Lasciarsi andare

di Crateide
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«Sai che è come se non andassi mai via, vero? Sai che una parte di me sarà sempre qui con te.»

Ade si limitò ad annuire, perché parlare avrebbe tradito la sofferenza che gli dilaniava il petto, mentre Caronte attendeva sulla sua imbarcazione, in lontananza.

Cos’erano sei mesi per una divinità? Nulla, uno sbuffo di fumo in cielo, forse anche meno. Ade se l’era ripetuto un milione di volte, ma ogni volta che Persefone doveva abbandonare gli Inferi, quei sei mesi iniziavano a pesargli come se fossero stati sei secoli.

La verità era che senza la sua regina, Ade non sapeva proprio stare. Si rintanava nei Campi Elisi o nelle proprie stanze, fra i veli dell’Erebo, a crogiolarsi nel suo dolore e nella sua solitudine. Gli Inferi divenivano ancor meno ospitali di quanto già non fossero e nessuno – né uomo né dio – osava mai metterci piede.

Senza Persefone accanto, Ade si sentiva svuotato e nulla ai suoi occhi appariva piacevole. Si trascinava per il Regno mischiandosi alle Ombre, quasi confondendosi con esse, guardandone i volti granulosi e opachi.

È forse questo il dolore che provano gli esseri umani quando stanno per morire? si chiese un giorno, immobile sulle sponde dell’Acheronte. Perché fosse lì, non lo sapeva nemmeno lui.

Si portò una mano alle guance e si sorprese nel trovarle umide di lacrime. Aveva pianto e non se n’era nemmeno accorto, stava vivendo ed era come se in realtà fosse morto. La solitudine era come un cappio legato intorno al collo che piano, ma inesorabile, si stringeva fino a strappare l’ultimo alito di vita.

Darei la mia immortalità per poter vivere la mia vita, anche una vita mortale ed effimera, sempre accanto a te, pensò e la sua mente si aggrappò al dolce ricordo della sua amata sposa.

 

 

 

 





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