Una calda pelliccia

di thors
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Una calda pelliccia

 

Appoggiata alla staccionata di casa, Julia stava osservando con attenzione il cielo ormai tinto dai colori del tramonto. Diverse nuvole scure erano apparse al di sopra delle montagne e l’odore della neve profumava già l’aria, segno che l’inverno era ormai arrivato e che la foresta si sarebbe ben presto ricoperta di un velo bianco e candido.

Una ventata più gelida fece rabbrividire la ragazzina; lei raccolse i suoi lunghi capelli castani, si calò il cappuccio sulla testa e strinse ancora di più nel pesante giubbotto che aveva addosso, ma, prima di rientrare al caldo della cucina, si soffermò a guardare il sentiero che saliva verso i monti. E proprio lì, su quella stradina di pietre e terra battuta, vide l’inconfondibile manto rosso della sua timida e dispettosa amica. Se ne stava immobile, con le orecchie ben dritte, a non più di cento passi di distanza e la fissava coi suoi occhi d’ambra come se si aspettasse qualcosa.

«Adesso è troppo tardi, bella mia», disse Julia, sapendo bene che la sua voce non sarebbe arrivata alla volpe ferma davanti a lei. «Ti sono venuta a cercare, prima, ma tu non ti sei fatta vedere. Ed io lo so che se provassi ad avvicinarmi, tu ti nasconderesti tra gli alberi per riapparire un poco più distante. Adesso devo andare a mangiare, ma domani ti porterò qualcosa. Promesso.»

Da più di un mese stava cercando di addomesticare la volpe. Quasi ogni volta che si inoltrava lungo il sentiero le capitava di incontrala, ma lei era davvero troppo diffidente e non si faceva mai avvicinare a meno di dieci passi. Pareva invece divertirsi a fare quel gioco di scappare nella foresta e quindi riapparire sul sentiero, accettando il ghiotto boccone di carne che Julia le offriva solo quando lei lo lasciava a terra e se ne allontanava di un bel tratto.

Sorridendo, la ragazzina alzò una mano per salutarla, ma non fece in tempo ad entrare in cucina che Henry uscì dalla porta con il volto contratto in un’espressione severa e con il suo fucile in mano. Puntò l’arma in avanti, appoggiò il calcio alla spalla e, col dito già pronto sul grilletto, mirò verso quella bestia incauta che si era avvicinata senza il buonsenso di attendere la notte o di starsene al riparo della vegetazione. Mentre faceva fuoco, però, la ragazzina gli urlò contro e gli andò addosso, facendogli sbagliare il tiro. Henry imprecò, prima contro la volpe che si allontanava pian piano, come a schernirlo, e poi, più duramente, contro la figlia che si era comportata in modo tanto stupido.

«Cosa ti è venuto in mente?» le chiese adirato. «Ti saresti potuta far male!»

«Mi dispiace», si scusò lei, e non disse nient’altro a sua discolpa perché la volpe si era fermata di nuovo. Julia fu sicura che la bestiola la stesse ancora guardando e anche le sembrò che, un momento prima di scomparire tra gli alberi, si fosse inchinata sulle zampe davanti.

«Maledizione», brontolò Henry, che aveva ripreso in mano in fucile, ma non era riuscito a prendere la mira in tempo. Guardò la figlia e le disse: «Lo sai che quella bestiaccia si è mangiata due galline. È troppo furba per finire nelle trappole, ma quando è lì che sembra chiedere di esser presa a schioppettate, arrivi tu a far pazzie! Vorrei proprio sapere cosa ti è passato per la testa!»

Julia sostenne il suo sguardo e gli rispose con voce sicura: «Quello era il mio quarto di miglio

«Cosa?» fece lui, incredulo.

