Lo sguardo del tempo

di Lilyth
(/viewuser.php?uid=210625)

Disclaimer: questo testo è proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Era una mattina come le altre, fredda al  punto giusto, nuvolosa quanto basta.
Mi alzai già stanca, come al solito insomma, e mi preparai ad un’altra di quelle meravigliose giornate che di sicuro mi avrebbero sconvolto l’esistenza.
Ciò che trovai in cucina era la solita scena; i gemelli che cercavano di ripulire le croste di latte e cereali dal tavolo e nonna Zimilda che continuava ad intimare loro di sbrigarsi se non volevano fare nuovamente tardi a scuola.
Mi sedetti con nonchalance ed iniziai a mangiare ciò che rimaneva della colazione.
< Buongiorno Gi >
Alzai la testa dalla tazza che avevo davanti ed inquadrai il viso della nonna
< Giorno nonna >
< hai sentito tua madre ieri? >
Ecco, quella era una delle domande più idiote che mi sentivo fare praticamente tutti i santi giorni.
Probabilmente molti di quelli che stanno leggendo queste poche righe non capiranno, peccato per loro che dovranno farlo il prima possibile.
< sì,diciamo che l’ho sentita. >
Ecco,  “sentirla”, come dicevo io, era alquanto relativo perché lei non si faceva sentire, bensì si faceva vedere...tipo, sì, tipo apparizione.
< non è per caso che è venuta in camera tua portandosi dietro qualcosa, no? >
Scossi la testa, cioè, era venuta in camera mia; ma non aveva nulla di ciò che avrebbe potuto interessare la nonna.
< quella donna...usa i suoi poteri come fossero giocattoli...appare di là, sparisce di qua...bah, chi la capisce è bravo. >
Ecco, appunto, mio padre non l’aveva capita.
Per lui, povero essere umano, noncurante dei poteri sprigionati dall’universo, persone come me e mia madre erano incomprensibili; ma non abbastanza da non farsi voler bene.
Sicuramente lo vedevo più spesso di lei, dal momento che abitavamo nella stessa casa, ma leggevo ogni giorno nei suoi occhi che non mi capiva, o almeno, non riusciva a comprendere fino in fondo di che pasta ero fatta.
< Gi, guarda l’orologio. Farai tardi a scuola anche questa mattina se non ti muovi! >
Mi alzai dal tavolo e mi diressi verso il bagno.
Io che arrivavo tardi a scuola non si era mai sentito, al limite comparivo direttamente seduta al mio posto senza che nessuno, nemmeno la mia compagna di banco, se ne accorgesse.
Avrei quasi l’istinto di lasciarvi così, senza una spiegazione, ma sarò buona almeno questa volta.
Per chi non l’avesse ancora capito io sono Gipsie Chini, e sì, sono una strega.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 




Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=1161549