Memorie di una viaggiatrice distratta

di Aron_oele
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Da quando per la prima volta, ormai tre mesi prima, avevo messo piede in quella casa, c'era solo una domanda che mi ronzava continuamente in testa. Non riuscivo proprio a liberarmene, né a trovare una risposta adeguata.
Era una domanda anche piuttosto semplice rispetto a quelle che -riflettendoci un po'- potevano essere molto più legittime vivendo a casa Tendo-Saotome. Nonostante questo, però, la domanda in questione fu la costante della mia estate giapponese.
In questo giorno, di cui sto per raccontarvi, finalmente ottenni la risposta che cercavo.

***

Tornate fra i boschi, quella stessa notte, dovemmo affrontare i nostri compagni di viaggio: l’apprensione di Ryoga, imbestialito con Ranko per aver trascinato Akane e me in quella follia, e con Ranma, per non averlo portato con sé quando aveva deciso di venirci a prendere. Le “velate” frecciatine di Shan-Pu “così felice di vederci sane e salve” a cui di certo sarebbe dispiaciuto davvero tanto se per caso ci fosse capitato qualcosa. E poi gli abbracci soffocanti di Ukyo che si era preoccupata per davvero, e quelli ancor più asfissianti di Kuno, che non si faceva il minimo scrupolo a esternare platealmente tutto il suo “tremendo penare” di quella notte.
Una volta a casa invece, dovemmo affrontare la ben peggiore preoccupazione di quei componenti della famiglia rimasti a Nerima: Kasumi e il dottor Tofu, divisi fra il rimproverarci per il comportamento irresponsabile e il sollievo per il pericolo scampato; Genma, che non la smetteva più di gridare dietro alla povera Ranko -esattamente come faceva con Ranma- per non aver vegliato abbastanza su di noi; e Soun, letteralmente sprofondato in una valle di lacrime nemmeno a metà del racconto.

In ogni caso, a una settimana esatta da quegli eventi, mi trovavo nella mia stanza e guardavo fuori dalla finestra.
Anche la mia partenza, così come il giorno del sì, si stava avvicinando e un velo di tristezza già adombrava i miei pensieri.
I matrimoni shintoisti vengono generalmente officiati in primavera o in autunno e, dato che il mio ritorno a casa era inesorabilmente fissato per il nove di settembre, i due fidanzati avevano deciso che quella sarebbe stata la settimana giusta: un mese quasi autunnale e un giorno che garantiva ancora la mia presenza.
Era fine agosto, l'aria era ancora tiepida, e i preparativi infervoravano. C'era sempre qualcosa da fare o da andare a comprare: innanzitutto gli addobbi per il giardino, perché si era deciso che il matrimonio si sarebbe tenuto a casa della sposa invece che dello sposo -come era tradizione-, e stavano allestendo un grande altare e dei gazebo proprio di fronte al bel laghetto turchese. E poi l'immancabile riso, il sakè migliore del Giappone e del pesce fresco. C'erano da ritoccare i vestiti, bisognava trovare qualcuno che sapesse ancora fare, nel ventunesimo secolo, le acconciature tradizionali, chiamare gli addetti alla musica e il fotografo, scegliere fiori e nastri, organizzare il ricevimento, le portate del pranzo... mancavano ancora così tante cose da fare!
Tutti correvano sempre da una parte o dall'altra, insieme o divisi, ma sempre di fretta e con qualche imprevisto che, puntualmente, faceva loro dimenticare il perché erano usciti e li faceva tornare a casa con un pugno di mosche.

Ad ognuno di noi era stato affidato un incarico: Genma era stato scelto per comprare il tradizionale barile di sakè, lui che ne era un grande intenditore, mentre invece la sposa si era rifiutata di assumere uno chef : avrebbe cucinato lei tutte le pietanze del suo matrimonio. A Nabiki era toccato l'arduo compito di scegliere il fotografo e trattare con i fornitori, Akane andava e veniva da ogni sartoria della città, Ranma aiutava nelle decorazioni mentre Soun presiedeva ai lavori che si svolgevano nel suo giardino.
Persino il vecchio Happosai pareva essere diventato una persona seria in quei giorni, e girava instancabilmente alla ricerca del regalo perfetto per “la sua dolce Kasumi”.
Io avevo un compito speciale: le fedi.
Eravamo tutti elettrizzati e pieni di energia.
L'unico che invece sembrava meno frizzante degli altri era il signor Tendo, ed era proprio lui che stavo osservando dalla finestra della mia stanza quel giorno.
Quando avevo ricevuto la foto della famiglia che mi avrebbe ospitata, corredata da una bella lettera con i loro nomi, le loro descrizioni e un dolcissimo “non vediamo l'ora di conoscerti” alla fine, quello che mi aveva impressionato più di tutti era stato proprio lui: Soun, il capofamiglia.
Akane mi aveva poi raccontato di come era morta sua madre, tanti anni prima, di come Soun aveva cresciuto lei e le sue sorelle, senza mai fargli mancare nulla nonostante le difficoltà, e di come aveva mandato avanti il dojo di famiglia lavorando instancabilmente senza battere ciglio. Fino a quando poi, un giorno che la mia amica ricordava benissimo, Genma e Ranma erano arrivati a casa loro, portando una dose incalcolabile di guai ma anche tanta, tanta allegria.
L'arrivo del suo migliore amico, mi raccontò Akane, aveva ridato a Soun un po' di speranza, aveva riacceso la sua vita, ormai stanca e malinconica, segnata solo dalla fatica e dal dolore per la perdita della moglie, e gli aveva donato quella serenità che solo la consapevolezza di non invecchiare da solo poteva dare.
Le figlie erano state molto preoccupate per lui in passato, ma da quando c'era Genma sentivano che il loro papà aveva finalmente riacquistato la gioia di vivere, ed era quello uno dei motivi per cui Kasumi aveva deciso che sì, poteva sposarsi.
Guardandolo in giardino, concentrato a cercare di accendere una vecchia pipa, riconobbi sul suo volto i segni della stanchezza. In pochi giorni si era fatto visibilmente più vecchio, e probabilmente il motivo era proprio questo matrimonio. Era sì felice per la maggiore delle sue bambine -e come avrebbe potuto non esserlo?- ma sentiva anche che una fogliolina del suo albero si stava staccando dal ramo e che nulla sarebbe stato più come prima.
Soun era l'emblema dell'ospitalità: non si era fatto problemi ad aprire la sua casa al suo amico di gioventù e a suo figlio, e aveva donato loro, soprattutto a Ranma, il calore di una famiglia e la sicurezza che solo quattro mura sanno dare. E non aveva avuto difficoltà nemmeno ad accettare me, una sconosciuta, per di più straniera, in casa sua. Una che delle sue tradizioni non sapeva nulla, che non parlava la sua lingua, che probabilmente non avrebbe nemmeno apprezzato e capito quello che lui faceva per lei. Ma non importava, lui si era preso in casa quella biondina timida e silenziosa, le aveva messo un tetto sopra la testa, le dava da mangiare con il proprio sudore e per di più la faceva anche sentire bene.
Io sono Soun ma puoi chiamarmi papà” erano state le sue prime parole e, da allora, non le ho mai dimenticate.
Così, quel giorno, dopo tutto quello che aveva fatto per me, decisi di fare io qualcosa per lui e scesi in fretta le scale per raggiungerlo.
<< Vuoi una mano, papà Soun? >> gli chiesi prendendogli di mano i fiammiferi.
“Papà Soun” era il modo in cui avevo deciso di chiamarlo.
<< Oh grazie bambina, questa pipa mi sta facendo diventare matto! >>
Accesi io la pipa per lui e fu semplice. Poi mi porse il braccio e cominciammo a fare una passeggiata su e giù per il giardino, sorvegliando ora questo, ora quello e chiacchierando del più e del meno.
<< Allora bambina mia, stai per andare via, non è così? >>
<< Ehm... sì... >> risposi con un filo di voce.
<< Suvvia, non essere triste. Non è mica la fine. Sai, la mia vita è stata costellata di partenze, viaggi, amici che andavano via. In un modo o nell'altro ce l'ho sempre fatta. Chi parte poi torna, ricordatelo >>
<< Sei molto saggio, papà Soun! >>
<< Sono molto vecchio, vorrai dire! >> disse lui scoppiando in una risata che trascinò anche me.
<< Mi dispiacerà lasciarvi... >>
<< Non ci lascerai bambina, non del tutto almeno. Quando qualcosa scava la superficie e ti entra dentro, poi non va via tanto facilmente. Se ti abbiamo lasciato un ricordo, un insegnamento, qualunque cosa, la porterai con te. Vai bambina, vai nel paese degli yankee e porta un po' di Giappone! >> mi rispose facendomi ridere ancora. Sapevo però che non stava scherzando, anche se quel modo bonario e sorridente di affrontare le cose lo faceva sembrare sempre in bilico fra il serio e il faceto, mi stava solo insegnando un'altra cosa, come sempre.
“Non c'è modo migliore di insegnare che con il proprio esempio” pensai, e mi strinsi un po’ più forte al suo braccio.
Camminammo tanto e a lungo, quasi fino al tramonto, quando il cielo si era riannuvolato un po' e sembrava bruciare di un arancio incandescente fra le crepe lasciate dalle nuvole grigio scuro.
Ogni tanto Soun si fermava e gridava al malcapitato di turno frasi come “mi state distruggendo la casa”, “quell'albero è più vecchio di me” o “non ti azzardare a dipingere le pareti del mio dojo”.

