Sulla musica e la vita

di Daleko
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L'accordéon

*
 
Le foglie ardevano e l'arancio si confondeva con la pioggia, colorandone il fondo agli angoli delle strade. Lo scricchiolio delle scarpe giungeva come un'aggiunta infelice allo scrosciare d'acqua tutt'intorno; e gli ombrelli sbattevano tra loro, aperti e richiusi in un eterno salutarsi tra loro. L'unica nota di vita splendeva al posto del sole spento tra le nubi, adagiato fra due betulle spoglie. Le bretelle d'un nero pece tenevano su i calzoni macchiati d'acqua e le maniche della camicia, arrotolate fin sui gomiti, denotavano concentrazione. L'uomo sembrava non essersi accorto della Parigi annegante intorno a sé: con un ombrello aperto e appeso su di sé, fra i rami oscillanti del fragile albero cittadino, fingeva di proteggersi con una sigaretta pendente fra le labbra. Il viso mal sbarbato e un cappello sbilenco non affascinavano quanto la sua musica, triste perché annacquata e amabile perché vera. Una foglia si staccò dal ramo e gli scivolò su di una guancia, ma le dita tozze erano troppo impegnate per occuparsene; l'uomo era impegnato a far ballare una ragazza felice, una ragazza viva, che nella pioggia agitava le caviglie e alzava i polsi alle nubi. L'acqua le scorreva sugli avambracci pallidi, le solleticava i seni appuntiti, s'insinuava nella sua gola ridente; e l'uomo teneva il capo basso, le fissava le scarpette rosse piene di pioggia e di voglia di danzare ancora. Ripiegava la sua fisarmonica, la estendeva come la schiena della giovane davanti a sé; e la mano scivolava sui tasti come la ragazza fra le braccia di un passante, con il cappello in una mano e la cravatta fradicia appesa al collo, simile a un impiccato tardivo che sceglie un altro giorno di sole. Un ombrello era stato gettato al suolo, il secondo lo raggiunse: anche loro danzavano d'improvviso, impigliandosi tra loro come in un bacio vorticoso. Lei rise, lui le osservava il trucco sciolto cibandosene con le iridi chiare: i denti bianchi erano circondati da labbra tinte di voluttuoso rosso e lui indossava una giacca, particolari che l'uomo conosceva senza guardarli. Lei aveva scarpette da segretaria, lui mocassini da borghese; e le scarpe rotte, le sue, erano da invisibile angelo della pioggia. Nel vorticoso e bagnato autunno, in una Parigi del nuovo secolo, sotto un cielo grigio e piangente, un uomo e una donna riscoprivano la gioia del ballo al di là del lavoro, al di là del quotidiano, al di qua della vita. La fisarmonica veniva richiusa e la ragazza affannava, si fermava, poggiava gli avambracci contro quelli di lui, tremava sul suo petto. Lei non sapeva lui chi fosse e lui sapeva solo di amarla, entrambi avevano le gambe stanche e i volti ancora sorridenti. Alzarono lo sguardo verso le betulle nude e tristi, scorgendo passanti frettolosi e cumuli di foglie secche. Di musica non ve n'era più traccia: il suo musicante aveva assaporato la vista di quelle scarpe rosse di quelle scarpe nere, le aveva viste unirsi nell'acqua e mentre il cielo calmava il suo pianto, silenziosamente, era andato via.

 
Storie di musica e di vita 1/1




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