Chiaroscuro

di Morganism
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Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
Prologo
 
La luce pallida del mattino scoloriva ogni cosa.
Non aveva mai visto l’interno di quella stanza così chiaramente, e quella chiarezza, proprio perché priva di ombre, la spaventava a morte.
Ci sarebbero dovute essere delle macchie di sporco sotto la finestra socchiusa, una crepa sulla parete più vicina al letto, delle croste di vernice accanto alla porta d’ingresso; eppure quel bagliore lattiginoso, candido e irreale, cancellava le brutture della realtà con la semplicità di una carezza calda – l’impronta del sole che sbadigliava dietro le nuvole, allungando i suoi raggi esangui su una Konoha addormentata.
Sarebbe stato il buongiorno ideale, se tutto il resto non fosse stato completamente sbagliato. Il piacevole tepore del risveglio, presto, si era trasformato in un incubo; un incubo che, diversamente dagli altri, non era svanito in un sobbalzo, ma al contrario acquisiva calore e consistenza man mano che il sonno scivolava via dal corpo, irrigidendole la schiena, il collo, le dita.
Aveva sempre pensato che i peccati fossero rossi, come la passione; o neri, come la corruzione. Scoprì che invece erano bianchi, come la neve d’inverno. Bianchi, come i capelli sparsi sul cuscino.  
Sakura sapeva che era il colore sbagliato. Rendeva l’errore ammissibile, e non lo era. Lo rendeva innocuo, e non era neanche quello. Se fosse uscito dal chiarore ingiusto e meraviglioso di quella stanza, e avesse incontrato una bocca avvelenata e una lingua disonesta, avrebbe rovinato la vita di entrambi, e di entrambi non sarebbe rimasta che una diceria sporca, da bisbigliare ridacchiando davanti a un bottiglia di sakè. Le cose, a quel punto, sarebbero andate a rotoli. E lo stavano già facendo, perché non si poteva tornare indietro. Non si poteva.
Sakura strinse le lenzuola al petto, guardando con orrore l’altro occupante del letto.
I suoi occhi neri, per metà coperti dal sipario indolente delle palpebre, tradivano l’insorgere di un turbamento ancora appannato dal sonno, ma il resto della sua espressione era immobile, calma ed eccezionalmente esposta allo sguardo. La luce del sole schiariva la sua pelle e i suoi capelli, e Sakura non poté fare a meno di pensare di aver baciato quella pelle e arruffato quei capelli per tutta la notte.
Guardò altrove, vergognandosi di se stessa.
I ricordi della sera precedente le riempivano la mente senza trovare la giusta collocazione. Rammentava la lampadina del patio sospinta dal vento, il gorgoglio di un corso d’acqua, il velluto del cielo puntellato di stelle, una voce morbida come una carezza. Una carezza.
Fu il pensiero della sua bocca sulla propria a investirla di colpo, dandole la sensazione di averla ancora premuta addosso. Il panico, dapprima ammansito dal sonno, dette un pizzico alla sua coscienza sporca, rubandole il fiato. Cos’aveva fatto? 
Non era da lei comportarsi con leggerezza. Non era da lei tradire la fiducia dei suoi cari. Soprattutto, non era da lei dimenticare l’unica persona che aveva il diritto di toccarla: la sola che fino a quel momento voleva che fosse l’unica ad avere il diritto di toccarla. 
Sasuke…
“Se ne vada”, disse in un soffio.
Kakashi la guardò, adesso completamente sveglio.
La gravità dell’accaduto si presentò ai suoi occhi all’improvviso, chiara e inequivocabile così come appariva a quelli di Sakura. Rimase in silenzio, e quel silenzio, alle orecchie della kunoichi, risultò familiare e sbagliato, proprio come tutto il resto.
Stava riflettendo. Sakura sapeva che stava riflettendo. Riusciva a immaginare il suo sguardo serio e assorto perché, in passato, in missione o durante l’allenamento, lo aveva visto spesso – e ammirato spesso, perché ammirava la sua intelligenza e sapeva che, in un modo o nell’altro, se la Squadra 7 si fosse trovata in difficoltà, l’avrebbe tirata fuori dai guai. In quel momento, tuttavia, il pensiero che aprisse bocca, costringendola ad ascoltare il suono calmo e assonnato della sua voce, le fece venire la nausea. La nausea.
“Per favore”, ripeté Sakura. “Se ne vada”.
Kakashi non obiettò. La guardò ancora per un istante, come se volesse dire qualcosa, poi abbassò il capo. Sospirando, nel modo in cui Sakura l’aveva sentito sospirare mille altre volte, quando le cose sfuggivano al suo controllo e lo lasciavano a corto di parole, le voltò la schiena e scostò le lenzuola, risparmiandole la vista della propria nudità.
Sakura intuì i suoi movimenti senza realmente vederli, azzardandosi ad alzare lo sguardo solo quando, seguendolo con la coda dell’occhio, fu certa di non incontrare quello del maestro. Stava raccogliendo i vestiti sparsi a terra, e per questo, pur senza alzarsi dal letto, se ne stava chino verso il pavimento, la schiena curva e le scapole leggermente sporgenti. L’aveva già visto senza vestiti – o quanto meno senza una buona parte di essi – ma questo tipo d’intimità, finanche il modo in cui, tra un gesto e un altro, lo guardò passare una mano tra i capelli arruffati, sul viso accartocciato dal sonno, nulla nuca esposta ed evidentemente indolenzita, era del tutto nuovo. Privato. Qualcosa che un’allieva, per quanto cresciuta, non avrebbe mai dovuto vedere.
Sulle sue spalle larghe, segnate dalla piega delle lenzuola sgualcite, Sakura notò delle striature rossastre, che in una morsa di vergogna e disgusto attribuì alle proprie unghie.
Il malessere le chiuse la gola con forza. E Sakura, che pure cercò strenuamente, fino all’ultimo, di trattenere i conati, si ritrovò infine a fuggire dal letto sfatto, dalla camera che avrebbe dovuto condividere col marito, dallo sguardo vigile, ma insondabile, di Kakashi.
L’ombra del mattino si allungò dietro di lei, macchiando il candore di un buongiorno che davvero sarebbe stato perfetto se tutto il resto non fosse stato così sbagliato. Si chiuse in bagno e vomitò.
Se a ogni azione corrispondeva una reazione, era certa che quell’azione, in particolare, avrebbe avuto delle conseguenze terribili.

Continua…

Note:
Ripubblico questa fanfictiona distanza di tempo e con un nuovo account. Le sono rimasta particolarmente legata, forse perché ho iniziato a scriverla in un periodo particolare della mia vita, e adesso che ne vivo un altro ugualmente importante, che mi permette di lasciare a briglia sciolta la fantasia, ho deciso di darle una seconda opportunità, regalandole una conclusione. Ho l'obbligo morale di confessare che, prima della saga conclusiva di Naruto Shippuden, non avrei mai e poi mai pensato di scrivere qualcosa sul KakaSaku, né di riuscire a concepirli in un rapporto diverso da quello che, ufficialmente, hanno nell'anime/manga. Poi ho visto quelle puntate, sono partita per la tangente e questo è il risultato. Chiedo scusa al SasuSaku, che amo follemente e continuerò ad amare in eterno, ma questa long-fic si è scritta praticamente da sola. Sostenetemi psicologicamente o abbattetemi senza pietà: ormai è fatta.
M o r g a n i s m
 
 




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