All’ora di cena quasi nessuno aveva terminato i propri compiti della giornata. Gli operai erano andati via per tornare l'indomani, Genma era ancora nella “misteriosa città” nella quale si era recato per fare man bassa di sakè, Akane trascinava brandelli di stoffa con sé e ogni tanto ne perdeva uno in qualche angolo della casa e Ranma “giaceva” soavemente stravaccato sui cuscini verde petrolio del salotto, stremato dai preparativi.
D'un tratto l'uragano Nabiki rientrò in casa gridando:
<< Vi voglio tutti attorno al tavolo fra un minuto! >> e quando tutti la raggiungemmo annunciò, dopo essersi enfaticamente schiarita la voce: << Mia cara Kasumi, in qualità di tua testimone... >>
<< Ma... >> fece per interromperla la futura sposa.
<< Sì, sì, lo so che tu non avrai testimoni perché il tuo sarà un noiosissimo matrimonio rispettoso delle tradizioni e bla bla bla… >>
<< Guarda che anche nei matrimoni tradizionali ci sono i testimoni >> la corresse un annoiatissimo Ranma.
<< Ah davvero? Bravo Ranma, l'esperto di marimoni! >> Per tutta risposta il ragazzo si strozzò e cerco di controbbattere a quella strana -pensai io- affermazione, ma Nabiki non gliene diede il tempo:
<< Be', meglio così. Insomma, in qualità di tua testimone ti ho organizzato l'addio al nubilato!! >>
<< Che cosa!? >> gridarono praticamente all'unisono gli altri componenti della famiglia.
<< Sorpresa! >> li schernì Nabiki.
<< Iena, cosa hai combinato? >> fu Ranma il primo a parlare.
<< Certo Nabiki che sei proprio incorreggibile!! >> gli fece eco Akane.
<< Che cos'è un addio al nubilato? >> chiese innocentemente Kasumi e, se fossimo stati in un cartone animato, sarebbe spuntata la tanto proverbiale “goccia di disappunto” dietro le teste di ognuno di noi.
<< Ma come Kasumi? In che razza di secolo vivi? >> tuonò Nabiki enfatizzando con la mimica facciale le parole cariche di stupore.
<< Sto scherzando sciocchina, so cos'è. Ti volevo appunto chiedere di organizzare qualcosa. Ho visto in una pubblicità una “beauty farm”, tu ci sei mai stata, Jude? >>
<< Sì, certo. È un posto dove si va per rilassarsi. Ti fanno dei massaggi speciali e delle maschere con le alghe o con il fango. A volte anche manicure e pedicure! >> risposi.
<< Oh no, non voglio niente di tutto questo! >>
<< Ma veramente io ho già organizzato tutto... >> tentò Nabiki.
<< Trovato! Sapete dove vorrei tornare? In quel villaggio dove la mamma ci portava sempre da bambine. Quello in cui Akane è stata qualche anno fa, ricordate? >>
<< Ryugenzawa? >> chiese quasi con timidezza la più piccola delle sorelle.
<< Sì! Proprio Ryugenzawa! Come vorrei tornarci! Che dici Nabiki, potremmo andare lì per il mio addio al nubilato? O avevi altri piani? >>
<< Oh no, figurati... E tanti saluti gran casinò! >>


***

E così mi ritrovai ancora una volta su un treno, diretta verso la stazione di una città dal nome impronunciabile.
Il dottor Tofu aveva accettato di buon grado la richiesta della futura sposa di festeggiare il suo addio al celibato nello stesso posto, e aveva chiesto ai suoi testimoni, Ryoga e Ranma, di andare con lui. Il primo aveva detto subito di sì, eccitato per l'ennesimo viaggio, mentre il secondo aveva acconsentito quasi ringhiando e adesso se ne stava seduto da solo, lontano da noi.
Era strano per un ragazzo vivace come Ranma starsene in disparte, senza proferire una parola, con le cuffie alle orecchie e un'espressione davvero corrucciata dipinta sul volto. Quella mattina era stato talmente nervoso che non si era nemmeno fatto la barba, come invece faceva sempre, e non aveva toccato cibo, cosa che definire “strana” sarebbe riduttivo.
Nemmeno Akane aveva parlato molto, li avevo sentiti litigare, ma questa era una cosa che facevano talmente spesso che non mi era parso ci fosse niente di anormale.
Lo osservai per un momento: gli occhi sbarrati ma affatto rilassati, si vedeva palesemente che non dormiva, le braccia incrociate come se volesse allontanarsi -o ripararsi- dal resto mondo e un'aurea scura che lo circondava. Non ero il massimo nell'avvertire il ki delle persone, ma persino una principiante come me poteva percepire perfettamente la negatività che l'energia interna del corpo di Ranma sprigionava.
Mi dispiaceva moltissimo vederlo in quello stato, così mi armai di coraggio e decisi di fare un tentativo.
<< Ranma...? >> lo chiamai avvicinandomi, dopo aver scostato dal suo orecchio una cuffietta.
<< Uhm? Ah, sei tu, Jude. Dimmi >>
Mi misi accanto a lui in uno slancio di audacia di cui non capivo la provenienza: << Perché te ne stai qui seduto tutto solo? >>
<< Sono nervoso >> mi rispose, come se i pugni stretti tanto da far diventare bianche le nocche non fossero un indizio sufficiente.
<< Sì, questo lo avevo capito >> ironizzai. << Non ti piacciono le feste? >>
<< Non è quello il problema. >>
Un'altra risposta secca del genere e me ne sarei andata. Cominciavo a capire Akane quando lo definiva “insopportabile”.
<< Allora il problema è Ryug, Ryuiiu, Rug... oh, non riuscirò mai a dirlo! >>
<< Ryugenzawa? >>
<< Quella roba lì. >>
Ranma non rispose ed io decisi di cambiare approccio.
<< Cosa ascolti? >> chiesi fingendomi interessata ad altro.
<< November Rain >>
Alzai gli occhi al cielo. Il più delle volte era un ragazzo adorabile, davvero, ma quando si chiudeva in se stesso e diventava un vero e proprio cuore di legno -massello per giunta-, avrebbe fatto perdere la pazienza perfino a un santo.
<< Posso? >> domandai prendendo la cuffietta che avevo lasciato cadere poco prima.
<< Certo >>
Mi avvicinai un po' di più, fino a sfiorare i lembi della sua felpa grigia e mi misi a guardare fuori dal finestrino. Il paesaggio scorreva velocemente e, man mano che ci allontanavamo dalla città, diventava meno grigio e più verde, il sole appariva più brillante e le case erano sempre più rade. Ce ne stemmo così per un po', ad ascoltare la musica senza parlare. Ogni tanto notavo che gli altri, soprattutto Akane, ci guardavano, ma non facevano nemmeno un passo nella nostra direzione.
Non ero abituata a rimanere sola con Ranma e davvero non sapevo come comportarmi. Era un ragazzo strano, mi piaceva, ma mi spaventava terribilmente. Era una di quelle persone su cui si desidera fare colpo, perché sono belle e interessanti, ma quando ci si sta insieme poi, si finisce sempre per dire qualcosa di stupido.
<< Perché detesti il posto in cui stiamo andando? >> lo incalzai di nuovo quando notai che aveva sciolto le braccia e riaperto gli occhi.
<< Non detesto Ryugenzawa, non c'è niente da detestare lì. La cittadina è minuscola, siamo fortunati che esista addirittura un albergo. La foresta è... una foresta, come tutte le altre, con una stupida sorgente e uno stupido lago >>
Mi sporsi in avanti per guardarlo: aveva lo sguardo rivolto fuori dal finestrino, l'espressione corrucciata e una mano a reggergli la testa. Si accorse del mio movimento e scostò il viso per guardarmi a sua volta.
<< Cosa c'è? >> mi chiese fingendo un'aria innocente.
<< “La cittadina è minuscola”, “stupida sorgente”, “stupido lago”... sei sicuro di non detestare nulla? >> Adesso la finta innocente ero io.
<< Beh... forse non è uno dei miei posti preferiti ecco ma... addirittura detestarlo... >>
<< Ah, ok. Allora ti sei venuto a sedere qui da solo per dimostrare in maniera alternativa la tua felicità? >> chiesi, appositamente sarcastica.
<< Jude, stai con Akane da troppo tempo sai? Vi somigliate sempre di più! Mi eri simpatica! >>
Sorrisi.
<< Non cambiare argomento! >> scherzai, prendendo coraggio dal suo fare sempre più amichevole e dall'impressione che la sua aurea nera stesse man mano scemando.
<< Scherzavo, sei peggio di Akane! >>
<< R-a-n-m-a! >>
Rise, finalmente.
<< Ok, ok! Faccio il serio. Non detesto Ryugenzawa, detesto il ricordo di Ryugenzawa. C'è... c'è una persona che non mi piace lì, non la vedo da molto tempo e vorrei continuare a non rivederla per... tipo tutta l'eternità! Mi sono spiegato? >>
<< Benissimo >> risposi senza smettere di fissarlo. Chissà chi era questa persona. Un'altra delle ragazze innamorate di lui? O forse un acerrimo nemico? Sua madre? (Effettivamente in tre mesi non l'avevo mai vista e nessuno aveva accennato alla sua morte, per cui avevo cominciato a credere che non scorressero buoni rapporti fra loro). Di sicuro quel posto rievocava in lui ricordi malinconici perché il blu dei suoi occhi non era bello e tempestoso come sempre, ma spento, quasi opaco.
Sorrideva, amaramente, aveva preso a ridere e scherzare con me, ma io vedevo che la sua ritrovata serenità non era completa.
<< Torni di là con noi? >> chiesi poi, cercando di risultare più dolce che speranzosa. Lui rimase in silenzio. << Dai, tanto ormai siamo in ballo, balliamo! >>
<< Eh? Vuoi ballare? >>
<< È un modo di dire, Ranma. Insomma, cosa puoi farci? Nulla. Allora ti conviene cercare di stare bene, altrimenti ti rovini tutto, anche quello che potresti evitare... >> mi stupii da sola di tutta quella saggezza. Il Giappone stava evidentemente facendo bene al mio animo da yankee. O forse erano i viaggi. O, più probabilmente, entrambe le cose.
Mi alzai e gli porsi la mano: << Coraggio! Scommetto che sentono la tua mancanza! >> dissi indicando con un cenno del capo il gruppetto qualche sedile più in là. Akane ci stava guardando di nuovo.
<< Questa canzone è bellissima >> disse Ranma per tutta risposta, quindi afferrò la mia mano per riportarmi accanto a lui << Ascoltala >>
La voce di Axl Rose intonò “Paradise city” e mentre lui cantava, Ranma mimava le parole senza emettere suoni:

“Take me down to the paradise city
Where the grass is green and the girls are pretty,
oh, won't you please...”

<< Take me home!! >> cantò poi ad alta voce, guardandomi negli occhi come se quelle parole fossero un messaggio, e io capii che no, non avrebbe “ballato” questa volta.

***

<< Come sarebbe a dire che non ci sono più stanze disponibili? >> sbraitò Nabiki (ovviamente in giapponese) nella hall del piccolo hotel.
Avevamo lasciato la stazione e ci eravamo avviati, sotto il sole cocente di mezzogiorno, verso l'albergo che Nabiki aveva prenotato in fretta e in furia la sera prima.
Arrivati al centro di quella che era davvero una cittadina minuscola, ci attendeva però un'amara sorpresa. Evidentemente il check-in online non era andato a buon fine, il fatto che non avesse chiesto i dati della carta di credito avrebbe potuto essere preso come indizio, ma Nabiki aveva scelto di interpretarlo come un colpo di fortuna. Solo che adesso ce ne stavamo impalati, zaini in spalla, con le facce attonite di chi non sa se credere se sia uno scherzo o la realtà.
La receptionist si profuse in una marea di scuse, quasi in ginocchio, mentre Nabiki era ormai fuori controllo: << Come diamine è possibile? Avevo prenotato, pre-no-ta-to! Una quadrupla e una tripla. Controlli! Ricontrolli! Controlli ancora! >>
L'impiegata, con un tailleur blu notte e i capelli tenuti saldi da un tiratissimo chignon, continuava a fare segno di “no” con la testa.
<< Tendo? Tofu? PROVI ANCORA! Non è possibile! Nabiki, provi con Nabiki. Accidenti! Saotome? Hibiki? Jude qual è il tuo cognome? >>
<< Cosa sta dicendo? >> chiesi ad Akane << Ho sentito il mio nome >>
<< Niente, >> rispose lei staccando la sorella dalla scrivania della reception << c'è stato un errore e a quanto pare non abbiamo dove dormire adesso. >>
<< Errore? Ma quale errore? Io li faccio chiudere per sempre! >> continuava a gridare Nabiki con i pugni all'aria, rivolta all'hotel da cui la stavano letteralmente trascinando via.
<< Mi dispiace tremendamente, >> disse Kasumi una volta fuori, << è colpa mia. Nabiki, per favore, non arrabbiarti così, sei tutta rossa. >>
La sorella si rimise in ordine il caschetto: << Hai ragione, troppo sforzo per quegli inutili imbecilli! >> alzò appositamente la voce sull'ultima parola, sempre in direzione dell'hotel << Adesso devo solo trovare una soluzione... >>
<< Per tua fortuna, Nabiki Tendo, esisto io! >> disse una voce conosciuta che ci fece girare tutti contemporaneamente.
Appena dietro di noi, con lo sguardo furbo e soddisfatto, Kuno se ne stava a braccia conserte.
<< Tu? E cosa ci fai tu qui? >> esclamò Nabiki strabuzzando gli occhi.
<< Anche io sono felice di vederti, dolcezza >> fece il ragazzo, avvicinandosi << Ho deciso di venire con voi, ovvio! Per qualche assurdo motivo decidete sempre di escludermi dalle cose più divertenti! E poi io e il caro vecchio dottor Tofu siamo amici, non è vero ONU? >> finì, dando dei colpetti sulla spalla del suo interlocutore.
<< Ma veramente sarebbe Ono... >> rispose quello poco convinto.
<< Onu, Ono, fa lo stesso! Ora su, andiamo! Il vostro beniamino ha già prenotato una bellissima pensione in mezzo alla foresta! >>
<< Ma che diavolo... >> stava dicendo Ranma quando all’improvviso, alle spalle Kuno, sbucò anche il resto della strampalata combriccola: Ukyo, Shan-Pu, Mousse, Alexander e Ranko.
<< Siamo venuti anche noi! >>
<< Così imparate a non chiamarci mai! Antipatici! >>
<< Ailen, da te non me lo sarei mai aspettata! >>
<< Shan- Pu, amore della mia vita, dove vai? >>
<< Io non sono Shan-Pu stupido idiota! >>
“Ci risiamo”, mi ritrovai a pensare e, per la prima volta, non mi stupii affatto di tale pensiero: era tutto normale.
<< Uh che bello, ci siete tutti! >> squittì con voce angelica Kasumi << Come sono felice! Guarda Ono, abbiamo tanti amici che vogliono festeggiare con noi! >>
<< Sì, guarda ONU, quanti amici hai che sono venuti solo ed esclusivamente per festeggiare con te! >> le fece eco Nabiki mettendo ironicamente un braccio intorno alle spalle del futuro sposo. Il suo pungente sarcasmo cozzava terribilmente con la tenera ingenuità della sorella maggiore.
Le tre sorelle Tendo erano come i frutti di bosco: Kasumi era ovviamente una fragola, il frutto più grande e dal sapore più dolce; Nabiki era senza ombra di dubbio un mirtillo, piccolo, aspro e terribilmente difficile da acchiappare; e Akane era come un lampone: all'apparenza morbida e invitante, ma sapeva nascondere un carattere deciso e vivace.
Forse Ranma poteva essere una mora, il frutto dal sapore decisamente più forte, e Ranko un piccolo ma letale ribes rosso.
Shan-Pu era melensa e acidognola come l'amarena, Mousse era senz'altro un gelso bianco. Ryoga era potente come le bacche di sambuco, mentre Ukyo era leggermente aspra e intensa come una ciliegia. Kuno era pregiato come l'uva spina, invece il dottor Tofu non poteva essere un frutto di bosco, bensì una rassicurante mela, che sapeva di casa e di serenità. Alexander era una castagna, dura all’esterno ma dal cuore d'oro e io, beh io ero il pomodoro. Molti lo credono una verdura ma in realtà è un frutto. Un frutto un po' strano, certo, un outsider della frutta! Il pomodoro era proprio la metafora perfetta della mia situazione in Giappone: apparentemente non si può mettere nella macedonia ma in realtà, anche se è un po' diverso, basta cambiare la concezione della gente ed eccolo lì, in bella mostra a far capolino con su il cartellino “frutta”. I pensieri comuni non riguardano il pomodoro, tuttavia lui ha attraversato continenti interi ed alla fine è riuscito a farsi voler bene in ogni parte del mondo. Chi lo beve come succo, chi lo mette nell'insalata, chi lo usa come condimento della pasta. Il pomodoro si adatta e, con la sua dolcezza, sta bene in ogni situazione. Il pomodoro è il frutto dell'integrazione, proprio come me: americana fino al midollo, che, pur avendo abitudini e visioni del mondo totalmente differenti, mi ero ritrovata a sguazzare felice e con naturalezza in mezzo a dei frutti di bosco. Ero un pomodoro che aveva scoperto un mondo diverso e ci si trovava benissimo.

