutti

Prologo

 

Vorrei ricordassi

tra i drammi più brutti

che il sole esiste per tutti.

 

La particolarità di Ellen Lawliet stava nell’essere conosciuta e allo stesso tempo ignorata da tutti.

Per cominciare, era la studentessa più brillante nella facoltà di Scienze Fisiche e Biologiche della Miskatonic University, ad Arkham; ciò comportava le invidie dei suoi colleghi, che tentavano in ogni modo, inutilmente, di ingraziarsi il professor Peslee, il direttore del dipartimento. Invidie che, quel giorno, sarebbero cresciute ulteriormente, una volta che gli studenti della Miskatonic avrebbero scoperto l’eclatante notizia: una ragazza di soli ventiquattro anni, che non aveva mai trattato con gentilezza un insegnante – quasi dovessero essere loro a ringraziarla di averla potuta ascoltare –, era stata convocata nientemeno che dal professor Peslee per analizzare la “star”, una strana, enorme carcassa rosa ritrovata lungo le rive del fiume. Ellen Lawliet, una semplice studentessa, avrebbe collaborato con i migliori specialisti di Arkham.

Non era solo l’invidia a creare il vuoto intorno alla ragazza. Ellen non amava la compagnia, preferiva passare le giornate in biblioteca o passeggiando per la città, costantemente sola: vedeva la creazione di legami tra persone come una sorta di trincea per ripararsi dal mondo esterno, ma lei sapeva bene che, molto spesso, gli attacchi venivano dall’interno. E allora perché affannarsi a cercare una protezione? Lei si beava della propria solitudine, osservando con diffidenza coloro che, invece, erano incapaci di vivere senza un gruppo di amici intorno.

I legami potevano essere dettati solo da interesse, e in ogni caso provvisori; i legami duraturi laceravano le persone, le rendevano dipendenti dalle altre, distruggendo la loro stessa esistenza.

Era quello che era successo a sua madre.

Una stretta le attanagliava costantemente lo stomaco, ma ormai Ellen aveva iniziato a conviverci. Chiudendo gli occhi, rivedeva il suo passato, la baracca di Salem che si reggeva in piedi per miracolo, e il senso di colpa si faceva più nitido: alla morte di sua madre, appena undicenne Ellen era fuggita di casa, scappando ad Arkham e lasciando dietro di sé tre fratelli minori in balia di un padre perennemente ubriaco e violento. Non aveva più avuto loro notizie.

Quel mattino si alzò dal letto alle cinque per dare una ripassata veloce al pesante volume di Fisiologia: se l’esame fosse andato come sperava, gliene sarebbero mancati solo due per la laurea; poi, finalmente, sarebbe diventata una scienziata famosa in tutto il mondo, anche a costo di stringere legami promissori per fare carriera.

Quando controllò l’orologio, vide che erano passate due ore e mezza. Senza sospirare, lamentarsi o fare un semplice sbadiglio, si diresse verso il bagno, infilò la divisa della Miskatonic e, dopo avere raccolto nella borsa a tracolla un paio di quaderni vuoti per eventuali appunti, scese a mensa.

Trovò il tavolo su cui era solita sedersi già occupati, ma non si preoccupò: c’erano Lisa Stephens, Mathilda Swansonn e Meryl Gallows, tutte sue amiche.

Arricciò il naso. Amiche: semplicemente erano le uniche colleghe che si prendevano la briga di parlare, anche se con l’unica motivazione di “essere le migliori del loro corso”.

Si sedette accanto a loro, che la salutarono con finta cordialità. Non dissero niente a proposito della convocazione di Ellen, non dovevano ancora averlo saputo e lei non si preoccupò di tirare fuori il discorso. Si sarebbero rose dalla rabbia solo a riunione conclusa.

- Hai sentito di Shelby? A quanto pare hanno trovato un ragazzo in camera sua… -

- Ragazzo? Io ho sentito dire che aveva almeno quarant’anni! –

- Allora voi non sapete tutto: si dice che sia il professor Price! - .

Solite chiacchiere inutili, soliti pettegolezzi da quattro soldi: Ellen non vedeva l’ora di andarsene da quel posto. Se loro erano davvero le migliori studentesse del corso, non osava immaginare gli altri.

Mangiò controvoglia il toast bruciacchiato, sognando di avere tra le mani un delizioso bignè al cioccolato; amava i dolci – e in particolar modo la cioccolata –, ma doveva centellinare i soldi per urgenze più importanti, perciò era costretta ad accontentarsi del pessimo cibo della mensa.