Lei mantenne lo sguardo fisso sul volto del padre e si sforzò di restare seria. «Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare e non mi è importato di nient’altro

«Stupida», rispose Henry, guardandola con occhi che sorridevano. Le arruffò i capelli con una mano e continuò: «Non è affatto questo il concetto. Nel tuo quarto di miglio avresti dovuto vedere un sacco di altre cose importanti, come il tuo papà che ti sculacciava sonoramente, ad esempio, o la cena che avresti saltato, ma tu hai voluto vedere solo quella dannata volpe. Dai, rientriamo. Per questa volta rispetterò la libertà che ti sei presa, ma domani comprerò una gabbia in paese. Non so ancora se per catturare la volpe o per chiuderci dentro te. Bah, direi che andrà bene per tutte e due: ad occhio e croce, avete la stessa taglia.»

Le labbra di Julia si curvarono in un ampio sorriso. Sapeva bene di essere in torto, ma era certa di essersi evitata una lunga predica travisando il motto di suo padre ed era anche sicura che la volpe non sarebbe mai finita in una trappola. Poi, però, gli chiese preoccupata: «Domani posso scendere il fiume… oppure sono in punizione?»

«Bambina mia,» rispose Henry, accigliandosi di nuovo, «meriteresti di star chiusa in camera per un giorno intero.»

«Papà, lo so… Però c’è aria di neve. Sarebbe meglio portar giù la canoa domani, ma tu devi lavorare.»

Lui si accarezzò la barba con aria pensierosa. «È prevista una grossa nevicata proprio per il pomeriggio, ma potrei andare a prenderla prima di andare a lavoro, e farei in tempo anche se ci andassi durante la pausa pranzo.»

«Ti prego! Lascia che lo faccia io! E poi potrebbe essere la mia ultima discesa fino a primavera…»

Lui aprì la porta della cucina e vi spinse dentro la ragazzina che attendeva ansiosa la sua risposta. «Va bene, ma lascia la canoa al vecchio ponte prima di mezzogiorno, così passo a prenderla in macchina.»

«Certo!» esclamò lei, felice di aver vinto così facilmente.

Pur di persuaderlo, si sarebbe offerta di spazzare la neve dai marciapiedi per tutto l’inverno. E anche dal vialetto, se fosse stato necessario.

 

Al mattino, Julia uscì di casa con uno zaino in spalla, salutò il padre che la osservava da una finestra e imboccò il sentiero di buon passo per raggiungere velocemente la cascata a metà della montagna. Sarebbe stata una camminata di un paio d’ore, ma poi avrebbe disceso il fiume sul vecchio kayak biposto di famiglia. Se lo avesse voluto, si sarebbe potuta far accompagnare col fuoristrada, ma le pareva più giusto raggiungere il punto di partenza con le sue forze. Avrebbe caricato anche la canoa sulle spalle, se solo l’imbarcazione non fosse stata tanto lunga e pesante e lei troppo mingherlina. Inoltre, seguendo il sentiero in mezzo alla foresta, avrebbe potuto incontrare la volpe e fare un po’ di strada con lei. Non che ci contasse più di tanto, ma era capitato che la bestiola la seguisse per qualche tratto. E poi le aveva fatto una promessa.

Più volte si voltò sentendo dei rumori dietro di sé o le parve di scorgere il suo muso far capolino fra i tronchi degli alberi, ma non riuscì mai a vederla. Perciò, quando finalmente giunse al laghetto sotto la cascata e la trovò lì che si abbeverava, si fermò di colpo, contenta e stupita. Cercò di avvicinarsi lentamente per non impaurirla, ma non fece che tre passi; poi lei sgattaiolò via come danzando tra gli alberelli e le rocce vicine alla riva.

Comunque felice di averla vista, Julia si sedette e guardò l’acqua che scrosciava nel bacino, sperando che lei tornasse indietro, ma si arrese dopo quasi un quarto d’ora di inutile attesa, perché il cielo si stava rapidamente coprendo di nuvole nere e minacciose.

“Di certo non basterà una nevicata per ghiacciare il fiume”, si disse alzandosi in piedi. «Anzi, renderà tutto ancora più bello!»