***

Parlando di boschi, la foresta, quella vera, circondava ogni lato della piccola cittadina di Ryugenzawa. Abituata come sono sempre stata alle città e ai paesaggi mastodontici dell'America, le splendide vedute giapponesi mi lasciavano sempre senza fiato. Eppure, quella volta, mi sembrò di scorgervi qualcosa di diverso. Non era solo un bel panorama, ma era la natura, nel suo stato più puro e maestoso, che, incontaminata, ti parlava. Al suo interno, si aveva la percezione che il resto del mondo fosse rimasto fuori, di essere sospesi in una bolla di sapone. Tutti i suoni erano amplificati, anche la più piccola delle formiche lavorava con l'aria per creare un'atmosfera unica e quasi mistica. Lì dentro non esisteva altro che la foresta stessa, con il suo fluire costante che si adattava tanto bene allo scorrere del sangue nelle vene. Sembrava di essere in una specie di connessione cosmica con la Terra. Si poteva percepire, nel senso più intrinseco del termine.
Camminavamo in fila, senza proferire parola, ciascuno incastrato fra i propri pensieri, come spesso succede di fronte alla magnificenza della natura.
<< Eccoci, siamo arrivati! >> la voce di Kuno spezzò il silenzio.
<< Hotel-pensione Orochi… ma è uno scherzo? >> gridò Ranma non appena ci trovammo dinnanzi a una piccola casetta di legno chiaro. Akane spalancò occhi e bocca, come paralizzata da una forza estranea.
<< Io me ne vado >> disse subito dopo Ranma, ruotando il corpo di trecentosessanta gradi e spiccando una lunga e rabbiosa falcata in direzione del bosco. Ryoga lo bloccò per un braccio ma lui, con un gesto deciso, se lo scrollò facilmente di dosso.
<< Ma che razz… >> imprecò il ragazzo e lo seguì correndo. Nel frattempo, Akane era ancora attonita, come in trance.
<< Che sta succedendo? >> chiesi timidamente a Nabiki ma, prima che lei potesse rispondermi, un gentile vecchietto con la voce graffiante uscì dalla porta principale camminando lentamente verso Akane, per poi abbracciarla con garbo.
Gli eventi si susseguirono con un ritmo strano: il tempo sembrava scorrere lento, come se ogni secondo pesasse quanto un’ora, ma tutto si stava svolgendo rapidamente, i cambiamenti erano repentini e la confusione tanta, tantissima. Un attimo prima camminavamo tranquillamente attraverso la foresta, e l’attimo dopo Ranma se n’era andato più arrabbiato che mai, Ryoga l’aveva seguito di corsa, Akane era in stato di shock e nessuno, eccetto probabilmente Nabiki, sembrava capire cosa stesse accadendo.
Scambiai un’occhiata nervosa con Alexander e rabbrividii, improvvisamente sembrava facesse quasi freddo.
Akane non prestava ascolto alle parole del buon vecchietto e continuava a guardare dietro di sé, in direzione della foresta. In direzione di Ranma.
Ukyo si avvicinò con cautela: << È una mia impressione o è tutto molto strano? >> sussurrò appena.
Il tempo pareva essersi cristallizzato, le cose accadevano, i minuti scorrevano, ma tutti noi sembravamo come fermi al momento del nostro arrivo. Ad eccezione del proprietario della pensione nessuno parlava, avevamo lo sguardo allibito e ci guardavamo intorno confusi.
All’improvviso un altro estraneo si materializzò davanti ai nostri occhi: un ragazzo alto, con i capelli castani legati in una piccola coda, gli occhi a mandorla color ghiaccio e il sorriso gentile.
<< Akane! >> gridò, e corse ad abbracciarla, sollevandola in aria e facendola roteare assieme a lui in uno slancio di felicità.
Lo sconosciuto continuò a parlare ma Akane pareva non sentirlo: sorrideva mestamente eppure il suo sguardo non era a fuoco sul viso di lui, come se fosse lontano, da un’altra parte.
<< Tutto questo è ridicolo! >> disse all’improvviso Ranko, anche lei visibilmente stranita.
<< Be’ allora, entriamo? Nabiki Tendo cosa hai messo dentro a questa valigia? Pesa un accidente! >> concluse Kuno.
Un ultimo sguardo alla foresta, vicina ma più lontana che mai, e la porta si richiuse alle nostre spalle.


Ci sedemmo tutti attorno a un classico tavolo giapponese, aspettando che il nostro ospite finisse di preparare il tè.
<< Perché Ranma è scappato via così? >> sussurrò Kasumi rivolgendo gli occhi preoccupati in direzione delle sue due sorelle.
<< Non badarci. >> rispose Nabiki << Allora… tu devi essere il famoso Shinnosuke! >> disse poi rivolta al bel ragazzo seduto accanto ad Akane.
<< Sì, il mio nome è Shinnosuke. Perdonatemi se non mi sono presentato prima ma ero così felice di rivedere Akane! >> Nabiki aveva chiesto di parlare in inglese, data la presenza mia e di Alexander.
<< Ah, vi conoscete? >> domandò innocentemente il dottor Tofu.
<< Da tempo ormai! Anche se non ci vediamo da un po’ in effetti… vero Akane? Ricordi l’ultima volta che… Akane? >> ma la ragazza non lo guardava. Lo sguardo fisso sulla porta, non parlava e non sbatteva le palpebre.
<< Akane? >> ripeté lui scuotendola appena.
<< Eh? Io… io… >>
<< Akane stai bene? >>
<< Io… >>
<< Ma che le prende? >> chiese Shinnosuke rivolto a noi.
<< Niente Shin, niente. Akane, torna fra noi! Gli passerà… >> rispose Nabiki.
<< Ecco, è pronto il tè! >> disse allegramente il vecchietto porgendo a ognuno di noi una piccola tazza nera senza manico dal cui interno proveniva un buonissimo odore di menta.
<< Insomma, cara Akane, come stai? Racconta qualcosa di nuovo a questo povero vecchio. >>
Akane non proferì parola.
<< E dove sono quei due bei giovanotti tuoi amici? Non li hai portati questa volta? >>
Ancora silenzio.
<< Akane, per tutti i Kami! >> gridò Nabiki dandole uno scossone sulla spalla.
<< Oh, io, ecco… scusatemi… non mi sento molto bene >> sussurrò infine. Non sembrava essere in sé, non sembrava essere la stessa di sempre, quella ragazza sorridente e un po’ irascibile ma con gli occhi dolci e gentili. I suoi occhi quel giorno parevano spenti, come se tutto il colore e la gioia che da sempre li distinguevano si fossero improvvisamente dissolti, scomparsi.
O forse, più semplicemente, anche loro avevano spiccato un rabbioso salto verso la foresta e non erano ancora tornati.
<< Akane hai la febbre? >> le chiese Shinnosuke toccandole la fronte con il palmo della mano. La ragazza lo scansò in fretta, come se quel tocco le bruciasse e chiese solo di poter essere accompagnata alla sua camera.
<< Ma certo, vieni.>>
Ed entrambi uscirono dalla stanza lasciando a Nabiki, l’unica che sembrava non aver mai perso il filo degli eventi, l’arduo compito di intrattenere il pubblico. Senza fare una piega, come il suo perfetto caschetto liscio, riportò per filo e per segno gli avvenimenti che avevano condotto questo variegato gruppo di giovani in una pensione, nel mezzo della foresta di un piccolo paesino giapponese dimenticato da Dio e dagli uomini.
<< Congratulazioni agli sposi! >> disse l’anziano padrone al termine del racconto.
<< Chi si sposa? >> domandò Shinnosuke, appena rientrato nella stanza comune, con un velo -seppur appena accennato- di allarme nella voce.
<< Tu che pensi? >> rispose secca Nabiki.
Il ragazzo non rispose ma frugò con lo sguardo in mezzo a noi. Cercò negli occhi bassi di Shan-Pu, che non faceva altro che mandare freneticamente messaggi dal suo cellulare; cercò in quelli di Mousse, nascosti dagli spessi occhiali ed estremamente concentrati sulle rapide dita della sua innamorata; cercò negli occhi di Kuno, seduto a braccia conserte accanto a Nabiki; poi in quelli dolci e preoccupati di Ukyo, che guardavano continuamente fuori dalle vetrate, e in quelli di Ranko, altrettanto irrequieti. Pensò di ottenere la risposta negli occhi castani di Alexander, che cercavano i miei in domande mute, ma quando infine la trovò, non fu in due occhi, bensì in due mani, intrecciate. Kasumi e il dottor Tofu tenevano l’uno la mano dell’altra in bella mostra sul tavolo di legno, senza vergogna alcuna per quel gesto d’affetto tanto naturale e innocuo nel mio Paese, quanto estremamente significativo in quello in cui mi trovavo. In Giappone, e lo avevo notato subito al mio arrivo accolto dal “saluto occidentale”, erano molto meno inclini alle manifestazioni di affetto. C’era un rispetto tutto particolare per lo spazio personale altrui, tanto che a me pareva che le persone si toccassero davvero solo quando combattevano. Ad eccezione di Shan-pu, parecchio più disinibita degli altri, era facile notare quanto rare fossero le occasioni in cui due persone, soprattutto se di sesso opposto, si toccavano. Il corpo è un tempio, cita la filosofia orientale, e va rispettato al pari di un luogo sacro. Mi ero sempre chiesta perché, salvo qualche rara eccezione, Ranma facesse molta attenzione a non toccarmi, così come Ryoga e, a modo suo, anche Kuno. Tutte le volte che Nabiki voleva provocare una qualunque reazione, come alla festa di Kodachi, il senso del tatto faceva da apri fila. Non era timidezza o riservatezza, era rispetto. Come se il mio corpo, il mio tempio, e quello di chiunque altro, uomo o donna che fosse, potessero essere toccati solo da chi dimostrava di averne il diritto. Un diritto che non era concesso a tutti, a un amico o un compagno dell’università. Tuttavia, a un maestro con i suoi allievi, sì. E, difatti , né Ranma, né Ryoga e nemmeno Soun o Genma si erano mai fatti problemi mentre mi allenavo con loro; e neppure in situazioni di pericolo o di necessità, come quando rischiavo di cadere dalla recinzione verde che, tutte le mattine, Ranma percorreva in bilico sul bordo, o come tutte le occasioni in cui quest’ultimo ci aveva salvate o tirate fuori da una situazione scomoda. Ma non solo. Tale diritto era concesso, ne presi coscienza solo in quel momento, anche a chi si amava. Da qualche tempo ormai, non era raro vedere Kasumi e il dottor Tofu tenersi per mano o vedere lui darle un dolce bacio sulla fronte quando rincasava la sera.
Toccarsi era per loro un gesto d’amore, o di dichiarato amore, come tutte le volte in cui Mousse cercava di avvicinare la sua bella connazionale; Shan-Pu o Kodachi si strusciavano addosso a Ranma e Yuka e Sayuri cercavano di accaparrarsi le braccia di Alexander. Per non parlare di Kuno che, sempre meno velatamente, cingeva la vita di Nabiki, e di Ukyo, quando sfiorava le mani di Ryoga.
O di Ranma, quando toccava Akane. Quando le punzecchiava la guancia con il dito, quando le lambiva i fianchi per poi dirle che erano enormi, quando le toglieva una ciglia caduta rimasta sul viso, quando le sfiorava una gamba con una delle sue mentre eravamo seduti attorno al tavolo da pranzo, quando la prendeva in braccio, quando, ogni volta che le era vicino, finiva sempre con il toccarla. Non li avevo mai visti baciarsi, ma in quel momento fui più che sicura che quelle che avevo visto fino ad ora non fossero altro che dimostrazioni d’amore.