Con la coda dell’occhio, notò Mathilda coprire il bicchiere da cui aveva bevuto con un fazzoletto e nasconderlo nella borsa.

- Non credo tu abbia tutta questa necessità di bere - , esclamò tranquilla Ellen sorseggiando la sua acqua. – Questo è il terzo che porti via in una settimana. Capirei rubare un vestito o un libro parecchio costoso… ma un bicchiere? Rubare giusto per il gusto di rubare? - .

Si pulì la bocca con un tovagliolo e si alzò tranquillamente. Senza aggiungere altro si diresse verso l’uscita, ma per farlo dovette aggirare il tavolo e, fingendo una goffaggine che non era sua, si scontrò con la sedia di Mathilda facendo cadere la borsa. Il bicchiere al suo interno si fracassò, attirando l’attenzione dei pochi presenti.

- Oh, mi dispiace - , mentì Ellen con un tono di voce abbastanza alto da essere udita da tutti. – Mi sembra di aver sentito qualcosa di vetro rompersi… Ma cosa ci faceva del vetro nella tua borsa? - .

Se ne andò lasciando sole le sue “amiche”, mentre la cuoca si avvicinava al loro tavolo, sospettosa. Probabilmente quelle tre non le avrebbero più rivolto la parola, ma poco le importava, avrebbe voluto dire che se l’era tolte di mezzo ancora prima di quanto sperasse.

Non era mica colpa sua, oltretutto: non si doveva rubare, lo dice anche uno dei Dieci Comandamenti.

O, per essere più precisi, non si doveva farlo in modo tanto insulso: quando lo faceva lei per mestiere, rubare era una vera e propria arte.

 

Il nome di Michael Fauerbach destava ammirazione in chiunque lo sentisse. Ogni volta che qualcuno lo annunciava, le persone si guardavano intorno per cercare di scorgere da qualche parte lo stimato dottore.

In realtà l’affascinante Michael Fauerbach – lunghi capelli neri, occhi viola e un sorriso tale da ammaliare qualsiasi dolce fanciulla – celava più strati sotto di sé.

Il primo era Michael Fauerbach medico illustre, conosciuto in Europa e in America per i cuori che riusciva a trapiantare e per quelli che lasciava spezzati nella sua scia.

Il secondo era Michael Fauerbach contrabbandiere di organi e tabacco francese, pieno di utili agganci ovunque si trovasse.

Sotto questi strati, però, ce n’era anche un altro, che non si chiamava nemmeno Michael Fauerbach; tuttavia, nessuno – se non lui – era a conoscenza della sua vera identità.

Il professor Fauerbach, trent’anni, quella mattina camminava verso la Miskatonic University con crescente curiosità: era proprio vero quello che si mormorava in giro? Lungo il fiume era stata davvero ritrovata una creatura dalle dimensioni spaventose? Si rigirò un foglio tra le dita: era l’invito del professor Peslee alla riunione che si sarebbe tenuta quel giorno per parlare dell’incredibile scoperta. Ovvio che avesse convocato anche lui, era fin troppo celebre perché il suo viaggio ad Arkham passasse inosservato.

 

Ellen stava camminando lungo il piazzale dell’università quando vide una figura conosciuta in lontananza. Riconobbe con gioia la sua chioma bionda e l’aria professionale.

Senza pensarci troppo, corse verso Janet Holmes, l’archeologa più in gamba che avesse mai conosciuto; non che avesse avuto il piacere di incontrare altre archeologhe, ma Janet sarebbe stata in ogni caso speciale: aveva un quoziente intellettivo più alto del normale, proprio come lei. Ed era stata l’unica, quando Ellen si trovava a Boston, ad averle dato una mano ad ambientarsi senza volere niente in cambio.

 

Michael sentì qualcuno urtarlo senza nemmeno curarsi di chiedere scusa. Voltandosi, notò che si trattava di una ragazzina alta nemmeno un metro e mezzo che indossava la divisa della Miskatonic: con altri vestiti addosso, l’avrebbe scambiata al massimo per una sedicenne. I corti capelli rossi le volavano intorno al volto, sospinti dal vento autunnale, mentre lei si guardava intorno alla ricerca di qualcuno che infine individuò. La sua espressione era strana: non sorrideva, eppure era raggiante.

Ragazza interessante, pensò Michael passandosi una mano tra i capelli e riprendendo a camminare.

   
 
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