Dopo essersi riempita la borraccia con l’acqua freddissima che cadeva dall’alto, tirò fuori l’abbigliamento tecnico dallo zaino, si cambiò i pantaloni, indossò la giacca impermeabile sopra la felpa in pile, quindi il berretto e poi il casco. Una volta infilati anche i guanti, era quasi pronta per partire: doveva solo mettere la canoa in acqua e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Non era una discesa difficile perché il fiume non si stringeva mai troppo e non aveva ostacoli che potessero impensierirla – non certo dopo tutte le volte che l’aveva affrontato –, però vi erano diversi passaggi emozionanti, come le rapide che avrebbe superato entro pochi minuti oppure il lunghissimo tratto all’interno di una specie di canyon.

Quand’era più piccola montava sempre nella canoa assieme ad Henry, dopo aveva iniziato a navigare da sola, ma se c’era anche lui, prima di ogni partenza, immancabilmente le diceva: «Qui vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta, non mi importa di nient'altro... Per quei venti minuti sono libero

Di un quarto di miglio è, grossomodo, il tratto quasi rettilineo dentro il basso corridoio di roccia che lei chiamava “canyon”, e quella è la porzione di fiume più lunga che si possa osservare con un’unica occhiata durante la discesa. Dopo ogni curva bisogna osservare con attenzione le rocce che fanno schiumare la corrente, i rami che sporgono a pelo dell’acqua e anche quelli che si chinano fastidiosamente all’altezza della testa. Per venti minuti non c’è nient’altro a cui pensare: tutta la vita si riduce ad un singolo tratto di fiume alla volta e agli ostacoli che la natura ha messo in mezzo. E scendere da soli… è esaltante, perché mette tutto nelle proprie mani e rende liberi di affrontare la corrente seguendo le proprie intuizioni. In verità, per Henry c’era ben più di questo, e Julia lo sapeva bene.

Il primo vero dislivello fece fare un bel balzo al kayak, e la ragazzina, entrata nello spirito tanto caro al padre, urlò di gioia mentre atterrava tra alti spruzzi d’acqua. Un paio di colpi di pagaia riportarono la canoa ben in centro al corso d’acqua, pronta a passare in mezzo a una serie di massi affioranti, ma l’attenzione di Julia fu nuovamente distratta: non dai suoi ricordi, questa volta, bensì dai grossi fiocchi di neve che scendevano dal cielo.

“Sarà una discesa meravigliosa, la migliore di sempre”, pensò la ragazzina, prima di schivare d’un soffio una grossa roccia che divideva quasi a metà il corso del fiume.

Mente ancora si sentiva dentro l’adrenalina per il pericolo scampato, un vento forte e insistente la colpì di lato, rendendole difficile manovrare e, prima che potesse trovare un buon posto dove fermarsi, la bufera di neve peggiore che avesse mai visto la inghiottì di colpo. Sospinta da raffiche ghiacciate, la canoa si avvicinò alla riva troppo violentemente, urtò qualcosa di solido, come una roccia o forse una radice, e si ribaltò trascinando Julia sott’acqua. Lei riuscì ad afferrare lo zaino e non ebbe troppe difficoltà ad uscire dal fiume, perché in quel tratto scorreva piuttosto lentamente, ma, già infreddolita, zuppa d’acqua e in mezzo ad una tempesta di neve, l’assalì il panico di morire congelata.

Mentre batteva i denti e tremava, cercò di riprendere la calma. Gli abiti in neoprene che aveva addosso si sarebbero asciugati velocemente e così anche i guanti, mentre felpa, berretto e scarpe avrebbero necessitato di più tempo. Le occorreva assolutamente un posto dove ripararsi e aspettare… Si ricordò di un grosso albero dal tronco cavo, nel quale lei era già entrata una volta per scherzo; non era troppo lontana e, rinvigorita da quella speranza, decise che doveva raggiungerlo, ma si disperò di nuovo prima di aver fatto un solo passo, perché, ovunque muovesse lo sguardo, non vedeva nient’altro che gli alberi più vicini e, dietro di questi, un muro bianco uniforme. Non riusciva neppure a capire la pendenza del terreno, però sapeva di non poter restar ferma, così avanzò alla cieca, tenendo le braccia strette al petto e chinando il capo.