Shinnosuke che si inchinava ed esprimeva la propria felicità per l’imminente matrimonio, avendo notato il bell’anello di fidanzamento sull’anulare sinistro della futura sposa, mi ridestò dai miei pensieri.
<< I miei migliori auguri! Come sono contento! >>
<< E ci credo che è contento… >> bisbigliò Ranko accanto a me.
Io la guardai in modo -evidentemente- interrogativo, perché lei sentì subito il bisogno di aggiornarmi sulla situazione: << Questo bellimbusto, questo cretino >> enfatizzò << è innamorato di Akane >>
<< Strano! >> ironizzai.
Ranko sorrise ma tornò subito seria << Per poco non ha mandato tutto a monte! >>
<< Tutto cosa? >> chiesi incuriosita.
<< Ma ovviamente… >>
<< Be', volete vedere le vostre stanze? Vi accompagno, così poi possiamo andare alla sorgente a fare una gita, che ne dite? >> disse il diretto interessato interrompendoci e Ranko non riprese più il discorso.

Eccezion fatta per Kasumi e il Dottor Tofu, che avevano due singole, le altre camere erano tutte doppie. L’ideale per dividerci in coppie senza tanti problemi :Ranma e Ryoga, Kuno e Alexander, Ukyo e Shan-Pu, Ranko e Nabiki ed infine Akane e io.
Shinnosuke mi lasciò sull’uscio, entrambi convinti che all’interno Akane stesse riposando. La stanza era piccola ma ben fornita, con un minuscolo bagnetto senza finestre e due bei letti in legno con materassi e coperte rosa, all’occidentale, un grande specchio posizionato sopra una scrivania, anch’essa di legno, tende bianche e una finestra che affacciava sulla foresta. Tutto sommato, non era male. Carina, confortevole…e soprattutto vuota.
Sul letto che Akane aveva scelto per sé, trovai un minuscolo biglietto: “Sono andata a cercarlo, scusami se non ti ho avvertito prima ma non volevo che qualcuno mi seguisse. Non farne parola con nessuno, ti prego. Tua, Akane”.
“Lo sapevo” pensai mentre mi affacciavo per guardare la placida foresta che si allargava all’orizzonte. “Chissà se li ha trovati. Chissà cosa è successo”.
Proprio in quel momento la porta si aprì senza preavviso e Ranko e Nabiki fecero irruzione nella mia stanza.
<< Se sei nuda mi dispiace, ma niente che non abbia già visto >> disse la prima a mo’ di avvertimento, dopo essere già entrata.
<< È andata a cercarlo, vero? >> mi chiese Nabiki.
<< No, è… è… uscita per… prendere un po’… di aria! >> risposi, cavandomela -pensai- benino.
Ma se c’era una cosa che ormai avevo imparato, era che a Nabiki nulla si può tenere nascosto a lungo. Alzò solamente un sopracciglio, per mostrarmi la sua poca convinzione e mi strappò delicatamente il biglietto che tenevo ancora fra le mani.
<< Come pensavo >> sussurrò passandolo a Ranko che si limitò ad annuire.
<< Be', andiamo alle sorgenti? Voi avete messo il costume? >> chiese poi la ragazza dai capelli rossi.
<< Ma come, non andiamo a cercarla? >>
Le due si guardarono.
<< Ma è pericoloso! Da sola, nella foresta! >>
<< Suvvia Jude, come sei ingenua. Lui la troverà prima ancora che lei abbia cominciato a cercarlo >> rispose con disarmante semplicità Nabiki.
<< E Ryoga? >>
<< Di lui non preoccuparti, non c’è nemmeno arrivato alla foresta, probabilmente si è già perso! >> rise Ranko e, prendendomi sottobraccio, mi trascinò fuori.

***

Le sorgenti erano una visione paradisiaca. Piccole rocce grigie incastonate a semicerchio racchiudevano le acque cristalline di un grazioso laghetto. Al suo interno, ci raccontò Shinnosuke da perfetta guida turistica, si trovano delle profonde grotte, dimora del leggendario Orochi, un drago dalle otto teste particolarmente attratto dalle belle ragazze.
<< Che sciocchezze! >> sentenziò Shan-Pu alla fine del racconto. << Dove sarà il mio Ranma piuttosto? >>
<< A cosa ti serve Ranma quando hai me, gattina? >> le sussurrò Mousse dolcemente.
<< Che me ne faccio di te, brutta talpa? Con Akane fuori dai piedi potevo farmi un bagno con il mio Ailen… >>
<< Quindi è venuto anche lui… >> mormorò Shinnosuke vagamente seccato.
<< E non azzardarti ma più a chiamarmi gattina, che schifo!>>
<< Akane non è fuori dai piedi! È… è… stanca! >>
<< Non mi interessa come è Akane! Adesso non c’è e io potrei stare un po’ da sola con Ranma se non fosse andato via… >>
<< È andato via? >>
<< Non temere memoria corta, tornerà! >>
<< Dove è andato? >>
<< A fare un giro nei boschi. All’università ha letto Walden(*) e si è appassionato. Oh, insomma, adesso basta! >> esclamò Nabiki << Quel che fanno Ranma e Akane non è affar vostro! Questo è un addio al nubilato! >>
Mentre gli altri litigavano, Alexander mi sussurrò all’orecchio: << Tu ci stai capendo qualcosa? >>
<< In realtà no… >>
<< Io vado a vedere come sta Akane, voi godetevi le acque della sorgente >>
<< Ma dove vai, Shin… >> Nabiki lo prese per un braccio << Sei la nostra guida! Akane è grande e grossa, se la sa cavare benissimo da sola. Rimani qui con noi, dobbiamo festeggiare… >> e, così dicendo, rivolse un’occhiata allusiva a Ranko e me.
<< Strip poker? >>
<< Che cos’è? >> domandò ingenuamente Kasumi e anche il riluttante Shinnosuke si mise seduto sul prato umido.

