Unpredictable

di Ess
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Abilene 

 

 

 

12 aprile 2017

 

Ero appena tornata a casa da scuola e mia madre non si trovava da nessuna parte. Avevo quindici anni, una vita davanti, non sapevo ancora che la mia vita sarebbe cambiata di lì a poco. Buttai subito il mio zaino in un angolo della cucina e mi slegai la coda che avevo fatto quella mattina ai capelli, solo per intrecciarli subito dopo in una treccia. Ma dov’era mia mamma? Dov’era mio padre? Mi guardai intorno e decisi di salire lentamente le scale, aggrottando le sopracciglia nel sentire dei rumori strani provenire dalla stanza di mia madre. Sembrava come il rumore di un singhiozzo, di qualcuno che cercava di soffocare il suo pianto ma che non ci riusciva. Allungai la mano verso la porta e la spinsi delicatamente, entrando nella stanza subito dopo. Mia madre era stesa sul letto, con la faccia nascosta tra le braccia e le spalle che si alzavano e abbassavano irregolarmente, probabilmente a causa del pianto. Ma perché mia mamma piangeva? Mi avvicinai a lei e mi sedetti sul letto, poggiandole una mano sulle spalle. La vidi sobbalzare, probabilmente non aspettandosi di trovarmi lì, e mi ritrassi velocemente, guardandola dispiaciuta. 

«Mi dispiace mamma, non volevo spaventarti. Cosa è successo?», chiesi, sentendo una forte ansia assalirmi. 

«No, tesoro, tranquilla... è solo che, beh... tuo padre, lui era in missione e... e la missione è andata male.», mi rispose lei, scoppiando subito a piangere più forte. 

Sentii, in quel preciso istante, il mondo piombarmi addosso e il cuore rompersi in mille pezzi, mentre gli occhi mi si inumidivano di lacrime. Mio padre, io mio adorato padre, era morto e ci aveva lasciate decisamente troppo presto. Deglutii, cercando di farmi forza sia per me che per mia mamma e tirai su col naso, abbracciando subito la donna fragile che era mia madre. 

 

 

12 ottobre 2017

 

«Ecco mamma, le valigie sono pronte.», dissi, voltandomi poi a guardarla. 

Da quando mio padre era morto, avevo cercato di evitare qualsiasi tipo di contatto sociale. Non sopportavo gli sguardi compassionevoli di tutti quelli che mi stavano attorno, perciò, quando mia mamma, due giorni prima, era tornata a casa dicendole che le avevano offerto un lavoro ad Abbott, in Texas, non avevo potuto essere più felice. Mi ero messa subito a fare le valigie e mi sentivo pronta ad andarmene via e a lasciarmi tutto alle spalle. Non mi sarei assolutamente dimenticata di mio padre, ma avere la possibilità di mandare al diavolo tutte le persone che pensavano di sapere come mi sentivo o di cosa avessi bisogno era alquanto allettante. 

«Va bene. Sicura non ti dispiaccia cambiare aria?», mi chiese lei, accarezzandomi una guancia. 

«No, sono felice. Ci farà bene cambiare la nostra vita. È quello che avrebbe voluto papà, ne sono sicura.»

La vidi annuire alla mia affermazioni e le feci un debole sorriso, portando poi le valigie in macchina. Sperai con tutto il cuore che la mia vita potesse davvero prendere una svolta positiva e sperai anche di riuscire a superare tutte quelle che erano le mie debolezze e le mie insicurezze.





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