La bufferà non accennò a placarsi, l’aria sembrò farsi ancora più pungente, e lei continuò a camminare nel bosco senza sapere se la sua meta si stava facendo più vicina o più lontana. “Sicuramente papà verrà a cercarmi”, pensò, cercando di farsi coraggio e mettendo faticosamente un piede davanti all’altro. “Devo soltanto trovare un riparo e scaldarmi in qualche modo.” Intanto, però, fredde lacrime le si ghiacciavano sul viso.

Una macchia rossa le apparve davanti agli occhi e si lasciò raggiungere per poi allontanarsi e fermarsi di nuovo, come se volesse farsi seguire. Era la volpe, e la ragazzina le sorrise, perché vederla l’aveva rincuorata.

«Mi porterai a casa? O forse al sentiero?» le domandò, camminando verso di lei più velocemente che poteva. Era un’idea stupida, Julia se ne rendeva conto, ma una direzione valeva l’altra, e lei in cos’altro poteva sperare? Dopo un po’ di tempo, sentendosi di nuovo stanca, ma anche scoraggiata dal persistere della tormenta, rallentò e domandò: «Non mi stai facendo uno scherzo, vero?»

La bestiola le si avvicinò ringhiando, con un agile scatto si allontanò ancora una volta, di un paio di metri, si voltò a guardarla ed emise un grido lungo, forte e penetrante.

«D’accordo, ti seguo. Ma ti conviene fare un miracolo alla svelta. Non credo di poter resistere ancora per molto.»

Sorrise di nuovo, stancamente. “Solo io posso parlare con una volpe e fidarmi di lei,” pensò, “ma di sicuro sa meglio di me dove ci troviamo.”

Continuò a procedere in avanti, rialzandosi ogni volta che cadeva, usando anche le mani gelate e doloranti per arrampicarsi, e intanto le gambe si facevano sempre più stanche e rigide. Pensò di nuovo a suo padre, angosciata dall’idea che non l’avrebbe mai rivisto, e pianse per la paura, ma si ostinò a seguire la sua unica, assurda speranza.

Il terrore che le attanagliava il cuore mollò la presa quando lei capì finalmente dov’era diretta la sua guida: una stretta caverna, alta abbastanza da poterci strisciare dentro e lunga a sufficienza per potervi trovare riparo dal vento. Julia osservò per un attimo all’interno, si tolse lo zaino ed ebbe il buon senso di infilarvisi dentro con i piedi in avanti. Si fermò solo quando toccò il fondo, si tolse i guanti, e si sfregò le mani energicamente, finché non si intiepidirono, quindi si levò cautamente gli scarponi e pregò che i suoi piedi si fossero congelati. Massaggiò anche quelli finché non ripresero sensibilità ed allora tirò un gran sospiro di sollievo. Cercò di spogliarsi velocemente degli abiti bagnati, ma il poco spazio in cui poteva muoversi e i muscoli intorpiditi le resero difficile questa operazione. Le mutandine scivolarono via assieme ai pantaloni, ma lei non ci pensò neppure a rimetterle, cercò invece di spremerle per togliere tutta l’acqua possibile e poi le stese in parte. Fece lo stesso anche con il reggiseno e, nuda come un verme, mise abiti e zaino tra la sua testa e la bocca della caverna per bloccare quanto più possibile il calore. Si rannicchiò trovando lo spesso strato di aghi di pino che faceva da pavimento piacevolmente asciutto e non troppo scomodo, avvertì anche l’inconfondibile odore acre tipico delle volpi, il che la convinse oltre ogni dubbio che quella era la tana della sua amica e, mentre la ringraziava col pensiero per l’ospitalità, continuò a massaggiarsi il corpo con forza, cercando di riscaldarsi.