***


“L’ingenua” vinse tutte le mani, lasciando -non metaforicamente- Kuno in mutande, mentre la mia mente vagava verso una sola direzione.
Mi trovavo bene con tutti, ad eccezione di chi avevo frequentato meno, ma senza Akane mi sentivo quasi persa. Ranko era un’ottima spalla e si applicava per essere una sostituta impeccabile ma io non potevo fare a meno di tornare con la mente agli eventi di qualche ora prima. Mentre Kasumi, con “credo che questa sia una scala reale” e “questo cosa significa?”, spogliava i partecipanti di vestiti e averi, io continuavo a ripensare alla strana reazione di Ranma. Senza una parola era andato via e io così arrabbiato non lo avevo mai visto. Preoccupato, infastidito o irritato -principalmente per via di qualche pretendente, sua o di Akane- ma mai arrabbiato, e mai senza un motivo evidente. Avevo capito, fin dal viaggio in treno, che non era contento della destinazione e lui stesso mi aveva spiegato di non voler rivedere qualcuno. Che quel qualcuno fosse proprio il ragazzo con gli occhi placidi e color del ghiaccio, innamorato di Akane -a detta di Ranko-, che ogni tre per due si alzava dicendo di dover andare a controllare come stesse la ragazza in questione?
Che avesse risvegliato in lui dei ricordi sopiti? Mi chiesi pensando che probabilmente quello era un altro dei segreti che non avrei mai scoperto.
In ogni caso, non potevo più rimanere lì seduta a fare finta di divertirmi mentre in realtà non riuscivo a pensare ad altro, così decisi di andare a cercarla. Anzi a cercarli, tutti. Non era lo stesso senza di loro.
Repentina, come era stata la mia decisione, mi alzai.
<< Dove pensi di andare? >> tuonò Ranko ad alta voce.
<< Torno in albergo >>
<< Vai da Akane? >> chiese Nabiki.
<< Appunto, in albergo >> chiusi il discorso.
I visi di tutti, che sospettavano qualcosa fin dall’inizio, parvero ancora più contrariati, ma io decisi di non dare ascolto né a loro né alla voce nella mia testa che mi ripeteva di non cacciarmi nei guai.
Durante il mio soggiorno nel Paese del Sol Levante non ero mai rimasta da sola, se non a qualche lezione che non avevo in comune con Akane o nella mia stanza, accompagnata comunque dai rumori di casa Tendo-Saotome che mi erano tanto cari. Ma ora mi sentivo sola. Non è semplice spiegare la differenza fra stare da soli e sentirsi soli. Uno può scegliere di stare da solo e prenotare un tavolo per uno al ristorante. O fare una passeggiata al tramonto. O ancora, svegliarsi all’alba mentre tutta la casa dorme, e fumare una sigaretta alla luce del giorno che si sveglia. Ma nessuno sceglie di sentirsi solo. Partendo per questa avventura in Giappone, mi ero detta, sarei tornata a casa diversa e più forte. Dovevo partire. Dovevo partire perché avevo paura. Paura di viaggiare da sola, paura di non riuscire a fare amicizia, paura di rimanere da sola, di sentirmi sola, lontano dai miei affetti e dai miei amici. Dovevo partire proprio perché avevo paura, e tornare senza averne più. E invece avevo trovato una nuova famiglia. Un “papà Soun” saggio e tenero; un Genma strampalato e divertente; due sorelle che più diverse non si poteva, una dolce e materna e l’altra furba e spiritosa; una cugina un po’ matta e sempre su di giri. Un amico poeta mancato, che decantava il suo appassionato ardore a tutte, ma che ultimamente aveva occhi per una soltanto; un’amica cuoca, che mi aveva insegnato tante ricette da provare a casa; un amico che non sapevo se fosse proprio un amico o forse qualcosa in più, con gli occhi dolci e i canini sporgenti… e poi loro, Ranma e Akane. Un ragazzo, che mai avrei pensato di poter incontrare, bello e forte come uno dei personaggi della Marvel che tanto mi piacevano, e anche generoso ed eroico proprio come loro. E una ragazza, un’anima affine che poteva essere la sorella che non avevo mai avuto. Con Akane bastava uno scambio di sguardi, due occhi castani che si incontravano, per far scoccare quella complicità tanto difficile -a detta di molti- da trovare, ma che con lei era semplicemente naturale.
A passi incerti, ma non troppo, feci finta di dirigermi verso l’albergo, imboccando il sentiero sterrato che ci aveva condotti al lago, ma non appena fui lontana da qualsiasi sguardo indiscreto, mi diressi verso la foresta.
Akane era la mia casa lontano da casa. Dovevo ritrovarla.

***

Che idea tremenda avevo avuto! Gli alberi sembravano tutti uguali e una leggera nebbiolina densa e fitta accompagnava l’arrivo del crepuscolo. Cosa avrei fatto se fossi rimasta lì, sola e in mezzo al nulla, al calar delle tenebre? Chi sarebbe venuto a cercarmi? Di solito era Ranma a tirarmi fuori dai guai, ma questa volta ero io che dovevo fare qualcosa per lui. Mi sentivo sempre più sola.
Da bambina avevo la passione per la lettura, un amore che è rimasto anche in età adulta. Leggevo tanto, tutto, e a volte vedevo i film ispirati ai romanzi che più mi erano piaciuti. Tra i miei libri preferiti, letti e riletti fino a consumarne le copertine, c’era stata la saga di Harry Potter. Il piccolo maghetto inglese mi aveva accompagnata nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, lasciandomi sulla soglia della maggiore età con la consapevolezza di “essere rimasta con Harry fin proprio alla fine”.
I film non mi erano mai piaciuti più di tanto, ché si sa, i libri sono sempre meglio, ma una frase in particolare mi venne in mente, proprio mentre camminavo a tentoni nel verde del bosco:
Un aiuto verrà sempre dato ad Hogwarts, Harry, a chi lo richiederà!”.
E proprio in quel momento, una mano sulla spalla mi fece sussultare.
<< Chi va là? >> Gridai spostandomi più rapidamente possibile.
<< Jude! Cosa ci fai qui da sola nella foresta? >> Era Ryoga.

