Détendu à tes pieds

di Ely79
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Détendu à tes pieds Titolo della storia: Détendu à tes pieds
Tipologia: triple-drabble, 300 parole
Binomio scelto: 3° gradino - Il pavimento e… la fata
Genere: fantascienza, slice of life
Avvertimenti: -
Rating: verde
Credits: -
Note dell'Autore: l’ambientazione è steampunk, anche se qui è molto meno evidente che nelle altre drabble. Questa storia prende le mosse dalla mia “Indaco Café”, ma può essere letta indipendentemente da essa.
Introduzione. Il primo incontro di Eugène e Lavinia.

scalino3

Non aveva ben chiaro come fosse accaduto, né perché si trovasse lì. O meglio, lo sapeva eccome. I suoi superiori l’avevano mandato a prendere contatto con lei, ma la sua testa di undicenne tentava di tacere ci fosse dell’altro. Poteva mentire a quelli della casa famiglia, a Père Brochard, alla stessa GILDA. Persino a suo fratello o a Monsieur - l’unico immune alle balle che propinava -, ma non a sé stesso.
La sentì inginocchiarsi sul tappeto, poggiandogli una mano sulla schiena.
Lo stomaco fece una capriola, ammesso ci riuscisse, spiaccicato contro il pavimento del negozio.
«Stai bene?» domandò.
Non rispose subito, cercando una scappatoia nelle venature del parquet.
Aveva sbirciato per giorni dalla vetrina, nascosto nel vapore degli omnibus, attento a non farsi notare, in attesa del momento adatto per consegnare la missiva. Così aveva finito col perdere la testa per la destinataria.
Lei che parlava con quell’accento strano.
Che sorrideva pure al cliente più rognoso.
Che stava china su metalli e pietruzze da cui sbocciavano capolavori luccicanti.
Finalmente riuscì a trascinarsi in ginocchio. Pareva fossero trascorsi cent’anni da quando era entrato, inciampando come un idiota. E lei era ancora al suo fianco. L’osservava con curiosità, le generose rotondità fasciate dall’abito grigio.
Agli occhi del ragazzino, Lavinia Bracca sarebbe stata stupenda anche dopo una rissa al banco del pesce o coperta di fuliggine e rottami arrugginiti.
«Com’era il pavimento?» gli domandò sorridendo.
Bastarono quelle poche parole a riscuoterlo.
«Comodo» rispose sornione.
«Davvero? Ho sempre pensato fosse piuttosto… duro» e batté le nocche sul legno.
Eugène gonfiò il petto di fronte all’interesse della fata dell’oreficeria. Lo canzonava senza cattiveria, ottimo segno.
«Mademoiselle, noi della GILDA siamo dei duri. E io, modestamente, lo sono più di molti altri».
Quando se ne andò un’ora dopo, era certo che si sarebbero rivisti presto.




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