Nonostante tutti gli sforzi, però, ancora tremava e a batteva i denti, così cercò di ricordare se prima di partire aveva messo nello zaino un accendino, dei fiammiferi o l’acciarino… Mentre si sfregava le gambe, si domandò dubbiosa se fosse una cosa sensata accendere un fuoco in un posto tanto stretto, ma accantonò presto quell’idea perché la padrona di casa venne a farle compagnia e le regalò l’abbraccio più soffice e caldo che avesse mai potuto desiderare. Julia si strinse cautamente al corpo della volpe, poi si ricordò dei capelli, li strizzò meglio che poté e quindi sprofondò la testa nella morbida pelliccia.

Il vento continuava a soffiare e fischiare con forza fuori dalla tana, e qualche raro fiocco di neve riusciva anche superare la barriera formata da zaino e vestiti, ma la ragazzina iniziava a star meglio ed era fiduciosa di poter tornare a casa con una bella storia da raccontare. Decise che la volpe doveva essere una femmina, perché altrimenti quella situazione sarebbe stata un poco imbarazzante, e poi, mentre si faceva vincere dal sonno, le venne in mente sua madre.

Julia non l’aveva mai conosciuta, perché Melissa era morta pochi mesi dopo averla fatta nascere, e tutto ciò che sapeva di lei gliel’aveva raccontato Henry, alcuni anni prima. Lei era una donna solare e gentile, e lui, da poco trasferitosi dalla città, l’aveva incontrata in paese e se ne era subito innamorato. Melissa gli aveva fatto conoscere i sentieri più belli della zona, come quello che portava alla cascata e, in un giorno d’estate, l’aveva convinto a scendere il fiume in kayak. Il nonno li aveva accompagnati col furgone, e loro, partiti nel primo pomeriggio, si ribaltarono quasi ad ogni ripida e passarono così tanto tempo a chiacchierare e a scherzare che arrivarono al vecchio ponte di legno solo al tramonto. Quello non era un posto particolarmente romantico, certamente molto meno del laghetto da cui erano partiti, eppure fu lì, in quello stesso giorno, che decisero di vivere insieme e di sposarsi.

Dopo la sua morte, Henry tenne la canoa e continuò ad affrontare il fiume come aveva fatto la prima volta con lei, ma da solo. No, non era così, e Julia lo aveva capito già da molto tempo, dalla prima volta che era scesa con suo padre: quando lui sedeva sul kayak e manovrava la pagaia, Melissa era ancora lì, dentro il suo cuore. Nei venti minuti che gli servivano per raggiungere il ponte di legno, Henry non era libero dal mondo come voleva far credere, ma, piuttosto, era libero di ricordare la donna che ancora amava, e di piangere nascondendo le lacrime con gli schizzi d’acqua che gli arrivavano in viso.

Julia dormì a lungo, sognando il volto della madre, di abbracciarla e di essere sulla canoa assieme ai propri genitori. Quando si destò, versò più di una lacrima mentre il ricordo di quelle scene oniriche svaniva dalla sua memoria, ma poi le necessità del momento la riportarono alla realtà. Era notte fonda, e lei aveva fame e sete, ma soprattutto doveva assolutamente uscire dalla grotta per fare pipì… L’idea di lasciare il caldo rifugio in cui si trovava non le piaceva affatto, in più i suoi abiti, ammucchiati com’erano, non potevano essersi ancora asciugati. Tuttavia, per quanto odiasse l’idea di affrontare nuda il gelo esterno, non si sarebbe mai permessa un atto tanto scortese come quello di fare i suoi bisogni dentro la tana della volpe, perciò scivolò via a malincuore dalla morbida pelliccia che l’accarezzava e si avventurò al freddo.