Un aiuto verrà sempre dato a Nerima, Jude, anche a chi non lo richiederà!
Ok, non eravamo proprio a Nerima, ma non potei fare a meno di pensarlo.
<< Vi cercavo… >> risposi.
<< Ma dico, sei matta? Poteva… potevi… Non farmi più spaventare così tanto, per favore! >> Aveva una mano sul petto e quasi il fiatone.
<< Ryoga, scusami, non era mia intenzione, davvero. Ero in pensiero per voi. >> Il suo viso si intenerì << Tu invece, hai trovato Ranma e Akane? Dove sono? >>
<< No, vedi, ecco…io… >>
<< Sì? >>
<< Mi sono…>>
<< Sì? >>
<< Perso! >>
Finalmente, scaricando la tensione che trattenevo da quando avevo deciso di lasciare il lago per il bosco, risi. Risi a crepapelle.
<< Non c’è niente da ridere! Questi alberi sono tutti uguali! >>
<< Ma come? Non sei un esperto viaggiatore? >>
<< Lo sapevo che Ranma avrebbe avuto una cattiva influenza su di te, appena lo becco lo faccio secco! >>
<< Se lo becchi. Dai, andiamo! >>
Presi lo smartphone e mi affidai al flebile segnale del 3G: il navigatore satellitare ci avrebbe mostrato dove eravamo. Cominciammo a camminare, seguendo le indicazioni, verso il centro della foresta, dove secondo la mappa sul mio telefono doveva esserci uno spazio aperto, forse una radura, con qualcosa di grigio in mezzo che noi interpretammo come delle grotte.
<< Si può sapere cosa è successo? >> chiesi mentre procedevamo cautamente fra radici sporgenti e bassi rovi.
<< Uhm, ti riferisci a Ranma? >>
Mi limitai ad assentire con la testa mentre Ryoga mi teneva l’avambraccio per non farmi cadere dall’enorme masso che dovevamo scavalcare.
<< È una storia lunga, Jude >> sospirò.
<< Abbiamo tempo, penso… >>
<< D’accordo allora… attenta! >> gridò prendendomi al volo per il polso e impedendo che cadessi rovinosamente. << Si scivola! >>
<< Grazie >> risposi mentre il cuore mi martellava nel petto, forse per la mancata caduta o forse per la vicinanza di Ryoga.
<< Senti, facciamo così, non pensare male >> ed enfatizzò quelle parole muovendo le mani davanti a lui in segno di diniego << ma… dammi… dammi la mano, per favore. Solo per non farti cadere. >>
<< Per non farmi cadere… >> ripetei e gliela porsi.
Ryoga era così, forte e gentile. Ricordavo ancora quando mi aveva riportata a casa sulle spalle, durante l'alba che aveva seguito la sera del compleanno di Kodachi. Proprio come allora, anche in quel momento il contatto con lui mi faceva sentire bene. Non era imbarazzante, almeno per me, ché dal suo- seppur leggerissimo- rossore si evinceva altro. Sembrava quasi giusto.
Ma poi mi ricordai di Akane e della tenerezza con cui la guardava, e di Ukyo e delle attenzioni che le riservava. Non lo capivo e probabilmente non ci sarei mai riuscita. Era un tipo incredibilmente galante, come nemmeno il migliore fra i miei connazionali. Di bell’aspetto, garbato e cortese. Praticamente perfetto. Ma era anche timido e silenzioso, tanto riservato e introverso che a volte pareva quasi chiuso e scostante. Era difficile capire i suoi pensieri e ancor più difficile capire se i suoi gesti fossero dettati dall’educazione o piuttosto dal desiderio. Nonostante questo, gli porsi la mia mano e lui la afferrò senza esitazione alcuna.
Iniziò a camminare davanti a me, concentrato su dove farci mettere i piedi, con una mano teneva saldamente la mia mentre con l’altra spostava di tanto in tanto fronde e rami particolarmente sporgenti. Frenò qualche altra mia scivolata e poi riprese il racconto:
<< Qualche tempo fa Akane decise di visitare nuovamente Ryugenzawa dopo aver visto uno spot televisivo. Ci era venuta spesso da bambina, con tutta la famiglia, quando la madre era ancora viva. >> Un’ombra gli velò gli occhi verde bosco. << Così, dopo tanti anni e senza dire nulla a nessuno, un giorno prese il treno e venne qui dove rincontrò coso… >>
<< Shinnosuke? >>
<< Quello. >>
<< Ma perché ce l’avete tanto con lui? >> Oltre a Ryoga, anche Ranma e Ranko avevano dimostrato -apertamente- una certa ostilità verso quel ragazzo il cui unico difetto ai miei occhi stranieri poteva solo essere la troppa gentilezza.
<< No, ma figurati, è solo che non mi è molto simpatico, tutto qui. >> Lo guardai di sottecchi, per niente persuasa dalla vaghezza del suo tono. Era successo qualcosa in questo villaggio e, a quanto pareva, la colpa era di Shinnosuke. Cosa mai aveva potuto fare quel ragazzo così carino? Sembrava che tutti avessero una ragione per odiarlo. Ryoga riprese il discorso lasciando sospese tutte le mie domande: << Be’, insomma, Akane rivide Shinnosuke dopo tanti anni >>
<< Quindi si conoscevano già? >>
<< Sì, si erano conosciuti da piccoli. Vedi, all’epoca Shinnosuke viveva con il nonno lì dove ora sorge la pensione in cui ci hanno sistemati e Akane… Akane era un guaio anche da bambina. Era vivace e si cacciava sempre in qualche pasticcio. Un giorno capitò qualcosa nella foresta, in questa foresta, e fu proprio Shinnosuke ad aiutarla >>
Non dissi nulla ma immaginai un’Akane bambina che viene salvata da un bambino con gli occhi azzurro chiaro.
<< Solo che, nell’aiutare lei, lui si fece male e quando, molti anni dopo, Akane lo venne a sapere, decise di rimanere qui. Lo sai com’è Akane, deve salvare sempre tutti! >>
Riflettei bene su quelle parole mentre il mio cantastorie mi accompagnava in una porzione di foresta più ombrosa, dove la luce del sole era ancora più lontana e il calar della sera appariva sempre più vicino.
<< Ma a me sembra che sia lei a essere sempre salvata… >> pensai ad alta voce.
Ryoga si fermò: << Oh no, è qui che ti sbagli, Jude! Akane ci ha salvati tutti! In primo luogo, suo padre, è grazie a lei se il dojo avrà un futuro. Ce la vedi Nabiki a gestire una palestra di arti marziali? >> ridemmo all’unisono.
<< E poi ha salvato anche Ranma, che prima di lei non aveva mai conosciuto il calore di una casa o di un’amicizia >>
Ricordai di quando Akane mi aveva raccontato l’infanzia di Ranma, passata in giro per il Giappone e la Cina assieme a Genma e lontano dalla madre, per apprendere tutte le tecniche di combattimento possibili e ricevere un giorno la qualifica di Maestro di arti marziali. Giorno che non era così lontano, avrei scoperto poco dopo.
<< Ranma era uno zoticone prima di conoscere Akane, non che sia migliorato molto in realtà, ma è meglio di prima, te lo posso assicurare! >> rise, poi aggiunse: << E infine, ha salvato anche me, “l’eterno disperso” come mi chiamano tutti. Grazie a lei ora sono un po’ meno disperso… >>
Lo guardai socchiudendo appena gli occhi, in una muta richiesta.
<< Oh, andiamo, Jude! Non voglio annoiarti con la storia della mia vita! >> rise di nuovo, stavolta leggermente imbarazzato.
<< Non mi annoi! >>
<< No dai, ti prego, non farmi parlare di me, mi… mi vergogno >>
<< D’accordo >> gli strinsi un po’ più forte la mano e ripresi il discorso da dove eravamo rimasti: << Insomma, Akane voleva salvare Shinnosuke e decise di rimanere a vivere con lui? >>
<< Sì! Ovviamente Ranma partì per venirla a cercare e… >> Ryoga esitò.
<< E…? >> lo incalzai, curiosissima di conoscere il finale.
<< Oh Jude, credo che ci siamo persi! >>
Troppo presa dalla storia infatti, non avevo più fatto caso al telefono e mi ero lasciata guidare dalle parole e dai passi del mio accompagnatore, senza pensare però che -e Ranma, fra il serio e il faceto, me lo aveva detto più volte- Ryoga aveva davvero il senso dell’orientamento di una bussola che confonde il Nord con il Sud.
Ci fermammo fra gli alberi, lui pareva quasi mortificato mentre a me veniva da ridere.
<< Non li troveremo mai di questo passo! >> sibilò a denti stretti << Che palle! >>
<< Dai, continuiamo a camminare! Tanto nemmeno prima sapevamo dove stavamo andando >> dissi ancora ridendo mentre lui mi guardava con gli occhi da cane bastonato.
<< Continua il racconto, per favore >> e ancora mano nella mano, riprendemmo quella che pareva più una passeggiata che una missione di ricerca.
<< Non c’è molto altro da dire. Ranma era a pezzi, pensava di averla persa per sempre. Anche io ero qui, sai? In uno dei miei viaggi. Ranma lo ripete sempre, e per una volta ha ragione, non ho un buon senso dell’orientamento, mi ero perso anche quella volta >> sorrise impacciato grattandosi la nuca con un dito, poi tornò serio.
<< Ero qui e ricordo fin troppo bene come sono andate le cose. Akane non voleva sentire ragioni, non voleva tornare a casa, per poco non successe davvero. Ricordo anche gli occhi di Ranma così tristi e delusi. In tutta la mia vita, l’ho visto così, come spezzato in due, solo in questa e in un’altra occasione. >>
L’immagine di Ranma, per una volta privo di quella forza -fisica e morale- che era la sua caratteristica dominante, mi fece quasi mancare il fiato.
Ranma disperato.
Ecco il perché di tanto malumore quella mattina, ecco quali erano i ricordi che questo posto, e Shinnosuke con lui, gli scatenavano.