La neve era meno alta di quanto si lei si aspettava e aveva smesso di scendere dal cielo, ma Julia dovette comunque affrettarsi, perché l’aria era tremendamente gelida. Tornata al calduccio, chiese scusa alla bestiola mentre la scansava per farsi spazio, si massaggiò un bel po’ i piedi e poi tirò fuori dallo zaino la borraccia e il pezzo di prosciutto che aveva preso di nascosto da casa. Stando distesa su un fianco – la miglior posizione che le riuscì di trovare in quella circostanza – bevve qualche sorso di acqua ghiacciata e mangiò metà della carne. Il resto lo offrì alla sua ospite, che non ebbe bisogno di molte spiegazioni e fece sparire tutto con pochi rapidi morsi.

«Veramente era tutta per te,» disse Julia con voce allegra, accarezzandole la schiena, «quindi perdonami se non te l’ho data tutta. Però ti giuro che tornerò a trovarti e te ne porterò molta di più.»

Dopo essersi ripulita le mani alla meglio, abbracciò la volpe, le si avvicinò il più possibile, e lei le posò il muso sul collo.

Quando Julia aprì nuovamente gli occhi, un sole caldo e luminoso rischiarava l’interno della grotta. La volpe, che era ancora stretta a lei, si svegliò sbadigliando, si stiracchiò e poi la fissò negli occhi.

«Mi hai salvato la vita», disse la ragazzina. «Se preferisci le galline non devi far altro che dirmelo: te ne darò quante ne vorrai. E, appena tornerò a casa, costringerò papà a togliere tutte le trappole che ha messo.»

Come per suggellare il patto, la bestiola le leccò il viso, poi si scosse e uscì dalla grotta. Un po’ divertita e un po’ schifata, Julia si asciugò con una mano, dopodiché si mise la biancheria intima, sporca e ancora umida, perché, se vi fosse stato qualcuno della squadra di soccorso vicino alla tana, non le sarebbe piaciuto morire di imbarazzo, non dopo esser sopravvissuta ad una bufera di neve. Uscì anche lei all’aria aperta, strizzò il più possibile gli abiti e li stese al sole cercando di fare tutto velocemente, e si accorse subito di essere un po’ troppo debole.

«Sicuramente avrò un po’ di febbre,» disse, rientrando nella tana, «ma la strada è in discesa e la giornata sarà sempre più calda. E se qualcuno mi sta cercando da queste parti, vedrà i miei vestiti appesi e mi aiuterà ad andare a casa.»

Mangiò alcuni biscotti che il mattino precedente aveva risparmiato, bevve qualche altro sorso d’acqua e si rannicchiò, attendendo che i tessuti tecnici si asciugassero e sperando che la volpe tornasse a farle compagnia. Attese forse un paio d’ore, ma la bestiola dal bel manto rosso non si fece vedere e nessun altro si presentò. Sospirando un po’ per la delusione – più perché la bestiola l’aveva lasciata sola che per il resto –, decise che era giunto il tempo di mettersi in marcia e uscì per l’ultima volta dal rifugio. Indossò velocemente la giacca e i pantaloni in neoprene, trovandoli solo leggermente umidi, e poi si infilò gli scarponi. Allacciandoseli, sorrise nel vedere l’acqua che sprizzava fuori e disse: «Siete orribilmente fradici e mi farete sentire un bel po’ di “sgnik” e “sgnak” mentre cammino verso casa, ma immagino che più di così non vi potevate asciugare.»

Mentre si rimetteva in piedi, Julia vide la volpe saettare tra gli alberi nella sua direzione e non poté far altro che ammirare con quale grazia scivolava sul terreno. Le fu accanto in un baleno, alzò il suo bel muso verso il volto commosso della ragazzina, si strusciò contro una gamba di lei, le girò attorno e poi scattò in avanti, fermandosi dopo una decina di zampettate.