Pensava di averla persa per sempre.
Lentamente rifece capolino nei mei pensieri quella domanda che mi tormentava da mesi: cosa c’era veramente fra Ranma e Akane? Mai avrei potuto immaginare come era iniziato il loro strano rapporto ma una cosa la vedevo bene, non avevo bisogno di immaginarla.
Ero convinta, più che mai, che quei due fossero innamorati l’uno dell’altra.
E chissà perché non se lo dicevano. Era una cosa tanto bella quanto semplice.
Riflettendoci ancora un po’ pensai che per tutti, non solo per i miei due amici, era difficile esprimere i propri sentimenti. Che fosse evitando di toccarsi o semplicemente non professandoli, erano tutti -o quasi- molto riservati su ciò che nascondeva il loro cuore. Persino il dottor Tofu, che era innamorato perso e la portata del suo amore si sarebbe potuta distinguere dallo spazio come la grande muraglia cinese, aveva avuto bisogno di un piccolo aiuto per chiedere a Kasumi di sposarlo. Ryoga non aveva mai confessato il suo amore ad Akane e nemmeno a Ukyo, ammesso che ne fosse davvero innamorato; Kuno sosteneva di amare tutte ma non lo diceva mai a Nabiki e Ranma e Akane… be’, loro non dicevano mai niente. Mi ero sempre chiesta come mai, in un posto dove tutti sembravano interessati a loro due, loro non sembrassero interessati a nessuno. E la ragione -ormai ne ero convinta- era che probabilmente dovevano essere interessati l’uno all’altra. Se persino i miei occhi estranei erano riusciti a cogliere le più profonde e vivaci sfumature dei loro sentimenti, chissà quanto doveva essere semplice per chi li conosceva bene! E chissà se era semplice per loro, chissà se lo avevano capito, se si erano capiti.
<< Quindi Ranma e Akane… >> stavo per chiedere, quando un rumore ci bloccò all’istante.
Una mano sulla spalla, Ryoga mi tirò dietro un massiccio tronco assieme a lui, nascondendoci.
Non era solo un rumore, erano delle voci. Due voci in particolare, che si urlavano addosso.
Eccoli lì, i protagonisti dei miei pensieri.
Akane era poggiata con la schiena contro un albero e Ranma le stava di fronte, un braccio teso sulla corteccia e l’altra mano che gesticolava furiosa. Lo sguardo di lei era basso, diretto verso un lato e l’erbetta scura che ricopriva il suolo. Lui continuava a urlare frasi in giapponese ed io non avevo idea di cosa stesse dicendo, ma non sembrava avercela con lei, più con tutto il resto.
All’improvviso Akane si staccò dal tronco e cominciò a urlare a sua volta, sconvolta e paonazza in viso, contro il ragazzo che le stava di fronte. Ranma non indietreggiò di un passo ma le rispose a tono, facendola rimanere sorprendentemente in silenzio.
Un silenzio carico di attesa.
I due ragazzi si guardavano negli occhi, non avrei saputo descrivere con quale espressione, un misto di rabbia, rammarico, tenerezza e mute richieste di comprensione reciproca.
Ryoga ed io ci scambiammo una furtiva occhiata silenziosa: “non disturbiamoli” e tornammo a guardare la scena.
Lo spazio di un secondo e le incertezze si dissolsero.
Le mie, che erano solo curiosità, quelle più profonde di Ryoga e -sicuramente- qualunque incertezza avessero i cuori di quelli che -ancora oggi- posso definire due fra i miei più cari amici.
Ranma aveva urlato quella che sembrava una domanda la cui risposta avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità. Akane era indietreggiata, colpita dalle parole di lui, e lo guardava con i grandi occhi sgranati. Aveva una mano sulla gola, come se volesse rispondere qualcosa e non sapesse come fare.
E allora non lo fece.
Inaspettata, si alzò sulle punte e, senza quasi sfiorarlo, lo baciò.
Lei con entrambe le braccia lungo i fianchi e lui con uno poggiato ancora contro l’albero.
Ryoga, la mano sempre più stretta sulla mia spalla, chiuse gli occhi.

E io seppi.

***

(*) Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi (Walden; or Life in the Woods), 1854

***

Ciao a tutti!

“Chi non muore si rivede” non potrebbe essere più appropriato.

Vi do un indizio, ricominciamo dall’inizio, mi presento: sono Aron_oele e sono una ragazza. Anche se siamo nel fandom di Ranma 1/2 e quindi ci sta, è sempre molto divertente per me quando mi chiedete se sono un ragazzo. So che quell’ “Aron” può confondere ma il nickname è solo il mio nome al contrario. Per cui, ciao a tutti, sono Eleonora.

La genesi di questa mia storia è un po’ strana e anche vecchia. Vi dico solo che l’ultimo capitolo porta la dedica “a Margherita, benvenuta fra noi” e fra un po’ Margherita andrà a scuola! Che vergogna!

Un giorno, per caso, sono capitata su questo sito e, dopo aver letto tante meravigliose fan fiction, ho provato anche io. Questa che, se siete arrivati fin qui, avete letto, è l’ultima. Questo capitolo, l’undicesimo, l’ho cominciato nel 2017, mentre ero in Erasmus. La prima parte, fino a quando non arrivano a Ryugenzawa, è stata scritta allora. Poi l’ho lasciata di nuovo, ché non avevo più voglia, e l’ho ripresa nel 2018, ho scritto un altro pezzetto, e l’ho abbandonata di nuovo lì, dimenticata. Qualche settimana fa, grazie a “qualcuno” che ha mandato un nuovo disegno stupendo, ho cominciato a pensare “daje su, finiscila!”. E ho finito il capitolo.

Voi direte, cinque anni per scrivere questa roba? Più o meno. Non ho grandi pretese, non voglio il Nobel per la migliore fan fiction del mondo, scrivo quando ho l’ispirazione e la voglia. Ed è tornata. Scrivo perché mi piacciono Ranma e le fan fiction, quello non è mai passato.

Promesso che non farò come chi scrive un capitolo ogni anno, è giusto che la finisca e sfrutterò questa ondata di improvvisa ispirazione/voglia.

A proposito, per finire il capitolo e cercare di mantenere lo stesso stile, me la sono riletta tutta e ho cambiato qui e lì qualcosa che non suonava, qualche virgola, incongruenza o refuso che ho notato. Non ho voluto cambiare null’altro (perché l’avrei stravolta potendo), ma ho preferito rispettare la me di cinque anni fa, alla quale quelle cose piacevano.

Se notate che la mia scrittura sia tutto d’un tratto migliorata, non sono io, è tutto merito della mia fantastica Beta: Gretel85.

Grazie, ad occhio e croce, per un milione e cinquecento mila cose, ma più di tutto perché senza di te non scriverei nemmeno la lista della spesa.

Volevo fare anche una sorta di piccola introduzione, perché sono una vergogna e ho fatto passare cinque anni dall’ultimo capitolo, e non pretendo certo che vi ricordiate le elucubrazioni della mia mente, ma se rileggo un’altra volta dall’inizio mi viene la nausea, e addio sogni di gloria. Quindi, se vi fa piacere, leggetela dall’inizio, tanto è ‘na cosetta leggera, senza pretese. A me ne farà moltissimo.

Passiamo alla parte strappa lacrime.

Quando mi iscrissi su Efp mai, mai e dico mai e poi mai avrei pensato che si sarebbe rivelato ciò che poi è stato. Qui ho incontrato dieci di quelle che ancora oggi considero le mie persone preferite.

Le “Ladies”.

Ed è a loro che dedico questo “nuovo inizio”.

Perché, se la voglia di scrivere fan fiction è passata, la loro amicizia invece è rimasta.

Per sei lunghissimi anni queste ragazze hanno letteralmente accompagnato la mia vita, ed io la loro. Le ho viste (non in senso metaforico, bensì letterale) crescere, trasferirsi, sposarsi, fare figli.

La Margherita dell’ultimo capitolo proprio oggi ha fatto un video per la “Zia Ele”.

E allora, in ordine del tutto casuale:

Ad Antonella, al suo Lele amore della zia con gli occhi belli come la sua mamma.

A Karmy, a Viola (che una fan fiction dalla zia scema l’ha già ricevuta, povera lei!) e alla piccola Luna.

A Faith, la mia Sweetins, al suo Lucifero (non mi sono ancora arresa e ad oggi spero tanto sia Tom Ellis!), ai nostri stritoli, ai suoi capelli rossi che Ranko spostate.

Ad Antonella, la mia Akane-San, una forza della natura, ai nostri soprannomi e ai suoi bronci.

A Stella, alle letture condivise e ai marinai (non dimentico!).

A Chiara, una bellezza gira mondo, ai suoi traguardi e ai suoi successi, niente di più meritato.

A Vale, il mio “amor”, alla complicità che con lei trovo solo a guardarci, a Milano e a Roma e speriamo presto anche a Torino, alla voglia che torna e alle promesse belle.

A Lally, al suo nuovo inizio, alle parolacce e agli audio, ai vestiti e alle maschere di bellezza.

A te, brutta stronza, il capitolo con Shinnosuke te lo avevo promesso. Eccolo qui, è ancora per te.

E, il meglio -si sa- arriva alla fine, a Gretel, la mia Carotina adorata. Alle infinte confessioni, ai consigli, agli audio, alla principessa Elsa, a Geppo, ai fiorellini, al Brancamenta, alle fotografie, ai video, alle terrazze, a tutto. Per tutto.

Grazie, amiche.

A tutte le altre, Giusy, Conny, a chi si è perso, a chi è rimasto.

Spero che questo sia un nuovo inizio anche per voi, perché non ci sarebbe niente -o quasi- che mi farebbe più felice di tornare a leggervi.

E anche un po’ a voi, a chiunque passerà di qui, ai vecchi lettori che diranno “toh guarda” e ai nuovi, se ne avrete voglia.

Io sono qui, e mi sa che ci rimango per un altro po’.

Nel mentre, scusatemi per tutto, ma ve l’ho detto anche nel titolo che sono distratta.

A presto, questa volta per davvero,

E.

Ps: Ho due fan art, meglio definibili come capolavori, della bravissima e talentuosissima Spirit99, ma Tynipic ha deciso di smettere di esistere in questi cinque anni. Non fosse altro che per rendergli un minimo della giustizia che meritano, se qualcuno sa come fare please help! Grazie!





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