«Vuoi farmi da guida ancora per un po’?» chiese Giulia, guardandosi attorno. «In effetti non ho proprio idea di dove siamo…»

Valutò la posizione del sole e decise di accontentare la volpe, perché la direzione scelta dalla bestiola le sembrò quella giusta per arrivare al fiume o al sentiero. Riempì lo zaino con il casco e le cose ancora bagnate, e quindi s’incamminò nella foresta innevata. Di tanto in tanto gridava per farsi notare dai soccorritori e, dopo una decina di minuti, quando i piedi avevano iniziato a farle male per quanto erano freddi, udì chiaramente la voce di suo padre.

«Sono qui!» urlò Julia con tutto il fiato che aveva in corpo, piangendo di gioia, mentre la volpe correva a nascondersi.

Rise e si asciugò gli occhi quando vide l’amica far capolino dietro un albero, diffidente e impaurita, e poi, ignorando fatica e dolore, corse da suo padre nel momento in cui lui comparve col suo grosso zaino in spalla.

«Stai bene?» le chiese Henry, abbracciandola.

«Puzzo come un animale selvatico,» singhiozzò la ragazzina, «ho bisogno di un bagno caldo, di vestiti asciutti e puliti, e anche di aiuto per vedere se ho zecche addosso, ma, a parte questo e i piedi che mi fanno un po’ male, sto benissimo.»

Henry le accarezzò i capelli, pieni di terra e aghi di pino, e la baciò su una guancia. «Tua zia sarà contenta di ispezionarti, quando sarai pulita e profumata. Santo cielo… Temevo il peggio. Io… ho trovato il kayak, rovesciato e incagliato nel fiume… Ho avuto tanta paura, ma tu… dove hai passato la notte?»

«A casa di un’amica», rispose Julia, indicando col dito un punto tra gli alberi.

Confuso, il padre voltò la testa nella direzione da lei indicata, e vedere la volpe timidamente nascosta dietro un grosso abete non l’aiutò a capire. Guardò di nuovo la figlia e mormorò: «Cosa…»

«Mi ha ospitata lei, nella sua tana, dopo che ero finita nel fiume.» Poi, con occhi che sorridevano, aggiunse: «Ma non ti dirò mai dov’è, se pensi di piazzare altre trappole per prenderla.»

Ancora più incredulo, Henry replicò: «Per tutti i corvi neri! Sei caduta nel fiume! E forse deliri per la febbre… Mi racconterai tutto quando ti sarà passata. Avviso gli altri e partiamo.»

Dopo aver tirato fuori il telefono da una tasca dei pantaloni, spiegò rapidamente al capo dei volontari che aveva recuperato la dispersa, quindi mise lo zaino a terra e lo aprì. «Non ho portato scarpe di ricambio, e per te è meglio non camminare coi piedi bagnati sulla neve.» Diede a Julia un’ampia coperta e aggiunse: «Lascia tutto qui, ti porterò sulle spalle. La mia auto non è molto distante.»

Henry l’aiutò anche a mettersi due grosse calze di lana al posto degli scarponi e se la caricò in groppa, ma prima che lui si avviasse, la ragazzina cercò la volpe con lo sguardo, senza però trovarla, e rinnovò in cuor suo le promesse che le aveva fatto.

 

Julia dovette rimanere a casa per un paio di giorni, finché la febbre non fu passata. Arrivò persino a fissare il padre tenendo il broncio – cosa che non ricordava di aver mai fatto prima, se non per scherzare – e lo abbracciò con gioia travolgente quando ottenne il sospirato permesso di uscire. Si mise addosso una giacca pesante e tornò nella foresta portando un bel cartoccio di carne fresca in mano. Vagò e chiamò per ore prima di trovare la volpe, e un’altra mezz’ora le fu necessaria per convincerla ad avvicinarsi a lei e mangiare, ma alla fine riuscì ad accarezzarla.

Continuò a cercarla quasi ogni giorno, sempre con un bel regalo per lei, prima con gli scarponi da montagna e poi, quando una seconda nevicata coprì il bosco con trenta centimetri di neve, anche con le ciaspole ai piedi. Il freddo si fece di giorno in giorno più rigido, finché uno spesso strato di ghiaccio ricoprì il fiume anche nei tratti più ripidi, ma Julia non si fermò mai, continuò invece a cercare e corteggiare la sua salvatrice, gioendo ogni volta che le era vicina.

Prima che l’inverno fosse finito, la volpe era diventata una sua affezionata compagna di strada: Julia iniziava a chiamarla quando imboccava il sentiero, e lei compariva dopo non più di una mezz’ora per farle le feste. Si lasciava accarezzare, le leccava le mani e il viso, e l’accompagnava per lunghi tratti, spesso anche fino a casa.

Durante tutta la primavera, la ragazzina serbò nel cuore un desiderio assurdo anche ai suoi occhi, ma quando iniziò l’estate e l’acqua del torrente fu piacevolmente tiepida, tornò alla cascata con la sua amica alle calcagna, prese posto sul kayak e batté con la mano sul sedile dietro di lei, invitandola a salire.

Suo padre l’attendeva al vecchio ponte per riportar su la canoa e fare la sua discesa e quasi gli sfuggì di mano il telefono quando la vide arrivare con la volpe aggrappata sulla schiena, che teneva il suo musetto furbo accanto alla faccia divertita di lei. Nonostante la sorpresa e le risate che continuavano a sconquassarlo, riuscì a scattare un paio di foto, una delle quali meritò di essere stampata per venir poi esposta in bella vista sopra un mobile del salotto. Pochi giorni dopo vi si aggiunse un album con una graziosa volpe disegnata a mano sulla copertina; e, nel corso dei mesi, Julia si premurò di riempirlo con le fotografie sue e della sua amica addomesticata.

 

 

Note dell’autore

 

Personalmente, mi trovo in difficoltà nel giudicare quanto questa storia sia originale. Prende ampiamente spunto dall’animazione “The girl and the fox” (dove la giovane protagonista armata di coltello si inoltra nel bosco per uccidere la volpe, si impietosisce nel momento di calare la lama e viene infine riscaldata dalla bestiola quando il cielo imbrunisce e la neve scende sulla foresta), mentre l’idea della discesa in canoa e di tutte le problematiche che ne sono seguite nel racconto mi sono state ispirate dal contest di 6Misaki.

 

Questa storia partecipa a:

 

  • Contest L’Amicizia indetto da Daffodyl83 sul Forum di EFP.
    Che mi ha fatto venir voglia di rimaneggiare e ampliare la storia sopra citata.

     

  • Contest Dai vita alla tua fantasia con i generi letterari! II edizione, il ritorno indetto da 6Misaki sul Forum EFP.

    Dal quale ho tratto il motto di Henry, la cascata, la foresta e il carattere di Julia.
    Inizialmente, come animale avevo scelto la “volpe”, che simboleggia astuzia, grazia e agilità. Però non trovavo adeguatamente riflesse nella protagonista queste qualità, così, seppur con profondo dispiacere, ho ripiegato sul Falco (determinazione/transizione).
    E così... spero che Julia si sia dimostrata sufficientemente determinata nel perseguire almeno tre sue volontà:

    • compiere l’ultima discesa del fiume;

    • sopravvivere alla bufera;

    • addomesticare la volpe.
       

  • Challenge Solo i fiori sanno indetta da Pampa313 sul forum di EFP.

    Il fiore che ho scelto è Dalia (gratitudine), perché questo è quel che dimostrano i protagonisti principali.
     

  • Challange delle Parole Quasi Intraducibili organizzata da Soly Dea sul forum di EFP.
    La parola che ho scelto è stata questa: Zhaghzhagh: battere i denti per il freddo o per la rabbia. Nel, penso sia evidente, il motivo è indubbiamente il freddo.





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